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Capitoli 3:il vero titolo delle prose 4:la grammatica dell'armonia 5: come lavorava Bembo, un caso esemplare 6:la grammatica silenziosa 7:il fantasma di Bembo, l'eredità delle prose Appendice
Tipologia: Appunti
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LA QUARTA CORONA III: Il vero titolo delle prose→ gli studiosi che dal terzo decennio del 900 ai giorni nostri si sono occupati del libro che ha fondato la nostra tradizione grammaticale l’hanno solitamente indicato con il titolo di Prose della volgar lingua: ricorre nei manuali, nelle grandi opere di consultazioni dedicate alla storia della lingua o letteratura italiana. Ma è proprio questo il titolo che diede Bembo alla sua opera? Dubbio è legittimo , in quanto il titolo non compare in questa forma né nel manoscritto autografo( vat, lat, V )né in alcun luogo del testo e paratesto delle tre edizioni riconducibili a Bembo→ la stampa Tacuino del 1525 ( P ), la stampa Marcolini del 1538 ( M ) e la stampa Torrentino del 1549( T ).s’incontra solo , nella forma le prose della volgar lingua , all’interno della dedicatoria di benedetto Varchi a Cosimo de ’MEDICI presente in T. V non ha un titolo generale, mentre ciascuno dei tre libri di cui l’opera si compone reca in intestazione, sulla prima pagina , un titolo di mano dell’autore in lettere maiuscole (p 42).→se volessimo ricavare un titolo generale da quelli che precedono i tre libri , potremmo ipotizzarne 2:- della volgar lingua o – libri della volgar lingua. La prima edizione a stampa dell’opera ,invece un titolo generale lo ha. Campeggia in lettere maiuscole , non nel frontespizio ma nella sezione centrale della c.A1V. →PROSE DI MESSER PIETRO BEMBO NELLE QUALI SI RAGIONA DELLA VOLGAR LINGUA SCRITTE AL CARDINALE DE’ MEDICI CHE POI E’ STATO CREATO A SOMMO PONTEFICE E DETTO PAPA CLEMENTE VII DIVISE IN TRE LIBRI-. A seguire (all’inizio delle cc.A2r,D2r,G6r)troviamo i titoli dei singoli libri, identici a quelli che compaiono nel manoscritto. Nel merito , la riproposizione della clausola che rende dissimmetrico il titolo del secondo libro rispetto ai titoli degli altri 2 (PRIMO LIBRO,SECONDO LIBRO, TERZO LIBRO), conferma la dipendenza di P in V. →nonostante ciò claudio Vela sostiene che V non e’ il manoscritto servito da antigrafo per la stampa di P. l’ipotesi più plausibile resta che ,prima di inviare a COLA Bruno a Venezia per sovrintendere alla stampa delle Prose nel luglio 1525 ,bembo abbia tratto probabilmente fatto trarre da V un altro manoscritto da consegnargli come antigrafo dell’edizione e che già su di esso abbia operato tutte o parte delle modifiche che la stampa dimostra rispetto al testo finale di V.→ forse inserimento di un titolo generale? sì→ fra le istruzioni per la stampa spedite da bembo al segretario Bruno fra il 17 luglio settembre 1525 , nessuna riguarda il titolo dell’opera. L’autore si preoccupa della qualita’ della carta e della messa in forma del testo ,chiede che si aggiunga un passo all’inizio del terzo libro e che si elimini da tutte le stampe un refuso ma non da’ indicazioni specifiche sul titolo. La scelta di non far stampare il frontespizio , quella di collocare il titolo esteso sul verso della prima carta e la formulazione del titolo stesso si devono a lui. Non pero’ a lui si deve il titolo abbreviato→ bembo non usa mai questo titolo di prose della volgar lingua , ricorre sempre a iperonimi ai quali si accompagnano aggettivi o perifrasi nelle quali compare per la sequenza lingua volgare o volgar lingua .la forma abbreviata che ricorre piu’ spesso nell’epistolario e’ , prose. il secco prose ricorre come titolo ,nel frontespizio della seconda edizione dell’opera , pubblicata di nuovo a venezia nel 1538(M).→ sul verso del frontespizio della seconda edizione e’ poi riproposto il titolo esteso della prima , con l’aggiunta ,fra l’inizio e la fine , di una sequenza che ,ricomposta da’ conto della novita’ editoriale→ DELLE PROSE DI M. PIETRO BEMBO NELLE QUALI SI RAGIONA DELLA VOLGAR LINGUA SCRITTE AL CARDINALE DE MEDICI CHE POI E’ STATO CREATO A SOMMO PONTEFICE ET DETTO PAPA CLEMENTE SETTIMO DIVISE IN TRE LIBRI. EDITION SECONDA.- seguono i titoli dei tre libri ,identici in tutto e per tutto a quelli di P,anche nella diversa collocazione degli ordinali (primo e terzo a sinistra e secondo a dx, rispetto alla parola libro). La terza edizione progettata dal figlio torquato e dagli esecutori testamentari Querini e Gualteruzzi ,usci’ nella forma definitiva a firenze nel 1549 (T), completa di una dedica a cosimo de’ medici scritta e firmata da Varchi. Quest’ultimo ( come ci descrive Antonio Sorella), stese e firmo’ la dedicatoria al duca premessa ai tre libri ,modifico’ diversi punti del testo predisposto da Bembo e soprattutto fece premettere al volume un frontespizio con un titolo abbreviato, destinato pero’ a scomparire. Dell’edizione torrentiniana esiste infatti una prima impressione con un frontespizio che ha al centro ,lo stemma mediceo sormontato dal titolo “LE PROSE DEL BEMBO” e completato da una didascalia che riporta la data del 1548. Sul verso di questo frontespizio e’ riproposto il titolo esteso che gia’ conosciamo come in M, aperto da DELLE e chiuso con la sequenza TERZA IMPRESSIONE e inoltre il passato prossimo è stato creato diventa passato remoto –fu creato. In seguito il primo fascicolo fu ristampato e sostituito con un cancellans nel quale scomparvero le caratteristiche paratestuali della M e vennero riadattate quelle della princeps → frontespizio fu eliminato e nel verso della prima carta , furono cancellate l’inizio e la fine del titolo esteso ( delle, terza impressione).→ripristino di GUALTERUZZI.
Sempre secondo Sorella la copia su cui lavoro’ bembo per preparare la terza edizione sarebbe un esemplare di P conservato presso la Biblioteca Nazionale di Firenze con la segnatura Postillati 3 il quale contiene postille che lo studioso considera di mano di bembo→non vi e’ comunque alcuna individuazione relativa al’inserimento del titolo diverso da quello esteso in P. dunque dal 1512 al 1547 bembo non attribui’ mai questo titolo , infatti quando si tratto’ di stamparlo e ristamparlo volle sempre indicarlo con il titolo esteso. il titolo vulgato si deve quindi a Varchi per due ragioni: 1- tentativo di conciliare le ragioni del classicismo bembiano con quelle del fiorentinismo (ripresa Lorenzo de’ Medici ,unico stimato nelle prose del 400) 2- Varchi utilizza l’articolo determinativo ”le” per non andare in contraddizione con la regola relativa allla distribuzione della preposizione di e delle sue forme articolate dopo nomi preceduti o non preceduti dall’articolo determinativo(prose III 12).la servitu’ grammaticale descritta da bembo indicata tradizionalmente come legge Migliorini e poi norma della simmetria , e’ sintetizzabile nell’ultima formulazione che ne diede messere pietro: quando la parola che regge il complemento indiretto introdotto da di e’ preceduta dall’articolo determinativo o preposizione articolata , allora la preposizione che apre il complemento indiretto e’ articolata (le immagini della cera) quando invece la parola che regge il complemento indiretto introdotto da di non e’ preceduta dall’articolo determinativo o prep articolata allora la preposizione che apre il complemento indiretto e’ semplice(una imagine di cera). →messa in discussione. Inoltre, bisogna notare ,che con l’altro dialogo volgare c’è una forte contiguità a livello paratestuale. Il codice segnato Cl.VI.4 della biblioteca Querini Stampalia di Venezia (Q)contiene , il testo autografo del primo libro , preceduto, nell’intestazione a c. 1r.,dal seguente titolo esteso : De gli Asolani di M.Pietro Bembo;ne’ quali si ragiona d’amore ; donati da llui a Madonna….|libro primo. Dell’ editio princeps di quest’opera, pubblicata a Venezia per i tipi di aldo Manuzio nel 1505 ,esistono 2 varietà, che differiscono soltanto per la presenza /assenza della lettera di dedica a lucrezia Borgia. Nella seconda edizione (1530,venezia Sabbio) curata personalmente da B, non ci sono più né il frontespizio né il titolo generale che lo marca. La prima carta dispari (A1v) ha al centro la dicitura EDITION SECONDA. Per l’occasione B. rivide minuziosamente il testo dell’edizione precedente alla luce delle indicazioni grammaticali da lui stesso offerte nelle Prose pubblicate 5 anni prima. La terza edizione postuma risulta invece completamente normalizzata nel paratesto. Il frontespizio reca il titolo GLI ASOLANI, in corpo maggiore ,seguito dall’indicazione di M.PIETRO BEMBO e in corpo minore luogo , editore e anno.(p52). Il sospetto avanzato da Dionisotti è portato a pensare che uno di questi arbitrari interventi editoriali abbia riguardato proprio l’inserimento di un titolo in un frontespizio. Sembra proprio che sia per il primo sia per il secondo dei suoi dialoghi in volgare Bembo abbia preteso una stampa senza frontespizio e con titoli estesi e dettagliati , atti a dar conto dell’argomento di cui si ragionava nell’opera e/o nei libri di cui si componeva: l’amore in un caso , la volgar lingua nell’altro. RAGIONARE: all’altezza del terzo decennio del 500 esprimeva una riflessione,parlare,conversare,discutere , argomentare ,dialogare su un determinato tema. Asolani e Prose sono un ragionamento sull’amore e un ragionamento sul volgare strutturati in forma di dialogo. (ultima discussione è sul fatto che prose della volgar lingua sono così per Tavonasis e Vela , i quali hanno ricavato che la stesura dei due libri delle prose vengono trascritti prima del 1521→B. attribuì il titolo della volgar lingua a il de vulgari eloquentia di dante→ dante della volg. Ling./dantes de vulgari idiomate ).. se volessimo rispettare la sua volontà almeno dovremmo chiamarlo prose nelle quali si ragiona della volgar lingua –ma visto che Divina Commedia , Decameron e Canzoniere sono intitolati diversamente daa come li conosciamo , lo chiamiamo così per comodità! IV : La grammatica dell’armonia- Bembo fu per tuttta la vita ,umanista di primissimo piano. le sue edizioni del Canzoniere petrarchesco -1501 e della Commedia-1502, pubblicate nella stessa collana ,di piccolo formato e in carattere corsivo ,in cui erano già apparsi Virgilio e Orazio , da una parte furono il segno dell’era nuova, dall’altra il presupposto concreto dellle prose. All’esperienza maturata attraverso la consuetudine col testo scritto s’accompagno’ la soluzione estetica affidata dall’epistola De imitatione, che nella scelta definitiva dell’ottimo modello per la poesia e per la prosa ,offrì in primo luogo una soluzione raffinata al problema dei rapporti tra l’antica e la nuova lingua; in secondo luogo una solida via d’uscita all’incertezza degli umanisti dell’età di mezzo , figli della generazione del 400 e predecessori del 500; infine una proposta risolutiva nell’ambito del dibattito ormai avviato sul modello linguistico del volgare. Si può ben dire che l’autore delle Prose sperimentò nella vita e nell’opera ,le stesse difficoltà e gli stessi successi di Fortunio , ma su un altro piano e con forze diverse.
Quasi tutti i grammatici hanno guardato al secondo termine di paragone nominale e alla frase comparativa come a due realizzazioni diverse della stessa struttura sintattica ,considerando il termine di paragone nominale una frase comparativa con cancellazione di uno o più costituenti a partire dal verbo→ vari studiosi tra cui il primo in italiano con fornaciari , ,poi da agostini ,pelo ,herczeg.(p 86→la grammatica moderna) A determinare il cambio da come io a come me sarò stato un meccanismo di analogia : nella coscienza linguistica dei parlanti il come introduttore di un secondo termine di paragone nominale è stato percepito come un elemento funzionale equivalente ad a, di ,in con su per tra fra –indagine in diacronia spiega ciò. VI : Dopo le prose, la grammatica silenziosa è un’etichetta applicabile a tre aspetti distinti delle prose nelle quali si ragiona della volgar lingua: 1- le prose sono una grammatica silenziosa non solo perché nel loro terzo libro la forma-grammatica si dissolve nel dialogo fino a renderlo “una meravigliosa selva dove l’esemplificazione della parola e del suo uso prevale sulla classificazione e sulle regole” ma anche perché esse non sono grammatica solo nel terzo libro , ma anche nei primi due →Giuliano de’ Medici (il secondo dei suoi alter ego )da il compito di descrivere le norme del volgare soltanto all’inizio del terzo libro ,ma di fatto lascia che un altro dei partecipanti al dialogo ,Federico Fregoso (suo terzo alter ego; il primo è il fratello Carlo)dispensi regole anche nel primo e nel secondo .( in I si sofferma sul fenomeno della i prostetica, in II-10 da indicazioni su quello che oggi chiameremo fonemi volgari; in II 14 e 16 istruisce sulla collocazione dell’accento e in II,21 da’ conto di alcune forme prodotte dall’aggiunta di un possessivo enclitico ai nomi di parentela e a signore , un nome relazionale che per proprietà semantiche può considerarsi affine ai nomi di parentela : signorso,fratelmo , patremo→ diafasicamente orientate verso il basso e diffuse in toscana e Italia mediana→ determina la caduta di questi termini già a partire dal 500 per cadere in disuso nel 7/800). 2- grammatica silenziosa per quanto riguarda il rapporto che intercorre tra l’opera e il suo autore. Aspetto documentato dalle numerose autocorrezioni , tutte finalizzate alla ricerca di una maggiore aderenza alle forme trecentesche ,soprattutto del Boccaccio, che B. nel lungo percorso dell’autografo conduce all’edizione del 1549 ,apporta al testo senza diretto riscontro in passi prescrittivi o descrittivi espliciti nelle prose .→ permettendoci di sapere come B. la pensava riguardo a questioni grammaticali e formali sulle quali le prose tacciono. 3- alcune scelte linguistiche che B. non codifica né nel terzo libro delle prose né altrove , ma applica con sistematicità nella scrittura dell’intero trattato. Tali scelte hanno il carattere di norme implicite , alle quali i seguaci del classicismo bembiano dedicano , dal 500 all’800, la medesima attenzione che riservano a quelle esplicitamente codificate nel terzo libro delle prose. Una di queste scelte riguarda l’espressione e la collocazione del soggetto a dx del verbo nella frase interrogativa. Nel fiorentino antico la frase interrogativa indipendente dalla totale ( in cui risposte possibili sono si o no) è caratterizzata dall’espressione e dalla collocazione del soggetto nominale o pronominale a dx del verbo. Questa organizzazione frasale è fortemente maggioritaria e perfettamente rappresentata nel Decameron( 91 interrogative tot., 2 presentano il pronome soggetto anteposto al verbo, 78 proposto). In BOCC. È una tendenza , che in B. diventa una regola ,non codificata esplicitamente ma applicata praticamente nella scrittura. La regola sarà silenziosamente seguita nei quartieri della prosa scientifica e letteraria per una precisa spinta imitativa. Una seconda scelta , riguarda un aspetto particolare del sistema dei possessivi e precisamente relativo alla terza persona plurale nell’ambito coppia suo( sua,suoi,sue)/ loro. le grammatiche che descrivono l’italiano antico- in merito quella di Rohlfs(a) si segnala la presenza di entrambe le forme, ma non si precisa quale sia stata in passato la sua consistenza numerica dell’una e dell’altra; l’autore inoltre sembra suggerire che la forma originaria sia stato suo e loro si è aggiunta poi nel 300 di provenienza francese o settentrionale, mai accolta dalla parlata toscana. Nella Grammatica dell’italiano antico di Pennello (b) precisa che il tipo variabile suo è meno frequente dell’invariabile loro. In realtà analizzando tutte le occorrenze presente nei testi fiorentini che fanno parte del corpus TLIO consente di delineare un quadro più preciso di quello descritto da R. e P. nei testi i casi di suo possessivo di 3 pers. Plu. Sono rarissimi – solo due esempi risalenti al XIII e XIV una decina. Se le proporzioni sono queste , la prima forma non può definirsi meno frequente , ma rarissima e occasionale. Rispetto alla norma che nel fiorentino del 200/300 vede in loro , il possessivo sue e suoi suonano come un latiniso intenzionale o indotto.( latinismo intenzionale lo possiamo vedere nel Convivio di Dante ). Questoo quadro non cambia nel 400/500 (testi archiviati nel LIZ)-uniche eccezioni sono Leon Battista Alberti ( libri de familia ), Cellini ( vita ),Guicciardini (ricordi ) Vasari ( vite ).
Peraltro Leon Battista codificò il suo nella Grammatichetta come unica forma di possessivo di terza pers. Plu. B non dà spiegazioni ma nella pratica della scrittura del dialogo accolse la 3 per plu solo con il loro. alla norma implicita si adeguarono sia i classici ( filocolo di Boccaccio , dove vi erano due esempi con suo) , sia autori fiorentini contemporanei : Ariosto , Guicciardini→ quest’ultimo nel fascicolo 31 del codice AGF XVII contiene alcuni materiali ascrivibili agli anni 1538/1540 in cui fa due lunghi elenchi di parole e soprattutto ,una lista di quesiti ortografici ,fonetici, morfologici e lessicali in cui il nome di B ricorreva assiduamente. VII : Il fantasma di B, l’eredità delle prose nella grammaticografia scolastica italiana chiunque confronti l’assetto paratestuale delle prose nelle quali si ragiona della volgar lingua con quello di una qualunque delle grammatiche scolastiche edite dall’ unità d’Italia a oggi è obbligato a constatare che hanno poco a che fare l’una con l’altra. I 46 manuali esaminati da Dalila Bachis nella sua tesi di dottorato dedicata alle grammatiche dell’italiano edite dal 1919 ai giorni nostri hanno tutti un indice , dalla cui analisi si ricava che il materiale linguistico descritto è distribuito in 4 sezioni: ortografia , fonetica morfologia ,sintassi , lessico e formazione delle parole. All’interno di ciascuna sezione la materia è poi articolata in capitoli ,paragrafi e talvolta sottoparagrafi. Invece le prime due edizioni delle prose invece non hanno nulla di tutto ciò, solo macrodivisione in tre libri. La tavola di tutta la contenenza del presente volume secondo l’ordine dell’alfabeto che chiude l’edizione del 1549 non è riportabile alla volontà di B. ma ai curatori dell’edizione Gualteruzzi e Varchi. All’inizio del terzo libro delle p. nel quale si concentra la trattazione della materia grammaticale , Bembo-De Medici avverte il pubblico che illustrerà la particolare forma e stato della fiorentina lingua partitamente e anco partitamente→ flusso continuo e la sua trattazione è marcatamente non schematica. testo complesso e difficilmente consultabile e del tutto inutilizzabile ai fini didattici. eppure la presenza di B. nelle grammatiche(800/900) si fa sentire. per Patota per tre ragioni: 1* Il principio ordinatore delle p. è quello neoplatonico dell’armonia, su cui si fonda anche l’ordinamenti della materia grammaticale→ echi di termini nei titoli e prefazioni come l’idioma gentile, il dolce idioma, armonie della lingua o in cui si evoca la bellezza intrinseca alla lingua italiana e del suo assoluto valore estetico. 2* B. afferma il primato della scrittura sull’oralità e il principio dell’identità tra lingua letteraria e scritta(I,14; I,16). il testo letterario anche antico offre materiale linguistico su cui lavorare negli esercizi ed è presentato come modello da emulare negli esempi. Infatti nel 900 le grammatiche si presentano come avviamento allo studio delle opere letterarie e avviamento a comporre con la lingua dei buoni scrittori. 3*alcune prescrizioni e divieti → topoi d ella nostra tradizione grammaticografica: punti linguisticamente critici che da tempo hanno attirato l’attenzione degli studiosi ,consentendo loro di ricostruire aspetti importanti del rapporto tra norma e uso nella storia dell’italiano: a) in III 16/18 B esclude le forme lui, lei loro dei pronomi personali soggetto ( elli,elllo,ella….)e plurale (ellli,eglino )→stessa esclusione da parte delle grammatiche di Bachis e Catricalà b) in III 19 B prescrive l’uso di li e gli per a lui ,e di le per a lei ( atteggiamento di censura ex silentio per gli e a lei ) c)in III 23 B codifica l’uso di questi e quegli nella sola funzione di soggetto→si fa proprio nel 900 d) in III 30 individua in –a la desinenza dell’uso per la 1 pers. Dell’imperfetto indicativo( 800 preferiscono –o, 900 si applica B) ; e)in III 65 che, condannato uso di subordinate generiche; f)in III 41,prescrive che l’ausiliare da usarecon potere e volere sia lo stesso del verbo all’infinito retto dal servile ;g) in III 56 , il criterio distribuzionale degli avverbi di luogo qui,qua ,costì, costà, lì e là. → questa compresenza delle prose e delle Regole di Fortunio va ricondotta alla vulgata grammaticale, determinata dalla conoscenza del capolavoro di B e da altri due fatti: