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La satira, Persio, Giovenale e Petronio, Appunti di Latino

Riassunto sulla satira, Persio, Giovenale e Petronio

Tipologia: Appunti

2021/2022

Caricato il 01/03/2022

Kheyra16
Kheyra16 🇮🇹

4.5

(19)

53 documenti

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Nella prima età imperiale il genere satirico conosce la sua immediata fioritura tanto nella forma della
satira menippea quanto nella tradizionale forma esametrica. In un’epoca di oggettiva corruzione, la
voce del poeta satirico si leva più alta e severa abbandonando la comprensione dei vizi umani tipica
del sermo oraziano per volgere a fustigare il degrado dei costumi. Mossi dal disgusto e
dall’indignazione Persio e Giovenale non intendono più instaurare con una ristretta cerchia di lettori
un dialogo pacato, alla ricerca di una condotta moderata, ma al contrario si ergono a giudici spietati
della propria epoca denunciandone con asprezza i difetti. L’ampliarsi del pubblico e il declassamento
sociale dell’intellettuale e dell’artista contribuiscono a creare una frattura tra la società e il poeta,
rispetto alla quale egli non può far altro che isolarsi in un aristocratico disegno che rimarca la sua
solitudine. Al dialogo con il lettore subentra qui il monologo e il tono lascia posto alla predicazione
empatica. Questo nuovo atteggiamento determina grandi mutamenti nelle finalità del genere che non
si propone più di utilizzare l’ironia per far sorridere dei difetti ma invece poggia su un moralismo
intransigente che esclude il comico e lo sostituisce con il grottesco. I mutamenti del gusto letterario e
la diversa prospettiva etica favoriscono una profonda trasformazione anche stilistica infatti alla forma
colloquiale del sermo oraziano si sostituisce la mescolanza di registri linguistici e un gusto realistico
che è incline alla formazione espressionistica, funzionale alla rappresentazione di un mondo
degradato dal vizio. Del resto se redimere gli esseri umani è un’impresa impossibile, il poeta non cerca
più di essere compreso ma invece accentua il desiderio di stupire il pubblico anche in relazione a testi
poetici destinati non alla lettura ma all’esecuzione pubblica durante le recitaziones.
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Nella prima età imperiale il genere satirico conosce la sua immediata fioritura tanto nella forma della satira menippea quanto nella tradizionale forma esametrica. In un’epoca di oggettiva corruzione, la voce del poeta satirico si leva più alta e severa abbandonando la comprensione dei vizi umani tipica del sermo oraziano per volgere a fustigare il degrado dei costumi. Mossi dal disgusto e dall’indignazione Persio e Giovenale non intendono più instaurare con una ristretta cerchia di lettori un dialogo pacato, alla ricerca di una condotta moderata, ma al contrario si ergono a giudici spietati della propria epoca denunciandone con asprezza i difetti. L’ampliarsi del pubblico e il declassamento sociale dell’intellettuale e dell’artista contribuiscono a creare una frattura tra la società e il poeta, rispetto alla quale egli non può far altro che isolarsi in un aristocratico disegno che rimarca la sua solitudine. Al dialogo con il lettore subentra qui il monologo e il tono lascia posto alla predicazione empatica. Questo nuovo atteggiamento determina grandi mutamenti nelle finalità del genere che non si propone più di utilizzare l’ironia per far sorridere dei difetti ma invece poggia su un moralismo intransigente che esclude il comico e lo sostituisce con il grottesco. I mutamenti del gusto letterario e la diversa prospettiva etica favoriscono una profonda trasformazione anche stilistica infatti alla forma colloquiale del sermo oraziano si sostituisce la mescolanza di registri linguistici e un gusto realistico che è incline alla formazione espressionistica, funzionale alla rappresentazione di un mondo degradato dal vizio. Del resto se redimere gli esseri umani è un’impresa impossibile, il poeta non cerca più di essere compreso ma invece accentua il desiderio di stupire il pubblico anche in relazione a testi poetici destinati non alla lettura ma all’esecuzione pubblica durante le recitaziones.

L’unica sua opera conservata è la raccolta delle satire rivista e corretta dal maestro Annio Cornuto ed edita postuma nel 62 dall’amico Cesio Basso. Il Liber comprende sei satire in esametri di ampiezza diversa ed un breve testo in Coliambico. Questo componimento svolgeva probabilmente in origine la funzione di prologo programmatico. Le singole satire, strutturate a volte in forma dialogica ma molto più spesso come lettere in versi, vertono su tematiche morali ricorrenti nell’ambito storico. Nei singoli componimenti Persio non sviluppa le proprie argomentazioni in modo lineare e organico infatti lo stesso tema delle satire non è delineato con chiarezza ma risulta piuttosto un libero susseguirsi di singoli quadri narrativi. Il passaggio da una sequenza all’altra è improvviso e ne deriva quindi un colorito ritratto della società del tempo, evocata tramite immagini realistiche che ne riproducono abitudini, vizi e manie. Contribuisce all’impressione di immediatezza la scelta della forma dell’epistola inversi rivolta ad un destinatario reale Persio si inserisce all’interno del genere della poesia satirica rifiutando con fermezza la produzione mitologica e tragica, slegata dalla realtà quotidiana, per perseguire invece una poetica realistica. Persio si contrappone perciò al vuoto formalismo dei letterati suoi contemporanei i quali, inseguono una raffinatezza fine a sé stessa e nutrono la propria ambizione con una poesia priva di morale. Egli contrappone infatti una poesia forse sgradevole ma utile, che si sforza di guidare la società verso la correzione dei propri costumi. La scelta della materia realistica induce l’autore a ricercare i propri modelli in Lucilio e in Orazio. Caratteristica della satira di Persio è la polemica nei confronti della corruzione del proprio tempo, contro la quale l’autore svolge una condanna sprezzante. La società contemporanea viene osservata con distacco e colpita nei vizi con indignazione che rispecchia il rigore etico della dottrina stoica. La satira di Persio è sicuramente lontana da ogni forma di indulgenza e attacca la degenerazione dei costumi assumendo le forme dell’invettiva violenta sarcastica, implacabile nello smascherare l’ipocrisia. L’autore prende le distanze dei suoi contemporanei chiudendosi in un isolamento, lontano dal mondo e dai suoi mali Il risentito moralismo che anima le satire di Persio si esprime soprattutto nella potenza espressionistica delle immagini con cui l’autore evoca il vizio con lo scopo di suscitare nel lettore una reazione istintiva di rifiuto. Egli si pone come una sorta di medico dell’anima e dice che la terapia più efficace consiste nell’affidarsi non alla forza del ragionamento ma alla violenza dell’invettiva e alla minuziosa descrizione degli effetti concreti dei vizi. Assecondando il gusto per l’eccesso Persio indugia compiaciuto sulla fenomenologia del vizio, dipingendo quadri raccapriccianti che attraverso l’insistenza sui dettagli legati alla corporeità, intendono provocare il disgusto nel lettore e quindi, il suo ravvedimento morale L’esigenza realistica, unita allo scopo morale, si traducono in Persio nell’adozione di uno stile arduo e complesso. La sintassi ricorre a costrutti insoliti che sembrano riflettere una visione della realtà distorta. La Ricerca di una forma espressiva artificiosa è evidente nell’uso di accostamenti insoliti di termini, all’interno di quella che l’autore definisce Iunctura Acris, Ossia nessi inconsueti e tali da

è che questa sorte tocchi soprattutto agli intellettuali e agli artisti, i quali in un’epoca di decadenza della cultura, per avere poche Cose per sopravvivere, devono assecondare i gusti dei loro protettori, abbassandosi all’adulazione e alla stesura di opere come libretti e pantomime Alla violenza della denuncia non si accompagna una concreta proposta di mutamento infatti l’unico punto di riferimento positivo che si prospetta per Giovenale è rappresentato dall’idealizzazione del passato e dei valori del Mos Maiorum, rimpianti e ormai perduti. Questa utopia regressiva lo isola ancora di più dai suoi contemporanei, e ricorre con frequenza nelle satire con il vagheggiamento di un tempo di onestà e moralità. Al rimpianto per quella sorta di età dell’oro si affianca l’idealizzazione della vita semplice della provincia italica in cui sembra possibile ritrovare i valori dell’industria e della sobrietà dei costumi. In ogni caso nel tempo o nello spazio Giovenale si proietta in un altrove consolatorio, opposto ad una realtà percepita come soffocante. A causa dell’ottica tradizionalista e conservatrice Giovenale assume un atteggiamento sprezzante nei confronti di tutte le culture straniere, anche nei confronti degli immigrati di provenienza orientale, verso i quali il poeta manifesta un disprezzo che simile al razzismo, presentandoli come inferiori e Rozzi. Nella stessa ottica va intesa l’invettiva contro l’immoralità e vizi delle donne a cui è interamente dedicata la satira sesta, uno dei testi più noti della misoginia antica. Troppo libere ed emancipati, rovina di mariti e dei figli, esse vengono presentate come dedite al lusso e schiave dei piaceri carnali. La poetica di Giovenale rivolta in modo specifico alle matrone sottolinea anche la distanza che le separa dalla pudicizia e dalla castità che contraddistinguevano le donne virtuose della Roma di un tempo. La violenza che caratterizzava le prime Satire, sembra stemperarsi nella parte finale dell’opera. In particolare negli ultimi due libri Giovenale assume toni pacati e meno astiosi, ampliando lo sguardo dall’osservazione più generale di difetti umani, analizzati con ironico distacco, nella convinzione che è forse più saggio sorridere dei mali e dei vizi. A questo mutamento si accompagnano il recupero di temi della diatriba e l’invito alla rassegnata accettazione della realtà che non esclude però il riemergere, soprattutto negli ultimi componimenti, della visione polemica più tipica dell’autore. Nell’opera di Giovenale, la tendenza ad enfatizzare il carattere dei vizi della società contemporanea comporta una rappresentazione della realtà in termini deformati e grotteschi, in cui gli aspetti negativi Risaltano. A tale scelta si accompagnano importanti innovazioni stilistiche tra le quali una forma espressiva elevata, che attinge al repertorio dell’epica e della tragedia. La descrizione della vita quotidiana assume inoltre una marcata coloritura espressionistica. Sul piano linguistico i versi di Giovenale si caratterizzano per l’uso di un impasto in cui si mescolano termini bassi e colloquiali con vocaboli ricercati e arcaici. Il tono si mantiene empatico e ricco di pathos tramite il frequente ricorso ad esclamativi, interrogative, retoriche ed espressioni divenute poi proverbi.

Sotto il nome di Petronio c’è stato tramandato un lunghissimo frammento narrativo in prosa, mutilo della parte iniziale e di quella finale, e lacunoso in più punti, il Satirycon. I codici che ci hanno tramandato il satirycon indicano l’autore come Petronio Arbiter, senza dare alcuna notizia su di lui e per di più fino agli inizi del III secolo nessuna delle fonti antiche accena mai a questo scrittore. Tuttavia alcuni riferimenti interni sembrano condurre ad una cronologia collocabile tra il principato di Caligola e quello di Nerone e rendono attendibile l’ipotesi che si tratti di Gaio Petronio di cui parla Tacito nei suoi Annales. La parte dell’opera a noi giunta comprende la narrazione corrispondente ai libri 15 e 17, cui vanno aggiunti circa 50 frammenti di tradizione indiretta. Il tessuto narrativo è in prosa ma troviamo anche parti diverse, spesso corrispondenti a monologhi interiori del narratore/protagonista. Protagonisti del satirycon sono due scholastici, studenti squattrinati e girovaghi, Ascilto ed Encolpio, Che funge da voce narrante. I due si contendono i favori sessuali di Gitone, Un ragazzino che viaggia insieme a loro. Da vari riferimenti ai contenuti dei brani si ricava che Ecolpio, per una colpa imprecisata, Sia stato reso impotente dal Dio della fertilità. Questi fatti dovevano essere narrati nella parte iniziale dell’opera, perduta e forse ambientata a Marsiglia mentre le vicende contenute in quella giunta noi sono ambientate in una Grecia Urbs dell’Italia meridionale Il carattere composito dell’opera di Petronio crea molte difficoltà a chi prova ad inserirlo all’interno di un genere letterario ben preciso. Il satirycon rappresenta infatti una sorta di rovesciamento a carattere parodistico del romanzo greco, visto che alla tradizionale coppia di innamorati si sostituisce prima un triangolo omosessuale poi un terzetto di malandrini. alcune parti si riallacciano al filone popolare della fabula Milesia, si tratta di novelle del contenuto comico e il più delle volte licenzioso, che ebbero successo presso il pubblico antico meno esigente. Tuttavia i racconti di tipo Milesio inseriti

su temi strampalati e fuori dalla realtà mentre Agamennone scarica tutte le responsabilità sui genitori degli studenti, i quali, avendo come unico obiettivo quello di assicurare i figli una posizione prestigiosa in poco tempo e col minimo sforzo, non chiedono per essi un’approfondita preparazione culturale. Si tratta di testi che presentano un fondo di verità ma che si limitano a scalfire la superficie del problema senza indagarne le cause profonde. Ben altre infatti erano le ragioni che avevano condotto al degrado di un’arte nobile come l’eloquenza e si trattava di ragioni politiche come la fine della Repubblica e l’avvento dell’autocrazia imperiale che avevano eliminato ogni forma di libera competizione e sradicato l’eloquenza dal Senato e dal foro, relegandola nel chiuso delle scuole e delle accademie Anche se lo Stato lacunoso del satirycon, ci impedisce di stabilire in modo certo la sua estensione originaria, rimane il fatto che più di un terzo dei capitoli giunti sono occupati dal lungo episodio noto come Cena Trimalchionis, Una sorta di romanzo nel romanzo che costituisce la parte più celebre di tutta l’opera. Come in altri casi, Petronio utilizza in modo originale gli spunti offerti dalla tradizione relativa a descrizioni di banchetti costruendo quella che egli stesso presenta come una sorta di opera buffa. Un elemento innovativo rispetto a tale tradizione è dato dalle velleità letterarie di Trimalchione che non si limita ad ostentare la sua opulenza ma improvvisa anche versi e ha una vera e propria mania per Virgilio. Sesso, cibo, escrezioni corporee, ricerca del piacere e pensiero della morte si mescolano come ingredienti di un pastone nauseabondo per tutta la durata del banchetto Per la cena Petronio attinge ad un genere letterario, che sebbene minore rispetto a quello epico o tragico aveva già una tradizione risalente ai poemi omerici, dove il banchetto può trovarsi tra le scene tipiche come quella del sacrificio, dell’ambasceria, della vestizione del guerriero e altri ancora. In seguito il simposio aveva assunto in Grecia valenza etico politiche e filosofiche, mentre in epoca più tarda, Plutarco Avrebbe dato a questo tipo di ambientazione un taglio erudito ed enciclopedico. Accanto al filone serio del genere simposiale, ne esisteva però anche uno comico e satirico del quale abbiamo un esempio con la satira di Orazio Tra le opere dell’antichità tramandate il satirycon è sicuramente quella a cui sembrerebbe più giustificato applicare il termine realismo. Nelle letterature moderne la nozione di realismo è applicabile ad opere di genere diverso con personaggi di qualsiasi estrazione sociale, che possono essere tratteggiati in modo sia grottesco sia serio sia tragico. Nelle letterature antiche invece ciò è riservato solo ad opere di stile non elevato, come la commedia la satira o il mimo, inoltre i personaggi, in genere di ceto medio basso, presentano sempre connotazioni comiche o tragicomiche. Infine il realismo antico esclude analisi di tipo storico e socio economico mentre romanzi di Balzac o Tolstoj non solo ambientano le vicende narrate entro la contemporanea cornice storica, ma la spiegano attraverso quella. Eppure entro questi limiti il satirycon sembra per molti versi anticipare il canone dell’impersonalità infatti non appare probabile che delle idee di Petronio si faccia portavoce Encolpio, Né altri personaggi. Semmai è vero che da tali figure la personalità dell’autore si possa ricavare in negativo nel senso che Petronio, raffinato e disincantato, ha voluto mettere in scena una ridicola rappresentazione di pseudo intellettuali, pronti a vendersi al miglior offerente e a sfogare le loro frustrazioni con goffw tirate poetiche. Dunque l’autore nascosto si limita a fare capolino e con il lettore colto a sorridere

amaramente su una società ormai allo sbando, affetta da un male oscuro per il quale non viene proposto ne esiste alcun rimedio. In questa prospettiva la dimensione tragica finisce con l’intravedersi tramite l’apparenza burlesca degli episodi e delle situazioni, una sorta di pirandelliano sentimento del contrario che non a caso è stato colto in certe riscritture moderne del romanzo Per quanto riguarda lo stile si tratta di una riscrittura in chiave colta di forme espressive popolari delle quali possiamo avere un’idea solo tramite documenti non letterari come iscrizioni murali. Ciò che distingue l’autore del satirycon è la continua variazione dei registri lessicali e stilistici, che vanno dall’eleganza quasi attivista alla turgida enfasi Assiana passando poi per l’eloquenza ampollosa. Il trionfo di questa straordinaria capacità mimetica di Petronio è rappresentato dalla cena di Trimalchione, in cui il fitto parlare dei parassiti e dei liberti si traduce in un colorito pastiche Di espressioni gergali, soleicismi, improbabili grecismi, inauditi diminutivi e vari volgarismi che sembrerebbero attestare come già fosse avviato il passaggio dal latino alle lingue romanze