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Sintesi del Testo di Elena Fierli per lo studio
Tipologia: Appunti
Offerta a tempo limitato
Caricato il 11/01/2023
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Introduzione Questo lavoro nasce dall’unione tra la nostra esperienza nella formazione e l’analisi del ricco universo degli albi illustrati, i ruoli in famiglia e nelle professioni, il corpo, le emozioni, le fiabe e i modelli familiari. Il nostro lavoro di ricercatrici e formatrici è quello di ragionare sulla formazione dell’identità di genere e sul portato culturale nel nostro modo di vivere andando a leggere decostruendo stereotipi, facendo indossare delle “lenti”, che ci permettano di osservare e leggere la realtà in modo nuovo. Dalle pagine di questi libri passa la costruzione dell’immaginario di bambini e bambine nonché la definizione dei rapporti tra i generi. Il nostro modo di essere è frutto dell’educazione ricevuta a scuola e in famiglia e il contesto in cui viviamo, proprio da qui nasce il bisogno di effettuare questo lavoro, l’osservatorio online Leggere senza stereotipi, una ricerca in continuo aggiornamento che rispecchia la coralità e la pluralità di sguardi e competenze che caratterizzano il lavoro di SCOSSE (soluzioni comunicative studi servizi editoriali, è un’associazione di promozione sociale nata nel 2011 con spin-off universitario dell’università degli studi Tor Vergata di Roma da un gruppo di giovani donne con la comune volontà di lavorare per valorizzare delle differenze e l’inclusione sociale e per la promozione di una cultura libera e aperta per tutti e tutte. CAPITOLO 1 L’albo illustrato. Il libro strumento: la lettura con bambini e bambine, la lettura in famiglia, lo strumento formativo per gli adulti (Giulia Franchi) Numero limitato di pagine, formato quadrato o quasi, testo essenziale, racconto semplice costruito dall’intreccio di immagini e parole, ritmo dettato dal susseguirsi delle doppie pagine, il picture book, è un’originale forma di libro che parla in modo diretto a bambini e bambine stimolandone curiosità ed emozioni. Affermatosi in America nei primi anni Sessanta approda in Italia nella seconda metà del decennio grazie a editrici coraggiose come Rosellina Archinto che, di ritorno da un viaggio oltreoceano, fonda nel 1966 la Emme Edizioni traducendo autori come Leo Lionni e Maurice Sendak e pubblicando artisti come Iela Mari e Sonia Delaunay. Grazie a questi albi immagini e parole narrano insieme una storia, altre volte l’immagine aggiunge dettagli al testo, ci aiuta ad andare oltre e a leggerlo in profondità, altre ancora i due linguaggi si fanno da “contrappunto” e ci offrono punti di vista diversi sulla storia, altre infine si contraddicono giocando con ironia sull’ambiguità del messaggio. Fino ad arrivare ai libri senza parole in cui il testo scompare e l’intera narrazione è affidata alla sequenza delle immagini. L’albo non si limita però solo a immagini e parole, in esso sono fondamentali la copertina, i risguardi, il frontespizio, la scelta del formato, della rilegatura e della carta, dimostrando come quest’ultimo sia un oggetto a tutto tondo definito e costruito non secondo una scelta arbitraria della casa editrice ma che fa riferimento alle volontà dell’autore che lo plasma a suo piacimento rendendolo così un libro-oggetto o meglio un libro-progetto che per i bambini diventa un oggetto unitario la cui essenza è inestricabile dalla sua presenza materiale e concreta. Non c’è una parte che prevalga sull’altra: le parole, le figure, la copertina ecc. Tutto ciò che compone il libro fa parte di esperienza di lettura. La novità del picture book e la sua capacità di catturare lettori e lettrici, passano anche attraverso una diversa tipologia di storie, libere e “antipedagogiche” per dirla con Antonio Faeti, storie lontane da un’immagine del mondo dell’infanzia che toccano temi universali, che parlano di ambiente e di identità che portano a galla emozioni e paure, curiosità verso mondi sconosciuti. L’albo illustrato è quindi un oggetto complesso, dotato di molteplici livelli di lettura, groviglio inestricabile di parola e immaginazione, carta e inchiostro, realtà e finzione. E la sua forza sta nell’essere allo stesso tempo familiare e rassicurante, accessibile e immediato, sorprendete e misterioso capace di suscitare curiosità e stupore. Un albo di qualità può aiutare a trovare le parole per raccontarsi, costruendo anche un
immaginario ricco, aperto all’altro sé, fatto di avventure, possibilità, scoperte. Per le sue enormi potenzialità è fondamentale che ogni bambino e ogni bambina abbia accesso ad albi illustrati, dimostrandosi come sia cruciale il ruolo delle famiglie ad educarli alla lettura come anche ad educatori/educatrici. Ne è una chiara dimostrazione la rete Nati per leggere, nata nel 1999 dall’alleanza tra l’Associazione Culturale Pediatri, L’Associazione Italiana Biblioteche e il Centro per la Salute del Bambino con l’obiettivo di promuovere la lettura in famiglia sin dalla nascita, una lettura ad alta voce, condivisa e ripetuta in modo da dare un’influenza positiva e soprattutto consolidare quell’abitudine alla lettura. L’albo illustrato, sfogliato da soli ma ancor più accompagnato da una voce e da una mediazione adulta, è quindi uno strumento prezioso per imparare a costruire relazioni solide e paritarie, per imparare a leggere e a scrivere, per stare bene. Ma le caratteristiche dell’albo ne fanno anche uno strumento unico di educazione definito come rivoluzionario. L’albo illustrato inoltre può essere considerato come “la prima galleria d’arte che un bambino può visitare” come afferma Kveta Pacovska (artista Ceca). Non un’educazione all’arte, ma un’educazione attraverso l’arte che conduce il bambino a una prima alfabetizzazione al visivo, non trattandosi soltanto di introdurre al mondo del libro, della pittura, del disegno; piuttosto educare all’esperienza estetica, intesa come capacità creativa di collegare elementi diversi, interpretarli, rilanciarli oltre la nostra immaginazione. Apprendimenti che sono necessari al vivere in senso assoluto. Come disse Jella Lepman, “l’incontro con l’albo genera nel bambino benessere psicofisico, sviluppo di capacità cognitive e relazionali e educazione al visivo. Lei, che viene dalla Germania nazista, vede nei libri un motore di cambiamento: “poco a poco... facciamo in modo di mettere questo mondo sottosopra nuovamente nel verso giusto, cominciando dai bambini. Mostreranno agli adulti la via da percorrere”. E così Jella Lepman scrive una lettera a venti nazioni chiedendo l’invio dei migliori albi illustrati i più rappresentativi della cultura di ogni paese formando una bellissima e rivoluzionaria mostra itinerante di albi illustrati. È inoltre a Lepman che si deve la nascita di IBBY (international board on books for young people), associazione internazionale di promozione alla lettura che lavora per garantire l’accessibilità a libri di qualità a bambine e bambini di ogni luogo del mondo potendo essere ponte di scambio tra culture. Ma perché tutto ciò possa avvenire, perché ci possa essere una vera promozione alla lettura, una prima alfabetizzazione al visivo, una profonda valorizzazione delle differenze, serve innanzitutto che le figure adulte di riferimento siano in grado di leggere davvero questi libri, di decodificarne i codici e messaggi. Avere gli strumenti per comprendere criticamente un testo visivo significa anche imparare a osservare le modalità di lettura per offrire ai bambini corretti stimoli. Serve avere le giuste lenti per riconoscere gli stereotipi culturali o di genere, avendo inoltre la capacità di guardare oltre, calarsi nell’immagine e nella sua profondità dando aiuto ai più piccoli nell’esternare le proprie emozioni a collegare l’opera al proprio vissuto e alla propria esperienza. Ecco perché la centralità data nel nostro lavoro ai percorsi di formazione, ecco il perché di uno strumento come leggere senza stereotipi, perché la ricchezza dei libri, la forza degli strumenti di mediazione, arrivi a chi accompagna i bambini nella costruzione delle loro identità. L’osservatorio: i libri a tema e no, l’editoria italiana e il panorama internazionale (Elena Fierli) Leggere senza stereotipi è nato quasi per caso, o meglio in corso d’opera. Quando alcuni anni fa abbiamo iniziato a trattare le questioni di genere e lavorare sulla trasmissione degli stereotipi legati alla fascia 0-6, abbiamo cominciato ad analizzare gli strumenti che avevamo a disposizione e ci siamo rese conto del grande potenziale che la letteratura per l’infanzia può avere nell’affrontare le questioni di genere. Da sempre usiamo gli albi illustrati sia nella lettura ad alta voce che nella mediazione di altri linguaggi, come ad esempio l’arte contemporanea, considerandoli come strumenti potenti nella mediazione culturale, soprattutto nella fascia 0-6. Ci siamo date rigorosi criteri di selezione l’alta qualità delle immagini, del
formazione di scuole e asili. Seppur ancora con una certa lentezza rispetto all’Europa del nord, l’editoria catalana, affronta già da molti anni il problema dello sradicamento degli stereotipi. Poco a poco si comincia a trovare una interessante produzione di albi di qualità che propongono modelli positivi. Sulla base di tutto ciò abbiamo voluto presentare una selezione di albi e tracce di percorsi laboratoriali da proporre a bambini di 0-6 anni, convinte che dalla libera costruzione dell’immaginario si possa e si debba partire: Suzy Lee Trilogia del limite (Giovanni Lancia) Mirror, L’onda e Ombra, tre albi illustrati che raccontano le avventure di una bambina senza l’uso di parole, e pagina dopo pagina la bambina impara a misurarsi con se stessa e a conoscere il mondo che la circonda. In Mirror avviene una scoperta di sè attraverso lo specchio, ne L’onda lo specchio lascia il posto a un elemento esterno che suscita la curiosità della protagonista, il mare, inizia così un dialogo ritmico tra le onde e la bambina che la porterà a misurarsi con la paura di andare incontro a qualcosa di sconosciuto, il coraggio di provare e la soddisfazione di riuscire a vincere le proprie paure. In Ombra, una cantina piena di oggetti da vita a un’avventura in cui la realtà e il mondo delle ombre si mescolano, gli oggetti allora prendono vita, si trasformano in animali più o meno spaventosi. A riportarla alla realtà è l’accendersi della luce e il richiamo della mamma. Sulla base di questi tre albi Suzy Lee ha pubblicato “La trilogia del limite” dove spiega la crescita, la presa di consapevolezza prima attraverso l’osservazione e la scoperta di sé poi nel confronto con un elemento esterno. Lee, parla del limite segnato dalle nostre paure, dell’ignoto, che qui viene sperimentato, usato e superato dandoci anche a noi lettori un coinvolgimento che ci spinge ad andare oltre a prendere coraggio e a stupirsi e tutto acquisisce un nuovo significato, un nuovo senso e un nuovo colore. Schede: WILLIAM WONDRISKA, TUTTO DA ME, Corraini, 2009. NIKOLAUS HEIDELBACH, COSA FANNO LE BAMBINE, Donzelli, 2010 c 1993 e COSA FANNO I BAMBINI?, Donzelli, 2011 c 1999. CAPITOLO 2 Essere maschi e essere femmine e non solo. Corpi differenziati, costruzione dell’identità e stereotipi Premessa (Sara Marini) Proposte pedagogiche e culturali – stereotipi e antistereotipi- valorizzazione delle differenze Siamo tutti nati in un mondo fatto di relazioni sociali che determinano chi e come siamo, sono queste a costruire credenze e culture, a istituire tabù, a condizionare i comportamenti, a generare sistemi di pensiero. Noi agiamo e in larga misura pensiamo secondo come “usa”, come “è giusto”, come “viene automatico”, come “è normale”. Il primo è il valore simbolico odierno del rosa e del celeste nel rappresentare la differenza di genere: per secoli i bambini e le bambine sono stati vestiti unicamente di bianco e spesso di celeste, colore del velo della madonna, era associato alle bambine. Solo negli anni 50 del ventesimo secolo i due colori hanno assunto il ruolo genderizzante che ricoprono ancora. Il secondo esempio è tratto da un saggio di Elisabeth Badinter dal quale si evince la matrice culturale dell’istinto materno. In L’amore in più. Storia dell’amore materno, Badinter racconta come in Francia, tra 1500 e 1800, le famiglie abbienti mandassero i neonati/e a balia per riaccoglierli in casa solo anni dopo. Mentre nelle campagne contadine,
la tendenza era quella di accoglierne il maggior numero possibile, anche a discapito della cura e della nutrizione. Le pressioni che su di noi esercitano le relazioni, i modelli culturali, l’interazione delle culture, le narrazioni che circolano, le fiabe, determinano ciò che siamo, come gli altri ci vedono e come noi ci percepiamo. Dunque nasciamo, corpi da un corpo, sessuati, con differenze fisiche e biologiche anche se inconsapevoli. Da quel momento inizia il percorso in cui l’interazione, gli stimoli esterni e le nostre risposte, i legami significativi, il valore che assumono i gesti, i comportamenti, i racconti e il sistema di valori delle figure adulte di riferimento, ci rendono quello che siamo. Questo percorso, nel periodo della prima infanzia, può essere schematizzato in alcune tappe universali della crescita, fatta salva l’individualità di tempi, modi ed esiti. Ed è proprio nel periodo che va da 0 a 6 anni che avviene la scoperta di sé e dell’altro da sé come entità distinte. Si riscontra la graduale percezione dell’alterità, del proprio corpo e del fatto che il corpo abbia un sesso, qualcosa di curioso e peculiare che lo connota e lo distingue. Intorno ai due anni la differenza sessuale diventa uno dei criteri attraverso cui dicotomicamente si approccia e si legge la realtà. Qui il sesso biologico è percepito però come un carattere instabile, che muta, e la piena consapevolezza della “costanza” si assume soltanto verso i 3-4 anni. In questa fase ci interessiamo e ci lasciamo condizionare consapevolmente ma in gran parte inconsapevolmente, da tutti gli aspetti socio-culturali legati al sesso,. il rinforzo sociale, familiare ed educativo di queste continue associazioni al genere è ciò che determina la nascita di stereotipi, nonché il frutto di categorizzazioni operate per afferrare la realtà circostante e comprenderla: possono rivelarsi meccanismi necessari a chi sta formando la propria sfera cognitiva, ma allo stesso tempo risultano incapaci di rispecchiare la vastità del possibile, la pluralità delle differenze. La soluzione non sta nel sostituire a uno stereotipo il suo opposto, lasciando invariata la cornice, senza intaccare il sistema. È importante che la mente infantile si eserciti a trovare autonomamente soluzioni e vada dove la conducono la propria esperienza, la fantasia e la negoziazione. Le associazioni di genere nell’infanzia si sperimentano attraverso il gioco, soprattutto quello simbolico, nelle routine domestiche e lavorative, con i travestimenti. Da parte adulta occorre un’offerta e una disposizione d’animo che permettano di sperimentare in tutte le direzioni, che non limitino la propensione a imitare tutto e a soffermarsi su ciò che si preferisce, avendo così modo e occasione di comprenderlo. Bisogna rinforzare l’identità del bambino in cui domina l’esigenza di rinforzare la propria identità, si cerca accettazione assecondando e provocando, confrontandosi vicendevolmente per appartenenza ed esclusione, conformità e difformità. Finora questa è la fase più critica per la trasmissione e l’introiezione di stereotipi che possano condizionare la crescita dei bambini/e, limitando la libertà di scegliere chi e come diventare. Lo scarto tra le potenzialità di ciascuno, il loro dispiegarsi, le concrete possibilità di realizzarsi in futuro è nelle nostre mani, aspetti fondamentali della personalità si consolidano in questo periodo. “posso essere tutto! E se posso io, perché non tu?” Questo è il primo passo per acquisire coscienza delle proprie e delle altrui potenzialità, a partire dalle quali è possibile sognare e immaginarsi nel futuro, progettare, riconoscendo l’esistenza e la dignità di altre identità. D'altronde noi siamo immersi in un bagno culturale e interculturale; abbiamo alle spalle una famiglia con una sua configurazione, svolgiamo dei compiti e delle funzioni, perché ci sono assegnati automaticamente o perché siamo portati a farlo tutte funzioni che hanno alla base l’educazione ricevuta, stimoli introiettati, sogni o proiezioni infantili. Dunque tutti noi viviamo e continueremo a vivere grazie alle RELAZIONI.
GENICHIRO YAGYU, EL MAPA DE MI CUERPO, Media Vaca, 2008. KARLA KUSKIN, MARC SIMONT, PRIMA DELLA PRIMA. L’ORCHESTRA SI VESTE, Terre di mezzo editore, 2015 ROBIE H. HARRIS, NADINE BERNARD WESTCOATT, COME SIAMO FATTI? TUTTO SUI CORPI DELLE BAMBINE E DEI BAMBINI, Edizioni EL, 2013. LA MAMMA HA FATTO L’UOVO, EL- Emme edizioni, 1993.
Le sagome del corpo Le attività che si possono fare a partire dalle sagome permettono di lavorare sul corpo, mettendo al centro tanto la percezione individuale che il lavoro di gruppo. Percorso nido e scuola dell’infanzia. Mi vedo così Ogni bambino e bambina realizza la propria sagoma che sarà poi completata vestendola, dotandola di caratteri e attributi, arricchendola con oggetti ed elementi decorativi (importante offrire materiali differenti) che permettano di esprimere liberamente il bambino. Già al nido è possibile unire questo lavoro con le attività davanti allo specchio. Così potranno scoprire le corrispondenze tra immagine riflessa e quella rappresentata. Dopo aver sperimentato, osservato e preso confidenza individualmente con la propria sagoma, la proposta sarebbe arricchita dallo scambio con compagni e compagne attraverso il lavoro in coppie approfondendo più punti di vista. Può essere la conclusione di un lavoro sulle fiabe in cui ogni bambino sceglie quale personaggio interpretare: può essere collegato a un progetto sui mestieri e le professioni o sulla proiezione di “come sarò da grande”. Percorso scuola dell’infanzia. Nominare il corpo Ogni bambino e ogni bambina completa la propria sagoma con le parti del corpo indicandone il nome e le funzioni reali o immaginarie, cui le associa. Questo consente di lavorare sullo schema corporeo scegliendo una visione anatomica realistica con interpretazione del tutto personali e fantastiche del “come siamo fatti”. Infine l’associazione del nome alle parti del corpo e ai fenomeni rappresentati permette di familiarizzare con essi arricchendo il vocabolario. Le bambole di SCOSSE (Elena Fierli) Un neonato e una neonata , un bambino e una bambina, un maschio e una femmina adolescenti, un uomo e una donna, un anziano e un’anziana. È il set di bambole di Scosse ideate in occasione del corso di formazione La scuola fa differenza 1, anno 2013-2014, e realizzato dal lab sartoriale della Cooperativa Zajedno di Roma. Dieci bambole di stoffa, ciascuna con i propri abiti colorati, facili da mettere e togliere, la cui peculiarità è di avere i caratteri sessuali rappresentati in modo realistico, attraverso il passaggio del tempo e nel loro mutamento differenziano negli organi sessuali, nella comparsa di peli, nel colore dei capelli, nelle dimensioni del seno. L’idea è nata dal nostro desiderio di sottrarre, soprattutto nella spazio-tempo del gioco, il corpo all’immutabilità in cui è ingabbiato. Lo spunto è arrivato dall’osservazione di un set analogo, prodotto dal Dipartimento comunale per i servizi educativi di Ciutat Vella, quartiere popolare del contro storico di Barcellona, e distribuito, all’interno di una valigetta insieme ad albi illustrati, giochi, schede didattiche, alle scuole dell’infanzia per affrontare il tema della violenza domestica.
Le emozioni L’espressione dei sentimenti e delle emozioni. Educare nella relazione (Sara Marini) Altro tema che riveste un ruolo di primo piano nella differenziazione di genere è quello dell’espressione di emozioni e sentimenti, nonché il modo di relazionarsi, le capacità di gestire dinamiche di gruppo, di affrontare la solitudine, di sviluppare l’autonomia, la concentrazione, l’autostima, l’espressione verbale, l’apprendimento e l’uso della lingua, la familiarizzazione con alcune attività rispetto ad altre, la scelta dei giochi e dei giocattoli, il rapporto con il proprio corpo e con l’espressione corporea. Anche in questo caso la responsabilità educativa è enorme. Nel 1973 Elena Gianini Belotti riporta queste spiegazioni, raccolte tra insegnanti, riguardo le differenze di comportamento tra maschi/femmine: “ i maschi sono più chiassosi, più vivaci, più aggressivi.. le bambine sono più docili, servili, dipendenti dal giudizio dell’insegnante, deboli e piagnucolose”. Ma oggi come negli anni 60 la neutralità educativa è solo presunta: i bambini sono ancora ripresi o derisi se piangono, le bambine apostrofate come maschiacci se irruenti, violente o semplicemente intente a compiere giochi di movimento. Tale disparità non può che generare dei deficit relazionali sia negli uomini che nelle donne, nel riconoscimento e nell’accettazione degli stati d’animo e dei sentimenti propri e altrui. Dire a un maschio “non piangere come una femminuccia” crea un doppio movimento di disprezzo e disistima di sé e dell’altra. Svilisce un atto che oltre ad essere una valvola emotiva. L’aggressività invece non dev’essere repressa o evitata, ma gestita in modo opportuno da non creare stress. Ma spesso ciò non accade nei maschi perché quest’ultima viene considerata come “naturale”. Anche in questo caso incidono atteggiamenti adulti, come i diversi tempi di risposta al pianto o ad altre espressioni di bisogno. Vi è un rapporto molto stretto e di reciprocità tra la misura in cui le persone adulte si fanno carico dell’espressione dell’emotività, l’assunzione di consapevolezza, il saperli verbalizzare. La capacità di distinguere e comunicare emozioni e stati d’animo attraverso un vocabolario ricco che ne valorizzi le sfumature e variazioni, fa crescere la consapevolezza che le emozioni altrui vanno ascoltate e rispettate. È raro che i genitori, nelle rappresentazioni, oltre a dedicarsi al ruolo educativo e alle routine, si scambino effusioni, si dimostrino affetto, offrano un modello di rapporto d’amore, rispetto e attrazione tra persone adulte, quello stesso amore di cui piccole e piccoli che leggono sono il frutto e che hanno bisogno di vedere, capire e sentire. La negazione nei fatti crea solo un vuoto e rischia di fornire di anaffettivi. Le emozioni negli albi illustrati (Giovanna Lancia) Le emozioni sono un terreno d’azione importante per tutti e tutte, a prescindere dall’età, tutti siamo attraversati e caratterizzati da emozioni a volte positive a volte negative. Ancora una volta il libro e l’albo illustrato possono rappresentare uno strumento privilegiato per raccontare e descriverne le infinite declinazioni in tanti modi diversi. Alcuni libri ne mostrano un catalogo: è il caso de “il signor senzatesta” di Hernera, di “Come ti senti?” di Browne o di “emozioni” di Mies von Hout. Tre albi illustrati che presentano una vasta gamma di emozioni positive e negative che permettono di ampliare il vocabolario. Ogni libro propone un personaggio che è attraversato da stati d’animo diversi, che cambiano girando la pagina. Altri libri invece inseriscono all’interno di una storia più ricca e complessa emozioni e stati d’animo, nominandoli e descrivendone i mutamenti che si sviluppano all’interno della narrazione, come “l’amico del piccolo tirannosauro” di Seyvos e Vaugelade, che narra di un’amicizia tutta da costruire, che attraversa attimi di gioia e serenità ma anche tristezza, rabbia e vergogna per sfociare in lieto fine attraverso tante piccole ma importanti conquiste. Un altro albo ricco di rivolgimenti interiori è “aspetto un fratellino” di Vilcoq, qui le emozioni di Camilla cambiano e crescono insieme con il pancione della mamma.
l’avere o meno un lavoro, il tipo di cultura o classe sociale dipende dal genere. Anche la presenza di collaboratori e collaboratrici domestiche interseca i diversi livelli di differenza. Anche nel caso dei ruoli i libri possono reiterare stereotipi esistenti o rafforzarli. Nelle immagini di frequente si riscontra una resistenza al cambiamento e un’affezione alla tradizione. In altri casi tuttavia le storie e le illustrazioni si rendono veicolo per promuovere modelli paritari, cooperativi, di relazioni affettuose. È quindi importante e prezioso leggere di madri e padri che condividono la cura di figli e figlie, di donne che senza togliere serenità al quadro familiare lasciano la casa per andare a lavorare, di padri che trascorrono il tempo con figlie femmine. È la filosofa femminista Susan Moller Okin a riconoscere ciò che appare facilmente osservabile: nella famiglia e nella diseguale distribuzione del lavoro si radicano le ineguaglianze di genere esistenti nella società. Gli esempi che si ricevono a casa o a scuola o nel sociale, condizionano le nostre scelte. Se i tassi di occupazione registrano in Italia una differenza di quasi 20 punti percentuali tra maschi e femmine e più del 50% delle donne non lavora, molta della responsabilità va ricercata nei modelli e nell’educazione proposti nel corso dell’infanzia. Se l’analisi dimostrano che il divario aumenta con l’età, è evidente che non sia un bagaglio che portiamo con noi dalla nascita. Perciò è di grande importante l’educazione al genere, creare un grande cantiere, insieme all’ambiente familiare, alle immagini, alle narrazioni, prestando attenzione al gioco del “far finta”, il gioco simbolico e fantastico, in particolare a scuola che dia possibilità al bambino di esprimersi in libertà senza stereotipi. Qui i bambini e bambine hanno la possibilità di figurarsi nel futuro, di immaginarsi altro da sé, di negoziare la ripartizione dei ruoli. Schede: LORICANGI, SBAGLIANDO SI IMPARA. LA MATEMATICA DELLA VITA, Edizioni Artebambini, 2015. FULVIA DEGL’INNOCENTI, ANTONIO FERRARA, IO SONO COSì, Settenove, 2014. MAGALI LE HUCHE, ETTORE. L’UOMO STRAORDINARIAMENTE FORTE, Settenove edizioni, 2014. ERIC PUYBARET, IL GRANDE LIBRO DEI MAESTRI, Edt Giralangolo, 2014. MARA DEL CORSO, DANIELA VOLPARI, AMELIA CHE SAPEVA VOLARE, Edt Giralangolo, 2015. BOB GRILL, LA PRODIGIOSA WONDER CAR DI KATE, Corrani, 2014. Tracce di percorsi e attività Giocavo che ero… A volte bisogna partire da sé, mettere in gioco il proprio vissuto di persona prima ancora che di educatrice, raccontarsi, capire quanto di ciò che siamo affonda nell’infanzia. e se il gioco simbolico rappresenta una chiave fondamentale per la costruzione e la decostruzione di modelli più o meno stereotipati, si può partire ripensando il proprio “giocavo che ero”, leggendo a bambini i romanzi e saggi che raccontano il gioco di finzione in chiave autobiografica, raccontarsi condividendo memorie e rappresentando graficamente il proprio “giocavo che ero” affiancando la propria idea di gioco adulta. Percorso nido e scuola dell’infanzia. La cura e la mascotte Spesso è ancora oggi difficile creare un legame tra la scuola e le famiglie, costruire un ponte che serva a condividere il percorso. Un esempio positivo può essere costruito intorno alla cura, si può scegliere una mascotte da presentare in classe e far sì che diventi familiare per bambini e bambine rendendola
protagonista della routine quotidiana e di piccoli momenti speciali. Quando la mascotte è diventata parte del gruppo bisogna chiedere a turno a ogni bambina o bambino di prendersene cura durante il fine settimana, documentando con racconti, fotografie e disegni, il soggiorno in famiglia della mascotte condividendo il diario della mascotte in classe, rendendo così tutti partecipi. Percorso nido e scuola dell’infanzia. L’angolo dei travestimenti Presente in quasi tutte le classi o sezioni, amato da tutti i bambini, spesso poco valorizzato da parte adulta, ha bisogno di cura, di pulizia, ha bisogno di crescere in quanto offre la possibilità di giocare individualmente o in piccoli gruppi, di imitare quanto si osserva a casa e a scuola, di far finta, di fantasticare su chi si può e si vuole essere, di sperimentare un contatto con i propri desideri e le proprie paure, di raccontare di sé. Il gioco dei travestimenti è un mezzo potentissimo di libera sperimentazione per il corpo perciò i vari indumenti ed accessori dovranno essere diversificati per materiali, pesi, consistenze e sensazione tattile, come è anche bene che siano differenti i colori. È bene però che il numero resti limitato e che i diversi indumenti offrano qualche bottone o qualche laccio. Si possono includere in aggiunta: mantelli, vestiti sfarzosi, cinture, collane, naso da pagliaccio, parrucche, elmi, cappelli, piume o veli, armi o utensili, canne da pesca, spade, scudi o selle, attrezzi di giocoleria, trucchi e colori per la pelle. È bene invece evitare tutti quei costumi o loghi che richiamano modelli omologati o merchandising che condizionano i gruppi e i comportamenti dei bambini. Meil Melo di Elena Fierli Crea un libro che mescola le pagine, basta tagliare le pagine a metà e già il sopra e il sotto presentano infine possibilità di inventare immagini, personaggi e storie diverse, permettendo di giocare a travestirsi. Proprio da questa sperimentazione nascono l’ideazione del libro Et pourquoi pas toi? Di Madalena Matoso o il Libro Matto di Eleonore Zuber.
Tracce di percorsi e attività Insalata di fiabe e a inventar storie… Percorso nido. Collage di fiabe Le educatrici dell’asilo nido “la porta magica” di Roma hanno sperimentato un’interessante variante dell’insalata di fiabe rodariana. Sono partite da carte in tavola di Fatatrac: i tre porcellini e cappuccetto rosso. Si sono messe in gioco nell’inventare insieme un nuovo racconto che non solo mescolasse la storia e i personaggi, ma che sovvertisse con ironia i ruoli. Utilizzando il collage hanno trasformato le carte permettendo al lupetto zac di fare amicizia con cappuccetto, nonostante le raccomandazioni della mamma vista la fine del povero zio Ezechiele, e di salvare dalla tavola un maialino già pronto per essere mangiato, per poi festeggiare insieme e farsi accettare così com’è: vegetariano! Le nuove carte, presentate con grande teatralità una a una in classe fino a costruire un grande quadro-storia hanno incantato piccoli e piccole permettendo di esprimere le loro emozioni e di partecipare in prima persona alla riscrittura della storia. Percorso scuola dell’infanzia. Mescolare le carte… Per sovvertire agli stereotipi a partire dal racconto di fiabe tradizionali è possibile raccogliere una serie di situazioni tipo, scegliendo quelle che hanno maggiormente colpito e aggiungendone altre, proporle alla classe in modo da avere un quadro esaustivo degli stereotipi di genere e creare un set di frasi dalle quali partire. A questo punto si scompongono le frasi dividendo il soggetto, lazione , gli attributi, aiutanti, antagonista, stati d’animo, si può creare così un mazzo di carte per costruire in modo combinatorio nuove fiabe. I sentieri di cappuccetto, scritture e riscritture, ruoli e sovvertimenti nel sentiero nel bosco (Sara Marini) La bambina dal copricapo scarlatto ha portato sulle spalle tutti gli stereotipi che, attraverso le epoche, hanno ingabbiato la vita, i costumi, e il destino di una giovane donna e ha saputo sovvertirli. Paul delarue, studioso di tradizioni orali, ci riconsegna versioni precedenti al 18esimo secolo attestate in Francia e in Tirolo. Qui la bambina, venendo meno alle raccomandazioni della madre, curiosa e poco ubidiente si lascia raggirare. Bellissima e filologicamente molto interessante è la versione riportata nell’albo di Antonio Rodriguez Almodovar illustrato da Marc Taeger, “la vera storia di cappuccetto rosso”. Qui cappuccetto sceglie la strada di spilli, quella più facile, quella della superficialità, quella più precaria e lascia quella degli aghi. Giunta dalla nonna trova il lupo travestito che la convince anche a mangiare i resti umani della vecchina. Dopo essere stata convinta a spogliarsi e a entrare indifesa nel letto, la bambina coglie il pericolo e trova il modo di salvarsi, adducendo la scusa di dover fare pipì esce di casa e scappa. Analoga conclusione la troviamo nella versione abruzzese che Italo Calvino nelle Fiabe Italiane riporta sotto il nome de La finta nonna, in cui al posto del lupo c’è un’orchessa. Nel 1967 in Francia Perrault include Le Petit Chaperon Rouge nella sua raccolta di fiabe, mettendola per la prima volta su carta, in cui invita le fanciulle a guardarsi dai malintenzionati. Qui la storia non ha un lieto fine e sono espliciti i rimando alla sessualità. Probabilmente dalla Francia giunge la versione della fiaba riportata ai fratelli Grimm che la raccontano in due versioni: nella prima, in soccorso alla bambina e alla nonna viene un cacciatore che apre la pancia della bestia e le salva, in una versione maschilista, strumentale alla società borghese che si sta affermando (1857). Nella seconda, cappuccetto nel bosco dopo esser stata salvata dal cacciatore si imbatte in un altro lupo, ma questa volta lei e la nonna con l’astuzia e senza l’aiuto di nessuno avranno la meglio. Nel 1962, in favole al telefono, Gianni Rodari pubblica “a sbagliare le storie”, in questa versione parodistica, mettendo in atto quanto scriverà nella grammatica della fantasia, sin appropria di tutto questo patrimonio, facendo raccontare cappuccetto rosso da un nonno svogliato e distratto alla puntuale nipotina, in un magistrale contrappunto. E da qui, dall’operazione rodariana la contemporaneità entra nel meccanismo di
fagocitazione e riscrittura cui le fiabe sono soggette da millenni. Dopo di lui i celebri “cappuccetti”o “cappuccetto verde” di Munari. Non occorre essere filologhe o studiose di letteratura per apprezzare il senso di questa storia, delle radici antiche, nella varietà di personaggi che le fiabe ci offrono, dei ruoli che interpretano, delle soluzioni che trovano, delle situazioni che affrontano o subiscono, dei punti di vista espressi dalle voci che li hanno tramandati risiede il migliore antidoto agli stereotipi e all’omologazione. CAPITOLO 3 Modelli familiari – tipi di famiglie Pluralità dei modelli familiari Famiglie (Elena Fierli e Sara Marini) Italia 1975. Il NO al referendum abrogativo sulla legge sul divorzio ha vinto da un anno, ci si sta preparando alla battaglia che porterà all’approvazione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Ma nonostante questa ondata “progressista”, i dati che Belotti riporta sono disperati. È in questo contesto e con l’idea di contrastare questo passaggio culturale che Adela Turin pubblica nel 1975 Rosaconfetto, il primo libro della casa editrice Dalla parte delle bambine, illustrato dalle belle immagini di Nella Bosnia. È la storia di una piccola elefantina che si rifiuta di diventare rosa come le sue compagne. Ma i genitori le dicono “non sarai per caso una ribelle?”, sono questi i messaggi che i genitori trasmettono prima di abbandonarla al suo destino. È proprio a quel punto che trova la sua strada: fuori dal recinto assaggia tenere piante verdi, si rotola nel fango e fa amicizia con fratelli e cugini maschi. Da quel momento non ci sono più elefanti rosa, ma gli elefanti sono tutti uguali, maschi e femmine che siano. Non si tratta qui di demonizzare la famiglia formata da mamma, papà, figli e figlie, ma di leggere con altri occhi la realtà scardinando lo stereotipo dell’obbedienza alle convenzioni, della bellezza femminile, del ruolo normativo. Nella famiglia Ratti invece, un ribaltamento dei ruoli famigliari regala alla famiglia una nuova serenità fatta di scoperte, collaborazione, partecipazione. (Una fortunata catastrofe, 1975) Clementina (Arturo e Clementina, 1976) sceglie di abbandonare un marito ottuso e incapace di ascoltare, mentre la regina Delfina (Melaracconti, 1977) porterà via i suoi figli e 174 vedove con relativi orfani e orfane per fondare una sorta di comune autogestito in cui creatività, collaborazione e emotività sono i motori portanti del progetto. Tutte le storie che vogliono dare uno strumento in più alle bambine, agli insegnanti e ai genitori: dallo stereotipo si si può salvare. Gli escamotage possono essere tanti. Tutto questo senza mai perdere di vista la qualità del testo e delle immagini delle storie pubblicate. Perché parlare così a lungo di un’esperienza editoriale conclusasi già all’inizio degli anni 80 e alla fine, limitata per quanto importante? Innanzitutto perché il progetto di Dalla parte delle bambine e il modello fornito da Turin sono stati virali. Già dal 1975 la Edition Des femmes in Francia innaugurano una collana, Du cote des petites filles, progetto di coedizione con la casa editrice. Solo un anno dopo in Spagna appena liberata dal Franchismo, Lumen di Barcellona dà vita alla collana A favor de las ninas. Per la prima volta da quando si comincia a parlare di pari opportunità, ci si rivolge direttamente a una fascia di età che sta vivendo il cambiamento in prima persona. Sono bambine e bambini che non si riconoscono in nessuna rappresentazione , che non hanno un corrispondente in una storia, e anche i bambini che vivono in una famiglia “normale” sentono l’inquietudine di una società che sta cambiando e hanno bisogno di conoscere più punti di vista, crescere liberi e libere di scegliere la propria strada.
pensare una famiglia diversa, di sperimentare e creare una famiglia nuova. Un supporto, cartoncino o carta da pacchi, abbastanza grande per accogliere le infinite possibilità di famiglia, sarà usato da ognuno per costruire il proprio collage e descriverne le caratteristiche. DILLO IN STAMPATELLO (Giovanna Lancia) Prendiamo come esempio Margherita, che ha 9 anni. Va alle elementari. Alla curiosità dei suoi compagni che le chiedono come mai ha due mamme, lei apre la sua cartella, prende in mano un libro e legge una storia: “piccola storia di una famiglia”. La storia narra di due donne che si amano e che per coronare il desiderio di avere dei figli, si sono affidate ad una clinica olandese dove dei “signori gentili” hanno donato i loro semini a chi non ne ha. Uno di quei semini ha incontrato l’ovino di una delle due mamme e da lì è nata lei, Margherita. Per le due autrici Francesca Pardi e Maria Silvia Fiengo è importante che i bambini possano rispecchiarsi nel mondo attraverso i libri, perché a loro si deve dire la verità, si devono dire le cose come stanno, in modo semplice. Come diceva il papà di Francesca, una delle due autrici, quando era piccola: “Se vuoi dirlo in modo chiaro… dillo in stampatello”. L’importanza di sentirsi rappresentate, ancora una volta è diventata un’esigenza, il bisogno di tutte e tutti di potersi raccontare attraverso uno strumento, il libro, così importante e familiare per bambini e bambine. L’editoria italiana, ma anche quella internazionale, solo pochi anni fa presentava un grande vuoto, la realtà non veniva presa nella sua vastità. Nel 2011, però, vengono pubblicati i primi libri: Più ricche di un re, in cartonato che mostra una famiglia composta da una bambina con due mamme e Piccolo uovo, vero e proprio successo editoriale. La storia di un uovo, scritta da Francesca Pardi e illustrata da ALTAN, che prima di schiudersi si domanda in quale famiglia capiterà. Nasce così il prezioso lavoro editoriale per dare voce a realtà sottorappresentate, ha dato vita alla mostra bibliografica itinerante “Ci sono anche io”, che unisce i titoli de Lo Stampatello con più altri cento titoli selezionati dall’associazione SCOSSE per colmare le carenze riguardo quattro fondamentali ambiti tematici: le famiglie, i ruoli di genere, il rapporto tra diverse culture straniere, le differenti abilità psicofisiche. Sottorappresentazione Il bisogno di raccontarsi e vedersi nei libri (Elena Fierli) “C’era una volta un branco di elefanti. Elefanti giovani, vecchi, alti, grassi o magri. Elefanti come questo, quello o quell’altro, tutti differenti e felici e dello stesso colore. Tutti all’infuori di Elmer. Elmer era diverso. Elmer era multicolore. Elmer non era color elefante.” Elmer era diverso e per questo non si sentiva a suo agio, aveva la sensazione che tutti lo prendessero in giro. Molto spesso la differenza provoca isolamento ed esclusione. E proprio per questo è necessario che sin dalla primissima infanzia bambine e bambini imparino che ogni persona è unica e speciale e che accettare chi ci circonda è un passaggio vitale per crescere consapevoli. Spesso negli albi 0-6 le bambine non si riesco facilmente a rispecchiare rispetto ai compagni maschi, in quanto è raro trovare descritta una bambina nella copertina di un libro, raro trovarle impegnate nei giochi di logica, puzzle o costruzioni e ancora più rare quelle che rompono gli schemi con atteggiamenti maleducati. Ma nella letteratura per l’infanzia le sottorappresentazioni sono molteplici e riguardano esclusivamente le tematiche di genere e le presenze maschi/femmine. Ampliando la rosa di albi analizzati, scopriamo che quasi tutti i personaggi hanno caratteristiche fisiche caucasiche, le disabilità come anziani e migranti sono cancellate. Poco a poco però, le cose stanno cambiando. Finalmente, ad esempio, quando si parla di
disabilità nella letteratura e negli albi illustrati si tende di parlare in modo inclusivo. E allora ecco apparire bambini e bambine in carrozzella che giocano con tutti gli altri. Ecco bellissime storie sull’autismo. La diversità viene presentata in modo che non faccia più paura ma che sia parte di noi. Sono libri che ci dicono che ogni persona è diversa e non c’è bisogni di raccogliere consensi, pietà o approvazione, non sono storie che dopo averci commosso, ci lasciano la coscienza più leggera per il fatto di averne parlato. Queste condizioni devono permanere, devono essere veicolo di contaminazione. Libri che rispecchiano la nostra società variegata che diventi inclusiva. La lettura degli albi illustrati ci fornisce le basi per costruire le identità. E per questo ogni persona deve potersi riconoscere in ciò che vede e raccontarsi, perché solo così, potrà scegliere coscientemente la propria strada. Schede: DANI TORRENT, ALBUM PER I GIORNI DI PIOGGIA, EDIZIONI CORSARE, 2014. JUNG JINHO, LOOK UP, HYEONAMSA PUBLISHING CO., LTD., SEOUL, 2014. FRANCESCA IMBASTARI, ROSALBA CATAMO, EYABE’ NE’ NE’. FILASTROCCHE DAL MONDO, SINNOS EDITRICE, ROMA, 2009. GABRIELLA KURUVILLA, GABIRELLA GIANDELLI, QUESTA NON è UNA BABYSITTER, TERRE DI MEZZO, 2011. YU JIN, A CHI SOMIGLIO, TERRE DI MEZZO, 2012. KATRIN STANGL, FORTE COME UN ORSO, TOPIPITTORI, 2012. FULVIA DEGL’INNOCENTI, ANNA FORLATI, IO SONO ADILA. STORIA ILLUSTRATA DI MALALA YOUSAFZAI, SETTENOVE, 2015. CHO WON HEE, I GIGANTI E LE FORMICHE, ORECCHIO ACERBO, 2014. CAROLINA D’ANGELO, FEDERICO APPEL, XU, IL GRILLO BIRICCHINO, SINNOS, 2010. Tracce di percorsi e attività Percorso nido. Un libro da toccare Per i bambini del nido il primo approccio con il libro è fisico, fatto di mani e bocche, per questo sono importanti i libri tattili, che inducono la lettura in modo immediato, stimolante e sorprendente. È possibile costruire, ispirandosi alle suggestioni di Bruno Munari, piccole tavole tattili da esplorare con le mani alternando materiali con consistenze diverse, che generino contrastanti sensazioni e stimoli sonori. Se bambini e bambine non sono intimoriti alle bende si può oscurare la vista per rendere l’esperienza più intensa. Una volta allenate le dita, basta offrire una gamma diversificata di materiali da scegliere. Il tutto andrà incollato su appositi cartoncini rigidi che, rilegati con un semplice anello metallico, formeranno un vero e proprio libro tattile. Percorso scuola dell’infanzia. Chi vive in città? Per aiutare bambini e bambine a leggere la complessità del reale e a essere consapevoli delle infinite differenze che caratterizzano le persone, si può proporre loro un’attività da portare avanti per l’intero anno scolastico. L’invito è a mettere sul naso un paio di occhiali immaginari, munirsi di un taccuino e guardarsi attorno con attenzione. Per prima cosa bisognerà “registrare” le persone incontrate lungo il tragitto da casa a scuola. L’insegnante trascriverà e conserverà le descrizioni e inviterà i bambini a rappresentare graficamente, possibilmente con tecniche diverse, tutti coloro che hanno potuto osservare. Lo sviluppo del laboratorio può essere quello di ampliare il campo di indagine per offrire una più vasta gamma di umanità.