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sintesi del libro per capitoli
Tipologia: Sintesi del corso
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Dallari , Mi racconti? Introduzione Quando un adulto legge un libro a un bambino ciò che il piccolo coglie non è il libro ma la sua mediazione, l’interpretazione che l’adulto ne fa. Essa è da intendersi come l’esecuzione dell’attore, dell’interprete, che affida le sue competenze espressivo-comunicative e al suo stile relazionale l’enunciazione di quel testo. Si definisce interazione narrativa la relazione intersoggettiva fra narratore e narratario. La narrazione è una pratica comunicativa capace di mettere in comune un’esperienza anche se questa è lontana dal contesto spaziale, temporale ed esperienziale nel quale avviene la comunicazione. All’origine di ogni società e di ogni cultura esiste un bisogno profondo di narrare, un bisogno di raccontare e raccontarsi. Le religioni nascono in forma di grandi racconti e la condivisione del racconto religioso consentiva il radicamento sociale, creava e rinforzava consapevolezza e memoria dell’appartenenza ad una comunità, generava possibilità per il soggetto di sentirsi inseriti in una tradizione di un gruppo, collegato e connesso a ciò che esiste fuori di lui in dimensione spazio-temporale. Ma se le narrazioni sono indispensabili per l'esistenza e la possibilità di auto-riconoscimento di una comunità, lo sono altrettanto per i singoli soggetti , per i quali l'esigenza di scoperta, di costruzione e rinforzo dell'identità personale utilizza la pratica del racconto per prendere coscienza di sé, dei propri problemi, delle modalità di relazione di ciascuno con la realtà circostante. Il bisogno di narrazione risponde dunque a una richiesta e a un bisogno di appartenenza e orientamento. Raccontare e ricevere racconti significa costruire e condividere rappresentazioni del mondo e chiavi di lettura dell’esistenza individuale e collettiva per darsi strumenti, per non perdersi in essa. La narratività è per eccellenza la forma del modello relazionale capace di dare vita a un clima autenticamente educativo perché non scinde mai la categoria dell’apprendimento da quella dell’interpretazione, dell’elaborazione e della comprensione. Contestualmente all’offerta cognitiva implicita nello scambio narrativo si promuove dunque l’acquisizione di competenze metacognitive che mettono i soggetti che ne sono strutturalmente dotati in grado di immagazzinare, interconnettere ed elaborare dati simbolici e culturali anche disparati appartenenti a zone di vissuto e a universi cognitivi di per sé non collegati fra loro, per farli diventare ingredienti dell’identità personale, ossia coscienza autobiografica , ma anche della personale visione del mondo. Particolarmente importante, da questo punto di vista è sottolineare come il pensiero narrativo si generi e si rinforzi nell’ interazione di parola ed immagine. La narrazione orale - dalle origini rituali alla lettura dell’albo illustrato che i genitori educatori condividono i più piccoli-, dalla tradizione dei cantastorie al teatro, è basata di tre elementi: corpo (ossia voce del narratore), immagini e parole. Antonio Faeti ed Italo Calvino ci confermano da punti di vista differenti che pensare è un processo nel quale la parola dialoga costantemente con l’immagine anche quando essa non è visibile al testo perché un racconto è spesso concepito a partire da un’immagine o da una serie di immagini nate dalla mente dell’autore, a sua volta generanti immagini nella mente del lettore o dell’ascoltatore.
Il filosofo Ernest Cassirer in un suo scritto del 1969, individua nella competenza simbolica ciò che distingue gli uomini dagli altri esseri viventi: scrive che l’uomo non vive più in un universo soltanto fisico ma in un universo simbolico. Il linguaggio, il mito, l’arte, fanno parte di questo universo e sono i fili che costituiscono il tessuto simbolico ossia la trama della umana esperienza. L’intuizione dell’esistenza di un universo simbolico da parte dei bambini è un fenomeno precoce: Jacques Lacan afferma che essa ha inizio dal sesto mese per perfezionarsi e diventare compiutamente cosciente intorno all'anno e mezzo, quando posto davanti a uno specchio, un bambino è convinto che ciò che vede riflesso sia da prima una realtà inaccessibile poi (soprattutto se accompagnato) si rende conto di come quello che vede dentro lo specchio è proprio lui. Questa importantissima scoperta permette di accorgersi di esistere anche fuori dal limite del proprio corpo. A questo punto i bambini sanno di esserci non solo nella dimensione del reale della propria corporeità ma anche in quella di un’immagine riflessa, di una fotografia o delle tracce e testimonianze che sempre più consapevolmente e intenzionalmente lasciano nel mondo. Condurre i bambini e bambine verso la conquista di un’identità compiutamente umana significa dunque consegnare a loro i fondamenti della competenza simbolica nonché il piacere di utilizzare codici e alfabeti come occasione di gioia per scoprire come usando queste risorse si soddisfino al tempo stesso le istanze del principio di piacere e quelle del principio di realtà. Difatti il racconto viene assunto come apparato cognitivo e metacognitivo e paradigma emozionale all’interno del quale la strutturazione del principio di realtà* (caratteristica fondante dei processi educativi destinati alla fascia 0/6), risulta manipolabile virgola e le rappresentazioni del mondo si fanno continuamente perfezionabili, rinegoziabili, includendo i sentimenti e le emozioni dei protagonisti così come si sono riverberati nei piccoli fruitori. si intende la distinzione di sè stessi dal mondo sensibile, l’uscita da uno stato di egocentrismo puro nel quale la realtà si adatta ai nostri desideri e pensieri. TUTTO COMINCIA DAL GIOCO SIMBOLICO Il primo segnale di acquisizione della competenza narrativa è il momento in cui le bambine e i bambini cominciano a praticare il gioco simbolico. Questo tipo di attività ludica, che si manifesta e si consolida soprattutto a partire dal secondo anno di vita è caratterizzata dal fenomeno per cui gli oggetti e i materiali utilizzati per giocare non sono più soltanto ciò che sono per destinazione d’uso o per definizione convenzionale, ma possono essere investiti di valori e funzioni create dalle menti e dalle negoziazioni simboliche dei bambini giocatori. Questo consente ai bambini di evocare situazioni passate, elaborare e interpretare contenuti di esperienza e racconti, immaginare e creare contesti in cui si mettono in scena fantasie desideranti, ma anche ansie, timori. Ma c'è un'altra caratteristica particolarmente affascinante ed è la struttura drammaturgico-narrativa del gioco simbolico. I giocatori, infatti, mettono in scena storie che sono vere e proprie recite improvvisate in cui i bambini attori narratori assumono ruoli e performano vicende in base agli accordi presi insieme (evidente in tal senso la capacità narrativa di cui Dallari parla).
saranno. La familiarità con il racconto che presenta sempre un intreccio favorisce dunque la strutturazione di un particolare tipo di intelligenza, quella cosiddetta narrativa, che comporta l’elaborazione concettuale della temporalità. L’intreccio infatti è da considerarsi come la connessione dei fatti e quindi la concatenazione delle fasi dell’azione, la quale regge l’ordine diacronico della storia.
dunque del gioco come di un fenomeno al contempo psichico e sociale, naturale e culturale, capace di rivelarsi come un simbolo del mondo. Sia Gianni Rodari che Loris Malaguzzi condividevano la convinzione che se i bambini crescono in ambienti dove succedono cose stimolanti ed interessanti, dove il sapere non si impara ma si costruisce con l’esperienza personale e soggettiva, con il cervello, col cuore e con le mani, dove la scuola sa sorprendere i bambini, stupirli e sedurli, il processo educativo può diventare un modello di vita. I bambini che stipulano fra loro i contratti di finzione che permetteranno loro di giocare insieme, stanno facendo una fondamentale esperienza di cittadinanza: si danno regole e instaurano patti che permetteranno loro di condividere momenti di vita soddisfacente e costruttiva. E lo stesso avviene per il patto che si instaura fra narratori e narratari: ci si appresta a condividere l’ingresso in un mondo altro di cui forse potremmo portare qualcosa nella dimensione della vita quotidiana. La strettissima parentela fra il gioco simbolico e narrazione crea ciò che Umberto Eco definisce il patto finzionale: la regola fondamentale per affrontare il testo narrativo è che il lettore accetti tacitamente un patto finzionale con l’autore, ossia una sospensione dell’incredulità. Il lettore deve sapere che quella che viene raccontata è una storia immaginaria senza per questo ritenere che l’autore dica una menzogna.
Con il termine cura intendiamo l’interessamento attento e premuroso, il dedicarsi amorevolmente a qualcuno o qualcosa, il provvedere alle sue necessità. Il prendersi cura è simile all'anglofono to care, ossia farsi carico. Le pratiche di cura nei confronti dell’infanzia hanno come riferimento paradigmatico la relazione madre-figlio. Mortari definisce la cura una procedura di emancipazione, non di protezione, come invece viene spesso malintesa, e sottolinea l’importanza cruciale dell’aver beneficiato di pratiche di cura per sviluppare la capacità di prendersi cura. Ciò che riceviamo come dono in tale relazione fa scattare processi di identificazione per cui le esperienze di cura ricevute in dono vengono a nostra volta ri- donabili. Martin Heidegger, con il vocabolo tedesco Sorge ossia cura, designa l’aspetto caratterizzante la relazione con l’altro cioè la coesistenza. Rispetto a tale concetto, Heidegger distingue due differenti modalità di attuazione, ossia il prendersi cura materialmente dei bisogni degli altri (Besorgen) ed un autentico modo che sa aprire all'altro la possibilità di trovare sé stesso a partire dall'esperienza intersoggettiva della relazione conquistando le condizioni di autonomia che lo rendono soggetto capace di prendersi cura di sé (Fursorgen). Una delle pratiche in cui con maggior evidenza intensità la cura rivela il suo potenziale di profondità affettiva coniugato con la facoltà di implementare emancipazione, autonomia e al contempo le risorse cognitive, è l’atto con cui un adulto racconta una storia ad un bambino. Proprio come nelle originarie esperienze di cura come l’allattamento, il cambio e le coccole, il testo della relazione narrativa non è semplicemente trasmesso da un soggetto all’altro in forma unidirezionale, ma crea una sorta di campo magnetico emozionale che intensifica la relazione adulto-bambino. Nel momento in cui l’adulto racconta, crea un mondo di grande densità emozionale, una dimensione di complice intimità. La pratica di cura, dunque, ed il vissuto gratificante rassicurante che porta con sé, si mette al servizio di importanti e insostituibili processi di emancipazione culturale e cognitiva poiché trasferisce progressivamente sul piano simbolico (Parole, immagini, posture corporee) la relazione originaria fondata sulla soddisfazione di esigenze affettive primarie. A questo punto, risulta evidente l'importanza che assumono nella relazione narrativa le componenti affettiva ed empatica e come la tonalità affettiva che accompagna la performance sia determinante per il successo e la ricaduta positiva dell’interazione narrativa. È importante, infatti, una certa competenza narrativa che riguarda il linguaggio verbale, non verbale come la corporeità, gestualità e paraverbale come il tono, volume, ritmo, pause, emissioni sonore eccetera. La competenza relativa ai linguaggi non verbali presuppone consapevolezza corporea, controllo delle espressività facciale e gestuale, ossia la capacità di interpretare differenti maschere emotive. In particolare, la consapevolezza vocale è la conoscenza e il controllo della qualità, delle caratteristiche, delle risorse della propria voce, è la capacità di adeguare il tono della voce alla lunghezza delle parole, di utilizzare pause e silenzio, insomma: dotare il proprio stile narrativo di espressività. Difatti ognuno di noi, quando parla, soprattutto quando racconta qualcosa, fa involontariamente uso di uno schema melodico, di una canzoncina.
Nell’albo illustrato di qualità la parola e immagine interagiscono e si stringono per creare un altro linguaggio, quello che gli altri artisti appartenenti alla corrente della poesia visiva hanno chiamato verbo-visuale, che impegna entrambi gli emisferi cerebrali e attiva una enorme quantità di aree neuronali con effetti eccezionali di stimolazione intellettuale e cognitiva. Ogni storia facile e banale si dà al lettore lo gratifica, ma non viene interiorizzata se non genera desiderio di ripetere l’esperienza. Una storia spiazzante, complessa e stupefacente non si dà mai del tutto e consegna al suo lettore il desiderio e la responsabilità di ripetere nella fruizione per scoprire ancora, per continuare il processo di ricezione. LIBRI MATRIOSKA Ci sono libri matrioska in cui il contenuto allude a una storia che sta dentro la storia, o al libro che sta dentro il libro, un po sul principio delle scatole cinesi. In alcuni di questi libri o albi la narrazione si snoda su molteplici linee spazio temporali come flashback o flash forward o collegamenti intertestuali. Di grande qualità sono state le riscritture di grandi classici realizzate dalla Disney Italia come I promessi paperi. SILENT BOOK Il Silent book è un albo illustrato senza il testo scritto. I libri illustrati senza parole non sono una novità ed i più interessanti sono senz’altro quelli che, raccontando una storia, invitano i lettori a decodificarla senza l’aiuto delle parole. Questi albi mentre si rivelano eccezionali facilitatori di relazione e di interazione, favoriscono lo scambio con persone sconosciute e bambini di nazionalità e competenze linguistiche differenti da quelle del lettore. Altri Silent book sono così famosi da essere ormai considerati classici da venire regolarmente ristampati come L’approdo di Shaun Tan che è una storia di viaggio e di migrazione. BURATTINI L’anello di congiunzione più evidente tra gioco simbolico e narrazione è senza dubbio il teatro dei burattini e delle marionette, dove i pupazzi giocattolo mossi o animati dal narratore fanno da mediatori visivi al racconto della storia. Tra le tecniche più famose del teatro di figura ritroviamo i burattini, le marionette ed anche il kamishibai. Far familiarizzare bambini e bambine di oggi con il teatro di figura nelle sue varie declinazioni non è soltanto un’esperienza narrativa affascinante e stravagante ma anche capace di costituirsi come suggerimento ludico, evoluzione e perfezionamento delle possibilità di gioco nel suo fondamentale legame con il loro patrimonio simbolico e metacognitivo. Il kamishibai è un ibrido fra albo illustrato il teatro. Si tratta di un piccolo teatro di legno nel quale si inseriscono e si sfogliano tavole illustrate, ed è un’evidente anello di congiunzione tra gioco e libro. Quella del kamishibai è un'antica forma di narrazione visiva che unisce immagini, parole e rappresentazione. La figura dell’artista di kamishibai nasce fra gli anni ‘20 e ‘50 del ‘900 e divenne un vero e proprio lavoro. Il narratore si spostava in bicicletta di villaggio in villaggio portando sul portapacchi una cassetta di legno simile a una grossa cartella scolastica. Portava con sé delle tavole in cartoncino bifacciali sulle quali su una facciata vi era l’illustrazione, sull’altra il testo da leggere riferito alle immagini.
Il rapporto della narrazione con televisione è un dibattito che si può sintetizzare in due posizioni contrapposte; da un lato quella che di chi vede nell’albo transmediale uno strumento dalle grandi possibilità cognitive, educative e didattiche, e la sua lettura come una esperienza coinvolgente e totalizzante, proficua per lo sviluppo della literacy infantile; dall’altro quella di chi invece vede in esso non solo un potenziale minaccia per la sopravvivenza del libro di carta, ma anche una possibile causa di impoverimento lessicale, di difficoltà nella lettoscrittura, di deficit d’attenzione, nonché di perdita o di occasioni di relazione con il genitore. Tuttavia il nocciolo della questione sta proprio nella modalità d’uso delle tecnologie. Un’interessante esempio è l’albo illustrato chiamato Siamo in un libro dell’autore statunitense Mo Williams in cui lo stesso racconto viene veicolato da più media: libro, televisione, supporti digitali. Nell’albo che stiamo esaminando i protagonisti Reginald e Tina si accorgono che qualcuno li sta guardando e si rendono conto che lo sguardo è quello di un bambino che li sta leggendo perché sono finiti dentro un libro. In questo particolare tipo di metanarrazione i protagonisti si accorgono di essere appunto nel libro e che esso sta finendo; nelle pagine conclusive dell'albo si ha la possibilità di passare al supporto tecnologico con cui assistere ad una video lettura dell'albo stesso per poi tornare all'albo cartaceo. Questo è un esempio di come il supporto tecnologico possa diventare una modalità altra di apprendimento e di partecipazione, senza però sostituire la narrazione in carne ed ossa. I BAMBINI DISEGNANO, INTERPRETANO, RI-RA CONTANO Un ruolo fondamentale nel contesto narrativo è da attribuire alla pratica del ri-racconto consistente nella capacità di formulare la propria versione delle narrazioni ricevute ed incontrate. È soprattutto questo fenomeno che genera saperi e rappresentazioni che hanno caratteristiche processuali, dinamiche e mai definite. Nell’infanzia la pratica delle produzioni grafiche collabora con le parole nei processi di costruzione delle conoscenze e delle rappresentazioni. La maggior parte dei disegni eseguiti da adulti rappresenta uno spazio ma non un tempo, rappresentano un fermo immagine. Il disegno infantile contiene invece spazio e tempo e fino ai 4/5 anni di vita è una vera e propria performance narrativa. Esiste un rapporto indissolubile tra gioco, narrazione e disegno infantile: quando i bambini cominciano a disegnare, non producono immagini riconoscibili ma segni tracciati che veicolano simboli e concetti. A 2/3 anni mentre scarabocchiano, bambini e bambine animano piccoli racconti dinamici spazio-temporali e sonorizzano le variazioni del segno che tracciano sul foglio con la matita o con il pennarello. Questo è ciò che si definisce una performance, e quando dunque un adulto vuole lodevolmente interagire con il piccolo esecutore, deve ascoltare e conversare con lui durante l’esecuzione del suo disegno-racconto; questo consente di allenare la pratica del racconto e del ri-racconto, perché spesso gli ingredienti delle produzioni simboliche infantili sono ricavati dalle storie che hanno ricevuto e sono state loro raccontate. Il disegno è uno strumento insostituibile per l’evoluzione delle capacità percettive, lo sviluppo della fantasia, della creatività e della memoria, oltre che per il perfezionamento del controllo motorio. Inoltre il disegno nei primi anni di vita ha un’importanza cruciale nello sviluppo del