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LETTERATURA ITALIANA PARTE SECONDA (PROMESSI SPOSI, CALVINO, GADDA), Appunti di Letteratura

LETTERATURA ITALIANA PARTE SECONDA (PROMESSI SPOSI, CALVINO, GADDA)

Tipologia: Appunti

2018/2019

Caricato il 21/10/2019

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martina-girardi-1 🇮🇹

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Letteratura italiana 2
I promessi sposi
Gadda
Calvino (“Le città invisibili” ce lo dobbiamo comprare noi)
14/03/2018
Le città come luogo mentale
Questioni relative allo statuto simbolico della città, come viene assunta nella
letteratura come nelle altre arti umane. La città è trattata in ambito letterario
come un luogo mentale. Non perché manchi il dato realistico nella gura della
città in letteratura. La città può anche essere descritta in maniera realistica,
ma prevalente e più signicativo ai ni proprio dello statuto letterario è il
valore mentale della città: è sempre un punto di vista interno alla mente
dell’autore. Bisogna allora distingere tra autore inteso in senso generico
(scrittore) e quel particolare autore. Se intendiamo l’autore come protagonista
del testo letterario, allora davvero la città si è sempre presentata come un
luogo della mente. (Saggio di Maria Corti, con esempi relativi ad altre città,
insiste molto su questo statuto mentale della città). La mente ha dei luoghi, si
congura degli scenari e uno dei più privilegiati è la città, perché ha una
dimensione spaziale, scenica particolarmente adatta a diventare sede dei
lavori della mente. La mente dell’uomo, la mente creatrice che va a cercare
contenuti di forma, li colora, li modula, li riempie di immagini... trova nella
città una dimensione perfetta, perché la città è di per come un teatro
dotato di sfondi, scenari, quinte, che si prestano bene ad essere riempiti da
questi contenuti mentali. è proprio il punto di vista che noi dobbiamo cercare
quando incontriamo le città. Il punto di vista di chi le propone, e non la
geograa reale. Cioè la sionomia, la forma, la bellezza di queste città è tutta
dovuta al punto di vista dell’autore, e slegata dalla sua sionomia reale.
Questo, che sembra un concetto banale, ce lo ritroveremo quasi subito nella
Milano di Manzoni: lui ambienta la storia nel ‘600, fa un passo all’indietro di
due secoli rispetto alla sua epoca, ma la Milano in cui si muove Renzo è la
Milano di Manzoni, la sua città ottocentesca, con particolarità e
caratteristiche tutte ottocentesche, e noi lettori saremo in grado
(consapevolmente) di cogliere e apprezzare queste particolarità, e dunque il
pdv dell’autore che vuole comunicare determinati messaggi e intenzioni.
Questo staccamento dal reale, questa libertà che la città letteraria si prende
rispetto alla città reale, autorizza e crea il modulo della ripetitività. Per cui
può succedere senza scandalo che varie città, diverse città, vengano descritte
come se fosse sempre la stessa città. Troveremo questo paradosso proprio
nelle “città invisibili” di Calvino. Osserveremo la ripetizione dello stesso
modulo, o di stessi medesimi moduli.
Essendo un luogo mentale, la città possiede della mente, dello spazio mentale,
anche i connotati di spazio/tempo tipici della mente. A coordinate spazio-
temporali particolari, ne corrispondono altre che alimentano il valore
simbolico della città. Lo spazio, a seconda del punto di vista, si presenta come
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Letteratura italiana 2

I promessi sposi Gadda Calvino (“Le città invisibili” ce lo dobbiamo comprare noi)

14/03/

Le città come luogo mentale

Questioni relative allo statuto simbolico della città, come viene assunta nella letteratura come nelle altre arti umane. La città è trattata in ambito letterario come un luogo mentale. Non perché manchi il dato realistico nella figura della città in letteratura. La città può anche essere descritta in maniera realistica, ma prevalente e più significativo ai fini proprio dello statuto letterario è il valore mentale della città: è sempre un punto di vista interno alla mente dell’autore. Bisogna allora distingere tra autore inteso in senso generico (scrittore) e quel particolare autore. Se intendiamo l’autore come protagonista del testo letterario, allora davvero la città si è sempre presentata come un luogo della mente. (Saggio di Maria Corti, con esempi relativi ad altre città, insiste molto su questo statuto mentale della città). La mente ha dei luoghi, si configura degli scenari e uno dei più privilegiati è la città, perché ha una dimensione spaziale, scenica particolarmente adatta a diventare sede dei lavori della mente. La mente dell’uomo, la mente creatrice che va a cercare contenuti di forma, li colora, li modula, li riempie di immagini... trova nella città una dimensione perfetta, perché la città è di per sé come un teatro dotato di sfondi, scenari, quinte, che si prestano bene ad essere riempiti da questi contenuti mentali. è proprio il punto di vista che noi dobbiamo cercare quando incontriamo le città. Il punto di vista di chi le propone, e non la geografia reale. Cioè la fisionomia, la forma, la bellezza di queste città è tutta dovuta al punto di vista dell’autore, e slegata dalla sua fisionomia reale. Questo, che sembra un concetto banale, ce lo ritroveremo quasi subito nella Milano di Manzoni: lui ambienta la storia nel ‘600, fa un passo all’indietro di due secoli rispetto alla sua epoca, ma la Milano in cui si muove Renzo è la Milano di Manzoni, la sua città ottocentesca, con particolarità e caratteristiche tutte ottocentesche, e noi lettori saremo in grado (consapevolmente) di cogliere e apprezzare queste particolarità, e dunque il pdv dell’autore che vuole comunicare determinati messaggi e intenzioni. Questo staccamento dal reale, questa libertà che la città letteraria si prende rispetto alla città reale, autorizza e crea il modulo della ripetitività. Per cui può succedere senza scandalo che varie città, diverse città, vengano descritte come se fosse sempre la stessa città. Troveremo questo paradosso proprio nelle “città invisibili” di Calvino. Osserveremo lì la ripetizione dello stesso modulo, o di stessi medesimi moduli.

Essendo un luogo mentale, la città possiede della mente, dello spazio mentale, anche i connotati di spazio/tempo tipici della mente. A coordinate spazio- temporali particolari, ne corrispondono altre che alimentano il valore simbolico della città. Lo spazio , a seconda del punto di vista, si presenta come

uno spazio chiuso (città come prigione, circondata da mura, che limita, che vincola la natura), oppure uno spazio aperto (luogo delle possibilità, mentre la natura è la schiavitù dell’uomo nei confronti della natura). Allora le dimensioni spaziali dipendono dal punto di vista, dal valore simbolico che l’autore attribuisce alla città. Ancora più bello è osservare come si presenta la dimensione temporale: il tempo non è mai esattamente realistico, in proporzione la maggior parte di esse allunga il suo tempo verso il passato. La maggior parte di esse prende le sue caratteristiche, valori, talenti, meriti da un passato lontano nel mito e nella storia, un passato in cui tutto si racchiude nel valore simbolico della città. Qui gli esempi si sprecano: la città per antonomasia è Roma, non esiste solo Roma ma Roma come la più antica delle città. E a seconda del pdv dell’autore questo è un pregio (nostalgia, rammarico) oppure un difetto, una macchia: allora si attivano gli esempi delle città che dal passato portano le memorie delle decadenze, delle crisi, del peccato: città per antonomasia: Babilonia. Modello, esempio della città dove l’uomo si è rovinato, le genti si sono confuse. La confusione delle lingue, delle genti che avviene nel dramma della città perduta, dello scandalo. Gerusalemme è un’altra grande città simbolica, che porta con sé i crismi del valore religioso: una città potrà essere chiamata “nuova Roma”, “nuova Gerusalemme” e così via. Questo ci sarà utile leggendo Gadda, perché la sua Milano recupera i temi antichi di quando Milano gareggiava con Roma, nei secoli del primo umanesimo (quando a Milano c’era Petrarca). Quindi affiora di continuo il passato, questa è la modalità prevalente: la città che vale perché guarda all’indietro e così facendo porta con sé tutta la storia della civiltà e diventa centro del mondo. Questa direzione verso il passato va però completata con la direzione verso il futuro, in avanti: questa è forse minoritaria in termini di quantità ma è comunque presente nelle città letterarie sotto forma di utopia. Se la città si proietta in avanti, si carica di ottimismo, speranza... diventa città utopica, diventa augurio, speranza, certezza, proposta, che possa finalmente realizzarsi qualcosa che non c’era. Questa mescolanza di utopia la troveremo anche nella Milano di Renzo.

Ma questa dimensione verso il futuro, utopica, può essere talmente forte da riscattare anche il passato, i vizi, i drammi, gli errori di una civiltà: allora c’è un bellissimo esempio tratto da “ città del mondo ” di Vittorini , che parlava di New York nel 1946: il suo punto di vista si modula nel modo in cui nostri scrittori che guardano alle città americane (Calvino, Pavese...). New York come Babele portata a termine (invece nella Bibbia gli uomini non hanno terminato la città). In questa visione speranzosa, utopica di Vittorini, i costruttori non si perdono d’animo e non si dividono anche se parlano linguaggi diversi. Questa città quindi riprende la traccia di Babele ma la supera, la vince, la migliora: il dramma dell’uomo antico (la non- comunicazione) verrà risolto, sanato. I costruttori non si divideranno per il fatto di parlare linguaggi diversi. Le città americane, nella loro dimensione verticale/confusione delle genti, sono come una Babele realizzata.

Da questi punti di vista sociali-generali bisogna ricavare il particolare, estrarre spunti di lettura, fare molte considerazioni, ma il saggio di Maria

di quello (che spera di fare fortuna in città, “altrove”), spariscono i sogni di ricchezza. Un contadino che vuole cercare fortuna in città, già mentre se ne sta andando comprende che sarebbe meglio restare dove si trova, e che la città è il rimedio provvisorio al quale suo malgrado deve ricorrere. La città viene già descritta con immagini particolari: la città è un’ampiezza uniforme, mentre il luogo natio possiede la varietà, la ricchezza della natura. L’aria della città è “gravosa e morta”. Queste città poi sono “tumultuose”: Manzoni pensa ai rumori, opposti ai silenzi della campagna, ma l’occhio attento del lettore pensa già ai tumulti cittadini. Manzoni, prima ancora di entrare a descrivere Renzo in città, prepara il lettore, già figurando questa città mentale in maniera del tutto particolare: caratteri negativi.

Abbiamo introdotto il concetto della città, che in letteratura è un luogo mentale (assume valore simbolico nella stragrande maggioranza dei casi): la veste reale, superficiale, è minoritaria nelle descrizioni letterarie (per quanto ci siano descrizioni molto belle). C’è un filone di testi di natura descrittiva, ma noi ci occupiamo della città che assume valore simbolico, allegorico, metaforico...

Nei Promessi Sposi abbiamo osservato come, ancor prima di entrare a Milano e di accompagnare Renzo nella città che sarà per lui decisiva dal punto di vista esistenziale, l’autore ci aveva dato un indizio prezioso, un primo assaggio, una prima traccia di quale veste simbolica la città avrebbe assunto nella pagine successive. Si tratta del celebre “Addio ai monti”, testo sublime, lirico, ma di cui a noi interessa la seconda parte: quella in cui lo scrittore immagina un personaggio fittizio, una figura tipo, il villano, l’abitante della campagna, costretto suo malgrado a scendere in città per motivi economici. Allora questo personaggio fittizio presenta al lettore del romanzo un quadro, una descrizione della città già colorata, marcata in una certa direzione. Ci eravamo soffermati su questa immagine: l’occhio del personaggio è già disgustato, perché la città si presenta da subito come qualcosa di brutto, disgustoso. La città viene vista come una “ampiezza” dalle misure mastodontiche (rispetto a quelle ridotte del paesino), una grandezza uniforme, un’aria gravosa e morta, pesante, che non porta vita... il personaggio è “mesto”, svogliato, non attirato da ciò che vede, senza respiro. E davanti alle cose che vede ripensa ai campicellli del suo paese. è come se Manzoni “mandasse in avanscoperta” questo personaggio, anticipa ciò che succederà a Renzo. Questo quadro che ci viene presentato è di tristezza, desolazione: la città viene presentata in una dimensione che costringe la persona, ne limita la libertà. L’uomo è costretto ad andare in città, è forzato in una realtà costrittiva per esigenze economiche. Non è molto diversa dalla situazione di Renzo: anche lui è costretto ad andare in città, non per motivi economici ma per sfuggire alla prepotenza dei signori, per sfuggire alla cattiveria dei signorotti di Don Rodrigo. In entrambi i casi è il sistema che vincola la libertà dell’uomo: la città, sia per Renzo (che sta per entrarvi e non vedrà l’ora di uscire) sia per

il personaggio fittizio è una realtà che non ha interesse, è uno strumento, un mezzo. Già si nota da questa primissima descrizione che, proprio per essere chiaramente un’anticipazione, assume il valore simbolico ancora più marcato: già da questa anticipazione si comprende che la Milano che andiamo a scoprire non è la Milano del seicento. Quella che Manzoni ha in mente non è la città di Federico Borromeo, ma la città ottocentesca. Una città tipo, di quelle che si andavano costruendo, espandendo nella prima età industriale. Una città che rimanda alle prime capitali europee, Londra, Parigi (nemmeno Milano, che era ancora piccola). Qui bisogna notare, ricordare, che questo è un primo assaggio che la letteratura italiana ci fornisce, per quanto stringato e camuffato. L’occhio di Manzoni è sempre attento ai cambiamenti della storia contemporanea, lui è un uomo molto calato nel suo tempo, Ma non è solo conoscenza da studioso, intellettuale aggiornato, ma anche esperienza diretta. Dato biografico: Manzoni vive una fase parigina, tanto che parla quasi più il francese che la lingua lombarda (aveva seguito la madre Giulia Beccaria, figlia di Cesare Beccaria). Momento decisivo: giugno 1810 si festeggiano le nozze tra Maria Luisa d’Austria e Napoleone. Manzoni era lì con la moglie Enrichetta per festeggiare, ma come spesso succede, ad un certo punto questa festa si tramuta in tumulto, ressa, e Manzoni e la moglie si trovano accalcati in questa gente che ha perso il controllo: i due si dividono e Manzoni, disperato, entra in chiesa (San Rocco), prega e quando esce speranzoso ritrova la moglie. Questo momento viene ricordato come il momento della conversione al cattolicesimo. (In realtà la conversione di Manzoni non è un momento, frutto di un attimo, ma è un travaglio interiore, fin troppo lungo. Esattamente come viene riportato nella bellissima storia dell’Innominato). Questo per dire che Manzoni aveva fatto esperienza diretta di cosa significasse stare in un tumulto, come agisce e come è regolata la città con le sue masse, le sue folle, i suoi popoli. Quindi, esperienza diretta. Manzoni ha dunque una visione negativa della città. Oltre che esperienza contemporanea, c’è anche un passaggio stereotipo della letteratura lombarda: già Parini (tardo settecento) aveva scritto “Sulla salubrità dell’aria e contro la città”: topos di una certa letteratura lombarda.

T.2 Renzo a Milano

Quando il nostro personaggio arriva in città, entra in questo luogo per lui nuovo e tutto da scoprire, ma vi giunge in un momento straordinario, particolare: allora la storia personale di Renzo, quella inventata dallo scrittore, si incontra con la Storia, la storia vera. Era un momento particolare, giornate straordinarie: i Tumulti di San Martino. Il primo assaggio della città è sorprendente: Renzo sperimenta subito fatti straordinari e sorprendenti. Il romanzo, alla fine del capitolo XI, descrive lo stato d’animo di Renzo che lascia alle spalle i suoi cari luoghi (si gira e vede il Resegone, i suoi picchi, e si sente “rimescolare il sangue”). Prosegue e va verso l’altro punto di riferimento: da una parte il Resegone (patria, natura, famiglia), dall’altro il Duomo (grande fabbrica che campeggia ripetutamente nella descrizione della città). Quando si appressa alle porte della città, Renzo fa un tragitto (ci sono cartine che lo ricostruiscono). Manzoni fa tantissima ricerca storica

credere che si tratti di pane perché gli sembra troppo strano). Da lontano non vuol credere che si tratti di pane, ma raccogliendoli se ne accorge bene. Ironia: “così lo seminano in questo paese?”. Questo terzo motivo di sorpresa è certamente il maggiore, c’è una gradazione in queste sorprese. E questa prima visione che Renzo ha è una visione che produce nella sua fantasia una serie di capovolgimenti, stravolgimenti... la città, nella sua fantasia spaesata, diventa un luogo bellissimo, di fantasia, di baldoria, un luogo dove tutta la fame lungamente penata dagli abitanti delle campagne viene non solo risolta ma addirittura sprecata. Non solo abbondanza ma spreco (la sua saggezza contadina glielo fa notare). La città allora diventa luogo di inganno: si ingannano i campagnoli, a loro niente e lì invece si spreca. (ingiustizia dalla città verso la campagna), città come luogo della dissipazione, delle esagerazioni, addirittura dell’assurdo. Paese della Cuccagna: valvola di sfogo che l’uomo da sempre si è costruito (paese fatto di cibo), Boccaccio lo chiama anche il paese di Bengodi. Piano piano lo scrittore costruisce il suo sistema concettuale, riempie di significato questo luogo mentale che ci va presentando.

T.3 Famiglia milanese

Sempre stessa ambientazione (poche righe dopo), scena quasi straziante per la sua forza, energia. Renzo, da buon economista (senza famiglia, vive da solo, ma Manzoni lo presenta come un giovane assennato col suo podere avviato e una piccola attività manufattuera), si guarda un po intorno, vede i due pani e se li piglia, uno pure se lo magna. Va sbocconcellando questo pane e si imbatte in gente, prime figure umane (il signore che indicava la strada era ancora fuori dalle mura) prime persone cittadine che incontra Renzo. Gente che arriva dall’interno della città. Renzo è curioso, attira su di sé i tratti di Ulisse dell’Odissea (deve fare esperienza viaggiando, uomo curioso). Vede un uomo, una donna, un ragazzotto (famiglia). Tutti e tre avevano un carico addosso che pareva superiore alle loro forze, in una figura strana. Sono “stravolti”, stanchi ma non solo, quasi fuori di sé, e “accesi”, concitati. Andavano non solo curvi per il peso ma anche doloranti, come se fossero stati picchiati. Avevano dovuto farsi largo tra la calca per ottenere il loro bottino. L’uomo portava dietro un gran sacco di farina, bucato qua e là, che ne seminava un po’ a ogni sobbalzo. Ma più “sconcia” (paragone col “più”, perciò anche l’uomo era sconcio) era la figura della donna: un pancione smisurato che sembrava tenuto a fatica dalle braccia piegate, che tanto il pancione era largo non si incrociavano. E sotto a quel pancione uscivano due gambe nude fin sopra il ginocchio (miseria di questa donna). La donna barcolla sotto il peso di quel pancione. Renzo guarda più attentamente e vede che quel gran corpo era la sottana che la donna teneva su, e dentro c’era tantissssima farina. Tanto che quasi a ogni passo ne volava via una ventata. Sia luo che lei cercano a fatica di portare tutta la farina, che un po’ invece si perde. Il ragazzotto invece teneva in testa dei pani (figura truce, un po’ meno comica: questo ragazzotto è vittima della miseria dei genitori). Gambe più corte, quindi rimane un poco indietro, e allungando il passo ogni tanto la paniera perde l’equilibrio e gli casca qualche pane. E la madre lo sgrida (brutale,

minacciosa) e nel farlo butta via più farina di quella sprecata dal ragazzo. Dopo la madre prende la parola il padre. Ora che ne ha tanti non gliene importa. Questa famigliola viene descritta chiaramente da Manzoni in maniera parodica. è una parodia della famiglia. La parodia è lo strumento della retorica che agisce a vari livelli (come genere letterario) ma in generale tra le varie definizioni di parodia è efficace dire che “la parodia è lo scoronamento dell’eroe”: quando all’eroe, alla situazione grande, nobile, importante, di livello notevole, viene tolto tutto il prestigio e quindi viene scaraventato in basso, ridotto in miseria. L’importante nella parodia è che si conosca l’eroe, e si possa essere in grado di fare il paragone. I testi parodici funzionano con un patto logico tra emittente e destinatario: bisogna avere presenti entrambi, il soggetto viene scoronato, abbassato oltre ogni immaginazione e possibilità. Si deve presupporre da parte di entrambi la conoscenza del primo elemento oggetto di parodia. Mentre Manzoni costruisce questo quadro parodico, presume che noi sappiamo come funzioni una famiglia e quali siano i suoi elementi. L’attenzione va soprattutto sulla figura della donna: chiarissimo il tratteggio parodico del pancione. Dovrebbe indicare la maternità, ed è invece il luogo del furto, dove si porta l’oggetto della rabbia, dell’ingiustizia. E questa donna oltretutto non solo è avida, anziché essere generosa (figura materna), si ritorce contro il figlio (sgridato e minacciato), e in fondo è anche stravolto nell’ordine degli affetti il ruolo paterno. L’ultimo che ha voce in capitolo anche se dovrebbe parlare per primo. In questa famiglia parodiata lo spreco è la norma. Quindi è un altro esempio di come la città sia un luogo contro la natura. Questa famiglia è anti-natura: non solo questa regola vale in generale (tutta la città) ma la scelta è ben calcolata anche per la costruzione dell’idea di Renzo. Lui vuole costruirsi una famiglia, il suo punto di riferimento è Lucia e la costruzione di una famiglia con lei. Invece la prima scena umana in cui si imbatte è una figura contraria alla famiglia, presentazione antinaturale della famiglia. L’autore lavora per introdurre il lettore nella dimensione urbana, cittadina, all’insegna dell’inganno, ribaltamento, contrario, contro l’ordine naturale. La città è luogo anche del diabolico (non solo ciò che è contrario alla natura ma anche luogo della cattiveria). Per introdurre questo tema del diabolico (che troveremo nel capitolo successivo) lo scrittore ci prepara, e semina già i primi indizi (piuttosto camuffati). La pentolaccia e la farina sono due oggetti, due parole, che riportano a proverbi che hanno a che fare col diavolo (“il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”, e “la farina del diavolo va in crusca”): quello che si è ottenuto con l’inganno a un certo punto si ritorce contro. La fantasia linguistica del poeta si attiva nella scelta, nella selezione di queste tessere verbali. Questo è un capitolo molto interessante nell’opera di Manzoni. Negli ultimi cinquant’anni si è studiata l’abilità di Manzoni nello scegliere i vari registri linguistici. Manzoni qui si incontra con Gadda. I personaggi manzoniani sono maschere linguistiche , che vuol dire che più che altrove in Manzoni la costruzione del personaggio (non solo la descrizione esteriore ma soprattutto il carattere interiore) si costruisce attraverso lo strumento della lingua. Manzoni ci disegna un personaggio, ce lo presenta, ce lo offre costruendolo attraverso la lingua, per come parla, come pensa e il pensiero viene riportato dal poeta. Si potrebbero fare tanti esempi,

antispagnola nasconde fortissimo il pregiudizio ottocentesco. (“Canzone all’Italia”). è un po’ esagerato, gli spagnoli avevano una specie di criterio e non erano così rozzi barbari, ma questo tutto sommato è il romanzo e non la storia. Ferrer, per leggerezza, fissa la meta: decide d’autorità il prezzo del pane (lo abbassa). Fissa un livello oltre il quale non si può andare, molto più basso di quanto fosse richiesto al momento. I fornai allora protestano, non riescono a gestire le loro botteghe. La protesta contraria dilaga, gli animi si accendono e viene informato il governatore don Gonzalo. Questo, ingolfato nelle faccende della guerra, nomina una giunta (che poi doveva decidere). Una giunta fatta di persone competenti, magistrati locali, che legge l’economia, osserva la realtà, e rialza il prezzo del pane (rincaro del pane). Alla fine di questo excursus storico Manzoni dice che i fornai respirarono, il popolo imbestialì. Allora il popolo, la sera prima dell’ingresso di Renzo a Milano, assalta il forno delle Grucce. Questi soggetti sparsi, questi punti sparsi di protesta fanno sì che, come gocce sparse su uno stesso pendio, a un certo punto si uniscono. Manzoni è il primo e migliore descrittore dei meccanismi della folla, come una folla si muove, si sposta e decide di intervenire. Quei pochi lucidi riescono ad orientare gli altri che si fanno trascinare. Mancava solo l’occasione, la goccia che fa traboccare il vaso. E l’11 novembre del 1628 un garzone con una gerla carica di pane attraversava una strada, corso vittorio Emanuele, e si imbatte in un gruppo di persone arrabbiate. Il ragazzetto si spaventa, gli manca la parola, questi lo aggrediscono (lui scappa) e gli rubano il pane. In qualche modo questo alimenta la rabbia e c’è l’assalto al forno “al forno, al forno, al forno”. Questa folla si dirige al forno della Grucce, nella “corsia dei servi” (nome della viuzza). che al tempo di Manzoni esisteva ancora. (dopo la diffusione del romanzo si racconta che Manzoni ricevesse il pane gratis dal forno). L’assalto ai forni è uno dei momenti più tragici dei capitoli: la folla entra nel forno nonostante l’opposizione dei gendarmi, i padroni del forno si rintanano, scappano attraverso i tetti e raccolgono delle pietre dal cortile interno: lancio di pietre, e Manzoni scrive che “due ragazzi vi rimasero morti”: si tocca il punto più feroce, più tragico: la rivolta dei forni è un momento storico realmente accaduto, non solo a Milano. Il furore accresce la moltitudine, e Renzo si imbatte proprio nella folla che dopo l’assalto ai forni si dirige verso piazza Duomo. Dal forno avevano preso di tutto, non solo pane e farina ma addirittura arredi e strumenti, e volevano farne un rogo in piazza Duomo. Qui avviene un tumulto, il pdv si sposta su piazza Duomo (valore simbolico della mole del Duomo): Renzo segue una di queste persone la mattina del giorno dopo (l’assalto dura tutta la notte e il giorno dopo). Entra in piazza e “gli si scopre davanti la gran mole”, si sofferma a guardarla con la bocca aperta. Una di queste persone cattura maggiormente la sua attenzione.

T.4 Renzo al Duomo

“L’uomo del fascio” sta buttando delle cose sul fuoco, e questo non è esattamente il modo migliore per prendere il controllo del pane (cioè se bruci i forni oggi domani come fai?) la distruzione degli attrezzi sarebbe contro ragione, ma questa è una “sottigliezza metafisica a cui la gente non arriva”:

Manzoni prende in giro sottilmente la mancanza di intelligenza della moltitudine, che deve essere guidata perché non è dotata di ragione propria (è necessaria una guida). Finché una persona riesce a mantenersi pura, ingenua, genuina, senza farsi toccare dal “virus” della folla, può accedere ai ragionamenti più sani, giusti: Renzo è ancora nuovo alla questione della logica non-logica della folle, e legge chiaramente la faccenda. Invece solo a forza di parlarne, la folla circonderà Renzo con le parole, le grida, i proclami. Queste parole della folla però saranno ambigue, false, che confondono. Invece a quest’altezza in Renzo ancora le parole corrispondono alle cose. Renzo è capace di leggere giustamente la situazione, di spiegarla, comunicarla. Da qui in poi la logica procede in modo diverso: tutti diranno una cosa pensandone un’altra, si dice il contrario di quello che si pensa... confusione delle lingue, come una Babele in cui crolla il valore della parola. A Renzo viene in mente un pensiero che tiene per sé, perché in tutti i visi non ce n’era uno che sembrava dire “fratello, se sbaglio correggimi”: intorno a sé vede persone non affidabili. Ha già visto che quelle persone anno perso il controllo, sono ben diverse dal signore fuori dalla città. (fine capitolo 12)

riassunto inizio capitolo XIII

capitolo autonomo, un episodio in cui la “grande storia” si abbassa sulle genti minute, meccaniche, come Renzo che partecipa attivamente a un episodio storico, realmente avvenuto, gravissimo. Di questo assalto, nella Storia non resta tanta memoria: ci pensa Manzoni, e noi dobbiamo prestare fede a questa invenzione, con la consapevolezza che egli si muove nel terreno dell’animo umano delle persone comuni. Mentre, per assurdo, non è necessario con uno storico, con un letterato sì. Il capitolo tredicesimo è dedicato all’assedio della casa del vicario di provvisione. L’inizio è un inizio memorabile. Il vicario di provvisione era quello che aveva acceso gli animi della rivoluzione, colpevole di aver alzato il prezzo del pane e di essere il “protettore dei fornai”. Allora la folla, il corpo che vediamo muoversi in questo capitolo, è alla ricerca di questa sua vittima designata. Il suo nome “vicario di provvisione” era stato pronunciato nella chiusura del capitolo precedente. Questa folla decide allora di spostarsi da piazza duomo (falò con gli strumenti dei forni) alla casa del vicario. Questa dimora era situata in piazza cordusio, dove si incontra con via meravigli (centro cittadino). Il vicario di provvisione, tratteggiato come personaggio di commedia, comico, è in realtà un personaggio storico: Ludovico Melzi D’Eril, e questo assedio proviene dalle fonti storiche del romanzo e dalla storia milanese di Giuseppe Ripamonti, una delle fonti principali per la materia storica del romanzo. Ricordiamo anche lui perché lo ritroveremo con Gadda, che ricorda di avere tra gli avi da parte di madre un Ripamonti (fittissima rete di rinvii tra Gadda e Manzoni). Perché è un personaggio di commedia? Già l’inizio di questo capitolo lo ritrae isolato nella sua dimora, in questa stanza, quotidianità modesta, desinare biascicato senza appetito, mal disposto... Perché “attende con gran sospensione che finisca

deliberatamente”. Importante: Renzo decide deliberatamente di seguire la piena del tumulto. Renzo decide di seguire il tumulto perché viene mosso da una innata, innaturale propensione a voler difendere il vicario. Lo stato d’animo di Renzo è di orrore immediato di fronte all’idea dell’omicidio. Insomma anche Renzo si propone fin da subito di resistere, in qualche modo, a questo orrore e si porta (incuriosito, scandalizzato) ad assistere a ciò che sta per succedere. La scena è descritta con ritmo concitato: chi avvicina ciottoli, chi li lancia, chi toglie i cardini alla porta, chi con puntelli e unghie cerca di sgragolare il muro... Note di Manzoni, attento a cogliere le diverse sensibilità che compongono la folla: chi non poteva aiutare faceva coraggio con gli urli, ma nello stesso tempo stando lì così impicciavano ancora di più il lavoro. E succede nel male come succede a volte nel bene, che i meglio intenzionati rovinano tutto (annotazione pungente tipica di Manzoni). Arriva un drappello di soldati, chiamati dal castello sforzesco per difendere il vicario. Anche questo ufficiale che comanda il drappello viene descritto con grande acume da Manzoni. è una figura di irresoluto, non si sa decidere se mandare tutti subito, in gruppo, alla spicciolata... anche lui non viene trattato come una semplice comparsa ma descritto con verosimiglianza (stessa annotazione che vale per Gadda: abile a ritrarre i personaggi, grande caricaturista: talento appreso da Manzoni).

T5 assedio della casa del vicario di provvisione

l’occhio attento di Manzoni si sofferma a descrivere la folla, e una figura in particolare che spiccava tra questi: un “vecchio malvissuto”. Renzo si scandalizza rivolto a questa figura del vecchio, “vissuto male”, triste, inteso alla maniera dantesca: persona indegna. Figura del diavolo (già introdotta l’altra volta), occhi infossati, sembra quasi Caronte demonio. “canizie vituperosa”: figura anziana che si compiace di offendere, che indugia nell’offesa, nell’improperio, nella malvagità... ma “vituperosa” vuole anche dire degna di biasimo. Valore attivo e passivo. Sia che suscita in noi il biasimo verso questo vecchio, sia suggerisce che il vecchio indugiava nelle cattivere (andava rimproverato, come lui era propenso a rimproverare). Questo qua agitava in aria un martello, una corda, quattro gran chiodi (incubo che Manzoni si porta dietro). Di fronte a questa scena la buonanima di Renzo non può non inorridirsi (“ohibò, vergona!”). Ma nella città, nella visione di Manzoni, c’è il capovolgimento, la doppiezza. La città è il luogo dove le parole non corrispondono alle cose, e la parola di Renzo (qui usata in senso proprio, nel senso di maggiore nobiltà morale) viene intesa al contrario. messa in bocca ad un innocente viene proferita in modo diretto, ma gli abitanti della città la intendono alla rovescia e Renzo viene scambiato per una spia, addirittura per il vicario trafestito da contadino che scappa. Negli occhi della gente che compone questo tumulto irrazionale non può essere un vero contadino, ma una spia o addirittura il vicario.

Renzo allora si spaventa, e alcuni vicini lo prendono in mezzo e cercano di confondere quelle grida. Manzoni descrive allora la varietà degli animi della folla: non tutti sono malvagi, irrazionali, sfrenati. Qualcuno, una parte minore,

è dalla parte del bene e questi proteggono Renzo. Per fortuna interviene qualcosa di nuovo: si fa largo una scala. Compare una scala, portata verso la casa del governatore. I portatori andavano “a onde”, pezzi che rinviano alla burrasca (e l’immagine delle onde ritorna poi anche a descrivere la folla). Manzoni fa anche tanta ironia: “la macchia fatale si avvicina a balzelloni”. Il termine macchina ricorda le macchine belliche usate per assediare le città nei poemi omerici. C’è allora anche la vena eroicomica: anche questo assalto alla casa del vicario è occasione per strizzare l’occhio al vicario, come fosse una città fortificata. Si mette male per il vicario di provvisione, e Renzo vorrebbe quasi scappare (c’è in lui l’intenzione di uscire prima possibile dal tumulto e andare da Padre Bonaventura). Ma ecco che di nuovo la sorte, la storia sorprende Renzo: tutt’un tratto si sparge una voce: Ferrer, Ferrer, arriva Ferrer. Quello era il grande magistrato che aveva fatto il provvedimento (super sprovveduto) di mettere “la meta”, stabilendo un prezzo del pane agevole anche se poi era stato necessario rialzarlo. Ferrer agli occhi della gente era il salvatore, il difensore del popolo. Interviene per salvare il vicario di provvisione (storicamente). Ferrer viene descritto da Manzoni come politico scaltro, furbo, prudente (ragion di stato non sempre concorde con l’etica), in certi tratti biasimevole, ma che qui si comporta nel modo giusto. In questo contesto, dice Manzoni, Ferrer se la cava alla grande perché va a salvare la vita del vicario. Arriva raccogliendo i saluti della gente e a “spendere bene una popolarità mal acquistata”. Il provvedimento era sbagliato, ma ora ne fa qualcosa di buono.

Renzo, come un eroe omerico, sta compiendo un viaggio: è giunto nella città a contatto diretto col mondo, con una dimensione a lui estranea. Esce di casa, si trova in una dimensione nuova. Il modulo è quello di un romanzo di formazione: Renzo appartiene alla figura tipica dei romanzi di formazione. Il capitolo 13 è dedicato, nella sua unità (già sottolineato, la parentesi milanese è tutta unita) è dedicato all’assalto alla casa del vicario di provvisione. Questo capitolo si può vedere che ha un incipit da commedia, stile comico. Il narratore immediatamente ci tiene a trasmetterci la consapevolezza che la storia andrà a finire bene. Manzoni in questo capitolo esprime la sua chiara opinione sui tumulti e sulle folle che compongono, ordinano, muovono i tumulti, ed è chiaro quanto sia pessimista. In particolare, all’interno di questo gruppo c’è il vecchio malvissuto, canizie vituperosa su cui si appunta il giudizio tagliente e severo di Manzoni. Nelle parole di Renzo c’è coerenza, ma la città è il luogo della falsità, dell’ipocrisia: e Renzo viene scambiato per una spia, addirittura il vicario travestito dal contadino. E gli animi esagitati di queste persone minacciano Renzo, che corre un grande pericolo. Da questo viene scampato dall’arrivo di Ferrer: altro colpo di scena. Ferrer che già era conosciuto dal lettore perché nella parentesi storica si spiega che aveva preso il provvedimento scellerato di fissare la “meta”. Ferrer è amato dalla folla, dalla moltitudine: è un eroe, il salvatore della gente. Quindi è l’unico non

tratti, realisticamente, il carattere dei personaggi (dote innata che ha anche Gadda). Questa figura storica si presenta come attore straordinario: interpreta in questa vicenda il suo ruolo magistralmente: è una figura di vecchio, vegliardo, canuto, che suscita una immediata ammirazione. Questo è subito evidente: suscita in tutti un effetto mirabile, perché arriva senza guardie o apparato, coraggioso, ad affrontare questa moltitudine procellosa. (ancora termini di temesta-burrasca). Ferrer arriva da solo, e subito suscita ammirazione. Il furore della gente stava per scoppiare (“si sarebbe scatenato il peggio”), e ora invece appena la folla vede Ferrer si ferma. Lui fa capire che è lì per portare in prigione il vicario, e quella promessa di soddisfazione è come “un osso in bocca” alla popolazione, che si acquieta un po’ (gesto che ricorda gli animali, belve, ma anche Cerbero). “dare un osso in bocca” nel linguaggio popolare significa “fare promesse vane”: Manzoni ironicamente con fare mimetico inserisce nella sua prosa un’espressione proverbiale imita la realtà, ma questo meccanismo mimetico contemporaneamente strizza l’occhio al lettore perché veicola la verità: era una promessa vana. La folla lo incita, lo saluta, lo osanna... predomina il grido: “prigione, giustizia, Ferrer”. Renzo è ancora lì, aveva passato un momento pericoloso e se ne voleva veramente andare, ma l’arrivo di Ferrer lo coinvolge direttamente. Al suo arrivo, Renzo si sente coinvolto in prima persona. Altro punto in cui la storia grande, pubblica, si incontra con quella del personaggio inventato. Renzo si sente coinvolto in prima persona: con l’Azzeccagarbugli sperava di risolvere legalmente la questione, ma a Renzo erano state mostrate le “gride” cioè le leggi scritte sui manifesti e che venivano bandite. Scritte in latino, con sigilli e la firma dell’autorità, “vidit Ferrer”. firma del governatore o di chi ne faceva le veci. Renzo si ricorda quelle parole, quelle scritte della grida “vidit ferrer”. E siccome quella grida era quella che diceva che si dovevano difendere i matrimoni giusti, per lui Ferrer è il difensore dei giusti. è convinto che Ferrer venga a far giustizia, e decide di restare: si sente responsabile nei confronti della giusta causa, vuole aiutare Ferrer. E con le sue “spinte e gomitate da alpigiano” si fa largo tra la folla e si mette in prima fila.

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Ferrer agisce da attore. Questa pagine che lo ritrae mentre si muove, gesticola, parla con la folla, è davvero una scena da palcoscenico, da teatro. Non solo per l’immagine che suscita, ma anche per la scelta linguistica che Manzoni opera: a guardare attentamente, Manzoni descrive il comportamento di un attore, usa verbi tipici di una dimensione teatrale. “Ferrer presentava un viso tutto umile” dai vari sportelli della carrozza: umile, sorridente, amoroso... poi gesticola, si aiutava coi gesti... Tipo gesto di prendere baci, e poi è come se si nascondesse dietro il sipario (si rintana nella sua carrozza). La carrozza, e sarà così anche quando porterà in salvo il vicario, è un po’ la scena di questa commedia: c’è una parte in cui si è esposti e si deve recitare, e una dietro il sipario dove non si recita più, oppure si recita un’altra parte ancora. Ferrer

dietro il sipario si comporta esprimendo la sua doppiezza (giudizio morale chiaro di Manzoni). Si esprime la stratificazione della sua figura con la parola, l’espressione linguistica. Quella più semplice, qui, è l’adottare il bilinguismo. Italiano e spagnolo. Ferrer insomma, rivolgendosi alla gente parla italiano, ingannando e recitando. Quando parla con se stesso o con il vicario usa la lingua natia, lo spagnolo. duplicità espressa dal bilinguismo (“por mi vida, que de gente”). L’altra possibilità linguistica diventa una specie di riserva mentale, uno spazio mentale.

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Renzo come vede Ferrer? “vagheggia”, e parla di Ferrer come “decoroso”: prudente, saggio... dote di chi sa misurare, chi sa leggere la situazione e agire di conseguenza. Ha anche una sfumatura etica, morale, di chi si sa comportar bene nelle varie situazioni. Parla Renzo, è il punto di vista di Renzo che spera che Ferrer sia giunto per fare giustizia. Ma dobbiamo pensare che ci sia una parte anche del giudizio vero di Manzoni scrittore, che non sa trattenersi dalla sua solita severità (giudizio severo): sia da un punto di vista umano (va a salvare la vita di qualcuno) ma anche perché Manzoni potrebbe essersi fatto prendere la mano dal gioco divertente della scena teatrale: c’è un atteggiamento amorevole da parte dell’autore nei confronti di Ferrer. E quindi è difficile distinguere le opinioni di uno e dell’altro, anzi è interessante scrutare come si pongono entrambi i punti di vista. Renzo vuole aiutare Ferrer: la carrozza arriva, si muove, Ferrer è abilissimo a parlare alla folla in spagnolo al suo cocchiere Pedro (caricatura del suo signore, vera figura da teatro). Era tipico nel teatro che il servo facesse la caricatura del padrone. E questo Pedro, di solito santa persona, qui pensa di essere anche lui un gran personaggio, assume un po’ di garbo anche lui e “dimena adagio adagio la frusta” (che al ritorno non si vergognerà di muovere velocemente). La carrozza si muove e a Pedro Ferrer parla in spagnolo dicendogli di muoversi. Ferrer distribuisce sorrisi e uno va anche a Renzo, che se lo meritava tutto (era tra quelli che più lo aiutava). “invaghito di tanta buona grazia” a Renzo pareva quasi di averci fatto amicizia. Al di là del divertimento della scena, Manzoni è terribile perché è attento a costruire la psicologia di Renzo, che ha fiducia in Ferrer più di tutti: lo crede veramente despositario della giustizia terrena, della verità della legge e della giustizia in cui lui crede. E quella verità in cui Renzo crede di buon cuore sarà proprio negata da Ferrer attraverso le parole. Lo scrittore insiste sulla responsabilità delle parole: il tradimento di Ferrer verso la folla avviene attraverso il linguaggio. Sono le parole che portano l’inganno. Insomma questa carrozza si fa strada, ogni tanto si deve fermare. Ancora la metafora della tempesta. Ferrer continua a parlare, preso da una furia di loquacità, quasi una forma isterica: ha capito che solo parlando con la folla la può tener tranquilla. Esempio di questa loquela, fabulazione così sfrenata, è anche un esempio della mescolanza delle lingue. “Sì signori, pane, abbondanza, lo porto in prigione...” e poi in spagnolo si contraddice. Concitazione costante della scena (uno che quasi gli si ficca nel finestrino). E alla fine Ferrer arriva alla casa, grazie soprattutto ai “buoni ausiliari” (Renzo tra i primi). Confusione delle lingue: Milano si pone

si siede e avvisa il vicario che stesse rincantucciato nel fondo della carrozza (avviso superfluo, eh-eh, ironizza manzoni). Devono fare il percorso opposto.

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Manzoni parla di “questa gita”: ci sembra comico, ma ai tempi il termine “gita” non si usava solo per le passeggiate di divertimento, ma questa sfumatura si è attivata soprattutto perché l’ha usata Manzoni qui! Torna quella “affabulazione” caratteristica di Ferrer, che fa ancora un discorso al “mutabile uditorio”, la folla. Continua a parlare e non si ferma mai. Discorso continuo e sconnesso. (isterico, non ce la fa più). Non è un discorso logico e attinente alla logica dei discorsi. E ogni tanto parlava in spagnolo col suo “acquattato compagno”. (gli dice che sta parlando solo per rabbonirli, che lo dice per il suo bene). Questo bilinguismo è importante per la costruzione di una Milano come Babilonia.

L’episodio volge al termine: la carrozza procede facendosi largo tra la folla e nel frattempo arrivano pure dei soldati spagnoli, che avevano un capitano inconcludente e quindi erano arrivati dopo Ferrer. La carrozza si fa largo e prende la via della liberazione: allora Manzoni si permette un’osservazione per commentare la superiorità di Ferrer nei confronti dei soldati, e osserva: “era veramente il caso di dire cedant arma togae, ma non sarebbe servito perché Ferrer non aveva la testa, e l’ufficiale non sapeva il latino”. Si distinguono i registri e anche i destinatari della lingua: ad ognuna c’è un destinatario diverso. “le armi lascino il posto alla toga” in latino non è solo una battuta ironica, ma ha senso: anche nella riv franc le armi avevano calpestato la ragione, e Manzoni disapprovava: tema del rapporto tra armi e diritto (tema scottantissimo nell’Italia dell’ottocento). La carrozza riesce a scomparire, viene portato in salvo al castello e questo vicario distrutto da quest’esperienza, in tono da commedia, vorrà dare le dimissioni (“vado a vivere in una grotta”, e di lui non si seppe più nulla).

Capitolo 14

Manzoni può affrontare il problema che gli sta a cuore: come Renzo fa esperienza della città, com’è la città nel rapporto con Renzo in quanto “mondo”, e come questa esperienza fa maturare Renzo. La tappa successiva, altrettanto memorabile, è l’esperienza che capita a Renzo (tempo dilatatissimo: cinque capitoli per poche ore). Renzo si sposta all’osteria della Luna Piena: pochi passi lontano, anche se non c’è registrata e sembra che se la sia inventata Manzoni ma chissà? All’inizio del capitolo c’è la descrizione della folla in tumulto che va scemando. La folla si divide in vari gruppi, comincia a sbandarsi, diramarsi, chi va a casa, chi si allontana per respirare un po’, chi cerca amici per parlare... Insieme ai soldati. Però restava ancora il “fondaccio” del tumulto, l’anima cattiva, il “branco di birboni” mal contenti che tutto fosse finito così e si consultava per intraprendere qualcosa di nuovo il giorno dopo.

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Si ritrova l’immagine che Manzoni non si toglie dalla testa del tumulto come temporale, tempesta. Manzoni è anche descrittore dei cieli (cieli lombardi): attaccamento, affezione. E paragona i tipi che rimangono alla “nuvolaglia” che resta anche dopo la burrasca e fa dire a chi guarda: “il tempo non si è rimesso bene”. Questi gruppetti sparsi allora non lasciavano promettere nulla di buono. E questo non vale solo per il tumulto di Milano ma vale per Renzo, che non ha ancora terminato le sue disavventure.

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Renzo cerca riposo e quindi l’insegna di un’osteria, e cammina dunque insieme a queste persone che vagano per le vie di Milano. Camminando per le vie si trovò a ridosso di un crocchio e sentì che vi discorrevano di congetture e disegni per il giorno dopo. Renzo allora è parte di questa dinamica, si accosta, si fa catturare, irretire da uno di questi crocchi e poi non riesce a trattenersi dal non dire la sua (doppia litote) perché sperava di poter qualche cosa, avendo “fatto tanto” (è lui che aveva aiutato Ferrer) (sorriso bonario di Manzoni verso l’ingenuità di Renzo). è disarmante la giusta semplicità di Renzo, totalmente davvero estraneo alla psicologia della città, al tipo dei cittadini e pensa che basti convincere tanta gente per fare qualunque cosa. Inizia con tono di oratore (“signori miei”) ma con grazia, garbato, educato ma anche risoluto (convinto di poter dire la sua), però dice “debole parere” due volte (ripetizione). Primo esempio nella orazione di Renzo della semplicità della sua oratoria, fitta di elementi di ripetizione, elementi più semplici: ripetizioni, luoghi comuni, genericità nell’espressione, e giudizi approssimativi, e poi appelli alla sapienza comune, in particolare la chiesa (cultura, autorità, saggezza popolare). Renzo crede che facendosi sentire si ottenga quel che è giusto, e che bisogni andare avanti così non solo col pane. Occorre fare così per tutte le ingiustizie. La sua non è solo saggezza popolare ma anche esperienza personale. primo riferimento alla sua esperienza, alla sua ingiustizia patita. Bisogna mettere rimedio a tutto. “non è vero, sigori miei” chiede Renzo retoricamente, e racconta la sua storia senza far nomi. C’è una voce che dà man forte a Renzo: “purtroppo!” ottenuto questo primo consenso Renzo va avanti, e prosegue facendo un esempio di un “diavolo” per cui ci sono e ci devono essere le “gride”. S’è mai visto uno di questi tiranni in prigione? E quel che è peggio è che le gride ci sono, stampate, e non vengono applicate. Primo momento della “utopia” di Renzo: questo vagheggia l’uguaglianza di tutti davanti alla legge. Le leggi ci sono, ma i tiranni non sono mai in carcere. (la città si propone anche come luogo mentale in quanto luogo delle utopie, dove è possibile progettare, vagheggiare, desiderare un futuro migliore, forse possibile). In questa parentesi di Renzo a Milano c’è la città come Babilonia (confusione, inganno, ribaltamento) ma anche come luogo e momento di espressione dell’utopia. Manzoni mette in bocca a Renzo, montanaro che arriva per la prima volta in città, un discorso utopico. Scelta che usa, che si avvale dello strumento dell’antifrasi (meccanismo del rovescio: solo in bocca a un montanaro estraneo, che viene da fuori, può essere proposta ed espressa l’utopia che propone la salvezza della città). Messaggio che qui è veicolato attraverso un’antifrasi. Questo meccanismo antifrastico