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Analisi dell'opera di Macbeth
Tipologia: Appunti
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PRINCIPALI TEMI DEL MACBETH
L’antico concetto di tragedia riguardava la caduta di un grande uomo, ad esempio un re, da una posizione di superiorità ad una condizione di disgrazia a causa della propria superbia. Per i greci, la superbia umana finiva con l’essere punita da una tremenda vendetta. L’eroe tragico meritava la compassione del pubblico ma non necessariamente il perdono: la tragedia greca ha spesso un finale tetro.
L’opera teatrale cristiana, invece, offre sempre un barlume di speranza; non a caso il Macbeth termina con l’incoronazione di Malcolm, un nuovo capo che incarna perfettamente le virtù che il buon sovrano deve possedere.
I coniugi Macbeth:
un’allegoria di Adamo ed Eva?
Il Macbeth mette in scena elementi che ricordano da vicino la più grande delle
tragedie cristiane: il peccato originale e la conseguente cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre. Nella Genesi, la debolezza di Adamo, convinto dalla moglie la quale è stata a sua volta tentata da Satana, lo induce a violare i limiti imposti e a far finta di essere un dio. Entrambe le storie lasciano spazio alla speranza: l’umanità verrà salvata da Cristo anche se ha peccato. In termini cristiani, malgrado Macbeth sia un tiranno, un criminale e un peccatore, ciò non esclude un’eventuale redenzione in paradiso. Macbeth, nonostante i suoi orrendi crimini, è un uomo degno di compassione. Ciò che lo salva è il fatto che da principio egli non vuole uccidere Duncan ma in un secondo momento cambia idea, condizionato dalla cupidigia della moglie. Inoltre Macbeth soffre internamente perché non riesce a godersi la posizione di prestigio che occupa. Pur essendo re, paura, paranoia, esaurimento e insonnia non gli danno tregua. Anche lady
vita (destino) sono predefiniti da forze ultraterrene. Nel Macbeth queste forze sono rappresentate dalle streghe. L’opera fa un’importante distinzione: il destino potrà anche essere segnato in partenza, ma le modalità con cui quel destino si compie restano in balìa del destino e del libero arbitrio del soggetto. Anche se a Macbeth viene predetto che diventerà re, non gli viene specificato come lo diventerà: infatti tocca a lui fare delle scelte. Non si può biasimarlo per essere diventato re (è il suo destino), ma si può biasimarlo per i mezzi di cui si serve per diventarlo (libero arbitrio).
L’ordine politico e l’ordine naturale.
Il Macbeth è ambientato in una società in cui la parola d’onore e la fedeltà ai propri superiori sono imperativi categorici. Al vertice della gerarchia si trova il re, cioè il rappresentante della divinità sulla Terra. Altre relazioni umane dipendono dalla fedeltà: il
cameratismo sul campo di battaglia, l’ospitalità dell’anfitrione nei confronti dell’ospite e la fedeltà coniugale tra marito e moglie. In quest’opera qualsiasi relazione umana è corrotta o depravata. L’assoggettamento di Macbeth da parte della moglie, il regicidio e la distruzione dei legami familiari e camerateschi, sono tutte azioni volte al sovvertimento dell’ordine naturale. La visione medievale del mondo prevedeva un rapporto diretto tra l’ordine naturale, il cosiddetto microcosmo, e l’ordine universale, il cosiddetto macrocosmo. Quindi, quando Lennox e l’anziano parlano dello sconvolgimento terrificante che sta investendo il mondo – tempeste, terremoti, eclissi e così via – viene subito in mente il sovvertimento dell’ordine naturale che Macbeth ha provocato nel suo microcosmo.
LA FORZA DISTRUTTRICE DI UN’AMBIZIONE SFRENATA.
commesse dal marito peseranno talmente tanto sulla sua coscienza che il suo equilibrio psichico ne sarà compromesso. In entrambi i casi, l’ambizione – coadiuvata ovviamente dalle funeste profezie delle streghe – è ciò che spinge la coppia verso nefandezze sempre più ignobili. La teoria che sembra sottostare all’intera opera consiste nel fatto che quando si decide di usare violenza per raggiungere i propri scopi, fermarsi diventa un’impresa sovrumana. Le minacce al trono sembrano non finire mai – Banquo, Fleance, Macduff – ed è sempre forte la tentazione di ricorrere alla violenza per sbarazzarsi dei nemici.
Macbeth è la rappresentazione della sete di potere, di un’avidità irrefrenabile che una volta scatenata non si ferma davanti a nessun ostacolo perché il fine ultimo oltrepassa qualunque cosa possa essere raggiunta. La realtà perde di significato se paragonata ai desideri più inconfessabili di una mente in preda al delirio. Ecco che lo spettatore assiste
ad un vero e proprio distacco dalla realtà. Nel corso della Storia molti uomini hanno vagheggiato repubbliche ideali e principati illuminati che non si sono mai realizzati. Ma la discrepanza tra come si dovrebbe vivere e come si vive è tale che colui che trascura ciò che succede e bada solo a ciò che si dovrebbe fare si incammina sul sentiero dell’autodistruzione. Il filosofo Niccolò Machiavelli (1469-1527),affermò che la cupidigia conduce alla rovina, un concetto fondamentale in quest’opera shakespeariana.
Il dramma si apre con tre streghe che rendono omaggio a Macbeth con tre appellativi di prestigio: signore di Glamis (lo è già), signore di Cawdor (lo diventerà a breve) ed infine re di Scozia. Macbeth, uomo pervaso da un’ambizione smisurata, viene tentato da questi titoli e, aiutato dalla moglie, uccide ad uno ad uno i suoi rivali al trono. Di conseguenza la ricerca del potere a tutti i costi determina il suo destino. Lo psicologo Erich
la vita futura. Ma in casi come questo, noi abbiamo da subire un giudizio anche qui: giacché noi non facciamo che insegnare opre di sangue, le quali, appena insegnate, finiscono per punire il maestro. Questa giustizia dalla mano imparziale porge alle nostre labbra stesse la miscela del nostro calice avvelenato” (Atto I, scena VII).
Macbeth nutre sentimenti contrastanti quando pensa all’omicidio di Duncan, che oltre ad essere il sovrano è anche suo cugino. Esita ad uccidere Duncan perché teme le conseguenze che potrebbero in qualche modo sopraggiungere e affliggerlo. Si chiede come reagirebbero i sudditi ma la sua ambizione soffoca le paure e la coscienza che lo tormentano. Oramai la sua moralità è compromessa. Infatti il tragico eroe, anziché chiedersi se l’azione che sta per commettere è giusta oppure no, si preoccupa solo delle pesanti conseguenze che potrebbe affrontare nel caso il suo piano fallisse. É chiaro che
Macbeth non prova né teme alcun senso di colpa per l’omicidio. Teme piuttosto Banquo, la cui esistenza rappresenta un ostacolo all’avverarsi delle profezie. “I timori che ci desta Banquo fanno presa profonda, e nella regalità della sua natura regna ciò che vuol essere temuto: egli osa molto, e a questa indomita tempra dell’anima aggiunge una prudenza, che guida il suo coraggio ad agire con sicurezza. Non v’è che lui la cui esistenza io tema: e davanti a lui il mio genio si sente represso, come dicono accadesse a quello di Marco Antonio dinanzi a Cesare. Egli investì le sorelle, quando la prima volta mi attribuirono il nome di re, e impose loro di parlare a lui; allora, con linguaggio profetico, esse lo salutarono padre di una stirpe di re. Così, sulla testa mi hanno messo una corona infeconda, e nel pugno uno sterile scettro, che mi sarà strappato da mano d’estraneo, poiché nessun mio figlio mi potrà succedere. Se è così, io mi sono macchiato l’anima per la
azioni, sia pensato e fatto: attaccherò il castello di Macduff, m’impossesserò di Fife, passerò al filo della mia spada sua moglie, i suoi bambini e tutte le anime sciagurate che gli succedono nella sua discendenza” (Atto IV, scena I).
L’ambizione corrompe la moralità dell’uomo perché gli restringe la mente e lo spirito. Anche se indirettamente, le azioni guidate dalla cupidigia arrecano rimorsi tormenti strazianti. Il senso di colpa per un delitto atroce provoca a sua volta una dissociazione psichica nella mente dell’individuo: “Mi è sembrato di sentire una voce gridare: “Non dormire più! Macbeth uccide il sonno!”… il sonno innocente, il sonno che ravvia il filaticcio arruffato delle umane cure, che è la morte della vita d’ogni giorno, il bagno ristoratore del duro travaglio, il balsamo delle anime afflitte, la seconda portata nella mensa della grande natura, il principale nutrimento
nel banchetto della vita” (Atto II, scena II). La caduta di Macbeth nel baratro dell’abiezione morale coincide con il logoramento delle sue facoltà mentali che peggioreranno ininterrottamente fino alla follia completa. “Ti prego, vedi là! guarda! osserva! ecco!… Che dici? Ah, che cosa mi turba? Se tu puoi far cenni col capo, oh, parla anche! Se i carnai e le tombe debbono rimandarci indietro quelli che noi seppelliamo, i nostri sepolcri, d’ora innanzi, saranno gli stomaci degli avvoltoi… Vattene, fuggi la mia vista! La terra ti nasconda! Le tue ossa sono senza midollo, il tuo sangue è freddo; tu non hai virtù visiva in cotesti occhi che sbarri.” (Atto III, scena IV). Macbeth è letteralmente sconvolto dall’apparizione dello spettro di Banquo e lascia intuire di essere il mandante dell’omicidio, la qual cosa insospettisce Macduff che alla fine dell’opera guiderà un esercito per sconfiggere Macbeth.
Le ambizioni di Banquo sono molto più semplici e paradossali di quelle della coppia diabolica. Pur restando incuriosito dalle profezie delle streghe, è abbastanza riluttante nel ritenerle credibili. Ha un’indole innocua, onesta e poco problematica, sceglie di non sfidare il proprio destino ed evita così di corrompersi moralmente. Essendosi prefisso di condurre una vita ortodossa, non lascia che delle forze esterne come le streghe, il destino e la cupidigia, interferiscano con i suoi principi: “Mio buon signore, perché trasalite, e sembra che abbiate paura di cose che suonano così belle? In nome del vero, siete creature della fantasia, o siete in realtà ciò che esteriormente sembrate? Voi salutate il mio nobile compagno con un titolo di onore ch’egli già possiede, e con sì alta predizione di nobile acquisto e di regale speranza, ch’egli ne sembra rapito fuor di sé: a me non parlate. Se voi potete penetrare con lo sguardo dentro i semi del tempo, e dire quale
granello germoglierà e quale no, allora parlate a me, che non sollecito né temo i vostri favori e l’odio vostro” (Atto I, scena III). Dunque Banquo non crede alle profezie delle streghe; il suo scetticismo impedisce al sortilegio di penetrargli nell’anima e quindi ne resta immune. Lo stesso non si può dire dei due protagonisti della tragedia.
IL RAPPORTO TRA CRUDELTÀ E VIRILITÀ
In Macbeth il tema del genere ricorre spesso. Lady Macbeth manipola il marito mettendo in dubbio la sua virilità, desidererebbe essere asessuale, e non contraddice Macbeth quando si sente dire che una donna come lei dovrebbe partorire solo figli maschi. Proprio come Lady Macbeth sprona il marito a commettere omicidi, così anche Macbeth stuzzica l’orgoglio dei sicari che uccideranno Banquo mettendone in discussione la virilità. Tali azioni dimostrano che la coppia diabolica fa
quanto le donne, ma l’aggressività dei personaggi femminili lascia ancora più turbati perché ribalta i canoni tradizionali che le raffigurano come portatrici di conciliazione e saggezza. Il comportamento di Lady Macbeth indica che le donne possono essere crudeli e spietate quanto gli uomini. L’unica differenza nel raggiungimento degli obbiettivi è che, per via delle convenzioni sociali o a causa della propria vigliaccheria, Lady Macbeth utilizza il sotterfugio e la manipolazione psicologica piuttosto che la violenza. In ultima analisi la tragedia offre una definizione riveduta e corretta della virilità.
Nella scena in cui Macduff scopre che sua moglie e i suoi figli sono stati massacrati, Malcolm lo conforta consigliandogli di affrontare la notizia come un vero uomo, cioè ricorrendo alla vendetta. Macduff dimostra apertamente al giovane erede che si è fatto un’idea distorta della virilità. Ecco le parole di Malcolm: “Fatevi coraggio! Per guarire da
questo mortale dolore, serviamoci come medicina, della nostra grande vendetta… Ragionate la cosa da uomo!”. Allora Macduff replica: “Sì, ma io devo anche sentirla da uomo: e non posso fare a meno di ricordarmi che vivevano esseri che per me erano preziosissimi” (Atto IV, scena III). Alla fine dell’opera Siward non si scompone più di tanto quando gli riferiscono che suo figlio è morto. Malcolm allora ribatte: “Egli merita maggior rimpianto, ed io glielo tributerò” (Atto V, scena IX). Questo commento dimostra come Malcolm abbia imparato la lezione sulla cosiddetta “virilità” impartitagli da Macduff e, in una prospettiva di speranza, suggerisce che con Malcolm sul trono di Scozia, l’ordine verrà ripristinato.
Banquo dice alle streghe: “voi dovete esser donne, ma tuttavia la vostra barba mi impedisce di persuadermi che lo siete davvero” (Atto I, scena III). Il “dovete” indica che si tratterebbe di donne, probabilmente per