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Medioevo: istruzioni per l'uso (Francesco Senatore), Sintesi del corso di Storia Medievale

Riassunto completo, dettagliato e ordinato del libro "Medioevo, istruzioni per l'uso" di Francesco Senatore,, seconda edizione. Il riassunto contiene anche i commenti relativi ai brani esemplificativi inseriti da Senatore. Documento comprensivo di TUTTI i capitoli e sottocapitoli.

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021

In vendita dal 18/04/2021

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MEDIOEVO: ISTRUZIONI PER L’USO
Francesco Senatore
Cap. I il soggetto studente e le insidie del nostro linguaggio
1. Luoghi e popoli
Aprendo un atlante storico, noteremo certamente come i confini e l’estensione dei vari
stati europei cambiano a vista d’occhio. Ognuno di quegli stati, agli occhi del lettore,
appare immediatamente impegnato nella difesa e nell’accrescimento di stesso: ne
abbiamo quindi una certa impressione di continuità, che invece risulta del tutto
sbagliata. Questo perché Stati e popoli vivono nella nostra immaginazione come enti
dotati di una propria individualità. Conoscere qualcosa che è così lontano da noi e dal
nostro tempo è complicato; nello studio della storia, infatti, riduciamo gli accadimenti a
una semplice successione di fatti cronologici sconnessi, senza minimamente contare il
fatto che quei popoli e quegli stati non rimangono mai uguali a loro stessi.
Oltretutto, nel Medioevo, sono esistiti molti stati e popoli, che non sembrano avere
corrispondenze nel nostro presente. Ignoriamo molto spesso che la storia sarebbe
potuta andare diversamente da come la conosciamo oggi, ignoriamo che sarebbe potuto
ad esempio non esistere un Regno Unito, o magari esistere ma con un nome diverso.
Popoli e stati sono dunque il prodotto della storia, ma anche i nomi dei popoli e degli
stati lo sono: non sempre, infatti, un popolo ha mantenuto lo stesso nome e viceversa.
Dunque, studiare la storia significa sostanzialmente comprendere tutte queste vicende
evitando i ragionamenti di tipo meccanico, che ci fanno focalizzare sulla mera
memorizzazione delle date e degli accadimenti.
2. Stati e stato
Da molto tempo gli storici sono convinti della totale diversità degli Stati del passato
rispetto a quelli attuali; probabilmente, l’unico vero stato che sia mai esistito è il
modello Otto/Novecentesco. Questo stato possedeva caratteristiche ben precise:
Piena sovranità su un territorio ben definito da confini;
Monopolio della forza e del diritto;
Controllo delle risorse di interesse pubblico;
Apparato burocratico stabile ed indipendente.
Questo modello di Stato è l’unico degno di essere scritto con la lettera maiuscola; si
fonda sul modello liberale e borghese, ma entra in crisi a cause dell’intervento di
organizzazioni internazionali e criminali (in alcuni paesi). A confronto, gli “stati”
medievali, come esempio lo “stato” carolingio, non dovrebbe neanche esser chiamato
tale. In quel tempo, il conte si occupava delle funzioni pubbliche, ma non è neanche
lontanamente paragonabile ad un funzionario statale di oggi. Egli probabilmente non
sapeva neanche leggere e scrivere; era semplicemente un guerriero e tutto ciò che era in
grado di fare era dare ordini ed assicurarsi che venissero rispettati. Viveva e governava
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MEDIOEVO: ISTRUZIONI PER L’USO

Francesco Senatore

Cap. I – il soggetto studente e le insidie del nostro linguaggio

  1. Luoghi e popoli Aprendo un atlante storico, noteremo certamente come i confini e l’estensione dei vari stati europei cambiano a vista d’occhio. Ognuno di quegli stati, agli occhi del lettore, appare immediatamente impegnato nella difesa e nell’accrescimento di sé stesso: ne abbiamo quindi una certa impressione di continuità, che invece risulta del tutto sbagliata. Questo perché Stati e popoli vivono nella nostra immaginazione come enti dotati di una propria individualità. Conoscere qualcosa che è così lontano da noi e dal nostro tempo è complicato; nello studio della storia, infatti, riduciamo gli accadimenti a una semplice successione di fatti cronologici sconnessi, senza minimamente contare il fatto che quei popoli e quegli stati non rimangono mai uguali a loro stessi. Oltretutto, nel Medioevo, sono esistiti molti stati e popoli, che non sembrano avere corrispondenze nel nostro presente. Ignoriamo molto spesso che la storia sarebbe potuta andare diversamente da come la conosciamo oggi, ignoriamo che sarebbe potuto ad esempio non esistere un Regno Unito, o magari esistere ma con un nome diverso. Popoli e stati sono dunque il prodotto della storia, ma anche i nomi dei popoli e degli stati lo sono: non sempre, infatti, un popolo ha mantenuto lo stesso nome e viceversa. Dunque, studiare la storia significa sostanzialmente comprendere tutte queste vicende evitando i ragionamenti di tipo meccanico, che ci fanno focalizzare sulla mera memorizzazione delle date e degli accadimenti.
  2. Stati e stato Da molto tempo gli storici sono convinti della totale diversità degli Stati del passato rispetto a quelli attuali; probabilmente, l’unico vero stato che sia mai esistito è il modello Otto/Novecentesco. Questo stato possedeva caratteristiche ben precise:
    • Piena sovranità su un territorio ben definito da confini;
    • Monopolio della forza e del diritto;
    • Controllo delle risorse di interesse pubblico;
    • Apparato burocratico stabile ed indipendente. Questo modello di Stato è l’unico degno di essere scritto con la lettera maiuscola; si fonda sul modello liberale e borghese, ma entra in crisi a cause dell’intervento di organizzazioni internazionali e criminali (in alcuni paesi). A confronto, gli “stati” medievali, come esempio lo “stato” carolingio, non dovrebbe neanche esser chiamato tale. In quel tempo, il conte si occupava delle funzioni pubbliche, ma non è neanche lontanamente paragonabile ad un funzionario statale di oggi. Egli probabilmente non sapeva neanche leggere e scrivere; era semplicemente un guerriero e tutto ciò che era in grado di fare era dare ordini ed assicurarsi che venissero rispettati. Viveva e governava

in un contesto che si reggeva sulla parola e non sullo scritto. Nonostante ciò, la parola “pubblico” era abitualmente usata dai litterati del tempo, che scrivevano i capitolari, ovvero le leggi che l’imperatore inviava ai suoi conti.

  1. La psicologia dei personaggi Le guerre e gli eventi storici hanno sempre delle ragioni; tuttavia, lo sforzo dello studente che si accosta alla materia è improntato solamente alla memorizzazione dei dati, dimenticando tutto il resto. Molto spesso è anche il nostro immaginario ad imporsi, creando così, all’interno della nostra mente, personaggi come il buono, il cattivo, il barbaro, il civilizzato, etc. Ciò che è importante ricordare è che l’uomo non è rimasto mai uguale a sé stesso nel corso del tempo: la sua psicologia e la sua mentalità sono cambiate, così come cambiato è il contesto in cui egli opera. La conclusione logica che traiamo è che non ha senso leggere il passato sulla base dei nostri giudizi.
  2. L’anacronismo, compagno della ricerca storica L’ anacronismo è l’errore più diffuso nell’ambito storico. Vuol dire sostanzialmente attribuire al passato caratteri del presente, allora inesistenti. Secondo una definizione dello storico Bloch, l’etimo significa “ contro tempo ”, quindi non è altro che l ’opposto della storia. Quando trattiamo di storia, infatti, l’obiettivo è anche cercare di evitare le insidie del nostro linguaggio, dato che parole come “stato” sono talmente tanto potenti da evocare subito nella nostra mente l’idea di stato così come lo viviamo noi. Lo storico, a quel punto, sceglie soluzioni alternative: usa direttamente il termine del passato, ma senza tradurlo. Si tratta comunque solo di piccoli accorgimenti, perché alla “fine della fiera” siamo inevitabilmente prigionieri del nostro linguaggio, strumento imperfetto e anacronistico. La più grande difficoltà della storia è, dunque, doverla capire e studiarla con le parole ed i concetti del presente.
  3. Per concludere: fatti e questioni Essenzialmente le operazioni che lo studente deve effettuare sono memorizzare i dati e comprendere le motivazioni di quel dato fatto storico. Memorizzazione e comprensione non sono mai due operazioni mentali separate, come anche la conoscenza degli eventi non è separabile da quella delle strutture. In altri termini più semplici, per poter parlare, ad esempio, del sacco di Roma, è necessario dover conoscere anche la struttura politica e militare del tardo Impero Romano (pena il non capirne assolutamente nulla!)

Cap. II – L’oggetto Medioevo e la disciplina “storia medievale”

  1. Che cos’è il Medioevo Il Medioevo è un periodo della storia europea che comincia nel 476 e termina nel 1492. Essenzialmente Medioevo significa “età di mezzo” ed i primi a parlare di media

individuare le informazioni più importanti, anche se è lo studente che in prima persona deve riuscire ad individuare gli avvenimenti più importanti, al di là dell’insegnante.

  1. L’idolo delle origini: come limitarne i danni March Bloch è stato uno dei primi a parlare di “idolo delle origini” a proposito dell’ossessione che porta a ricercare a tutti i costi le origini dei fenomeni storici. Al contrario, invece, un fenomeno del presente o del passato andrebbe innanzitutto analizzato e compreso nel tempo in cui si è manifestato e, solo successivamente, rintracciarne le origini: è tuttavia difficile che di un fenomeno storico si possano rintracciare con certezza matematica le cause; l’agire umano non è di certo una reazione chimica. Dunque, il post hoc propter hoc , cioè il passato che spiega il presente, corrisponde ad una visione molto meccanica dei fatti, che sono quasi sempre invece imprevedibili. Il compito dello studente, quindi, consiste nel liberarsi da tale convenzione e chiedersi che cos’è il fenomeno che gli viene presentato.
  2. Il Medioevo come paradigma dell’antimoderno La parola “Medioevo” e il corrispondente aggettivo “medievale” conservano una valenza negativa. Nel linguaggio comune entrambe le terminologie definiscono ciò che è oscuro, arretrato e non moderno. C’è comunque qualcosa di buono nel Medioevo immaginario che noi immaginiamo: sono i valori dell’eroismo, dell’amicizia, della lealtà, della devozione alla donna amata; in altri termini, i valori della cavalleria, che poco spazio sembrano avere nella nostra società.
  3. Il feudalesimo, mostro inafferrabile? La terminologia di feudalesimo risale al XVIII secolo, cioè quando fu definito feudale il sistema di rapporti politici e sociali del passato. Feudalesimo è, nel nostro linguaggio, sinonimo di anti-Stato, di esercizio abusivo del potere in un territorio sottratto all’autorità pubblica. A questo uso improprio del termine, si affianca una rappresentazione che torna spesso agli studenti, di uso improprio: la piramide feudale. Lo storico Giovanni Tabacco ha definito il feudalesimo come una sorta di “ monstruum , divenuto concettualmente inafferrabile.” In linea di massima possiamo asserire che gli storici, nel primo Novecento, al termine “feudalesimo” hanno attribuito due significati diversi:
    • Significato tecnico : prende origine dal legame personale tra signore e guerriero. Il legame è chiamato vincolo vassallatico-beneficiario e il beneficio, che altro non è che il feudo, è una concessione vitalizia, fatta nel corso della cerimonia dell’omaggio;
    • Significato socio-antropologico : in questo senso, definisce un intero periodo storico, caratterizzato dalla spartizione dei poteri pubblici tra diversi soggetti.
  4. Feudo o signoria?

Negli ultimi tempi, entrambe le definizioni sopra descritte sono state oggetto di forti critiche. Gli argomenti più importanti sono comunque i seguenti:

  • Il vincolo vassallatico-beneficiario : comparve in Gallia nella tarda età merovingia e si diffuse nei domini carolingi. Si trattava di un legame personale tra due guerrieri, basato sullo scambio tra fedeltà militare e possesso terriero;
  • Signoria fondiaria : si intende il potere esercitato dal padrone di uno o più fondi rurali sui suoi dipendenti;
  • Signoria territoriale o di banno : Tra X e XI secolo, con la crisi dell’ordinamento pubblico nei regni post-carolingi, il potere pubblico assunse caratteri signorili, si confuse quindi con il potere esercitato dal proprietario sulla propria terra e sui propri contadini. Qualche signore fondiario si impadronì localmente dei poteri pubblici, divenendo dunque un signore territoriale o di banno, senza autorizzazioni formali da parte di un’autorità superiore;
  • Feudo di signoria e feudalesimo politico : con questo sistema, il feudo di signoria è ora un territorio governato dal suo titolare, con l’autorizzazione di un’autorità superiore. Si parla di feudalesimo politico perché il feudo è un elemento importante nella costruzione territoriale dello stato;
  • La signoria cittadina: Tra fine Duecento e Trecento, in alcuni comuni italiani, compaiono le signorie cittadine. Nasce dunque un potere personale nella città, senza che ne risultassero stravolte le istituzioni comunali.

Cap. III – le fonti e i metodi

  1. Le fonti Per “fonti” si intendono tutti i resti del passato, scritti e non scritti: leggi, lettere, narrazioni, poesie, monete, etc. La storia però si serve della c ritica delle fonti. L’essenza della ricerca storica è avere a che fare in maniera diretta con le fonti: lo studioso del passato non ha modo alcuno di vedere l’oggetto del suo studio, e l’unico metodo a sua disposizione è la mediazione dei resti di quel passato, che sono giunti a noi attraverso passaggi che li hanno talvolta deformati.
  2. Un monaco e l’invasione dei longobardi (la fonte narrativa) I longobardi invasero la penisola italiana nel 568. La storia di quell’invasione ci è nota grazie alla Historia Langobardorum, scritta più di 200 anni dopo da un monaco longobardo detto Paolo Diacono. Il testo analizzato successivamente è tratto dall’opera del monaco: si tratta di un testo che è stato scritto con la precisa intenzione di raccontarci una storia. Ci racconta Paolo Diacono che l’occupazione da parte dei longobardi fu caratterizzata da assassini e depredazioni. Breve analisi del testo: “ hospites ”, in riferimento all’istituto dell’ hospitalitati s: ai nuclei di barbari insediati nell’impero si conferiva un terzo delle terre confiscate ai romani;

garantissero l’autenticità. Il diploma di Ottone autorizzava il vescovo di Parma e i suoi successori a governare la città come se fosse un conte del palazzo imperiale; esso descrive in 2 punti fondamentali il contenuto del potere concesso:

  • Cose che spettavano alla funzione pubblica;
  • Potestà di deliberare, giudicare e ordinare. Chi l’ha composto sapeva chiaramente cos’era il potere pubblico. Esso viene infatti definito con termini che si richiamano al diritto romano e si completano con la specificazione delle funzioni che oggi chiamiamo legislativa, giudiziaria ed esecutiva. Ci troviamo ottocento anni prima di Montesquieu, che teorizzò la divisione in questi tre poteri - > distinzione anacronistica. Il vescovo può e deve occuparsi delle mura cittadine e ripararle, rinforzarle e assicurandosi la difesa della città. Al vescovo sono soggetti le cose, i servi, i chierici dello stesso vescovato. La giurisdizione è, dunque, attaccata alle persone. Il potere pubblico su Parma è per sempre del vescovo e dei suoi successori. Egli ha diritto e dominio autonomi, è dunque un signore indipendente. Ottone rinuncia a un “pezzo di stato” che diventa del vescovo. Siamo dunque in presenza di una concezione del potere ben lontana sia da quella del tempo di Carlo Magno, sia da quella dell’epoca propriamente feudale. È una concezione signorile del potere, che Tabacco ha definito con l’espressione allodialità del potere - > il potere pubblico, che per definizione è astratto e impersonale, è trattato come un allodio , termine germanico per indicare la proprietà piena, che è dunque alienabile, trasmissibile ad altri per donazione, vendita o eredità. L’atto giuridico era composto presso la cancelleria secondo un modello rigido. Il diploma giuridico si trova dunque così ordinatamente ripartito:
  • Invocatio (invocazione alla Trinità);
  • Intitulatio , ovvero l’intitolazione del re;
  • Arenga , premessa al testo vero e proprio in cui vengono dichiarate le motivazioni generali;
  • Narratio , in cui si narra come si è giunti a quella specifica decisione;
  • Dispositio , la disposizione dei fatti.
  1. Un mulino amalfitano nell’XI secolo (fonte documentaria: contratto notarile) Nell’Archivio di Stato di Napoli era conservata una pergamena di forma quadrata scritta in una particolare grafia detta curiale amalfitana. Fu distrutta dal fuoco del 1943 , che fu appiccato da alcuni soldati tedeschi. Il documento è un contratto privato del 1304: si tratta di una permuta , quindi di uno scambio di beni , tra Maria e suo padre Giovanni; Maria cede la parte di un mulino ad acqua sito in Atrani, in cambio di una cassa e una coperta di lana. Come il diploma di Ottone, questo contratto è stato redatto da un notaio, in quanto scritto con un linguaggio ricco di formule fisse. Il notaio è un professionista che gode della pubblica fiducia ed è in grado di dare validità e pubblicità agli atti che scrive. Nel Medioevo, i notai si tramandavano l’arte l’un l’altro tramite una serie di forme che garantivano l’autenticità dei loro atti, dalla grafia alle formule del testo. Questo atto illumina l’economia e la mentalità amalfitana

dell’XI secolo, cosa che sarebbe impossibile se disponessimo soltanto di storie come quella di Paolo Diacono o di diplomi come quello di Ottone I. Questo documento ci fa conoscere il diritto privato dell’epoca. Nel Medioevo il diritto non era prodotto dallo Stato, ma dalla società stessa, che lo trasmetteva ai posteri e lo trasformava di zona in zona. La lingua è artificiale , inventata da anonimi specialisti della scrittura in una società che ha bisogno della scrittura, e ricorre abitualmente ad essa, anche per una “banale” permuta tra padre e figlie, come in questo caso. Qui la notizia più interessante è comunque la cessione di una parte del mulino ad acqua. Nel ducato di Amalfi, infatti, la proprietà dei mulini era divisa in quote; esse non erano indicate in quantità, ma in durata. (Ad esempio, la defunta madre di Maria possedeva il mulino per due mesi meno cinque giorni.) Spese e ricavi dell’attività del mulino erano suddivisi tra i vari proprietari in ragione della quota posseduta. Inoltre, non esistono i cognomi ancora, ma soltanto i patronimic i: ci si identifica con la specificazione che si è figlio/a di qualcuno. Tale pratica si giustifica con la volontà di mantenere memoria della propria discendenza, in quanto la genealogia è considerata nobilitante.

  1. Federico II e la distinzione tra regnum e sacerdotium (la fonte legislativa) Federico II di Svevia è una delle figure più suggestive di tutti i tempi. Una delle sue iniziative più significative fu la promulgazione del c0siddetto Liber Augustalis (libro di Augusto) nel 1231. Esso non è altro che una raccolta delle leggi del regno di Sicilia. Commento al proemio: gli uomini di Chiesa erano molto importanti nelle società medievali, a tal puto che in ognuna delle fonti si è trovato riferimento alla religione, nonostante nessuna delle fonti sia stata effettivamente prodotta da istituzioni ecclesiastiche. Esso, inoltre, riflette sul senso ultimo dell’esistenza umana, col fine di giustificare la propria azione legislativa in uno stato determinato, come lo era il regno di Sicilia. Questo perché il re di Sicilia, esattamente come qualsiasi altro princeps , ha il potere di legiferare , avendo avuto da Dio il compito di tenere a freno la malvagità degli uomini. Il testo del Proemio si può inoltre dividere in tre nuclei principali:
    • Primo: racconto biblico della Genesi;
    • Secondo: enunciazione della giustificazione del potere imperiale, come spiegato di sopra;
    • Terzo: si spiega il perché si promulgano le leggi destinate al regno di Sicilia e si ordina di rispettarle. La struttura rispecchia quella del diploma di Ottone. Presenta inoltre una precisa concezione del potere temporale , mentre il punto di partenza sono sicuramente le Sacre Scritture: il Proemio contiene infatti alcune citazioni letterali dalla Bibbia. Ne deduciamo che Federico è davvero presentato come un uomo che conforma il suo operato alla parola di Dio.

trasferire è riferita in due differenti tipi di monete: la lira di Barcellona e il Franco della Francia, indicati con i sottomultipli - > per questa ragione è detta di cambio: l’operazione effettuata è, in primis, un cambio tra due valute. I soggetti della lettera sono quattro:

datore (Bartolini) → prenditore (di Neve)

Beneficiario (Cattani)  Pagatore (Datini)

→ movimento del denaro

↓ movimento della lettera di cambio

Grazie alla lettera era anche possibile mettersi in viaggio senza portarsi appresso i contanti. La distanza spaziale e temporale rese la lettera di cambio uno strumento molto versatile per gli usi più diversi: gestire il commercio internazionale, ad esempio, ma anche pagare un creditore su una piazza in cui il costo del denaro era inferiore. Sia nell’antichità che nell’alto Medioevo c’erano individui specializzati nel prestito e nel cambio delle monete. Era tutto basato sulla fiducia reciproca: gli operatori si conoscevano e fidavano l’un dell’altro. La lettera di cambio era infatti un documento con immediati effetti giuridici, anche se non era emessa da un’autorità: ai mercanti bastava riconoscere la mano del proprio collega (la lettera infatti era autografa). Una lettera di cambio poteva anche essere rifiutata, qualora il datore o il traente non fossero stati affidabili. Il mercante-banchiere del basso Medioevo fu un innovatore non solo dal punto di vista dell’economia e della mentalità, ma anche da quello della cultura (laica) che comunicava in volgare.