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Riassunto della terza edizione del libro di Senatore
Tipologia: Dispense
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imperatore, la protezione militare e quasi paterna che egli assicurava ai suoi vassalli. Eppure la parola pubblico era usata abitualmente dai pochi alfabetizzati del tempo, che scrivevano leggi che l’imperatore inviava ai suoi conti, i capitolari; questo perché la parola pubblico richiamava proprio alla tradizione dell’impero romano. 1.3: LA PSICOLOGIA DEI PERSONAGGI “Alarico invase l’impero romano d’occidente per estendere il proprio territorio”; “Carlo Magno attaccò i longobardi per estendere il proprio territorio”: nessun manuale contiene queste frasi, poiché sono basate su presupposti impliciti radicati in noi; pensiamo che essendo un’azione di guerra sia giustificata dalla malvagità alla quale si può contrapporre la bontà dell’avversario. Ma è evidente che le guerre, ma in generale i fatti storici hanno condizionamenti, sviluppi diversi; l’uomo non è rimasto uguale a se stesso nel corso dei millenni: cambiano la sua psicologia, la sua mentalità, i contesti materiali e culturali in cui opera. Non dobbiamo dunque sovrapporre la nostra psicologia, la nostra mentalità ai fatti del passato. Non ha senso leggere il passato sulle basi dei nostri giudizi di valore assumendo come negative le manifestazioni dell’aggressività umana; la stessa vita dell’uomo non ha sempre avuto quel valore assoluto che le attribuiamo: un povero, uno schiavo o una donna hanno avuto meno valore rispetto a un soldato uomo. Prima di giudicare il passato bisogna dunque comprenderlo. 1.4: L’ANACRONISMO, COMPAGNO DELLA RICERCA STORICA L’errore più grande che possa esistere per chi studia la storia è l’anacronismo: attribuire al passato i caratteri del presente, allora inesistenti. Infatti per evitare delle eccessive semplificazioni, gli storici hanno aggiunto alla parola, ad esempio Stato, molte aggettivazioni: Stato romano-barbarico, Stato carolingio, Stato feudale, territoriale, moderno. È proprio per questo che la storia si differenzia dalle scienze definite dure, come fisica o matematica; poiché esse hanno un linguaggio tecnico, mentre lo storico è costretto a servirsi di metafore, paragoni: ad esempio usare direttamente il termine del passato, senza tradurlo, come nel caso della parola Curtis. Tuttavia è bene specificare che talvolta l’anacronismo può aiutarci molto a comprendere il passato, secondo due modalità principali: l’analogia e il contrasto. esempio quando abbiamo definito cos’è il Comes carolingio, l’abbiamo spiegato attraverso un paragone con il funzionario pubblico del nostro tempo. 1.5: PER CONCLUDERE, FATTI E QUESTIONI Dunque, come espresso nei capitoli precedenti, Stati, popoli, motivazioni, possono essere costantemente fraintesi e riportati alla nostra esperienza. Ma allora sei protagonisti, il contesto, le motivazioni sono gli stessi che gusto c’è a imparare storia così lontane da noi? Tanto vale guardarsi un film fantasy. la presenza del medioevo nel nostro immaginario non è certo da demonizzare: esso è una costante del nostro presente e spesso può essere un ottimo punto di partenza per una conoscenza più approfondita, ma non bisogna accontentarsi di questo medioevo immaginario. Per semplificare sono due le operazioni che uno studente deve fare: memorizzare fatti, comprendere questioni.
Il medioevo è un periodo della storia europea che comincia nel 476, con la deposizione dell'ultimo imperatore romano d'Occidente, e termina nel 1492, anno in cui Cristoforo colombo sbarcò nell'isola ribattezzata San Salvador e scoprì l'America. Medioevo vuol dire età di mezzo, cioè periodo intermedio tra l’età antica e l’età moderna. Si tratta di una definizione all’apparenza neutra, ma che fin dall’inizio avuto una connotazione
germaniche, lo scontro tra i comuni e Federico Barbarossa. Ma ci sono anche molti altri avvenimenti importanti, come la storia dell’impero bizantino dopo Giustiniano oppure l’Islam. La storia medievale si occupa in sostanza della storia dell'Europa occidentale, con un occhio di riguardo per la penisola italiana. L'Europa occidentale non va intesa però come un concetto geografico, ma anche come un concetto culturale: il vero centro di interesse è l’Occidente, la civiltà occidentale, nata dall’incontro tra latino e germanico, segnata dall’esperienza del cristianesimo, che avrebbe avuto il suo centro politico nell’impero romano e poi nei grandi regni del basso medioevo. 2.5: LA DISCIPLINA, PROBLEMI DI FOCALIZZAZIONE E METODO DI STUDIO Il manuale si muove continuamente tra storia politica e istituzionale e storia religiosa, sociale, economica, passa inoltre dalla storia dell'Europa occidentale a quella dell'Italia; perciò non solo la categoria "medioevo" è un contenitore di diversi periodi storici, ma anche la categoria “storia medievale” è un contenitore di diverse discipline, ognuna con i suoi termini tecnici, i suoi metodi e le sue fonti. Le nuove acquisizioni e le nuove interpretazioni, anche quando sono accettate da tutti gli studiosi, non scacciano mai del tutto quelle vecchie, ma si aggiungono a esse per accumulazione o contrapposizione. Ne consegue che lo studente trova difficile individuare le informazioni e le questioni più importanti. Prendiamo come esempio il comune, argomento tra i più rilevanti della storia italiana. Lo studente si accorgerà che non può ricordare tutti gli esempi a cui accenna il manuale, ma gli conviene soffermarsi su quelli di Milano e di Firenze, la prima per la questione delle origini del Comune, la seconda per il Comune di popolo e le leggi antimagnatizie. Infatti Milano e Firenze sono una sorta di modello per gli studiosi della civiltà comunale italiana. Con maggiore difficoltà lo studente individuerà un’altra questione fondamentale, quella dell’espansione nel contado, il territorio su cui il Comune estendeva la sua autorità. Si tratta di un fenomeno tipico dei comuni italiani al quale i manuali non possono dedicare molto spazio. Ecco perché lo studente deve dedicarsi prima di tutto all’individuazione di ciò che è importante e poi alla sua comprensione e memorizzazione. 2.6: L’IDOLO DELLE ORIGINI Abbiamo detto che il passato spiega il presente: significa dunque che studiamo la storia per conoscere le origini delle nostre istituzioni politiche, ma anche dei nostri problemi. Alla dipendenza del passato nel presente si collega un’altra considerazione che possiamo sintetizzare nell’espressione latina post hoc, propter hoc: ciò che viene dopo è causato da ciò che viene prima; di conseguenza per capire il dopo bisogna risalire al prima. Lo storico francese Marc Bloch ha parlato di idolo delle origini a proposito dell’ossessione che porta a ricercare a tutti i costi di origini dei fenomeni storici; ma al contrario un fenomeno del presente o del passato andrebbe innanzitutto analizzato e compreso nel tempo in cui si manifestò, e solo in un secondo momento andrebbero rintracciate le origini. 2.7: IL MEDIOEVO COME PARADIGMA DELL’ANTIMODERNO La parola medioevo e l'aggettivo medievale conservano una valenza negativa: definiscono ciò che è oscuro, arretrato, irrazionale, e che magari è suggestivo proprio per questo. La parola antico invece ha una più precisa connotazione temporale: l'età antica oppure semplicemente ciò che è finito per sempre. Medievale è semplicemente ciò che non è moderno. Come giudizi di valore, medievale moderno sono speculari: sono categorie del nostro linguaggio; infatti nella nostra quotidianità bastano un minimo di disagio per gridare al medioevo, per bollare quelle disfunzioni, quegli oggetti, quei comportamenti come medievali e perciò da esecrare. C’è però qualcosa di buono in questo medioevo immaginario che collochiamo ora nel passato, ora nel
futuro: sono i valori dell’eroismo, della lealtà, dell’amicizia e della devozione alla persona amata. 2.8: IL FEUDALESIMO, UN MOSTRO INAFFERRABILE? Vicende analoghe alle parole medioevo e medievale hanno vissuto anche altri termini. Ad esempio il termine "feudale" e tutti i termini a esso apparentati, come feudo, feudatario, vassallo, barone, sono anch'essi usati come giudizi di valore, ancor più negativi di medievale: un quartiere viene definito il feudo della famiglia mafiosa che lo controlla, baroni sono quei professori universitari che saltano la lezione senza avvertire, il partito politico che non è autonomo dal partito maggiore è qualificato come suo vassallo, feudalesimo e sinonimo di antistato, di esercizio abusivo del potere. A questo uso generico di feudalesimo va collegata anche una rappresentazione che torna spesso in bocca agli studenti, sebbene non compaia nessun manuale universitario: la piramide feudale. Lo storico Giovanni Tabacco ha definito il feudalesimo come una sorta di mostro divenuto quasi inafferrabile, ed è per questo che conviene soffermarsi sui suoi vari significati. Il termine feudalesimo risale al XVIII secolo, quando fu definito feudale l'intero sistema di rapporti politici e sociali del passato, l’antico regime; infatti tra i primi atti dei rivoluzionari francesi ci fu l’abolizione dei diritti feudali. Più tardi il filosofo tedesco Karl Marx ripresa dai pensatori del settecento l’accezione negativa di feudalesimo, definendo “modo di produzione feudale” lo sfruttamento dei contadini da parte dei grandi proprietari terrieri. In relazione al feudalesimo si sono espressi moltissimi studiosi, ciascuno che intendeva il feudalesimo in un senso diverso e con opinioni diverse. il feudalesimo in senso sociologico definisce globalmente un intero periodo storico, caratterizzato dalla diffusione di legami personali a tutti livelli, dal ricorso alla terra come strumento principale per stabilire quei legami, dal frazionamento dei poteri pubblici, dalla supremazia sociale dei guerrieri: il feudalesimo in questo secondo senso sarebbe cominciato un po’ più tardi dell’altro: lo storico francese Marc Bloch distinse tra una prima età feudale e una seconda età feudale.altri studiosi hanno esteso ancora di più il concetto sociologico di feudalesimo, chiamando “mutazione feudale” una radicale trasformazione della società avvenuta intorno all’anno 1000: in pochi anni i poteri pubblici si frammentarono, finendo nelle mani dei signori locali, spesso definiti in vario modo, signore di bano, signore di castello, signori rurali, che riuscivano a trasmettere tali poteri ai loro eredi. 2.9: FEUDO O SIGNORIA? In questa sezione facciamo riferimento ad alcuni dei concetti principali relativi al sistema feudale e gli spieghiamo.
longobardi, infatti racconta, pur rifiutandola, la saga delle origini dei longobardi, raccontata fino a quel momento a voce; il punto in cui riferisce dell’abbondanza delle popolazioni italiche prima dell’invasione è stato riconosciuto come un’iperbole ricavata da un’opera di Papa Gregorio Magno; la fonte di Paolo è Secondo di Non o di Trento, un chierico di origine italica, morto nel 612, che narra le fasi più difficili della conquista, di cui ebbe esperienza diretta, le ostilità con i bizantini che durarono a lungo, ulteriori conquiste fatte dai duchi e dei longobardi; le notizie dell’assoggettamento e il vocabolo di hospites risalgono a lui; subito dopo aver citato le popolazioni sottomesse Paolo ci presenta un quadretto idilliaco di pace e giustizia, che va attribuito a lui stesso, come se nostalgicamente evocasse la pace e la giustizia che è un tempo regnavano tra i longobardi, perché non vuole lasciarci un giudizio negativo del suo popolo. egli infatti apparteneva a una nobile famiglia longobarda, aveva vissuto alla corte di Pavia prima delle guerre tra franchi e longobardi, era divenuto monaco benedettino a Montecassino, aveva assistito alla fine del regno e alla rovina della sua famiglia, perché suo fratello aveva partecipato a una ribellione antifranca, poi era stato per cinque anni alla corte di Carlo Magno; quest'opera è la sua ultima opera, interrotta dalla morte negli ultimi anni del secolo; tutte queste esperienze lo condizionarono di certo nella scrittura dell'opera: ad esempio in quanto monaco cattolico, non poteva che giudicare negativamente l'arianesimo dei longobardi, gli eccidi dei romani e il saccheggio delle chiese, fiero della storia del suo popolo, al punto da tramandarcela. Riguardo al destino dei romani dopo l'invasione longobarda ci sono molte interpretazioni: ad esempio Manzoni, che scrisse un celebre saggio storico sui longobardi nel 1822, afferma che l'invasione aveva provocato il totale asservimento dei romani, ovvero i futuri italiani; egli afferma che i longobardi non si fusero con le popolazioni locali e tale informazione aveva importanti conseguenze politiche nell’epoca in cui viveva; per lui l’identità degli italiani, degni di vivere in una nazione unita e indipendente, risaliva alla tradizione romana, stravolta ma non annichilita; tuttavia questa sua affermazione è scorretta, innanzitutto è scorretto dire che i romani del 568 sono gli italiani del 1822, è scorretto dire che i longobardi hanno sterminato schiavizzato l'intera popolazione, perché erano circa tra i 100 e i 120.000, rispetto a una popolazione di 6 milioni di persone; inoltre è scorretto dire che non si sono fusi con le popolazioni locali perché, sebbene con molta lentezza, trasformarono una violenta dominazione tribale e militare in un potere territoriale dotato di un essenziale apparato di uffici pubblici e diretto da una monarchia cattolica stabile; oltre i ceti dirigenti non furono sterminati, ma privati dei loro diritti politici ed emarginati. Quando Paolo parla della restaurazione della monarchia fa affermazioni interessanti: nonostante la barbarie, I longobardi mostrano di aver compreso la necessità di una più stabile organizzazione territoriale: il re fu chiamato Flavio, termine in questo caso usato come un titolo regale, ma del tutto impropriamente, ma che qualcuno trovo opportuno per un re longobardo, che da quel momento in poi, sarebbe stato definito con un termine romano; perciò notiamo che l’integrazione era già cominciata e in essa un ruolo lo ebbero anche i romani. molto importanti sono sicuramente l'analisi del testo, la storia della lingua, della letteratura latina, la storia del diritto, è importante anche la filologia, disciplina che cerca di riavvicinarsi il più possibile al testo originale di Paolo, in quanto quello che ci è pervenuto è frutto di continue rielaborazioni nei secoli. 3.3 UN COCCIO E LA FINE DELL’ETA’ ANTICA (LA FONTE MATERIALE) Questo piatto tondo di ceramica è un oggetto molto comune, usato per mangiare, trovato nella regione corrispondente all’attuale Tunisia; è semplicemente una terracotta fabbricata modellando un impasto di argilla e acqua e conoscendolo in un forno; questo tipo di ceramica è detto “sigillata”; la ceramica africana era un prodotto di grande successo commerciale: si diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo tra la fine del I e il VII secolo; questo oggetto è stato trovato in uno strato di terra alto circa 1 m accumulato sul pavimento della Crypta Balbi, adiacente al teatro costruito a Roma
nel 13 a.C. da Lucio Cornelio Balbo, un partigiano di Augusto. Questo ritrovamento è diventato un “reperto guida”, che guida gli archeologi nell’interpretazione dei dadi: il piatto consente la datazione dello strato di terreno in cui si trova e, essendo stato prodotto in Africa, ma trovato a Roma, significa che qualcuno lo ha portato a Roma e qualcun altro aveva il denaro e il desiderio di comprarlo; perciò ci permette di capire anche degli aspetti della quotidianità del passato. Nel corso del tempo eventi naturali e umani innalzano il livello del suolo o quello del pavimento di un edificio: lo strato che sta sopra è necessariamente posteriore a quello che sta sotto; oggi è stato sviluppato un metodo detto stratigrafico perché è basato sulla datazione degli strati del terreno, che consente di ricavare una quantità enorme di informazioni; nel secolo scorso agli archeologi interessava ripristinare le forme originarie degli edifici o degli oggetti del passato; ma oggi essi si comportano diversamente: raccolgono tutte le informazioni via via che scavano. Dal V secolo la cripta era morta all'uso originario, il teatro vicino non era più utilizzato come tale, non era più la manifestazione della potenza di Roma; la città che era stata il centro di un impero enorme era ridotta a un cumulo di rovine; tuttavia questo non significa che Roma non era una città importante, anzi, ma con il calo demografico e il degrado delle strutture pubbliche antiche, tutte queste costruzioni e quegli oggetti persero del valore. Per identificare gli strati si procede con grande cautela, mantenendo memoria scritta e fotografica di tutti i momenti dello scavo, che non è uno sterramento per liberare un monumento dai detriti, ma è come i rilievi della scientifica; l’archeologo identifica innanzitutto la "unità stratigrafica", cioè l'effetto di un evento più o meno rilevante che ha modificato l'aspetto o la struttura del sito dello scavo; tutti i reperti anche i più piccoli recuperati con un setaccio, sono raccolti in cassette dotate del numero identificativo e anche i reperti che all’apparenza sono più facili da datare, sono comunque molto importanti; riguardo ai piatti la loro datazione è più complicata, anche perché ce ne sono aggiunti milioni in quanto la ceramica è indistruttibile, non va in putrefazione; gli archeologi medievali hanno un importante obiettivo: ricostruire la produzione di tipi diversi di ceramica per altri periodi e per le diverse aree dell'Europa, in modo da individuare altri reperti guida per la datazione degli strati del terreno; il metodo stratigrafico consente di aumentare le nostre conoscenze, ad esempio l’archeologia ha rilanciato la questione pirenniana: Pirenne, uno storico belga, riteneva che il sistema economico e commerciale antico non finì con le invasioni germaniche, nel V secolo, ma con l’espansione islamica nella seconda metà del VII secolo: egli infatti affermava che senza Maometto Carlo Magno non sarebbe mai esistito; oggi questa teoria è stata rifiutata, perché la fine dell’impero romano d’Occidente nel V secolo ebbe conseguenze anche economiche, ma l’Europa carolingia non era del tutto priva di commerci, inoltre lo storico belga adattava alla fine del VII secolo la scomparsa dell’oro e di prodotti provenienti dall’oriente come il papiro, sulla base dei pochi documenti che erano pervenuti. 3.4 UNA DONNA EDUCA SUO FIGLIO A DISTANZA 841-43 (LO SPECCHIO DEL PRINCIPE) Fra il 30 novembre 841 i 2 febbraio 843 Dhuoda, moglie di Bernardo duca di Settimania, scrive un “libro manuale indirizzato al figlio suo Guglielmo”; è uno scritto molto importante perché fu composto da una donna in un’epoca in cui solo gli uomini, in particolare chierici e monaci, scrivevano; il genere letterario è lo specchio del principe, cioè un’opera che intende dare una formazione etica e politica ad un futuro governante. Il manuale si articolo in 11 libri che affrontano un ampio ventaglio di argomenti religiosi e morali: Dio, la trinità, le virtù, il rispetto che il figlio deve avere nei confronti del padre, dell’imperatore. Sappiamo chi era l’autrice, Dhuoda, grazie al manuale stesso e all’importanza del marito Bernardo; egli era conte di Barcellona e duca di Settimania, nella Francia meridionale; era imparentato con gli imperatori carolingi, fu ciambellano o Camerario di Ludovico il Pio, cioè il responsabile del tesoro; apparteneva all’aristocrazia imperiale caratterizzata dal legame personale con l’imperatore per parentela e per fedeltà vassallatica, dalle clientele armate, controllo
pretendeva di essere reintegrato nei suoi incarichi, ma sappiamo che non ci riuscì, poiché infatti fu accusato e giustiziato nell’844. Che Guglielmo si ribellò a Carlo e morì nell’848, dopo un vano attacco contro Barcellona. L’autrice insiste anche sull’importanza del patrimonio familiare, che è il fondamento della propria identità, il punto di riferimento delle generazioni che si susseguono; Ella non ci parla mai della sua famiglia d'origine, che probabilmente era aristocratica, non mostra risentimento per il marito, ma neppure affetto: non usa nei confronti del marito gli aggettivi affettuosi come va per il figlio, esprime tutta la sua angoscia per la lontananza dal figlio, ma non dice quasi nulla del suo matrimonio, se non che era legittimo; non dà istruzioni al figlio sulla vita coniugale, salvo l’esortazione a mantenersi vergine; Ella si rendeva conto dell’importanza del suo testo anche dal punto di vista politico, infatti a cena ad un pubblico più ampio e ad altri lettori della sua opera, oltre ai figli. 3.5 PARMA NEL X SECOLO (LA FONTE DOCUMENTARIA: I DIPLOMI) Nel 962 il re di Germania Ottone I di Sassonia scese per la seconda volta in Italia, dove fu incoronato imperatore dal pontefice. Leggiamo un diploma che fu emanato in quell’occasione dalla sua cancelleria, che si occupava della produzione di documenti di imperatori, re, papi. Fu emesso a Lucca il 13 marzo del 962 e si presentava come una pergamena dotata di sigillo pendente protetto da una custodia; diplomi di questo genere promanavano dalla massima autorità secolare e istituivano diritti e riconoscevano prerogative a enti e privati, erano confezionati in modo particolare, secondo forme che ne garantissero l’autenticità: il sigillo, la grafia, le sottoscrizioni, le formule del testo. Il diploma di Ottone autorizzava il vescovo di Parma e i suoi successori a governare la città come se fosse un conte di palazzo imperiale, cioè un funzionario pubblico dell'impero: poteva fare quelle cose che spettavano al potere del re e alla funzione pubblica, aveva la potestà di liberare, giudicare e ordinare, la licenza di ordinare, decidere e deliberare. Chi ha composto questo documento aveva un’idea del potere pubblico: esso viene definito con termini che si richiamano naturalmente al diritto romano, deliberare, giudicare e il testo si riferisce semplicemente alle tradizionali attribuzioni di un conte carolingio, che derivavano dalla sua forza militare dalla sua capacità di costringere gli altri uomini ad obbedirgli, una capacità definita districitio, penso di costringere. il potere del vescovo di Parma si esercita sul muro della città, sulle vie, sui corsi d'acqua, ciò che oggi definiremmo "demanio", cioè tutto ciò che attiene allo Stato; il vescovo può e deve occuparsi delle mura cittadine, delle strade, della difesa della città, può imporre dazi a chi naviga nei corsi d’acqua, può riscuotere le tasse; tuttavia il documento è contraddittorio riguardo a chi è soggetto al vescovo, perché nel periodo appena citato si riferisce chiaramente alla città e a un’area, ma in altri punti ci si riferisce non è un territorio ma alle persone e ai loro beni: sicuramente sono soggetti al vescovo le cose e i servi, tanto di tutto il clero di quello stesso Vescovato, e degli uomini di quella città; sono soggetti tutti gli uomini abitanti nella città e nei confini sopra indicati e nel comitato di Parma e nei comitati vicini, ma sono soggetti anche tutte le cose e servi dei chierici e di tutti gli uomini che abitano in quella città. La giurisdizione è attaccata alle persone: un uomo del vescovo di Parma non obbedisce ad altri che a lui, e a lui ricorrerà in quanto autorità pubblica. Sono evidenti nella concessione di Ottone e i verbi in prima persona plurale, riferita all'autore giuridico del documento, l'imperatore: verbi come concediamo, permettiamo, trasferiamo il dominio in una figura; il complemento oggetto di questi verbi è costituito, in astratto, dalla regia potestas; siamo in presenza di una donazione o alienazione: il potere è donato come se fosse una proprietà privata e il vescovo non diventa un funzionario dell’imperatore, non diventa un feudatario, ma l’imperatore rinuncia a una parte del suo potere, che diventa del vescovo; tuttavia Parma non si costituisce in uno stato autonomo, ma ha un dominus, un signore padrone che esercita su di loro il suo potere, un potere che gli storici definiscono "signoria locale"; il potere pubblico è trattato come un allodio, come una proprietà, che dunque è alienabile, trasmissibile ad altri per vendita, donazione o eredità; infatti Ottone si
propose di rinnovare l'istituzione imperiale, ma poteva servirsi solo del proprio carisma e della sacralità della carica per tenere insieme una serie di poteri autonomi, dei duchi, dei conti, marchesi, che non erano funzionari pubblici, ma padroni di terre, signori locali. Il documento è stato emesso dalla cancelleria imperiale, cioè un gruppo di letterati, perlopiù religiosi, che erano sempre a seguito dell’imperatore: al principio del documento troviamo l’invocazione, poi l’intitolazione; segue l’arenga, cioè una premessa al testo vero e proprio, in cui in questo caso si afferma che è compito del re esaltare le chiese di Dio, ed è per questo che egli è stato elevato al ruolo imperiale, così da procurare stabilità al regno; si afferma dunque come si è giunti a quella specifica decisione: in particolare la parte che è definita narrazione, che viene esplicitata nella successiva disposizione. Ovviamente anche un diploma medievale poteva essere falsificato e qui entra in gioco una disciplina molto importante, la diplomatica, che si occupa di accertare l’autenticità della documentazione giuridica in questo caso medievale. 3.6 UN MULINO AMALFITANO NELL’XI SECOLO (LA FONTE DOCUMENTARIA: UN CONTRATTO NOTARILE) Questa pergamena, scritta in una grafia conosciuta come “curiale amalfitana”, distrutta dal fuoco nel 1943, quando i documenti furono messi a riparo dai bombardamenti, rappresenta un contratto notarile dell’XI secolo. fortunatamente essa era stata già pubblicata nel 1917 in una raccolta di documenti prodotti nel Ducato di Amalfi, che prima della conquista normanna nel 1073 fu uno Stato costiero; il documento è un contratto privato del 1034: si tratta di una permuta tra Maria e suo padre Giovanni, con cui Maria cede la parte di un mulino ad acqua in cambio di una cassa e una coperta di lana. Molte parti del testo erano state perdute ma la filologia la diplomatica hanno sviluppato un linguaggio convenzionale, segni e asterischi per ricostruire e avvicinarsi il più possibile al testo originale. Questo documento non fu redatto dalla cancelleria, ma da un notaio, un professionista della scrittura che gode della pubblica fiducia, in modo da essere in grado di dare validità e pubblicità agli atti che scrive; ad Amalfi era detto scriba o curiale, E il mestiere era tramandato in famiglia, e i notai si tramandavano l’un altro una serie di forme che garantivano l’autenticità dei loro atti: dalla grafia che ad Amalfi assunse caratteristiche particolari, alle formule del testo; ogni notaio imparava a scrivere da un altro notaio, in un rapporto privato di apprendistato; in altre aree i notai avevano anche un proprio segno di riconoscimento. L’atto non contiene una datazione completa: alla fine si scrive soltanto ‘a metà del mese di febbraio, seconda indizione’; la datazione si trova al principio, preceduta dall’invocazione di Gesù; non si indica l’anno 1033, ma l’anno di governo del duca di Amalfi Giovanni e del figlio Sergio, associato a lui; nel medioevo si suddividevano gli anni in cicli di 15, l’anno indizionale era come l'anno scolastico o accademico, cioè non corrispondeva a quello solare; l'editore non è sicuro dell'attribuzione del documento al 1034, ma indica come è possibile anche il 1049, che era anno di seconda induzione; in questo caso ha un ruolo fondamentale la cronologia, che ci permette di risalire alla datazione più vicino possibile della fonte. In questo documento ci troviamo, non di fronte a un re o un imperatore, ma di fronte a due persone ordinarie: Maria e il padre Giovanni, a cui si aggiunge una sorella, lasciata quasi nell’ombra; l’atto dichiara che Maria ha effettuato lo scambio e non ha nulla da pretendere: emerge inoltre che la parte del mulino, la cassa e la coperta sono l’eredità di Anna, madre di Maria e moglie di Giovanni, la quale aveva lasciato quei beni alle tue figlie e al marito, senza dividerli; ora, mediante una permuta, Giovanni si prende il mulino e le due sorelle si tengono cassa e coperta. si certo un documento del genere può essere molto utile per illuminare la società e farci conoscere aspetti della vita quotidiana dell'epoca, infatti la classificazione l'interpretazione di tutte le informazioni ricavabili da una fonte come questa può far avanzare le nostre conoscenze, ci può anche far conoscere il diritto privato dell’epoca, cioè le regole da rispettare quando si comprava e si vendeva, quando si lasciava in eredità, quando si faceva una
dagli attacchi via mare, cattura sei navi mercantili, ne distrugge cinque e ne vende la sesta; i pisani sbarcano la foce di un fiume vicino, l’Oreto, ma vengono subito attaccati da un esercito di cavalieri e fanti; si riconoscono i motivi di molte narrazioni epiche, che vogliono sottolineare che, pur essendo in inferiorità, hanno portato a termine un’impresa, facendo strage dei nemici; i pisani a questo punto si accampano sul litorale e si danno indisturbati al saccheggio dei dintorni di Palermo; quando tornano a Pisa sono accolti in trionfo da cittadini. questa epigrafe è di fatto una vera e propria opera d'arte, che però non è solo bellezza: è la pietrificazione della ricchezza, della potenza, della fede di una comunità, infatti la cattedrale non rappresentava solamente la chiesa principale, la sede del vescovo, ma rappresentava l’identità di una città. l'epigrafe di fondazione non è l'unica esposta nel Duomo: nella prima arcata della facciata, ce ne era un'altra che ricordava altre tre imprese dei pisani contro i saraceni, al di sopra della quale si trova il sarcofago del primo costruttore della cattedrale, Buscheto. Ci troviamo di fronte a una narrazione della storia della città di Pisa. Innanzitutto bisogna chiarire la data della spedizione pisana: sono passati 1063 anni dalla nascita di Cristo, ma in una cronaca anonima si afferma che i pisani si diressero a Palermo nel 1065, nel giorno di Satn’Agapito; per i pisani l’anno cominciava in anticipo di oltre nove mesi rispetto al 1 gennaio: il 25 marzo, giorno dell’incarnazione di Cristo dell’annunciazione di Maria; a Pisa Sant’Agapito si festeggiava il 18 agosto: secondo quella cronaca la spedizione avvenne il 18 agosto del 1064, anno che a Pisa era già conteggiato come 1065; inoltre l’epigrafe dice che sono passati 1063 anni, perciò si era già nel 1064. L’obiettivo in questo caso era quello di mettere insieme nello stesso anno i due eventi, cioè la fondazione della chiesa e la spedizione, e questo era possibile solo seguendo lo stile cronologico della Natività. In quel periodo la Sicilia e Palermo era oggetto di attacchi da parte dei fratelli Altavilla, Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria, e Ruggero, conte di Sicilia; i pisani approfittarono abilmente di questa situazione di difficoltà. C’è da dire che durante l’XI e il XII secolo I pisani assaltarono spesso i saraceni nel Mar Tirreno e la spedizione dei Mille 64 fu un vero e proprio atto di pirateria, celebrato perché fu il frutto del valore pisano e perché servì a edificare il Duomo; tutti questi atti di pirateria erano di certo giustificati dalla religione differente, che cresceva il senso di estraneità nei confronti dei saraceni e favoriva appunto la giustificazione dell’impresa. I lavori di costruzione del Duomo cominciarono nel 1064, la facciata fu costruita dall’architetto Buscheto, la seconda fu costruita quando si decise di ingrandire il Duomo si edificò il battistero. Ci si chiede dunque quando è stata costruita l’epigrafe. ci sono due ipotesi: la prima, vede che l'epigrafe che ricordava le imprese contro i saraceni ed è la fine dell'XI secolo o dei primissimi anni del XII secolo e si trovava sulla prima facciata; l'epigrafe di Palermo di poco tempo dopo e fu installata direttamente sulla seconda facciata; la seconda ipotesi afferma invece che le due epigrafi sono contemporanei e sono state installate direttamente sulla seconda facciata; nel caso della prima ipotesi ci troveremo nell’epoca in cui Pisa era sotto il dominio di Matilde signora di Canossa e marchesa di Toscana, che morì nel 1115; nel 1077 Matilde fece una donazione al vescovo e i canonici di Pisa, con cui incaricava i cittadini pisani di vigilare sulla moralità dei canonici; è un periodo in cui il Comune di Pisa non esisteva ancora, sebbene la prima attestazione dei consoli compaia in quel periodo, in cui Matilde ebbe un ruolo di primo piano, Pisa si schierò prima con l'imperatore, poi con Papa urbano secondo, guadagnandoci la promozione del vescovo di Pisa ad arcivescovo; nel caso della seconda ipotesi ci troveremo in un’epoca in cui comune era una realtà più solida e quindi si ipotizza che le epigrafi fossero un messaggio diretto a Papa Innocenzo II, che in quegli anni risiedeva proprio a Pisa, perché a Roma risiedeva l’antipapa Anacleto II; Pisa parteggiò per Innocenzo e organizzò una sfortunata spedizione navale contro Amalfi, dominio di Ruggero II. 3.8 LA SIGNORIA RURALE DEI CANONICI DI ASTI, 1185 (LA FONTE GIUDIZIARIA: GLI ATTI PROCESSUALI)
L’11 settembre 1185 tre consoli di giustizia del Comune di Asti emanarono la sentenza in favore dei canonici della locale chiesa cattedrale contro due abitanti del piccolo centro di Quarto. Tale sentenza stabilisce che i fratelli Ottone e Enrico Rosso siano uomini della chiesa suddetta e appartengono alla sua potestà e al suo districtus, per tutto ciò che detengono e possiedono nel territorio di Quarto. questa dichiarazione non è un documento in senso proprio, ma un atto dei tanti che un tribunale prendeva in esame per giungere a una sentenza; tuttavia documenti come questi ce ne sono pervenuti i pochi, perciò è interessante il fatto che i canonici si siano conservati questa dichiarazione, pur avendo ottenuto una sentenza favorevole. I canonici erano chiamati così perché rispettavano la regola della vita in comune in un edificio cittadino chiamato canonica, erano riuniti in una sorta di associazione, il capitolo, che amministrava le proprietà comuni; questo era giuridicamente distinto dalla “mensa” del vescovo, ma entrambi erano istituzioni ecclesiastiche che assicuravano le risorse economiche indispensabili al vescovo e ai canonici, come alloggio, vitto, abiti. All’interno di questo documento i canonici definiscono subito il potere che pretendono di esercitare: la giurisdizione che un signore esercita sui propri uomini; essa e reclamata all’inizio dell’atto nei confronti di un gruppo familiare, gli Almarico, forse perché con loro, con i Rosso si era aperto il processo, ma alla fine si precisa che tale giurisdizione riguarda tutti gli uomini di Quarto. Per due volte i canonici scrivono che la giurisdizione riguarda sia i mansi, che i beni allodiali; ci si riferisce a due categorie di persone: i contadini che hanno in concessione un manso, cioè un fondo rustico di proprietà del capitolo, e i liberi proprietari, che possiedono terre e altri beni in qualità di allodio. I canonici, in quanto proprietari di terre, ricevono dai loro contadini canone in denaro per le terre e le aree concesse loro, un canone in natura, cioè una certa quantità di grano, vino, legumi, corrisposta ogni anno al capitolo, censi ricognitivi, cioè piccoli omaggi dovuti al capitolo come segnale della sua dipendenza e due prestazioni lavorative al servizio dei canonici. Sono tipici obblighi contrattuali di un contadino all’interno di una grande azienda agraria, la corte, divisa in due parti, la pars Dominica e quella massaricia; che garantivano al padrone una rendita in denaro e in prodotti agricoli, ma anche una forza lavoro aggiuntiva. Nel 1185 la corte di Quarto non è più un complesso di terre appartenenti al capitolo di Asti, ma è un territorio in cui il padrone collettivo e anche un signore, che esercita poteri di carattere pubblico su tutta la popolazione locale: potere giudiziario, fiscale e esecutivo; ci sono poi tre importanti limitazioni nel locale diritto di famiglia che riguardano tutti gli abitanti: acquisiscono i beni di chi è morto senza eredi e senza aver fatto testamento, concedono l’assenso al matrimonio delle donne titolari di un manso o di un allodio se sono morti i maschi della famiglia e assolvono alla funzione di tutori per i minori rimasti orfani. In questo processo i canonici avevano avuto il sostegno del vescovo e delle massime autorità, il Papa e l’imperatore: nel 1169 una bolla di Papa Alessandro III aveva confermato al capitolo il Districtus su Quarto, la Curtis, un castello e la chiesa. I canonici affermano che gli uomini della città sono "nostri", e non sono poveri contadini oppressi e sprovveduti, ma manifestano una coscienza politica, dato che contestano senza timori il potere signorile, tanto che i canoni ci sono dovuti ricorrere al tribunale del Comune, hanno assaltato la chiesa a mano armata e hanno minacciato di morte il sacerdote. In quel periodo infatti la società rurale stava cambiando in fretta: la dichiarazione dei canonici e la sentenza dei consoli non descrivono il mondo com’è, ma come dovrebbe essere secondo loro, con uno sforzo di congelamento delle Antique relazione di dipendenza nel villaggio di Quarto. I canonici ribadiscono che le loro terre non possono essere vendute senza licenza e in ogni caso non a persone estranee al villaggio; il capitolo non aveva il potere di sottrarre ai concessionari i rispettivi mansi, ma non ci riusciva neppure quando essi erano inadempienti; però poteva riscattarli se si volevano venderli; il capitolo voleva anche controllare i pascoli, una delle maggiori risorse del territorio, infatti l’allevamento non era stabulare, ma il pascolo più importante della zona era interdetto dal 1 marzo alla raccolta del fieno, tra luglio e agosto, per consentire la crescita dell’erba. il periodo di formazione della signoria
Cristo; altri stereotipi si manifestarono nel 1236 in Germania quando gli ebrei furono accusati di un crimine efferato: aver ucciso bambini cristiani allo scopo di utilizzarne il sangue per i propri riti; Federico II scagionò gli accusati e tutti gli ebrei dell’impero di questa imputazione. Questo concilio segna di certo una svolta, perché non si tratta di un semplice rilancia l’antigiudaismo: infatti sicuramente apre a quello stereotipo degli ebrei intesi come usurai per antonomasia, indicava inoltre un dispositivo perfetto per garantire la discriminazione degli ebrei, cioè il segno distintivo, inoltre la massima autorità cattolica dava credito a gravi calunnie contro gli ebrei. 3.10 FEDERICO II E LA DISTINZIONE TRA REGNO E SACERDOZIO, 1231 (LA FONTE LEGISLATIVA) Federico Secondo di Svevia, imperatore del sacro Romano impero e re di Sicilia fece nel 1231 una promulgazione molto significativa, il cosiddetto Liber augustalis, cioè una raccolta delle leggi del regno di Sicilia. il Proemio di questo libro riflette nel senso ultimo dell'esistenza umana al fine di giustificare la propria azione legislativa: il motivo infatti è che il re di Sicilia ha il potere di legiferare perché ha ricevuto da Dio il compito di tenere a freno la malvagità degli uomini. Il testo del Proemio si può dividere in tre nuclei principali: il primo è il racconto biblico della genesi, il secondo enuncia la giustificazione del potere imperiale, il terzo si impegna a spiegare perché si promulgano le leggi destinate al regno di Sicilia; il tutto è inserito nella struttura tradizionale di ogni documento pubblico. Il Proemio è una concezione del potere temporale, che per essere spiegata va inquadrata nella questione del rapporto tra regno, cioè il potere politico del re, e il sacerdozio, la funzione o potere religioso, del sacerdote. Ci troviamo infatti nel periodo della lotta per le investiture, cioè tra i conflitti dell’impero e degli imperatori svevi. punto di partenza di quest'opera sono le sacre scritture, infatti ci sono molte citazioni letterali della Bibbia, vengono richiamate due parabole evangeliche, deriva dalla Bibbia anche la definizione di Dio come "re dei re e principi dei principi", c’è la metafora del sacrificio del vitello. Secondo Federico provvedere alla legislazione equivale a offrire un vitello addio al fine di ottenere il perdono dei peccati, perciò egli è presentato come un uomo che è conforme al suo operato alla parola di Dio e risponde alla propria vocazione, infatti è stato chiamato al vertice dell’impero e dotato da Gesù di particolari talenti, cioè domini e virtù che deve far fruttare. la riflessione sul rapporto della regione con il potere temporale risale ai primissimi tempi del cristianesimo, quando Paolo di Tarzo scriveva che era necessario sottomettersi e concludeva esortando a dare a ciascuno ciò che gli era dovuto; il Proemio non cita il Vangelo di Matteo, né Paolo, ma prende posizione su una questione di lunghissima durata; il primo passo del Proemio implica la separazione tra il regno e sacerdozio, il secondo passo afferma il fondamento divino di ogni autorità temporale a cominciare dall'impero romano; la funzione politica e quella religiosa al tempo stesso sono connesse; al tempo di Federico e il Papa era diventato il vertice assoluto dell’organizzazione ecclesiastica, l’incarnazione vivente del sacerdozio e aspirava a indirizzare le azioni dell’imperatore; la reazione a tale egemonia papale non poteva essere la laicizzazione del potere temporale, ma al contrario la sua accentuata sacralizzazione e il Proemio ne è la dimostrazione: parole concetti presi dalla Bibbia, una citazione di Seneca; inoltre il Proemio non ricorre solo alle sacre scritture ma anche agli scritti degli stessi sostenitori della superiorità papale come una lettera di Papa Onorio terzo ai nobili di Castiglia. Una novità del Proemio è che si afferma che il potere temporale esiste non solo per decisione della provvidenza divina, ma per necessità delle cose; questo concetto deriva da Aristotele e si diffonderà per opera di Tommaso d’Aquino. Federico esegue la volontà divina e mette a frutto i suoi talenti osservando la giustizia fondando le leggi, che è un suo attributo esclusivo; in questo periodo venne studiata nuovamente anche il diritto, quello romano in particolare, infatti nel Proemio si manifesta una chiara concezione romanistica del potere pubblico: il principe è il fondatore delle leggi e la promulgazione di un unico corpo di leggi richiama Giustiniano; quest’opera, il Liber, annulla tutte le leggi e consuetudini
precedenti che risultassero in contrasto con le sue disposizioni. Il Proemio è considerato come un collage multicolore per tutti i suoi riferimenti. 3.11 LA CONDANNA DI DANTE, 1302 (LA FONTE GIUDIZIARIA: LA SENTENZA) Il 27 gennaio 1302 il podestà di Firenze Cante gabrielli giudicò Dante Alighieri ed altri tre cittadini fiorentini colpevoli di baratteria, cioè di corruzione nell’amministrazione delle risorse pubbliche; Dante gli altri erano stati poco tempo prima priori delle arti, la massima carica comunale e la loro pena prevedeva adesso il pagamento di una somma enorme, il confino all’esterno della Toscana per due anni, l’interdizione perenne dai pubblici uffici. La condanna fu un trauma per Dante lo stata anche per i posteri; affermare che si trattò della vendetta del partito avversario di Dante, quello dei guelfi neri, è vero, ma è semplicistico. questo atto è il prodotto di un'organizzazione amministrativa matura, quale era il Comune di Firenze all'inizio del trecento; la sentenza fu emanata dal podestà, l'indagine era stata condotta dal giudice che era alle sue dipendenze, e messa per iscritto dal notaio. si richiama come autorità suprema Papa Bonifacio ottavo, non l'imperatore perché Firenze era una città guelfa, sostenitrice del Papa; il podestà assicurava l'ordine pubblico e presiedeva un tribunale, e restava in carica per un semestre; la sua provenienza dall’esterno e l’avvicendamento delle cariche erano una garanzia di terzietà; l’operato del podestà era soggetto a controllo da parte dei fiorentini e la sua attività generava documenti e registri, che il Comune si preoccupava di conservare. Il podestà presentava la sua candidatura liberamente, procurandosi raccomandazioni e referenze, a lui si richiedevano attitudine al comando, esperienza amministrativa, capacità retoriche, discrezione e onestà. Egli divenne podestà nel 1301 ed erano quelli i giorni della vendetta dei neri, partito guidato da Corso Donati e protetto da Carlo di Valois, che aveva ricevuto l'incarico dal Papa di pacificare la Toscana; tra l'imputazione a carico di Dante c'era quella di aver tramato contro di lui, contro Firenze e contro il Papa. Che era legato al partito dei bianchi, che avevano escluso i neri; i neri avevano l'appoggio del pontefice e ciò aveva messo i bianchi in una condizione difficile, perché i loro nemici erano sostenuti dal capo dell'alleanza internazionale di cui faceva parte Firenze: il partito guelfo; all’interno della città il partito guelfo era incorporato nelle istituzioni, con il compito di vigilare affinché i ghibellini non accedessero le cariche comunali; nei mesi precedenti il Papa aveva inviato a Firenze un altro pacificatore che però non aveva ottenuto alcun risultato; Carlo di Valois entrò a Firenze nel 1301 con un contingente armato e il suo intervento si configurava come un commissariamento, in nome di una finalità nobile, cioè quella di riuscire a restituire la pace; 5 novembre un’assemblea pubblica conferì pieni poteri a Carlo e c’era quindi il rischio che lui riuscisse a governare per sempre Firenze; nello stesso giorno i neri rientrarono a Firenze e scatenarono vendette e saccheggi contro i bianchi; molti vennero messi a processo attraverso una specie di tribunale ordinario, creato apposta per perseguitare gli avversari politici. il processo inquisitorio si diffuse in Europa nel corso del 200 è considerato una tappe importante nella costruzione dello Stato; la chiesa istituì tribunali speciali per perseguire l'eresia, cioè i tribunali dell'inquisizione; nei comuni il processo inquisitorio fu un importante obiettivo politico del popolo, cioè quel movimento di banchieri, mercanti, giuristi, artigiani, contro i nobili che godevano di un forte prestigio sociale; quando nobile con privati di violenza era difficile che qualcuno trovato il coraggio di accusar lo avesse il denaro per sostenere le spese processuali. vennero incriminati i priori dei mandati precedenti e successivi, presupponendo che fossero stati eletti in maniera fraudolenta, giungendo fino a Dante; era tutta l'attività di governo dei priori essere messa sotto accusa e l'inchiesta si era proposta di stabilire se fossero stati commessi illeciti nelle delibere finanziarie e statutari, ma anche nelle mancate delibere. questo documento è una sentenza, perciò non sono elencate le prove a carico degli imputati, essi non si difesero, anche perché il diritto canonico prevedeva che non presentarsi al processo costituisse una prova di colpevolezza; sono citate tutte le fonti del diritto, viene nominato il popolo, che non era solo movimento
effetti giuridici, anche se non era ammessa né da un'autorità pubblica né da un notaio; questo perché i mercanti si resero autonomi e l'enorme quantità di transazioni effettuate ogni giorno rendeva improbabile il ricorso a un notai; infatti i mercanti elaborarono un originale complesso sistema di registrazioni contabili. Nella lettera viene specificato che per sicurezza e sarà stata spedita in due copie; una lettera di cambio poteva anche essere rifiutata, protestata, si diceva e in tal caso sarebbe tornata indietro; inutile inoltre menzionare le difficoltà per i diversi calendari, delle diverse città; anche se a quel tempo queste cose non ponevano problemi. La diversa unità di misura coinvolgeva anche le monete: a quel tempo le monete fisiche circolavano liberamente anche oltre i confini delle autorità emittenti; il valore delle monete reali poteva variare per la cattiva qualità di un’emissione, per l’usura, per le truffe e il tutto venne risolto convertendo tutte le monete reali in monete convenzionali, che permettevano di fare i conti, ad esempio le lire i soldi, i denari che non furono mai cognati. Un altro concetto importante è la girata cambiaria, che consentiva di passare ad altri la forma ricevuta, così da velocizzare i passaggi virtuali di denaro. Il movimento di questa lettera di cambio può essere sintetizzati in questo modo: Antonio riceve denaro da Bartolini e spicca la lettera in favore di Cattani; Cattani riceve la lettera, accetta, ma gira la lettera e paga tramite la banca pubblica di Barcellona, la quale versa a accettanti l’importo. I mercanti italiani inventarono la moneta cartacea e la moneta scritturale. Non c'è una delle guerre scoppiate tra il XIII secolo e il XV secolo che non sia stata finanziata dai mercanti banchieri, gli unici in grado di assicurare un servizio efficiente di prestiti e trasferimenti; non c’è un edificio monumentale delle città europee che non sia stato costruito grazie all’oro; essi infatti crearono un sistema mondo organico, in cui tutti i soggetti erano interdipendenti; il mercante e banchiere del basso medioevo fu un innovatore non solo dal punto di vista dell’economia e della mentalità, ma anche dal punto di vista della cultura, laica che comunicava in volgare; la ricchezza dei mercanti banchieri a stimolato la produzione letteraria e le meravigliose architetture, le opere d’arte sono testimoni di quali straordinari ricchezze avessero accumulato le grandi famiglie di mercanti e banchieri. 3.13 IL CONTROLLO DELL’INFORMAZIONE NEL RINASCIMENTO, 1458 (LA LETTERA DIPLOMATICA) Questa è una lettera che il duca di Milano Francesco sforza inviò il 22 luglio 1458 al suo famiglia Antonio da Trezzo; il duca di Milano da una serie di direttive su come si scrivono le lettere, lo fa perché lui e Ferrante d’Aragona, re di Napoli, sono ora più in confidenza, infatti hanno rafforzato le due dinastie dopo la morte di Alfonso il magnanimo, che era stato Re d’Aragona e di molti altri regni uniti a quella corona; Ferrante invoca il sostegno militare e politico dello sforza, perché la conquista da parte sua era stata recente ed erano ancora forti i sostenitori del partito avverso; da Trezzo apparteneva al gruppo dei famiglie cavalcanti, servitori di Francesco sforza e definiti così perché erano impiegati in trasferte all’interno soprattutto all’esterno del Ducato di Milano; i compiti sono riguardati nella lettera: da Trezzo deve mostrare più amore e riverenza al nuovo re, cercando di farsi ben volere da lui e da tutti i suoi servitori, in modo da essere visto sempre volentieri; soprattutto deve avvisare di qualsiasi cosa perché la minima informazione può essere utile; il buon ambasciatore deve avere discrezione e maturità, deve parlare e tacere quando è necessario. La cancelleria era il luogo dell’analisi e della progettazione politica, una progettazione che era segreta; questa lettera rispecchia la volontà dell’autore, il duca, ma fu composta da uno dei cancellieri e fu approvata dal capo della cancelleria segreta del duca, un segretario, definizione che si diffonde proprio in questo periodo a significare che governava i segreti del duca. dopo le raccomandazioni generali, Francesco sforza definisce come si devono scrivere le lettere: sono istruzioni brevi e precise che riguardano l'organizzazione della corrispondenza, la struttura e lo stile; le lettere dedicate a questioni di Stato non devono contenere informazioni di carattere privato o di poca importanza; l’ambasciatore deve distribuire gli argomenti in più lettere, scrivendone
diverse per argomenti di diverso genere oppure ricorrendo ad allegati; le comunicazioni più importanti e più riservate vanno messe in cifra e senza dirlo esplicitamente, ci si riferisce al pericolo che le lettere possono essere intercettate da qualcuno durante il trasporto; viene ribadito inoltre che l’ambasciatore deve scrivere in modo opportuno, prudente. Ci sono tre livelli di sicurezza: informazioni che vanno in cifra perché sono top secret, non devono essere lettere da nessuno; ci sono altre informazioni egualmente importanti che vanno scritte in lettere separate in modo da poter essere mostrate ad altri, ad esempio i cancellieri incaricati di ricopiare; le lettere miste non vanno bene perché è una parte si può mostrare a uno e all’altro no; il terzo livello è quello della scrittura in modo prudente, l’ambasciatore deve adattare il testo delle lettere separate, privandolo di quegli elementi che potrebbero far filtrare ciò che non si vuole far sapere. La conclusione della lettera afferma il divieto assoluto di scrivere di cose riguardanti lo Stato ad altri all’infuori del duca, il duca è il padrone delle notizie. Ci si chiede sempre perché è stata prodotta tale fonte E perché è stata conservata; ci sono giunte molte corrispondenza diplomatica italiana del 400 perché ciascuno Stato italiano aveva bisogno di essere costantemente informato di ciò che accadeva nelle città e nelle corti vicine, in particolare era necessario essere in contatto continuo con i propri alleati, produttori, con la corte pontificia, con tutto il sistema politico; invece ci sono giunte poche lettere del X secolo, non perché sono andate perdute, ma per differenze nella produzione e nella funzione delle lettere. nel 400 tutti avevano imparato a leggere scrivere in latino, che era ancora la lingua della scuola e dell'università, il ricorso alla scrittura da parte di persone provenienti da ceti medi, che non conoscevano il latino quanto un ecclesiastico, favorì il passaggio dal latino all’italiano, nella corrispondenza epistolare; non era una lingua imposta da un potere superiore estraneo, era uno strumento utile adottato naturalmente oltre i confini della Toscana, dove è nato con Dante e Boccaccio.