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Narrare: oltre, l'altrove, l'altrimenti, Dispense di Pedagogia dell'infanzia e pratiche narrative

Riassunto discorsivo e dettagliato, suddiviso in capitoli, del libro "Narrare:oltre, l'altrove, l'altrimenti" di Caterina Benelli, Amelia Ceci e Maria Varano

Tipologia: Dispense

2024/2025

In vendita dal 28/08/2025

gloriabucciardinii
gloriabucciardinii 🇮🇹

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Introduzione. La fiaba: complessa e “irresistibile”
La fiaba richiede un approccio complesso e problematico. Stare sulle tracce della fiaba
significa assumere uno sguardo disposto a continue incursioni in territori diversi; significa
spingersi a considerare le rivisitazioni e contaminazioni effettuate da altri media quali il
cinema, il teatro, la televisione, la pubblicità. Oggetto del suo interesse saranno anche le
trasformazioni, le riduzioni, le trascrizioni in chiave moderna e le riletture che i migliori
illustratori ne hanno fatto. Il carattere migratorio della fiaba si manifesta anche nei tratti della
propria origine. Le versioni orali della fiaba hanno a lungo costituito un corpus in movimento,
mescolato ad altre forme di narrazione, definite “forme semplici” (leggende, miti,
filastrocche…). La fiaba si articola quale percorso nello spazio e nel tempo; stabilirne
l’origine è un’impresa complessa. Il fiabesco può essere considerato strettamente connesso
ad una sorta di “spirito primitivo”, inteso come uno spirito universale, una fase evolutiva
dell’intera umanità. Nel corso delle diverse epoche storiche, il racconto fiabesco subisce
continue trasformazioni, in particolare c’è stata una svolta significativa quando è divenuta più
forte l’influenza della pedagogia ed è iniziata la trascrizione delle narrazioni orali. Soprattutto
nel corso dell’Ottocento, l’attenzione dell’adulto si rivolge al bambino ed al preadolescente,
che diventano i destinatari di raccomandazioni morali. E’ in questo contesto che si
diffondono trascrizioni e reinvenzioni di fiabe e favole, con intenti didascalici, responsabili
della trasformazione del materiale originario, piegato ora a soddisfare esigenze morali e
letterarie. Il tratto distintivo della fiaba quindi è legato alla narrazione ed al particolare modo
di trasmissione orale dei racconti. Già a partire dal sedicesimo secolo, all’interno del genere
della novella toscana, si trova qualcosa di particolare: nel 1550 a Venezia Giovanni
Francesco Straparola pubblica Le piacevoli notti, un racconto a cornice sul modello del
Decamerone di Boccaccio. Sembra un fenomeno che rimane isolato, ma nella prima metà
del diciassettesimo secolo accade di nuovo qualcosa di simile: infatti tra il 1634 e il 1636
appare, postumo, un racconto a cornice in dialetto napoletano di Giovambattista Basile, noto
come Pentamerone. E’ alla corte napoletana, infatti, che si sarebbe affermato il «racconto
fiabesco», ovvero un genere letterario destinato all'intrattenimento delle corti. Attraverso
Basile prima e Perrault poi, si stabilisce quel genere letterario che, nel giro di due o tre
secoli, nella cultura europea prenderà il nome di fiaba e al quale sarà riconosciuta una logica
specifica, una posizione singolare all'interno dei generi e la funzione di intrattenimento.
L’interesse per le fiabe nasce tra il diciottesimo ed il diciannovesimo secolo, sostenuto anche
dal diffondersi di una cultura romantica che valorizza la funzione cognitiva
dell’immaginazione. Le ricerche sul racconto popolare, e sulle fiabe in particolare, iniziano
con l’opera dei fratelli Grimm, i quali partono dall’idea che ogni popolo ha un’anima che si
esprime attraverso la lingua, le poesie, le canzoni, i racconti. L’opera dei Grimm ha dato
avvio agli studi sulla fiaba, che mettono in evidenza il fatto che racconti simili compaiono
anche fuori dall’Europa; ciò implica che le storie e i motivi fiabeschi hanno avuto origine in
luoghi diversi e in modo indipendente, quindi sono un’espressione universale dell’animo
umano in una fase primitiva del suo sviluppo. Le fiabe vengono considerate come il
sedimento di esperienze secolari che hanno assunto una forma in cui adulti e bambini
possono facilmente riconoscersi. Fondamentale è anche il contributo offerto dalla psicanalisi
(Freud e Bettelheim), che sostiene che le fiabe svolgono una vera e propria funzione
terapeutica per il bambino, liberandolo dalle sue paure. D’altra parte, nell’ambito della
psicologia analitica, l’interpretazione di Jung e Von Franz considera le fiabe come prodotti
della mente, parte dell’inconscio collettivo e patrimonio dell’umanità intera. In particolare,
secondo le loro teorie, le fiabe sarebbero luogo privilegiato degli archetipi (“l’anima
testimonia se stessa”). Un altro punto di riferimento è il lavoro pionieristico di Propp che
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Introduzione. La fiaba: complessa e “irresistibile” La fiaba richiede un approccio complesso e problematico. Stare sulle tracce della fiaba significa assumere uno sguardo disposto a continue incursioni in territori diversi; significa spingersi a considerare le rivisitazioni e contaminazioni effettuate da altri media quali il cinema, il teatro, la televisione, la pubblicità. Oggetto del suo interesse saranno anche le trasformazioni, le riduzioni, le trascrizioni in chiave moderna e le riletture che i migliori illustratori ne hanno fatto. Il carattere migratorio della fiaba si manifesta anche nei tratti della propria origine. Le versioni orali della fiaba hanno a lungo costituito un corpus in movimento, mescolato ad altre forme di narrazione, definite “forme semplici” (leggende, miti, filastrocche…). La fiaba si articola quale percorso nello spazio e nel tempo; stabilirne l’origine è un’impresa complessa. Il fiabesco può essere considerato strettamente connesso ad una sorta di “spirito primitivo”, inteso come uno spirito universale, una fase evolutiva dell’intera umanità. Nel corso delle diverse epoche storiche, il racconto fiabesco subisce continue trasformazioni, in particolare c’è stata una svolta significativa quando è divenuta più forte l’influenza della pedagogia ed è iniziata la trascrizione delle narrazioni orali. Soprattutto nel corso dell’Ottocento, l’attenzione dell’adulto si rivolge al bambino ed al preadolescente, che diventano i destinatari di raccomandazioni morali. E’ in questo contesto che si diffondono trascrizioni e reinvenzioni di fiabe e favole, con intenti didascalici, responsabili della trasformazione del materiale originario, piegato ora a soddisfare esigenze morali e letterarie. Il tratto distintivo della fiaba quindi è legato alla narrazione ed al particolare modo di trasmissione orale dei racconti. Già a partire dal sedicesimo secolo, all’interno del genere della novella toscana, si trova qualcosa di particolare: nel 1550 a Venezia Giovanni Francesco Straparola pubblica Le piacevoli notti, un racconto a cornice sul modello del Decamerone di Boccaccio. Sembra un fenomeno che rimane isolato, ma nella prima metà del diciassettesimo secolo accade di nuovo qualcosa di simile: infatti tra il 1634 e il 1636 appare, postumo, un racconto a cornice in dialetto napoletano di Giovambattista Basile, noto come Pentamerone. E’ alla corte napoletana, infatti, che si sarebbe affermato il «racconto fiabesco», ovvero un genere letterario destinato all'intrattenimento delle corti. Attraverso Basile prima e Perrault poi, si stabilisce quel genere letterario che, nel giro di due o tre secoli, nella cultura europea prenderà il nome di fiaba e al quale sarà riconosciuta una logica specifica, una posizione singolare all'interno dei generi e la funzione di intrattenimento. L’interesse per le fiabe nasce tra il diciottesimo ed il diciannovesimo secolo, sostenuto anche dal diffondersi di una cultura romantica che valorizza la funzione cognitiva dell’immaginazione. Le ricerche sul racconto popolare, e sulle fiabe in particolare, iniziano con l’opera dei fratelli Grimm, i quali partono dall’idea che ogni popolo ha un’anima che si esprime attraverso la lingua, le poesie, le canzoni, i racconti. L’opera dei Grimm ha dato avvio agli studi sulla fiaba, che mettono in evidenza il fatto che racconti simili compaiono anche fuori dall’Europa; ciò implica che le storie e i motivi fiabeschi hanno avuto origine in luoghi diversi e in modo indipendente, quindi sono un’espressione universale dell’animo umano in una fase primitiva del suo sviluppo. Le fiabe vengono considerate come il sedimento di esperienze secolari che hanno assunto una forma in cui adulti e bambini possono facilmente riconoscersi. Fondamentale è anche il contributo offerto dalla psicanalisi (Freud e Bettelheim), che sostiene che le fiabe svolgono una vera e propria funzione terapeutica per il bambino, liberandolo dalle sue paure. D’altra parte, nell’ambito della psicologia analitica, l’interpretazione di Jung e Von Franz considera le fiabe come prodotti della mente, parte dell’inconscio collettivo e patrimonio dell’umanità intera. In particolare, secondo le loro teorie, le fiabe sarebbero luogo privilegiato degli archetipi (“l’anima testimonia se stessa”). Un altro punto di riferimento è il lavoro pionieristico di Propp che

delinea la struttura morfologica del racconto fiabesco legandola al concetto di «funzione»: l’azione di un determinato personaggio è considerata in base al suo significato nel contesto narrativo e la serie delle funzioni rappresenta la base morfologica della fiaba. Propp conclude che la nascita di molte fiabe popolari è avvenuta nel momento del passaggio dalle società nomadi alle prime comunità stanziali. Per tentare di dare una base scientifica alle tante speculazioni sull’origine e la diffusione delle fiabe, inoltre, tra Otto e Novecento viene elaborato il metodo storico-geografico, che cerca di definire lo sviluppo storico del maggior numero possibile di varianti di una fiaba. La fiaba presenta importanti implicazioni anche sul piano sociale e cognitivo; questo è un elemento di costanza e “irresistibilità” del fiabesco. La fiaba continua a mantenere con il passare del tempo quel fascino che le deriva da una narrazione intessuta dei più profondi significati dell'esistenza umana e delle sue sfide; ciò giustifica anche l'interesse costante che il racconto fiabesco esige, e riflette l’altrettanto costante interesse degli esseri umani per le proprie radici e la propria storia. Il valore della fiaba sembra non risiedere solamente in ciò che dice, ma anche e forse soprattutto nella sua qualità narrativa. Un aspetto spesso sottovalutato della fiaba popolare, ma oggi sottolineato dalla maggior parte degli studi, è quello relativo alla sua natura di narrazione generata soprattutto da un'esigenza di tipo estetico, da un piacere del testo che forse più di ogni altro elemento contribuisce a opporla ad altri tipi di racconto. Le fiabe, private dei loro aspetti rituali e trasformate in genere di intrattenimento per fanciulli e persone incolte, si trovarono nella necessità di perfezionarsi come racconto, sotto pena, altrimenti, di non essere tramandate affatto, dato che non c'erano più motivi rituali o culturali per farlo. La narrazione fiabesca viene paragonata dalla scrittrice a una zattera costruita con pezzi di relitti antichi, abbandonati su spiagge di mondi lontani, giunta fino a noi perché ben costruita e in grado di attraversare il tempo. La forza della sua struttura sta nella bellezza della storia che ne garantisce la resistenza all'oblio. Nella fiaba quelli di colui che narra e di colui che ascolta non sono ruoli fissi ma interscambiabili e proprio in questa reciprocità vanno a definire e a costruire il fluire dellesistenza conferendo loro un senso, cioè un orientamento per il futuro e un significato, ovvero la possibilità di essere comunicate e di entrare in un contesto culturale in cui è possibile riconoscersi e dal quale è possibile attingere risorse per la costruzione dellidentità di individui e di gruppi. La presenza di questo elemento narrativo dal passato e dalla tradizione alla produzione contemporanea sottolinea non solo la vitalità del genere fiabesco, ma anche il fatto che non ci si debba sforzare di costruire nuove fiabe, a misura dell'infanzia di oggi e della cultura del suo mondo super-tecnologico e super-scientifico. La cosa importante è tener desta la lezione della fiaba, come hanno saputo fare molti grandi scrittori, per sollecitare i lettori a non abbandonare il gioco narrativo, che è insieme la figura dellesistenza e lo strumento per dare a essa significato e senso. LEssere prende forma e consistenza allinterno della struttura narrativa narrativa e le fiabe tessono da sempre gli aspetti universali dell'essere nel mondo dellumanità, del suo rapporto con la vita e con la morte, coinvolgono chi le ascolta, lo coinvolgono in una dimensione liminare, nellarea transizionale, in quei territori del meraviglioso in cui tutto è creativamente possibile. Lumanità ha rappresentato nel narrare il suo essere nel mondo, la sua necessità di rapportarsi agli altri e prospettare mondi che ancora non ci sono e forse non ci saranno mai, ma che sono comunque possibili e necessari alla costruzione del proprio essere. Il bisogno di storie è essenziale per l'individuo, è quanto più ci caratterizza come esseri umani; rielaborare l'esperienza vissuta sotto forma di storia, implica la capacità di dare ordine a quanto accade, conservarne la memoria, creare un senso di appartenenza. La narrazione, il racconto, le storie acquisiscono un'importanza fondamentale nel dare senso alle cose, alla vita stessa, nel rendere l'individuo consapevole di se stesso e della propria esperienza. Non

ponte tra generazioni, un mezzo magico capace di collegare l’infanzia passata con quella presente. Capitolo 1- La fiaba come strumento di cura: l’oltre (Maria Varano) 1.1 Ma le fiabe curano? L’autrice sostiene di sì, dicendo di averle usate spesso in psicoterapia e arteterapia, in quanto la fiaba permette di tradurre pezzi di vita, periodi critici, di crisi, di difficoltà, di disagio, in modo accettabile ed a volte anche ironico. Una fiaba scritta e poi raccontata in seduta permette di elaborare gli eventi, le sensazioni e le emozioni che li hanno accompagnati, vedendo e valutando altri finali possibili su cui concordare e lavorare all’interno della cura. L’autrice sostiene, infatti, che tradurre in fiaba la propria storia risvegli o favorisca la resilienza, importante risorsa che permette di rialzarci quando la vita presenta inciampi o problemi. Le fiabe perciò sono esempi di resilienza: partono da una situazione drammatica o precaria per giungere poi ad un finale felice, che porta con sé leggerezza ed ironia. Ciò insegna che le sventure non si possono evitare, ma partendo da queste è possibile creare una situazione nuova, dando un nuovo ordine e senso alle priorità. La traduzione in fiaba di una intensa emozione provata permette di distaccarsene, di farla uscire da noi, di non esserne solo pervasi, ma di renderla un oggetto osservabile e trattabile da varie angolazioni; così come avviene per il lavoro con le immagini. Esprimendo graficamente qualcosa di cui non si riesce a parlare, si realizza un primo tentativo di strutturazione di contenuti affettivi ed emotivi spesso caotici, invasivi o rimossi. 1.1.1 Pensarsi in relazione All’interno della comunità, che è il contesto in cui si incontrano storie di bambini/e ed educatori, le fiabe possono aiutare a crescere, in quanto narrano l’indicibile, il dramma o l’accaduto che non si comprende. Le educatrici della comunità Mafalda di Torino, che accoglie minori con storie familiari difficili, hanno scelto di raccontare ai bambini il loro percorso in comunità attraverso fiabe personalizzate. Queste fiabe, sia di benvenuto che di congedo, aiutano i bambini a comprendere la propria esperienza, offrendo conforto e senso di continuità. Il progetto, supervisionato nel tempo, è diventato anche un libro collettivo: Sciogliere nodi, riannodare storie. Le fiabe si rivelano strumenti educativi preziosi per dare voce a ciò che spesso è difficile esprimere, favorendo l’ascolto, l’accoglienza e la relazione tra educatori e bambini. Non sono solo racconti del passato, ma anche strumenti di crescita e trasformazione, che aiutano a immaginare e costruire il futuro. Le fiabe create dagli educatori della comunità raccontano storie personali complesse, spesso dolorose, ma capaci di mettere in luce la forza, la resilienza e i sogni dei bambini. Attraverso la magia del racconto, i bambini possono rileggere il proprio passato in modo più accettabile e trovare speranza per il futuro. Le fiabe diventano uno strumento di cura, sia per chi le ascolta che per chi le scrive, favorendo la relazione, la consapevolezza e il benessere emotivo. Gli educatori, partendo da un interesse autentico per ogni bambino, hanno capito il valore trasformativo del narrare: il bambino non solo si sente pensato, ma anche degno di valore e di essere voluto. Le storie di ingresso rappresentano un’innovazione importante, perché usano lo storytelling fin dal primo momento per costruire un legame. Scrivere fiabe è un lavoro collettivo e coinvolgente, che aiuta anche gli operatori a elaborare le emozioni e riflettere sulle scelte educative. Il racconto, quindi, diventa uno strumento prezioso per prendersi cura, generare bellezza e affrontare la complessità delle vite in comunità. 1.2 Tras-Formare L’autrice, in molti degli ambiti in cui ha operato, ha suggerito alle persone di presentarsi attraverso la propria storia trasformata in fiaba; questo apre la strada alla riflessione, alla definizione dei desideri personali e professionali, a verificare le proprie intenzioni e la propria

disponibilità. Inoltre, ci sentiamo legati a chi ci consegna una storia, entriamo in un’intimità particolare. In molti campi l’uso della narrazione sta prendendo spazio come strumento di cura. 1.3 Storie per andare oltre la malattia La traduzione metaforica della malattia la mimetizza e permette di esprimere in forma di fiaba eventi difficili o momenti critici della propria vita, per riuscire ad andare oltre. Nell’uso delle fiabe viene analizzato l’aspetto funzionale, che riguarda il rapporto tra i vari personaggi ed i messaggi metaforici che il racconto porta. Ci può volere del tempo, anche a guarigione avvenuta, prima di riuscire a scrivere una fiaba che racconti come siamo stati, ma riuscire a scrivere può aiutare anche ad evitare ricadute; le fiabe possono essere un grande aiuto nelle terapie. 1.4 Meticciamento tra immagini e fiabe L’autrice propone un confronto tra l’uso delle immagini in arteterapia e quello delle fiabe inventate in psicoterapia narrativa, entrambi strumenti terapeutici che servono a esprimere metaforicamente momenti critici della vita. In entrambi i casi, è fondamentale creare un ambiente rassicurante, privo di giudizio estetico o letterario, che favorisca la libera espressione senza ansia da prestazione ("non so disegnare", "non ho fantasia"). Sia le immagini sia le fiabe permettono di accedere alle emozioni in modo indiretto, mediato. L’arteterapeuta e il terapeuta narrativo devono accogliere il prodotto del paziente, anche se brutto, ripetitivo o doloroso, e rimanere nel dubbio, senza forzare interpretazioni immediate. Importante è la capacità di “so-stare”: sostare dentro l’esperienza emotiva, tollerarla, e costruire un dialogo empatico. L’immagine o la fiaba diventano così strumenti per rendere pensabile l’impensabile, generando significati condivisi. In alcuni casi, la fiaba può essere scritta insieme al paziente, rafforzandone l’efficacia terapeutica. Le fiabe e le immagini condividono una struttura cornice che ne definisce lo spazio espressivo e simbolico. L’inizio e la fine tradizionali della fiaba (“C’era una volta…” / “dite la vostra che ho detto la mia…”) creano un tempo e uno spazio sospesi, che permettono di entrare in un altrove immaginativo per poi tornare arricchiti alla realtà. Analogamente, l’immagine è delimitata dal foglio, che funge da zona franca per esprimersi. Entrambe – fiabe e immagini – diventano strumenti per esplorare la dimensione psico-emotiva in modo simbolico. Un’altra cornice fondamentale è quella relazionale e spaziale: la stanza della terapia e la presenza del terapeuta offrono contenimento, sicurezza e fiducia. Questa cornice protegge e regola l’esperienza, riducendo l’ansia e permettendo al paziente di esprimere le proprie fragilità in modo creativo e protetto. Infine, sia le fiabe sia le immagini offrono una possibilità di rilettura nel tempo: non si esauriscono nella prima interpretazione, ma continuano a generare nuovi significati e associazioni, sia per il paziente sia per il terapeuta. Sono strumenti evocativi, capaci di accompagnare un processo trasformativo profondo. Le fiabe create in terapia non sono prodotti statici, ma testi vivi che possono essere riletti e reinterpretati nel tempo, rivelando nuovi significati a ogni rilettura. Per questo è importante tornare periodicamente sui racconti o sulle immagini prodotte in seduta, per rivederle, ripercorrerle e riassegnare senso. Le fiabe

  • come quelle tradizionali – sono modelli di resilienza: partono da situazioni difficili e mostrano come affrontare e superare ostacoli, grazie a risorse interne o aiuti esterni, per arrivare a un finale positivo. Anche per gli adulti, inventare una fiaba a partire da una crisi può aiutare a riorganizzare il proprio vissuto e a trovare nuove priorità. La metafora finale, ascoltata in un convegno sulla cura dei bambini abusati, sintetizza il senso profondo di questo lavoro terapeutico: non si può cancellare il passato, ma si può sempre scrivere o disegnare il futuro. Nel percorso terapeutico, fiabe e immagini svolgono un ruolo centrale nel mobilitare energie emotive e creative. Attraverso la corporeità e l’espressione non-verbale, il

il padre di Pinocchio, che in questa metafora è il creatore, dia forma a suo figlio concependolo senza fili, libero. L’autore descrive l’infanzia come un momento in cui sono presenti sofferenza e miseria: Pinocchio, infatti, si ritrova spesso in situazioni pericolose da cui esce all’ultimo momento e senza d’altra parte farne tesoro, senza apprendere la lezione e finisce per ripetere i propri errori, cacciandosi ogni volta in avventure sempre più rischio- se. L’originalità di Pinocchio è dovuta al fatto che il realismo di quella società si esprime attraverso elementi magici e fantastici. I temi psicologici che incontriamo nel racconto di Pinocchio sono evidentemente quelli legati alla necessità di dover adeguare una parte dei desideri e dei piaceri personali alla realtà che viviamo e che ci pone in contatto con altri esseri umani anch'essi con desideri e piaceri personali. Ecco, dunque, che l’obiettivo principale lo ritroviamo proprio nell’idea di fondo di questa fiaba. Questo è sicuramente uno dei motivi per cui ancora oggi le fiabe di un tempo, come quella di Pinocchio, possono essere molto utili nel lavoro con i bambini e trovano spesso impiego in progetti scolastici. L’autrice sostiene infatti che le fiabe siano uno strumento importante per la conoscenza del mondo. La narrazione dell’adulto può rappresentare una delle basi su cui fondare la strutturazione dell’identità e della relazione con l’altro, permettendo al bambino di strutturare i propri bisogni. È così che Pinocchio affronta il suo percorso di vita scegliendo, sbagliando e rialzandosi, costruendo se stesso fino a quando il percorso non è maturato e restituisce al padre ciò che egli gli ha donato. È così quindi che si compie l’atto finale con l’intercessione della fata, espressione della sapienza che cresce con l’esperienza, che permette al burattino di diventare un bambino vero e vivere nella stessa dimensione del padre. È un racconto di crescita, dove il padre assume quella giusta dimensione che sembra essere oggi persa e che risulta allo stato attuale così necessaria da riconquistare. Sarà ancora oggi una favola a insegnarci la strada da intraprendere per rigenerare noi stessi e la società in cui viviamo. I genitori devono quindi entrare e partecipare al mondo dei bambini, viaggiare insieme alla scoperta delle nuove realtà che costruiscono la quotidianità di ogni bambino. I ragazzi hanno, infatti, bisogno di riavere un modello e i padri devono ridiventare delle guide, testimoniando e insegnando i valori, facendo da mediatori tra le regole da rispettare e le libertà da conquistare e gestire. Pinocchio è il viaggio del singolo alla conquista di se stesso, il risveglio dall’ignoranza, il percorso di un individuo che cerca la dignità di uomo. Collodi ci insegna che attraverso la ribellione avviene la trasformazione, che ci incoraggia a gridare al nostro Geppetto:«babbo, insegnami le regole, ma poi permettimi di sperimentarle e lasciami giocare». Il padre Geppetto sacrifica se stesso pur di consegnare al proprio figlio i mezzi per poter fare il suo percorso e quindi s’inventa come può i vestiti per vestirlo e vende i suoi per comprargli l’abbecedario. Ancora il padre Geppetto dà al burattino avvertimenti sul futuro e consigli lasciandogli nel frattempo la libertà di scegliere, coscienti entrambi che per qualsiasi scelta lui sarà sempre lì a sostenerlo. Il Pinocchio che conosciamo è un libro con una conclusione ottimistica: il protagonista risorge ed evolve. Parla della nascita di un legame possibile tra le generazioni, del rinnovamento di identità genitoriali e di un senso della responsabilità reciproca più armonioso e integrato. Sarà la scoperta di una ricchezza interiore e di una fonte di valore propria non proveniente dall’esterno, la scoperta della possibilità di dare invece di ricevere lo aiuterà a crescere e a superare il passaggio adolescenziale. Il mare rappresenta una prova dura, la balena ha inghiottito il padre poi Pinocchio che deve mettere in moto le proprie risorse, qui trova veramente se stesso. Per avere delle risorse a disposizione un bambino deve averne accumulate. Deve essere cresciuto con l’affetto di qualcuno e deve aver fatto esperienze in proprio anche trasgredendo le regole che qualcuno gli ha mostrato. La curiosità è un elemento importante che permette di acquisire e arricchire le proprie risorse. Qui si realizza un passaggio

generazionale: prima era il padre ad aiutare il figlio ora è il figlio ad aiutare il padre. Ora il figlio è cresciuto ed è in grado di prendersi le proprie responsabilità; è diventato adulto, si è umanizzato. Conquistare la capacità di mettersi nei panni dei genitori significa essere in grado di passare da una posizione infantile a una posizione adulta, cambiare ruolo affettivo prima ancora che sociale. Qui c’è qualcosa di più: c’è l’aspetto attuale e sconcertante di Pinocchio che risolve a modo suo uno degli interrogativi su come si costruisca l’identità adulta nell’epoca contemporanea dove, come qualcuno dice, la funzione paterna è evaporata. Pinocchio rimette il padre al posto del padre, ristabilisce una funzione paterna non autoritaria, né risibile né perversa. È così che una mattina Pinocchio si sveglia ragazzo; ritrova contemporaneamente un padre in salute e un borsellino pieno di zecchini d’oro, regalo della Fata che, moltiplicando le monete che Pinocchio le aveva donato, è riuscita nel miracolo dell’abbondanza: a essere moltiplicati sono i talenti donati, non il denaro affidato alla voracità del Gatto e della Volpe. Il miracolo è così avvenuto attraverso la capacità di fare i conti con la figura del padre, con il suo modo di affrontare la vita e con i suoi ideali. Pinocchio ci insegna forse la più grande delle lezioni: che per la salvezza della nostra integrità morale, del nostro essere persone autentiche, occorre la verità, la conoscenza e il rispetto, ma è indispensabile anche trovare quella grande forza interiore che fa maturare, nonostante l’imprevedibilità della vita e quanto essa possa essere travolgente per il singolo. Una fiaba come quella di Pinocchio è utile perché aiuta i bambini a identificarsi con il protagonista e a superare situazioni difficili. Le storie permettono loro di affrontare le emozioni e di prepararsi alla vita adulta. La trasgressione è una parte importante della crescita, poiché i bambini imparano a separarsi dai genitori. Pinocchio mente e disobbedisce, ciò che lo porta a molti guai, ma gli consente anche di comprendere il mondo degli adulti. Anche se la storia di Pinocchio è particolare, l’uso delle storie per crescere è da sempre una caratteristica umana. Le storie hanno il potere di far maturare chi le ascolta e di dare vita all'immaginazione. Capitolo 2-La fiaba come strumento di dialogo: l’altrove (Amelia Ceci) L’autrice racconta di aver avuto la fortuna di lavorare in numerosi paesi, sostenendo che l’esperienza in Iraq sia stata la più formativa; proprio per questo ha deciso di condividerla e darle un significato anche specifico. La narrazione, attraverso l’interpretazione retrospettiva vissuta dall’autrice, aiuta a dare senso alla sua esperienza, situando l’evento all’interno della sua storia. 2.1 Il progetto Musamir della Summer School a Baghdad Amelia Ceci ha lavorato con le fiabe in un progetto di formazione di un gruppo di insegnanti a Baghdad, insieme a Caterina Benelli, nell’estate del 2001, per l’Associazione di volontariato italiana “Un Ponte Per”. Amelia Ceci e Caterina Benelli hanno utilizzato nel progetto le fiabe come metodo didattico, che è diventato uno strumento di dialogo d’altrove per permettere di raccontarsi e lavorare insieme. “Un Ponte Per” (UPP) è un’associazione per la solidarietà internazionale e un’organizzazione non-governativa nata nel 1991, subito dopo la fine dei bombardamenti sull’Iraq, con il nome di “Un Ponte per Baghdad”, con lo scopo di promuovere iniziative di solidarietà per la popolazione irachena colpita dalla guerra; successivamente l’intervento si è esteso ad altri paesi. Lo scopo è la prevenzione dei conflitti armati e violenti, attraverso campagne di informazione, scambi culturali, progetti di cooperazione, programmi di peace building e costruzione di reti per la giustizia sociale. L’intervento di UPP nel settore educativo in Iraq nasceva dalla consapevolezza che la popolazione sottoposta all’embargo soffriva l’isolamento culturale che derivava dalle scelte di politica internazionale. In particolare i bambini subivano le conseguenze delle privazioni nei vari settori della vita sociale. Oltre alla mortalità infantile dovuta al diffondersi di malattie,

sura dei bambini appartenenti alla loro cultura irachena. La ricostruzione avvenne in un primo momento con ritagli di giornale, poi con disegni fatti dalle stesse insegnanti. Vennero costruiti due giochi da due gruppi di insegnanti, uno per studenti delle classi prima, seconda e terza primaria e l’altro per le classi quarta, quinta e sesta, sempre della scuola primaria. Il primo gioco rappresentava immagini più legate all’infanzia, all’apprendimento delle prime nozioni scolastiche, mentre l’altro gioco rappresentava momenti più legati all’incontro con l’altro, all’amicizia e a concetti più adeguati ai bambini più grandi della scuola primaria e in linea ai principi dello sviluppo psico-sociale ma soprattutto in accordo alle regole ministeriali. La sperimentazione con i bambini dei giochi creati dalle insegnanti fu un altro momento significativo: le insegnanti si erano divise i compiti; in un primo momento proposero ai bambini il gioco come se fosse un compito, e ovviamente i bambini risposero come se fossero a un’interrogazione o come se fossero esaminati. Dopo la fase di ‘riscaldamento’ le insegnanti si rilassarono familiarizzando con lo strumento che avevano costruito e crearono gruppi più piccoli per facilitare un clima più ludico, più intimo e meno scolastico; fu in questo momento che compresero l’utilità del gioco e le ricadute educative e didattiche. I bambini giocavano, si divertivano e raccontavano alcuni episodi della loro vita stimolati dalle immagini. Alla fine del training venne preparato un programma di lavoro suddiviso per temi da elaborare con i gruppi di bambini, per poi concludere con una restituzione delle attività in occasione della festa del 28 agosto 2001, giorno conclusivo della Summer School. Tutti gli insegnanti, compresi gli ispettori, scelsero il tema di lavoro da fare in collaborazione con uno o due colleghi. Terza fase: lavoro delle/degli insegnanti L’ultima fase del percorso fu caratterizzata dal clima piacevole e le insegnanti portarono avanti il lavoro prestabilito riuscendo anche a personalizzarlo. La festa di fine corso venne preparata da alcuni insegnanti e si dimostrò una vera restituzione pubblica di un lavoro durato un mese fatto da insegnanti e bambini, e suddiviso in due parti:

  • mostra di disegni e lavori manuali tradizionali;
  • rappresentazione di alcune tradizioni di Baghdad. Un altro momento importante della conclusione del percorso fu la cena sociale con tutto il gruppo impegnato nella Summer School, che rafforzò il legame tra tutti i partecipanti attraverso un momento informale e distensivo fuori dal contesto difficile in cui vivevano e lavoravano. 2.1.2 Il ruolo delle fiabe e della traduttrice Le fiabe e il metodo autobiografico permettevano a Ceci e Benelli di lavorare con le insegnanti e avere un dialogo con loro. Ogni giorno le insegnanti riferivano che venivano contattate da persone del Ministero dell’Educazione per sapere che cosa veniva detto in aula, dopodiché, ottenevano il permesso di continuare la formazione con le autrici. In questo clima di controllo e di accettazione delle regole governative, Ceci e Benelli continuarono il loro lavoro, cercando di trovare spazi relazionali più autentici e fuori dai ruoli rigidi imposti. Infatti, nonostante il divieto, non mancarono momenti informali, che hanno favorito la fiducia e la co-progettazione del lavoro svolto durante la Summer School. Le insegnanti poterono raccontare la loro infanzia, i giochi, le fiabe e ricette di pietanze per eventi speciali, il tutto certamente rivisto con molte censure. (E’ importante ricordare che per poter far visita a una famiglia era necessario fare domanda). La traduttrice Randa, nata e cresciuta in Italia, appartiene ad una ricca famiglia libanese, dopo essersi laureata si è sposata con un uomo politico iracheno conosciuto a Roma che poi è rientrato in Iraq dove lei lo ha seguito. Randa non conosceva la lingua inglese, ma perfettamente la lingua italiana. Randa aiutò moltissimo a comprendere e ad accettare il contesto e i limiti imposti. Le attività, inoltre, potevano

essere svolte solo al mattino perché nel pomeriggio faceva eccessivamente caldo; infatti le autrici trascorrevano il pomeriggio lontane dal sole, bevendo molto e mangiando tanta frutta e tanto sciroppo di datteri per poter sopportare tali temperature. 2.2 Le fiabe delle insegnanti e i disegni dei bambini Quando iniziarono le attività con i bambini le insegnanti usarono le fiabe narrate nei laboratori di disegno per farle rappresentare ai bambini; nella raccolta delle fiabe Ceci e Benelli si sono fatte guidare dal libro di Maria Varano Guarire con le fiabe e da una delle frasi: “Le fiabe sono infatti un viaggio avventuroso in cui gli individui si muovono, rendendo attraente l’esperienza del cambiamento. Permettono quel decentramento emotivo che fa rivedere e ripercorrere momenti di vita che divengono storia e non solo tempo passato”. San Zaccaria Ogni anno in occasione della Festa di San Zaccaria ogni donna irachena festeggia l’evento cucinando diverse pietanze con il riso, le verdure, le mandorle, le arance, i ceci, le fave… per chiedere a Dio aiuto per avere figli sani oppure un buon marito. Il tavolo con le pietanze propiziatorie viene preparato con molta cura, con candele e fiori. 2.3 Narrazioni, storie e discorsi. Narrare per conoscere Bruner ha definito la forma narrativa come principale veicolo di conoscenza, un modo con cui le persone possono mettere ordine e dare significato alla realtà simbolica e relazionale che le circonda, perché la psicologia popolare è organizzata su basi narrative. L’abilità narrativa è presente, anche se in forme diverse, in ogni individuo e cultura. Attraverso le narrazioni e i miti, l’uomo ha fatto i primi tentativi di spiegare il mondo che lo circondava; ha cercato, attraverso racconti condivisi, risposte alle domande relative ai grandi perché, alle origini. Inoltre, è interessante collegare questa esperienza a Le Mille e una notte , che costituiscono un noto corpus favolistico arabo con l’influenza di più culture e civiltà di alcuni paesi: India, Persia, Iraq ed Egitto. La ricchezza e la complessità della struttura dell’opera portano i lettori in un mondo straordinario. Ciascun racconto ha luogo nel corso di una notte ed è narrato dalla principessa Sherazade al sultano che la tiene prigioniera. Attraverso il racconto, che affascina il sultano in maniera crescente, Sherazade posticipa di giorno in giorno la propria morte. Alla fine, proprio grazie al potere incantatorio della narrazione, l’astuta principessa avrà salva la pelle. Breve analisi sul contesto storico e culturale dell’Iraq La terra su cui si estende l’Iraq ha un passato che ci è molto familiare, soprattutto se abbiamo studiato la storia antica o se abbiamo letto la Bibbia. Questo territorio dell’Iraq corrisponde all’antica Mesopotamia, terra dei Sumeri, degli Accadi, degli Assiri e dei Babilonesi. Fu in seguito dominato dai Persiani, dai Parti, dai Mongoli, dai Turchi che nel XVI secolo integrarono la regione nell’Impero ottomano. L’Iraq divenne nel 1921 una monarchia costituzionale, ci furono diversi avvicendamenti politici, fino al 1979 quando subentrò Saddam Hussein fino al 2003. L’Iraq è un Paese prevalentemente islamico, con una minoranza curda, presente nel nord del paese. Dal punto di vista religioso, la maggior parte degli iracheni è di fede musulmana, con una piccola comunità cristiana. Baghdad Baghdad è una metropoli che sorge sulle rive del Tigri; nasce su una strategica arteria commerciale tra l’Iran a est, vaste coltivazioni di grano a nord, la Siria e l’Egitto a ovest. La città fu concepita in modo da creare distanza tra chi governava e chi era governato. Avrebbe dovuto essere espressione del potere e della magnificenza del califfo, e sottolinearne la superiorità rispetto al popolo. Furono innalzati palazzi sulla riva occidentale del Tigri, mentre i mercati e i quartieri popolari vennero costruiti sulla sponda orientale. Della Baghdad di un tempo è rimasto poco. I successori degli inglesi si preoccuparono di modernizzare la città,

tramandata di bocca in bocca. Come spiega Bettelheim, il mito, la novella popolare e la fiaba costituiscono, nella loro totalità, la letteratura delle società pre-letterate. Alcune fiabe e storie si evolsero dai miti, altre si incorporarono in essi. Entrambe le forme racchiudevano l’esperienza globale di una società, per ricordare la saggezza degli antichi a proprio beneficio e trasmetterla alle future generazioni. In sostanza, le fiabe ci restituiscono le profonde intuizioni che hanno sostenuto l’umanità attraverso le vicissitudini della sua esistenza. Oltre a ciò illustri studiosi e pensatori di tutto il mondo si trovano concordi nel descrivere le fiabe come dei veri e propri modelli per il comportamento umano e che, come tali, danno significato e valore alla vita,compiendo simbolicamente riti d’iniziazione o di passaggio. Interessante è anche il ruolo del narratore di storie: il cantastorie, termine che viene utilizzato anche in senso metaforico. La fiaba è, dunque, di un genere letterario che non ha confini geografici, che abbraccia tutte le culture della Terra; che trascende qualunque età, rivelandosi adatto a qualsiasi generazione o tappa evolutiva della vita di ciascuno. Dunque, uno strumento da utilizzare in ogni età della vita e non solo patrimonio del mondo dell’infanzia. 3.2 Fiaba e narrazione autobiografica Le fiabe sono un efficace strumento per raccontare storie personali, poiché contengono significati simbolici che riflettono il processo di crescita e formazione degli individui. Attraverso le fiabe, le persone possono esplorare il loro mondo interiore e scoprire culture diverse, viaggiando in luoghi e spazi lontani. Questo genere letterario permette di avvicinarsi a parti di sé poco esplorate e favorisce l'incontro tra diverse storie e culture. Inoltre, la narrazione di fiabe può attivare processi psicologici profondi, collegando il protagonista della fiaba con chi la scrive. Le fiabe autobiografiche sono utilizzate nell'istruzione, nella crescita personale e nei contesti aziendali per stimolare la creatività e affrontare problemi professionali. È importante riconoscere quattro funzioni formative delle pratiche autobiografiche per rispondere ai bisogni educativi di studenti che necessitano di attenzione e cura. Questi aspetti devono essere considerati nella progettazione educativa e didattica. Per meglio indicare la ricaduta formativa delle pratiche autobiografiche, facciamo riferimento a quattro principali funzioni formative e didattiche che rispondono a bisogni specifici. Educazione all’ascolto di sé:

  • ascoltarsi, sostare su di sé,
  • lasciare traccia per guardarsi, per vedersi crescere;
  • fare silenzio in un mondo e in una fase di caos e di urgenza di auto-ascolto. Educazione all’alterità e alle storie altrui:
  • educare all’ascolto, all’attenzione alle storie e alle bio- grafie degli altri per conoscerle, per una nuova educazio- ne alla relazione con l’altro-da-sé.
  • Facilitare lo sviluppo del sé dove l’esercizio di relaziona- lità è costruzione stessa dell’identità.
  • Partecipare alle storie degli altri e allenare l’empatia at- traverso pratiche di narrazioni autobiografiche. Educazione alla memoria, al ricordo:
  • Creare un ponte tra ieri, oggi e domani;
  • Far parte di una storia collettiva e conoscerla, dall’inter- no e attraverso le storie comuni;
  • Ricercare, documentare, salvare le storie. Educazione al pensiero creativo e alla narrazione:
  • Allenare il pensiero divergente e creativo;
  • Valorizzare l’unicità l’originalità delle storie;
  • Accompagnare lo sviluppo del pensiero emotivo. La fiaba si inserisce a tutti gli effetti in quest’ultima funzione attraverso quell’azione creativa, narrativa, espressiva ed esplorativa che solo il mondo delle fiabe permette di vivere. L’espressione di altri linguaggi per raccontarsi, per raccontare altri-menti, appunto, richiama anche il concetto di Visual Autobiography: un concetto che pone attenzione sui vari linguaggi per affiancare la scrittura e la narrazione autobiografica con altre forme di comunicazione. Interessante, a tale proposito è la graphic novel, la grafica mémoire e la grafica medicine : forme di scrittura in fumetti di fiabe, storie di vita e materiale sanitario utili per veicolare, con altri linguaggi, importanti questioni esistenziali e sociali. Alla pratica autobiografica, la letteratura conferisce il potenziale formativo e trasformativo che si rivela, in tutte le sue forme, linguaggi e declinazioni, un’opportunità riflessiva, ricostruttiva, riparativa e ricompositiva sempre ma ancor di più in particolari condizioni di disagio e fragilità esistenziale per raccontarsi altrimenti, in altri modi. Questo testo esplora forme alternative di narrazione personale, concentrandosi sulla fiaba. Esamina come la scrittura autobiografica possa trarre vantaggio dall'uso della fiaba, una forma che consente di esprimere esperienze difficili con ironia e accettabilità. Attraverso il linguaggio metaforico della fiaba, le persone possono esplorare aspetti nascosti della propria vita. Questa narrazione simbolica aiuta a dare forma ai desideri e a sviluppare strategie per raggiungere obiettivi. Inoltre, la narrazione autobiografica non è solo una storia personale, ma riflette anche una memoria culturale. La fiaba offre uno strumento per confrontare culture diverse e facilita la voglia di raccontare e condividere storie. La fiaba offre ai bambini un modo per affrontare i loro conflitti, dando conforto e strumenti per risolverli. Tuttavia, il significato delle fiabe può cambiare nel tempo per ogni persona. Esse aiutano a elaborare significati passati e a sostituirli con nuovi. Le fiabe raccontano i conflitti che ognuno affronta nella vita e la loro risoluzione porta a una nuova individualità, capace di affrontare le sfide della vita.Per gli adulti, si possono usare le fiabe come punto di partenza per stimolare la scrittura autobiografica. Questa pratica consente di esplorare i momenti significativi e le questioni importanti della propria vita, arrivando a nuovi significati attraverso la risoluzione dei conflitti. La scrittura invita a riflettere sui propri problemi, portando alla luce i conflitti e a esplorare il proprio sviluppo personale.L'autobiografia è considerata un processo continuo e personale, e ogni testo scritto o narrato riflette le variazioni imposte dall'autore. Accettare i cambiamenti e guardare sia al passato che al futuro sono essenziali per un apprendimento costante. 3.3 Fiabe e incontri di culture Le fiabe e le favole sono racconti importanti che si trovano in molte culture e vengono tramandati nel tempo. Questi racconti possono essere usati per creare percorsi educativi e aiutano a capire le caratteristiche di diverse società. Nonostante le loro differenze, le fiabe toccano temi universali come la vita, la morte, l’amicizia e l’amore. La narrazione autobiografica è usata nelle scuole per educare all'intercultura e nella relazione educativa. Attraverso le storie, si crea uno spazio per il dialogo tra persone di diverse età e culture, aiutando a conoscere e apprezzare l'altro. Narrare storie permette di abbattere le distanze culturali e stimola curiosità e interesse. La fiaba è un genere narrativo universale presente nella tradizione orale di tutti i popoli. Si tramanda di generazione in generazione, adattandosi ai vari contesti culturali e geografici. Le fiabe ci permettono di scoprire caratteristiche e differenze di comunità e modi di vivere. Rappresentano un legame tra culture diverse, essendo un importante strumento educativo che offre valori e un ponte tra società. L'intercultura si riferisce all'incontro e all'integrazione di persone con tradizioni diverse. Nelle scuole, la crescente presenza di stranieri richiede nuove strategie per favorire l'integrazione

"Chi la fa l’aspetti". Insieme all'équipe editoriale di Carthusia, è stato creato un gioco della memoria e materiali per il kit "Voci del mondo in gioco", destinato a bambini delle scuole primarie. Nella seconda fase del progetto Storievasive, sono stati ripresi i contatti con educatori per organizzare laboratori intitolati "Impara ad insegnare a te stesso". Questi incontri hanno unito ragazzi italiani e arabi per promuovere la loro capacità di condividere culture e conoscenze con bambini più piccoli. L'obiettivo principale era fare dei ragazzi dei mediatori culturali. Il progetto ha previsto laboratori nelle scuole primarie dove i ragazzi, supportati da operatori sociali e mediatori culturali, hanno potuto raccontare e donare storie. I bambini hanno partecipato attivamente, migliorando la loro espressività. Dopo gli incontri, hanno trasmesso le esperienze ricevute ad alunni più giovani. Alla fine del progetto, si sono raccolte riflessioni e valutazioni dai ragazzi e insegnanti, contribuendo a un valore aggiunto per il percorso educativo e migliorando anche l’autostima dei partecipanti. Postfazione. La fiaba come strumento di crescita e formazione La fiaba, spesso vista come semplice intrattenimento, ha un'importanza didattica e educativa significativa. È il primo genere letterario che molti di noi incontrano, raccontata da genitori e nonni, e stimola la fantasia e la creatività nei bambini. Le storie di re, regine e magie aiutano lo sviluppo emotivo e interiore dei più piccoli. Le fiabe sono fondamentali nella comunicazione tra adulti e bambini e servono a sviluppare creatività, modelli comportamentali, accettazione delle differenze, ampliamento del linguaggio e conoscenza di altre culture. Le fiabe fanno parte del bagaglio culturale di ognuno di noi e sono usate nella didattica dalle scuole dell'infanzia fino all'università. La messa in scena delle fiabe ha un'importanza pedagogica notevole, perché favorisce l'inclusione e coinvolge tutti gli studenti, valorizzando le diverse abilità. Durante una rappresentazione teatrale, gli studenti possono ricoprire vari ruoli, contribuendo a un progetto collettivo che favorisce la cooperazione e l'amicizia. Le rappresentazioni di fiabe in lingue straniere permettono agli studenti di avvicinarsi ai testi originali e migliorare le loro competenze linguistiche. Questo è particolarmente vantaggioso per gli studenti di istituti tecnici, i cui programmi spesso non includono la letteratura. Un esempio è la lettura e recitazione di "Das Märchen von dem Myrtenfräulein" di Clemens Maria Brentano, che ha fornito agli studenti un'importante occasione di apprendimento, come la scoperta della musicalità della lingua tedesca. Anche le fiabe dei fratelli Grimm richiedono un impegno linguistico significativo, poiché gli studenti devono adattare la narrazione originale in una sceneggiatura in lingua straniera. Eventi legati alla fiaba, come il festival di Montale, contribuiscono a rafforzare l'identità culturale di una comunità, coinvolgendo esperti, studenti e associazioni locali. In queste manifestazioni, i racconti orali creano un ponte tra diverse generazioni e aiutano a preservare la tradizione della narrazione. L'ascolto attivo delle fiabe offre ai bambini un antidoto all'isolamento causato dalla tecnologia moderna, stimolando la loro immaginazione e creatività. La partecipazione a eventi legati alle fiabe promuove anche la creatività individuale e collettiva, dando spazio alla reinterpretazione e alla creazione di nuovi racconti. Infine, lo studio delle opere di autori locali come Gherardo Nerucci aiuta a costruire l'identità culturale della comunità. In sintesi, la fiaba riveste un ruolo cruciale nella formazione delle giovani generazioni e nel rafforzamento dei legami culturali di una società.

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