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Narrative medicine e eutanasia, Tesi di laurea di Scienze dell'educazione

Tesi strutturata in 3 capitoli: 1- narrative medicine 2- eutanasia 3- riferimenti presi da romanzi con tema eutanasia Completa con indice, bibliografia e sitografia.

Tipologia: Tesi di laurea

2021/2022

Caricato il 16/11/2022

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elena-ferro-5 🇮🇹

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INDICE
Introduzione 3
Capitolo I. Cos’è la narrative medicine 5
1.1 Medicina e Narrativa Un viaggio nella letteratura per comprendere il malato (e il
suo medico) 14
1.2 Onorare le storie dei pazienti 17
1.3 The Father Nulla è come sembra 22
Capitolo II. Eutanasia 24
2.1 Eutanasia belga 27
2.2 Eutanasia in Olanda 30
2.3 Il diritto di morire. La libertà del laico di fronte alla sofferenza 31
2.4 Miele 33
Capitolo III. Rappresentazione letteraria dell’eutanasia 34
3.1 I ragazzi del massacro 36
3.2 Il senso dell’elefante 41
3.2.1 Genitori, figli e eutanasia 43
3.2.2 Il Testamento biologico 44
3.3 Il colibrì 47
3.3.1 Metafora del colibrì 49
3.4 La grande festa 50
3.5 Accabadora 52
Conclusione 55
Bibliografia 57
Filmografia 58
Sitografia 58
Ringraziamenti 59
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INDICE

  • Introduzione
  • Capitolo I. Cos’è la narrative medicine
    • suo medico) 1.1 Medicina e Narrativa – Un viaggio nella letteratura per comprendere il malato (e il
  • 1.2 Onorare le storie dei pazienti
  • 1.3 The Father – Nulla è come sembra
  • Capitolo II. Eutanasia
  • 2.1 Eutanasia belga
  • 2.2 Eutanasia in Olanda
  • 2.3 Il diritto di morire. La libertà del laico di fronte alla sofferenza
  • 2.4 Miele
  • Capitolo III. Rappresentazione letteraria dell’eutanasia
  • 3.1 I ragazzi del massacro
  • 3.2 Il senso dell’elefante
    • 3.2.1 Genitori, figli e eutanasia
    • 3.2.2 Il Testamento biologico
  • 3.3 Il colibrì
      1. 3 .1 Metafora del colibrì
  • 3.4 La grande festa
  • 3.5 Accabadora
  • Conclusione
  • Bibliografia
  • Filmografia
  • Sitografia
  • Ringraziamenti

Capitolo 1. Cos’è la Narrative Medicine

La medicina narrativa rappresenta come gli strumenti artistici e della letteratura si usino in campo medico per migliorare alcuni aspetti del loro lavoro. Questo interesse nel campo della narrazione si sviluppa a partire dal postmodernismo (seconda metà 900) definito come rifiuto delle grandi metanarrazioni e riconoscimento della molteplicità delle narrazioni individuali, come affermò Jean-François Lyotard nel suo saggio La condizione postmoderna. Secondo Lyotard questo periodo rifiuta le metanarrazioni che avevano guidato la società (come l’Illuminismo, il Marxismo, il Realismo) per riconoscere il valore delle piccole narrazioni dell’individuo tra di loro. Si nega la capacità umana di dare una spiegazione unica orientata a un fine dell’esistenza umana cioè, la presenza di valori ultimi. Diverse citazioni che rimandano alla medicina narrativa:

  • Roland Barthes (saggista francese) nella sua opera Introduction to the Structural Analysis of the Narrative testimonia l’ubiquità della narrazione. Afferma “Innumerevoli sono i racconti del mondo. Il racconto è presente in tutti i luoghi, le società: il racconto comincia con la storia stessa dell’umanità; non esiste, non è mai esistito in alcun luogo un popolo senza racconti; il racconto è come la vita”; (Barthes 1966)
  • Daniel Bertaux (sociologo francese) nel 1981 afferma “dovremmo cercare di sviluppare una forma diversa di discorso, vale a dire ‘le rècit’ (narrazioni). Dovremmo raccontare delle storie di vita di diverse persone, ma anche la storia di questo e quel modello di relazioni sociali, la storia di una cultura, di un’istituzione, di un gruppo sociale e anche la nostra storia di ricercatori”. I cambiamenti nei media e nella società globalizzata creano nuove pressioni affinché gli individui siano presentati a narrative in nuovi contesti sociali, professionali, personali e politici. La globalizzazione con queste enfasi nei movimenti dell’individuo anche a livello spaziale e i vari cambiamenti, fa in modo che la persona necessiti di una narrazione coerente e che dia senso alla propria vita in un mondo in continuo movimento e bombardato da informazioni di diverso tipo;
  • Stephen Smith e David Shaffer nel 2004 affermano che: “il decennio successivo alla guerra fredda degli anni Novanta è stato definito il decennio dei diritti umani,

alla sofferenza a testa alta: accettando la malattia e tentando di usarla. La malattia è occasione di un cammino che diventa ricerca”. Prima di sviluppare i principi della medicina narrativa dobbiamo domandarci quale fosse l’approccio vigente in ambito medico prima della svolta narrativa di cui abbiamo trattato e capire come veniva affrontata la malattia prima di allora. Prima degli anni Cinquanta la medicina era caratterizzata dall’applicazione dal modello biomedico che considera la salute come una semplice assenza di dolore ed escludeva l’influenza di fattori psicologici sociali delle patologie. Successivamente lo psichiatra John Engels introdusse il modello psicosociale dove individuò nei fattori psicologici e sociali degli elementi importanti che si affiancano ai fattori biologici per definire la condizione di malattia del paziente. Questo modello poneva l’accento sulla posizione soggettiva del paziente aprendo la strada alla distinzione a tre aspetti costituivi del concetto di malattia:

  1. disease: la malattia intesta in senso biomedico come lesione organica o aggressione di agenti esterni e oggettivabile attraverso una serie di parametri organici di natura fisico-chimica;
  2. illness: esperienza soggettiva dello star male vissuta dal soggetto malato sulla base della sua percezione soggettiva del malessere, sempre culturalmente mediata;
  3. sickness: l’esperienza sociale della malattia cioè i rapporti che si vengono a creare tra l’individuo malato e la società nel suo complesso. Esempio: una persona si sente male (ill), il medico certifica la sua malattia (disease) e la società attribuisce l’etichetta di malato (sick). Rita Charon nel 2006 attraverso la sua opera Narrative medicine. Honoring the story of illness sostiene che: “per raggiungere questi obiettivi - cure empiriche, personalizzate ed efficaci, riflessione autentica, idealismo professionale, discorsi responsabili e collerici della politica sanitaria - ci vuole una competenza narrativa”. La competenza narrativa si distingue dalla coscienza scientifica per la capacità di cogliere ciò che è unico. La narrazione fa emergere qualcosa che non c’era in precedenza, che si vede per la prima volta (Charon, 2019). Vediamo ora i tre presupposti della medicina narrativa:
  4. la medicina si è allontanata dalle esperienze dei malati e delle narrazioni di malattia, a favore di un affidamento su dati scientifici. Se i medici perdono interesse e contatto con la realtà vissuta dai malati, la medicina clinica sarà in grado di realizzare il suo obiettivo fondamentale di ridurre la sofferenza;
  1. gli esseri umani si sforzano di comprendere la propria vita e lo fanno in modo narrativo. Le storie di vita, le narrazioni che legano gli eventi nel tempo, danno continuità e senso, sono essenziali per una buona vita. Perdere o non riuscire a costruire storie del genere porta alla sofferenza;
  2. al fine di ripristinare l’importanza della soggettività umana nella pratica clinica, il medico dovrebbe sviluppare abilità narrative. Rita Charon evidenza lo stretto rapporto tra la narrazione e la pratica medica quotidiana e individua cinque aspetti che sono comuni ai due campi:
  • la temporalità, cioè l’importanza e la centralità del fattore tempo che è fondamentale sia per la narrazione che per il processo di cura;
  • la singolarità, cioè la capacità di cogliere ciò che è unico; una capacità tipica della competenza narrativa, che sottolinea la singolarità e l’unicità di ogni elemento, ogni personaggio, ogni aspetto del racconto, come dovrebbe essere il rapporto tra medico e paziente;
  • la causalità, in quanto una narrazione per sua natura ha una trama, che non si limita a riportare una sequenza di episodi separati ma, fa emergere delle relazioni di causa effetto;
  • la intersoggettività, si manifesta quando due se si incontrano. La narrazione infatti, come la medicina, crea sempre un legame tra due persone, questo legame dall’altra parte crea sempre una narrazione;
  • il fattore dell’eticità, gli atti narrativi generano dei doveri e le storie producono una sorta di visione morale, inoltre la scrittura e la lettura hanno una loro eticità. Una narrazione etica nel senso che ognuno assume un ruolo di mediazione e autorialità rispetto alla storia di un altro secondo Adam Newton. Nonostante questo, le storie hanno anche una loro dignità intrinseca senza racconto, infatti, non ci sarebbe etica. La medicina narrativa si compone di tre momenti o movimenti che sono:
  • l’attenzione, in quanto ogni tentativo di cura inizia rendendo testimonianza alla sofferenza del paziente e ascoltando la sua storia;
  • la rappresentazione, in quanto nella pratica della medicina narrativa i professionisti della salute sono chiamati a rappresentare le esperienze che ricevono tramite una prosa ordinaria, ma Rita Charon chiama l’attenzione dei

che è percepito come qualcosa che ti travolge, un fattore di turbamento o un evento dall’impatto emotivo così forte da compromettere il normale funzionamento psicologico dell’individuo. Esempi di tale evento traumatico includono: disastri naturali, incidenti gravi, atti terroristici, guerre o combattimenti, violenze sessuali o altri violenti attacchi personali. Per poter diagnosticare un disturbo da stress post traumatico il paziente deve presentare i seguenti sintomi a seguito appunto di un evento traumatico:

  • pensieri intrusivi;
  • tendenza a evitare ricordi dell’evento traumatico;
  • pensieri e sentimenti negativi;
  • eccitazione sintomi reattivi quali irritabilità, accessi di rabbia, problemi di concentrazione o di sonno. La gravità del disturbo può essere aggravata dalla compresenza di altre condizioni come: abuso di sostanze, umore depresso, disturbi d’ansia, autolesionismo, comportamenti impulsivi pericolosi o suicidari. I tipi di trauma sono innumerevoli, ma possono essere classificati in base all’età di manifestazione, alla durata e al coinvolgimento personale. Le classificazioni possono essere diverse:
  • traumi precoci (entro i 14 anni) interpersonali cronici, come una condizione di abituale violenza domestica cominciato appunto in giovane età;
  • traumi precoci interpersonali singoli non ripetuti, ad esempio un episodio di violenza sessuale in giovane età;
  • traumi tardivi come, ad esempio, un licenziamento ingiustificato;
  • traumi non interpersonali, ad esempio un incidente stradale. I traumi subiti e sperimentati in età precoce sono considerati quelli con gli effetti più duraturi nel tempo, tra cui un elevato livello di alessitimia cioè l’incapacità di riconoscere le proprie emozioni e di comunicare verbalmente ma anche afasia parziale e difficoltà nel riconoscere le emozioni negative. Gli effetti dei traumi sulla persona non dipendono esclusivamente dall’evento traumatico ma anche dalla capacità del soggetto di adattarsi allo stress e di far fronte alle proprie avversità, tale capacità viene comunemente chiamata resilienza, può essere considerata come un processo progressivo di adattamento fisico e psicologico che può essere compiuto per reagire al meglio all’esperienza traumatica. Gli individui resilienti svilupperebbero quindi delle tecniche e strategie che consentirebbero loro di affrontare in modo più efficace i periodi di crisi, le avversità causate dalla

esperienza traumatica e di poter gestire al meglio le emozioni negative. Oggi sono stati identificati una serie di fattori che favorirebbero la resilienza individuale e che hanno assunto la denominazione di fattori di resilienza su cui puntano diversi percorsi terapeutici per il trattamento del disturbo da stress post traumatico; questi fattori possono essere:

  • visione del mondo realista ma ottimista;
  • cercare e accettare aiuto da parte degli altri;
  • modelli di riferimento solidi;
  • pratiche religiose o spirituali;
  • acutezza mentale;
  • la forza emotiva;
  • la capacità di risolvere attivamente i problemi cercando nel significato e le opportunità;
  • l’umorismo. Il disturbo da stress post traumatico danneggia gravemente l’attività di alcune regioni cerebrali, tra cui ippocampo. L’ippocampo è la regione cerebrale coinvolta direttamente nella formazione e gestione dei ricordi essenziali, nei processi di rielaborazione e narrazione del trauma vissuto, in quanto la narrazione si basa sulla propria esperienza e autobiografica. L’ippocampo svolge un ruolo centrale nella memoria a lungo termine ma anche nella navigazione spaziale, infatti costituisce una sorta di archivio di informazioni multisensoriali che si trasformano nella memoria episodica e successivamente nella memoria più duratura e gli individui affetti da PTSD mostrano lesioni o diminuzioni nel volume dell’ippocampo con conseguenti deficit nella memoria dichiarativa, ovvero quei ricordi che possono essere verbalizzati, ma anche nella capacità di ritenzione di ricordi nuovi quindi la cosiddetta memoria anterograda e della capacità di accesso a ricordi precedenti l’evento traumatico la cosiddetta. Successivamente è stato evidenziato addirittura che nei bambini tra i sette e i tredici anni vittime di eventi traumatici multipli, i livelli di cortisolo erano alti e l’ippocampo presenta una riduzione del proprio volume anche dodici o diciotto mesi dopo l’evento traumatico. Accanto all’ippocampo anche l’amigdala svolge un ruolo di primo piano nell’organizzazione del materiale mnemonico: in condizioni normali, infatti, la registra l’emozione mentre l’ippocampo integra le nuove informazioni negli schemi pregressi.
  1. terapia narrativa per rifugiati con PTSD, ci si trova di fronte all’ingente flusso migratorio di sviluppare degli strumenti atti ad aiutare i rifugiati a superare i traumi multipli che avevano vissuto nella loro esperienza. La terapia della dell’esposizione narrativa ha come vantaggio il fatto di utilizzare strumenti di significato universale, di presentarsi come tecnica culturalmente sensibile, capiamo come l’applicazione con i rifugiati sia particolarmente rilevante proprio perché non ci si può limitare a utilizzare terapie basate su principi culturalmente sensibili. Per comprendere la gravità della situazione dei rifugiati e quindi l’urgenza dell’applicazione di nuove tecniche anche narrative per la loro accoglienza il loro sostegno basti ricordare che nell’agosto del 2017 si registravano 65,6 milioni di individui sfollati del mondo, dei quali 22,5 erano riconosciuti come rifugiati, numeri molto ingenti. Nel complesso, i rifugiati hanno probabilità dieci volte maggiori di ricevere una diagnosi di disturbo da stress post traumatico rispetto alla popolazione generale. La pandemia e le guerre che stiamo vivendo ora hanno aggravato i traumi della migrazione e quindi richiamano l’attenzione sull’importanza dello sviluppo dell’applicazione di queste tecniche terapeutiche;
  2. terapie per adulti vittime di violenze sessuali durante l’infanzia, la violenza sessuale infantile è un problema sociale di importanza primaria che va a impattare e influenzare l’intero sviluppo della persona, si è osservato come la violenza sessuale infantile vada a danneggiare gravemente tutte quelle che sono le abilità relazionali del bambino che poi cresce e diventa adulto. Tuttavia, è stato osservato come le stesse relazioni interpersonali possono essere anche una risorsa utile nell’accompagnamento delle vittime di violenza sessuale, per questo è stato proposto l’utilizzo della terapia narrativa in un contesto di terapia di coppia per le vittime di violenza sessuale. Gli elementi della terapia narrativa per il trattamento della violenza infantile sono:
  • nominare la violenza per quello che è realmente, una violenza subita dalla vittima che non deve sentirsi responsabile di quanto è successo. Il primo obiettivo del percorso terapeutico è dare una chiara definizione e nominare la violenza in sé come un atto compiuto dall’aggressore;
  • successivamente vi è la decostruzione del senso di colpa collegato al primo punto, spesso si sviluppa questo senso di colpa nella vittima che deve essere decostruito con un lavoro molto attento e sensibile da parte del terapeuta;
  • elaborare la resistenza all’abusante, vuol dire elaborare tutti quegli elementi che sono stati messi in atto dalla vittima per superare l’evento traumatico e sviluppare una propria identità completa;
  • la condivisione degli eventi della relazione che si oppongono agli effetti della violenza sull’identità, entra in gioco in maniera rilevante la presenza di ciò che può essere una persona cara. 1.1 Medicina e narrativa: un viaggio nella letteratura per comprendere il malato (e il suo medico) Figura 1. Copertina del libro Un viaggio nella letteratura per comprendere il malato (e il suo medico) Un viaggio nella letteratura per comprendere il malato (e il suo medico) è un libro scritto da Antonio Virzì e Salvina Signorelli, edito da Franco Angeli, 2007 (Virzì e Signorelli 2007). Antonio Virzì è un medico specializzato in Psichiatria, Neurologia, Psicologia e Psicoterapia Sistemico-Relazionale. Egli conduce la cattedra di Psichiatria, Rapporto Medico-Paziente e Psicologia Generale nel corso di Laurea in Medicina e Chirurgia e nel corso di Laurea in Scienze del Servizio Sociale presso l’Università di Catania. Inoltre, svolge la propria attività didattica, clinica e di ricerca presso la Clinica Psichiatrica dell’Università di Catania, dove privilegia soprattutto le problematiche al rapporto medico-paziente. Salvinia Signorelli è una psichiatra in formazione presso la Clinica Psichiatrica dell’Università di Catania; durante i suoi studi e la sua carriera ha

riteniamo che le condizioni non consentano questa attività. Una seconda considerazione è quella dell’affacciarsi della pietà e del perdono consentono un rapporto migliore con la sofferenza e la morte. La figura del medico è sicuramente una delle più presenti oltre ai famigliari. Il suo compito è quello di essere parte della vita e della storia del paziente e può contribuire a salvargli la vita o almeno ad accompagnarlo nel migliore dei modi verso una morte serena. È necessaria una grande attenzione al rischio di un’eccessiva medicalizzazione; ciò non significa che il medico debba considerare come estranei tutti gli aspetti umani senza i quali il ruolo del medico rischia di impoverirsi fino al punto di perdere il suo significato principale. La figura del paziente è quella principale e che necessità aiuto, calore da parte dei famigliari, essere rassicurati e sentirsi sempre dire la verità sulla malattia che gli appartiene. Spesso il paziente non ha la forza di accettare la propria condizione, si rifugia nella difesa della negazione; molti pazienti hanno difficoltà a adattarsi alla situazione di sudditanza e di bisogno dell’accudimento. La malattia corrompe ed indebolisce il corpo, cambia le persone fino a renderle irriconoscibili. Nel volume di Paolo Barnard (Bartoccioni, 2006) intitolato Dall’altra parte vediamo i racconti di tre medici e i loro di pazienti particolari, ovvero loro stessi. In questo libro vediamo come la malattia entra nella loro vita sconvolgendola, esattamente come succede ai loro pazienti; in questo modo sono riusciti a descrivere anche cosa si prova ad essere dalla parte del paziente. L’obiettivo era quello di far conoscere ai medici come si vive la malattia. A seguito dei loro racconti è emerso che secondo loro è necessaria l’assistenza psicologica, che non vuol dire solo inserire psicologi nei reparti ma, che sono gli stessi medici che devono imparare ad apprendere questa competenza. Ovviamente siccome sono considerati “pazienti particolari” dobbiamo tenere presente che fin dall’inizio è stata scelta la strada della verità, cosa che solitamente si tende ad evitare con i pazienti. Spesso dimentichiamo quanto il medico sia importante per il paziente e come piccoli gesti possano aver per lui valore. Bartoccioni (uno dei pazienti particolari) fa un’esortazione precisa verso un’attenzione maggiore a questi aspetti trascurati e il suo messaggio diventa ancora più forte e diretto quando affronta il tema del dolore, che sarà la chiave d’accesso al problema dell’eutanasia.

Come per il paziente, consideriamo il medico un essere umano e quindi destinato a morire. Ciò che conta è proprio che il medico dovrebbe ricordarsi di essere un mortale, che quello che sta vivendo e chi gli sta davanti potrebbe capitare anche a lui; quindi, dovrebbe prestare più attenzione a che tipo di medico vorrebbe affidare la sua salute. Quando ascoltiamo un medico si ha l’impressione che sappia i segreti più profondi del paziente ma in realtà questa è la più grande illusione dei medici; la definiamo illusione perché pensano di conoscere a fondo il paziente ma in realtà è solo il corpo che viene scoperto, la persona rimane nascosta. Generalmente quando parliamo dei medici li consideriamo tutti uguali, come se seguissero uno stereotipo, ma in realtà come i pazienti vivono emozioni e soprattutto variano da medico a medico. I medici sia dentro che fuori dalla sede di lavoro hanno dei vincoli e obblighi particolari. L’arrivo del medico porta sempre sicurezza, competenza e disponibilità; possiamo notare queste caratteristiche dai gesti ma anche da come dispone gli oggetti o i materiali di lavoro. Quando esegue il suo lavoro il medico non deve utilizzare solo la sua intelligenza, le conoscenze ma anche lo sforzo fisico. Si sente spesso stanco dopo gli interventi, ma quando vanno bene si sente fiero di aver compiuto la propria missione, a volte possono esserci anche delle delusioni ma ciò è normale. 1.2 Onorare le storie dei pazienti Figura 2. Copertina del libro Onorare le storie dei pazienti Charon ha scoperto che fra l’analisi e la costruzione dei testi letterari e la medicina esiste una stretta parentela radicata in un’apparente dicotomia che il critico francese Gérard Genette ha espresso in questi termini riferendosi al romanzo: “Esistono solo soggettività

pagina 134 “la metafora è lo strumento che permette alla nostra mente di viaggiare”. In questo libro scopriamo un ampio uso di metafore mediche. Una su tutte: i tre movimenti della medicina narrativa che ne sono il suo “cuore”. La metafora del cuore, una metafora che ci fa viaggiare tra medicina e letteratura, è quella che Rita Charon utilizza per descrivere i tre movimenti della medicina narrativa; ovvero l’attenzione, la rappresentazione e la connessione. Credo che Medicina narrativa. Onorare le storie dei pazienti sia un libro fondamentale per gli operatori sanitari, necessario da leggere per comprendere che la medicina narrativa è nata in trincea da un medico con l’esigenza di una pratica clinica più etica, più accogliente, più riflessiva, più consapevole, più rispettosa anche di chi cura. Una necessità che molteplici medici condividono, senza dover rinunciare al senso pratico, alla concretezza e alla fiducia nelle evidenze scientifiche (https://riservata.edizioniculturasalute.com/wp- content/uploads/2020/04/Jd2dE_sistema_salute_64-1.pdf). In alcuni passaggi mi è sembrato di percepire un senso di appagamento, in particolare quando Charon descrive gli effetti della pratica della medicina narrativa. Charon ritiene che la medicina narrativa sia una medicina riformata: “La narrazione trasforma la cura” (pagina 198). Nel libro Onorare le storie dei pazienti Rita Charon è il medico che ha trovato la cura per la medicina malata. “Possiamo definire narrativa quella medicina praticata con le competenze che ci permettono di riconoscere, recepire, interpretare le storie di malattia e reagirvi adeguatamente” (Charon, 2019). A partire da questo assunto Charon sostiene due idee fondamentali, e non scontate, ossia che la cura sia frutto dell’incontro fra paziente e contesto sanitario e che il racconto che il paziente elabora della malattia, non meno del racconto che gli operatori elaborano a loro volta, sia parte integrante della cura, al pari di farmaci e interventi oggettivi sul malato (https://www.alessandrasarchi.it/rita_charon_medicina_narrativa/). Come possiamo collegare la narrazione alla medicina? Charon individua cinque punti che la medicina condivide con le strutture narrative: temporalità, singolarità, causalità, intersoggettività e eticità. La medicina narrativa funziona sia per il paziente sia per il curante, cioè in entrambe le direzioni. È fondamentale avere uno spazio in cui il medico o l’infermiere possano esprimere le proprie emozioni a fronte di una storia particolare che il malato gli suggerisce. Non si tratta di un’aspirazione generica a un rapporto amicale

col paziente; al contrario Charon ha messo a punto un rigoroso sistema di analisi della comunicazione verbale del paziente e di quella corporea. Spesso non sono sincronizzate e coincidenti ma in ogni caso, un buon operatore sanitario ascolta, presta attenzione ai segni espliciti e impliciti che lo portano a comporre una diagnosi. Uno strumento importante è l’autoanalisi, la cosiddetta cartella parallela: una serie di annotazioni che il curante prende accanto alla cartella ufficiale. La soggettività è invece libera di emergere nella cartella parallela; scrivendo il curante affronta la propria paura, il proprio disagio, le proprie incertezze. La lettura di questi testi insieme ai propri colleghi porta: a una maggior consapevolezza e attenzione delle dinamiche relazionali, alla coesione di gruppo e all’accoglienza della richiesta di senso che ogni malato reca con sé. La composizione di una narrazione implica scrivere, un atto di distacco e al tempo stesso di emersione profonda, scrivere implica capire ciò che si sta facendo. Molti dei casi che Charon riporta sono terminali, scrive di persone in fin di vita, con malattie oncologiche o in condizioni generali molto compromesse; penso sia una scelta consapevole, fa emergere l’efficacia dell’approccio della medicina narrativa che tenta di accogliere la sofferenza e il passaggio della morte la dove la chirurgia e i farmaci non possono più fare molto. Charon non vuole abolire nessuno degli strumenti e dei principi scientifici della medicina, ma ne affianca armi potenti come la capacità di leggere la malattia e il malato, racconta di un sistema sanitario non sottoposto a continui tagli e pressioni, con una visione meno gerarchica e più collaborativa del lavoro ospedaliero; è consapevole che implichi una preparazione richiedente molto tempo ma che può essere insegnata, soprattutto una forma di umiltà. Rita Charon vuole richiamarci alla memoria che c’è un eccesso di aspettative nei confronti della medicina e dei medici ma che essi, a loro volta, peccano di presunzione e esaltazione di onnipotenza; non tutto è guaribile, e la morte non è evitabile, perciò e bene ammettere che esistono dei limiti e che è necessario imparare a conviverci o a superarli con l’unico patrimonio condivisibile fra medico e paziente, ovvero l’attenzione, l’empatia, l’immaginazione, è il nucleo vivo della medicina narrativa. Procediamo ordinando cronologicamente i fatti, stabiliamo un inizio, una parte centrale e una fine, creando rapporti di causa ed effetto attraverso la trama. Grazie alla medicina narrativa, possiamo identificare al meglio la malattia, tramandare sapere e rispetto, lavorare con umiltà tra colleghi, seguire il paziente insieme con la sua famiglia e lungo la

frase che ci fa capire quanto sia importante il lavoro dei medici: “nessuno mi aveva lasciato parlare così”. Questa frase venne pronunciata da un paziente in seguito che il medico gli chiese di raccontargli qualcosa di sé, egli dopo poco che stava raccontando la sua storia si mise a piangere e pronunciò quelle parole. Vorrei sottolineare questa storia in particolare perché non spesso capita che un medico ci chieda di parlare di noi stessi prima di curare una persona. Spesso ci troviamo a narrare i problemi fisici e ad ascoltare la terapia del medico, raramente succede che si chieda prima “mi racconti di sé stesso”. Questo è il potere della medicina narrativa, entrare in connessione con le persone, e in questo caso rendere una visita medica meno ansiosa e più umana. Sentirsi capiti non solo fisicamente ma anche psicologicamente. Il compito del medico, narrato nel libro, è quindi quello di accogliere infiniti pazienti ed essergli fedeli. Utilizzando la cura attraverso la Medicina Narrativa si incoraggiano i pazienti ad un dialogo serio, anche sulle paure provate e sulle speranze. Non si può più utilizzare u n sistema in cui si parla solamente della cura, un sistema in cui è tutto limitato ai codici e dove si pensa che siano solamente le figure degli educatori a doversi occupare delle emozioni e delle discussioni sui valori morali; un sistema basato sul denaro e in cui i pazienti non hanno voce in capitolo. Grazie alla Medicina Narrativa si offre la possibilità di permettere al paziente di immaginare un futuro e di far rinascere nel paziente emozioni come il coraggio, la fiducia e l’immaginazione. Tutto ciò è fondamentale anche per i medici che si sentono in debito perché loro non sono mai stati ascoltati e curando si rigenerano, danno un senso alla loro professione. 1.3 The Father – Nulla è come sembra Figura 3. Copertina del film The Father

The Father – Nulla è come sembra è un film diretto da Florian Zeller del 2020. Analizzando la trama di questo film di genere drammatico ci immergiamo nella storia dei protagonisti; Anne fa visita al padre Anthony che ha la demenza senile. Ci troviamo dentro a un dramma che all’apparenza sembra semplice, inserito in una dinamica “familiare”. Anne (interpretata da Olivia Colman) sta perdendo la pazienza con suo padre di 80 anni, Anthony (interpretato da Anthony Hopkins), il quale a causa della demenza senile da cui è affetto sta lentamente perdendo la propria lucidità mentale. Anthony si rifiuta di farsi prendere cura da una badante, ma la figlia, che si sta trasferendo a Parigi, deve assolutamente trovare qualcuno in grado di seguirlo. La percezione della realtà di Anthony svanisce giorno dopo giorno e ogni cosa che a un tempo era famigliare diventa per lui qualcosa di estraneo finché non fatica a riconoscere la stessa Anne, sua figlia. Questo percorso lo porterà a dubitare di sé stesso, dei suoi famigliari e di tutto ciò che lo circonda. Narrata così, la storia alla base di The Father – Nulla È Come Sembra ci sembra quasi scontata, ma c’è ancora molto da scoprire. Il racconto della decadenza mentale spesso legata alla vecchiaia trasforma le persone più brillanti da giovani in capricciosi bambini, attaccati a riti e persone che non riconoscono più e che non sanno più cosa fare per aiutarli. La vecchiaia è una condizione irreversibile, e per questo il cinema l'ha rappresentata in modo spesso pietistico, falso, retorico. Queste informazioni ci sembrano chiare e indiscutibili ma in realtà non vengono rappresentate in modo esplicito. I frammenti narrativi che arrivano ad Anthony si confondono, vagano e spesso si sovrappongono arrivando a generare una realtà non definita, anzi, una serie di realtà contradditorie dentro la quale il protagonista viene imprigionato a causa della sua malattia. La capacità notevole di Zeller è quella di passare da una scena ad un’altra attraverso schemi e dialoghi per enfatizzare la ripetizione di una vita senza identità. Il regista non ci offre mai una risoluzione definitiva di quello che stiamo vedendo, ci costringe a unire personaggi, frasi e ambienti come una sorta di puzzle. Per ottenere il risultato che ha avuto Zeller utilizza la macchina cinematografica. Le inquadrature si uniscono al montaggio dando un immaginario di crescente distacco tra la realtà percepita e quella vissuta. “Volevo far sperimentare al pubblico cosa significhi perdere l'orientamento. Volevo che il pubblico fosse attivo, che attraversasse il labirinto e si ponesse domande su ogni cosa a cui assiste. Abbiamo giocato proprio su quel senso di disorientamento” ha dichiarato in un'intervista Zeller