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Criticamente l'evoluzione della partecipazione politica nell'era digitale, esplorando il ruolo dei media, dei social network e delle nuove tecnologie nella democrazia contemporanea. vengono esaminate teorie come l'agenda setting e la spirale del silenzio, evidenziando i cambiamenti nella comunicazione politica e le sfide poste dalla democrazia digitale, tra cui la polarizzazione e il divario digitale. Spunti di riflessione sulla partecipazione diretta dei cittadini, sui 'partiti piattaforma' e sulle forme di democrazia partecipativa, confrontando diversi modelli e prospettive teoriche.
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Uno dei temi principali per quanto riguarda il rapporto fra media e democrazia è la crisi delle intermediazioni tradizionali, che nel corso degli ultimi decenni è collegata all’aumento dell’importanza dei mezzi di comunicazione di massa come strumenti capaci di “collegare” i rappresentanti democratici con i cittadini. A sua volta la crisi de mass media tradizionali è chiamata di disintermediazione. Con questo termine si indica la capacità di autorappresentarsi e comunicare in prima persona, superando la mediazione tradizionalmente svolta dai mezzi di comunicazione (come giornali, radio e tv). Si intende quindi si ala capacità di rapportarsi con i cittadini in modo diretto sia quella dei cittadini di mettersi in rapporto con i loro rappresentanti. Questo genere di rapporto può essere favorito dai nuovi media e dal web 2.0, specie dai social network. Ma come nota Parisier anche se il mezzo è digitale in qualche modo deve esserci un qualche tipo di intermediazione. Il concetto di disintermediazione può essere considerato in due punti di vista differenti:
Il “quarto potere”, ossia la capacità degli organi di informazione, è un concetto che affianca ai tre poteri dello stato, controllando l’operato dei politici e delle istituzioni, influenzando i giudizi dell’opinione pubblica. Consiste quindi in un trasferimento di salienza dagli elementi che costituiscono le immagini del mondo presentate dai mass media alle rappresentazioni mentali dei cittadini. Il potere dei media nasce dalla loro caratteristiche di mediare, ossia stare in mezzo a due parti. Da una parte le istituzioni e dall’altra i cittadini. I media hanno la capacità di selezionare, presentare e filtrare il flusso delle informazioni contribuendo a formare le dinamiche che si formano e muovono il dibattito pubblico. L’agenda setting è un aspetto centrale dei poteri dei mass media: gli elementi posti in maggiore rilievo nell’agenda dei media acquisiscono la stessa importanza anche nell’agenda politica e in quella più generale dell’opinione pubblica. Le prima ricerche a riguardo, svolte nei primi anni ’70 da McCombs e Shaw consistevano nell’esaminare i temi che componevano l’agenda pubblica confrontando nel tempo l’ordine d’importanza dei temi proposta dai media con quella dei cittadini, constatando una correlazione tra queste due. Quindi sostanzialmente l’agenda dei media può variare o influenzare notevolmente quella pubblica Da un esperimento effettuato da Iyengar e Kinder nel ’78, è emerso che la forza dei media sulle rappresentazioni mentali dei soggetti partecipanti ha agito sui diversi gruppi coinvolti in modo diverso: nella
schiacciante maggioranza dei casi il gruppo sottoposto a notizie modificate riteneva i temi sottolineati artificiosamente dal notiziario come importanti. Un approccio simile a questo esperimento è stato condotto anche con Facebook da Kramer e Hancock è emerso che le notizie che ci vengono date sulla News Feed (NF) sono filtrate. Dal momento che un utente non può vedere tutte le notizie che ci sono su FB, la NF ne mostra solo una parte. Ovviamente se l’utente si reca personalmente su una qualsiasi pagina ne può vedere il contenuto, ma la NF fa una selezione fra tutti i post disponibili. Gli utenti selezionati per l’esperimento sono stati divisi in diversi gruppi: al primo è stata inibita la visualizzazione sulla NF dei post degli amici che veicolavano messaggi positivi, mentre al secondo il contrario. Il gruppo di controllo invece ha mantenuto l’impostazione originale. Il risultato ha segnalato che i diversi utenti sono stati influenzati nelle loro opinioni in base ai post che ricevevano. Come è accaduto nella televisione, anche Facebook mostra di avere un potere simile a quello dell’agenda setting, ne deriva che le persone sono effettivamente influenzate dai contenuti che visualizzano. L’agenda setting nel contesto digitale si concretizza in un meccanismo many-to-many, e poiché l’individuo ha bisogno di informarsi in modo semplice, un algoritmo risponde a questo bisogni selezionando le informazioni “più rilevanti” in una massa di fatti, una sorta di scelta redazionali digitale. I cittadini si affidano ai mass media, radio, telegiornali perché in questo modo hanno una sorta di riassunto, più o meno semplice, delle notizie anche in basi ai loro impegni quotidiani. In sostanza il cittadino si affida al mass media, il quale elabora un’agenda setting selezionando gli elementi più semplici da capire e ricordare. Nel caso di internet, il problema resta l’orientarsi di fronte a moltissimi messaggi e ai diversi soggetti che producono le informazioni, ed è quindi necessario affidarsi a qualche meccanismo che riduca la mole di informazioni e ne selezioni per noi.
L’immagine che abbiamo di internet solitamente è quella di una rete, come propone lo studioso Cuono. Secondo questa interpretazione la rete favorirebbe lo sviluppo spontaneo di un sistema decentrato e distribuito di informazioni, il che ricorda anche un cervello, e quindi una forma di organizzazione i modelli e le strutture sono il risultato di un processo orizzontale e non gerarchico, poiché sembra che il cervello elabori più informazioni contemporaneamente in punti diversi. Tuttavia, in qualche modo alcuni nodi sembrano essere più centrali rispetto ad altri, e governano flussi di informazioni e comunicazioni ampi e consistenti, e si trovano nella condizione di influenzare i flussi più piccoli. Internet permette ad individui ed organizzazioni di pubblicare le loro informazioni autonomamente oppure di interagire con le informazioni pubblicate da altri. A questo punto bisogna introdurre la figura dell’opinion leader (OL), una figura che funge da neointermediario. La comunicazione interpersonale è una fonte molto importante di conoscenza della realtà politica e con i media condivide un forte potere di condizionamento sulla costruzione dei quadri cognitivi e dei convincimenti. Ma mentre nell’era dei media tradizionali il pubblico si percepiva come consumatore e basta. Nell’era digitale il pubblico diventa sempre meno oggetto e sempre più soggetto, e quindi non solo sono consumatori, ma sono anche produttori attivi e diffusori interpersonali. I primi studi sugli opinion leader vennero fatti a metà degli anni ’50 da Katz e Lazarsfeld, che cercarono di capire l’effettivo esercizio dell’influenza personale. Gli OL non attivano soltanto un circuito informativo ma agiscono anche sulla percezione della rilevanza di un particolare tema. In alcuni settori, quali ad esempio il commercio elettronico, è già evidente la necessità di avere nuove tipologie di intermediari che vengono chiamati infomediari (credo stia parlando degli influencer), il cui ruolo è di facilitare il processo di ricerca, acquisizione e rielaborazione delle informazioni, e questo accade anche in politica. I canditati politici non hanno tempo per seguire le conversazioni che li riguardano su internet e si affidano quindi ad aziende di comunicazione multimediale. Le azioni degli infomediari permettono anche agli elettori di una certa parte politica di informarsi con più facilità riuscendo a trovare le informazioni riguardanti il loro gruppo d’appartenenza. Gli esperti di marketing digitale e le aziende di comunicazione hanno la capacità di influenzare l’utilizzo di internet da parte degli utenti.
L’enorme quantità di informazioni presenti nel web, unita alla limitata capacità e disposizione degli individui di processare questi dati ha avuto conseguenze diverse da quelle che erano previste agli albori della nascita del web, in cui la rete tramite l’accesso alle info e alla capacità di diffonderle avrebbe ridotto la difficoltà dell’accesso a queste rispecchiando la diversità delle fonti du internet. Le difficoltà ad accedere alle informazioni continuano a permanere a causa del sovraccarico di info, e per essere superate si è manifestata la necessità di individuare nuovi intermediari, capaci di selezionare le info con un certo grado di discrezionalità, il che non riflette l’intento iniziale, ma ordina le info per grado. Sono così emersi nuovi intermediari digitali, che affidano agli sviluppatori e agli algoritmi importanti decisioni. Facciamo sempre più affidamento su curatori umani e digitali per stabilire quali notizie dobbiamo consumare. Ma dato che i primi professionisti sono più costosi dei software, si fa affidamento su un mix di redattori non professionisti e di software per decidere cosa leggere e cosa guardare: i neointermediari. I mass media e i media digitali hanno, come già ribadito, delle caratteristiche diverse fra di loro: le modalità di trasmissione di info come la televisione sono caratterizzate da un percorso perlopiù unidirezionale, in cui il destinatario è passivo. Ora le nuove tecnologie permettono al destinatario di essere attivo e quindi di fruire e creare. Confrontando gli sviluppatori delle piattaforme con i giornalisti, essi appaiono più vicini di quanto si possa credere: entrambi decidono l’ordine delle notizie cercando di soddisfare i propri lettori ed utenti ed entrambi
hanno un ruolo importante nel definire la sfera pubblica. Ciò che cambia tra i due è il metodo. Le piattaforme applicano un algoritmo predisposto e aggiornato dagli sviluppatori, mentre le notizie veicolate dagli editori tradizionali vengono selezionate manualmente. La decisione di cosa filtrare non è una fotocopia delle preferenze del pubblico ma ha un margine di discrezionalità, anche se in entrambi i casi viene prestata molta attenzione ai valori ai gusti e alle aspettative dei propri utenti (se ne viene a conoscenza tramite i feedback). I risultati sperimentali sul comportamento degli utenti in piattaforme come i motori di ricerca mostrano che anche gli utenti si informano mentendo un certo spirito critico, ma sempre in una situazione di scelta offerta dall’algoritmo, e quindi predeterminata. In conclusione, i media digitali, si affiancano e in parte sostituiscono i media tradizionali e le loro intermediazioni, disintermediano i meccanismi tradizionali centrati sul lavoro intellettuale di redazione e giornalisti. Ciò che permette ai media digitali di bypassare le caratteristiche dei media tradizionali, è il fatto che gli utenti sono attivi , e allo stesso tempo svolgono la funzione principale del media, che è appunto di mediare fra realtà, individui, e info. Data la doppia natura dei nuovi utenti ( autori e consumatori ) che si informano sul web, si è affermato un ruolo di intermediazione dal basso che abbiamo identificato con l’etichetta di opinion leaders digitali e di infomediari , mentre grandi piattaforme e i grandi siti fungono da intermediari di un grande flusso di info. Le piattaforme, inoltre, ricordano i media tradizionali nel loro quarto potere selezionando gli argomenti più importanti ( agenda setting ) e decidono in maniera autonoma cosa sia più opportuno diffondere. I media digitali affidano l’intermediazione a processi algoritmici messi a punto e monitorati da sviluppatori, intesi come nuove forme di mediazione. La presenta orizzontalità della rete e la metafora del cervello in realtà poi tradisce il massimo della verticalità: nei fatti emergono alcuni nodi della rete incredibilmente pesanti, tanto da influenzare una parte rilevante della sterminata distesa di info. Con l’avvento delle neointermediazione e della sfera comunicativa si online, si pongono nuovi problemi teorici e normativi.
Il "paradosso del pluralismo online” definisce i mutamenti della sfera pubblica in rapporto al diffondersi delle tecnologie di comunicazione digitali. Secondo l'ideale pluralista la diversità e il dissenso sono valori che proteggono la libertà e che, al tempo stesso, portando argomenti diversi in dialettica tra loro, arricchiscono sia l'individuo sia la sfera pubblica. Pluralismo però, non significa mera divisione, puro parteggiare, significa invece che le diverse parti entrano in rapporto fra loro nell’ambito della comunità politica, diventando componenti positive del loro intero. In questo senso si può dire che il sistema politico democratico si fonda sulla concordia discors , ovvero su un'armonia discorde, sul consenso arricchito e alimentato dal dissenso. I media digitali si distinguono due livelli: uno qualitativo e uno quantitativo. I media aumentano per tutti la possibilità di esprimere la propria voce ( in termini quantitativi ) ma al tempo stesso sembra aumentare anche la distanza fra queste voci, mettono in difficoltà il raggiungimento delle finalità di un sistema politico pluralista (in termini qualitativi). Da un lato al tempo della Rete esiste la libertà di frequentare siti e reperire informazioni di parti che hanno posizioni diverse: Internet ha aumentato esponenzialmente la possibilità per individui gruppi ed organizzazioni di esprimere autonomamente la propria particolare visione del mondo, favorendo quindi l’espressione plurale dei diversi punti di vista. Dall'altro lato in Internet e nei social media sembra che si stia verificando una crescente polarizzazione delle opinioni, un loro "incastellamento", in cui individui e gruppi si chiudono nella loro visione, nelle loro echo chamber , evitando di interagire con chi la pensa diversamente e limitandosi ad interagire con chi la pensa in maniera similare), mettendo in crisi la possibilità che il pluralismo non si traduca soltanto in una mera differenziazione delle voci. In estrema sintesi, aumenta il pluralismo in termini quantitativi (numero di fonti informative), ma sembra diminuire il pluralismo in termini qualitativi (inteso come concordia discors).
cui gli utenti delle grandi piattaforme tendono a scegliere le info che già desiderano e si sottraggono alla pluralità di voci che invece costituisce l’essenza della sfera pubblica tradizionale.
La dimensione del pluralismo polarizzato riguarda soprattutto un tipo di pluralismo quantitativo, che quindi tende ad appiattirsi sul concetto di plurale, allontanandosi dall’idea di concordia discors. Il modo in cui gli individui fruiscono di informazioni in rete è influenzato da caratteristiche psicologiche, sociali e tecnologiche, che richiamano la frammentazione della sfera pubblica. Altrettanto importanti però, sono le dinamiche sociali e tecnologiche, che entrano in gioco condizionando le interazioni tra individui online. Per quanto riguarda la dimensione sociale, il rischio che si riscontra online rimanda al tipo di dinamica che si sviluppa all'interno di comunità chiuse: i soggetti che vi fanno parte tendono a non entrare in contatto con opinioni e prospettive diverse dalle loro. Dal punto di vista tecnologico, invece, sono da considerare le caratteristiche infrastrutturali delle piattaforme online più comuni. Sia gli algoritmi sia le reti sociali, su cui facciamo affidamento per ricevere informazioni, ci rendono infatti sempre più soggetti alla preselezione dei contenuti da parte dei filtri, hanno cioè la tendenza a creare bolle (le cosiddette bolle informative o echo chambers) in cui gli individui inseriti ricevono contenuti che confermano le loro convinzioni. A questo punto si crea un circolo vizioso fra dinamiche sociali, tecnologiche e psicologiche: il tatto di trovarsi in queste bolle non fa altro che dare maggiore forza alle scorciatoie mentali degli individui. Queste dinamiche rafforzano la propensione dei cittadini a sottrarsi al confronto con opinioni diverse Il fenomeno della polarizzazione delle opinioni avviene, insomma, quando una discussione o una decisione su un de terminato argomento, che ha luogo in un gruppo, produce uno spostamento verso posizioni più radicali da parte dei suoi membri rispetto a prima della discussione. Il fenomeno della polarizzazione in contesti digitali è stato approfondito recentemente da un gruppo di studiosi del Laboratorio di Computational Social Science dell'Istituto IMT di Lucca. L'équipe ha preso in esame due categorie di utenti dei social network: quelli che seguono pagine di informazione scientifica e quelli che seguono la cosiddetta informazione alternativa. La prima categoria si rifà alle versioni ufficiali proposte da istituzioni scientifiche e riportate dai giornali nazionali, mentre la seconda categoria si rifà a narrazioni antagoniste, antisistema, propagate da fonti che dichiarano di voler riferire e diffondere quello che non si trova, colpevolmente, nei media ufficiali. In generale è emerso che gli utenti dei diversi gruppi, nel loro comportamento online, tendono a dare priorità al fatto che una certa informazione conferma l’universo di rifermento iniziale, quindi conferma un pensiero preesistente. Gli utenti si relazionano fra di loro quasi esclusivamente all’interno del loro gruppo di appartenenza e non interagiscono con chi la pensa diversamente. Le diverse comunità si organizzano in maniera uguale, ma opposta, quindi polarizzata. Secondo alcuni risultati dell’indagine empirica e computazionale, una grossa parte degli utenti si concentra solo sulla propria tipologia di narrazione: ad esempio il 76,79% degli utenti su pagine scientifiche mette il 95% dei like nelle pagine della stessa categoria. Fra i frequentatori delle pagine cospirazioniste, invece, il 91,53% del totale mette like nelle pagine di info alternativa. Un secondo studio indica che, in un ambiente spesso conflittuale, la polarizzazione si presenta Accompagnata da emozioni spesso negative, di indignazione. Sono state analizzate con la tecnica della sentiment analysis le emozioni veicolate attraverso i commenti nei gruppi di Facebook ed è emerso che, al crescere del numero dei commenti su un post, si manifesta una forte propensione verso la negatività delle emozioni. Infine, un terzo studio ha messo in evidenza che il riferimento ai fatti e la logica razionale hanno un potere limitato quando si situano in un ambiente polarizzato. Secondo l'analisi del laboratorio di Lucca, l'informazione di matrice cospirazionista nel corso della sua diffusione si propaga in maniera lenta ma continua, mentre le
informazioni di scienza registrano in genere un apice di diffusione nella prima fase, a cui non sempre corrisponde però una massiccia diffusione successivamente. Questa dinamica di polarizzazione è riconducibile all'universo dei processi cognitivi automatici, veloci ed impulsivi (sistema 1). Nel caso della polarizzazione una tendenza delle persone di tipo psicologico è da individuare nella cosiddetta euristica della conferma (confirmation bias), definibile come la tendenza ad accettare le informazioni che sono aderenti al sistema di credenze dell'individuo, sminuendo o considerando meno credibile ciò che è dissonante. Il pregiudizio di conferma è un limite cognitivo non trascurabile per due motivi. In primo luogo, perché la letteratura del pensiero critico ricorda che si dovrebbe essere in grado di separare le proprie credenze ed opinioni pregresse dalla valutazione di prove ed argomenti. Le persone spesso cercano dati ed informazioni che siano compatibili con le loro credenze del momento, senza provare a verificarle o a confutarle. Una seconda euristica rilevante per quanto riguarda la polarizzazione online è quella della socializzazione. alla base del fenomeno chiamato "effetto gregge”, una propensione degli individui ad omologarsi ad un gruppo sociale di riferimento. Altri esperimenti hanno mostrato ampi effetti di conformismo in diversi contesti, anche riguardanti questioni pubbliche e politiche. Ad esempio, id un gruppo di persone veniva posta la domanda: "quale lei seguenti problemi è il più grave che il nostro paese si tro i ad affrontare?" Gli intervistati potevano scegliere tra cinque possibilità; recessione economica infrastrutture scolastiche, attività sovversive, salute mentale e crimine e corruzione. Privatamente, soltanto il 12% aveva scelto le attività sovversive; ma posti di fronte ad un apparente consenso del gruppo su questa opzione, la percentuale di soggetti che vedeva nelle attività sovversive il principale problema del paese saliva al 48%. In un esperimento simile, ai soggetti era stato chiesto di valutare la seguente afferma-zione: "poiché la libertà di parola è un privilegio e non un diritto, è giusto che la società sospenda la libertà di parola quando si sente minacciata?". Quando la domanda è stata posta individualmente il 19% del gruppo di controllo si è detto d'accordo con questa affermazione; messi di fronte all'opinione pubblica condivisa di altre quattro persone, si è detto d'accordo il ben 58% degli intervistati. Sostanzialmente i dati rilevati nel privato erano diversi di quelli rilevati nel pubblico. L'euristica della socializzazione ovviamente favorisce il comportamento di chiusura della comunità su Internet ed il suo "incastellamento" ma dà vita anche ad altri noti fenomeni, come le "cascate informative”. Le cascate informative si verificano quando un gruppo di persone accetta un'opinione senza avere prove della sua veridicità per il semplice fatto che è accettata dal gruppo di appartenenza. Come una cascata, quella opinione, spesso adottata per pigrizia cognitiva sia per paura di perdere la stima dei membri del gruppo, si diffonde presso sempre più persone, che si diranno che è impossibile che così tanta gente sia in errore. In questo modo la diffusione della cascata può essere enorme. L'esempio è quello del meme, ovvero di informazioni (spesso molto semplici e d'impatto emotivo) che tendono a replicarsi e passare da un utente ad un altro come fanno i virus. Sono diverse le caratteristiche che rendono un contenuto più o meno facile da condividere. L'accuratezza e la veridicità delle informazioni sono importante, ma lo sono anche il loro valore di intrattenimento, il tono emotivo, la facilità di comprensione, ea questo punto entrano in gioco delle considerazioni di tipo sociologico e psicologico La rete delle relazioni personali assume una posizione rilevante nella formazione di un'idea o di un'opinione. Sia nel decidere quale macchina comprare sia nel decidere qual politico votare, i consigli degli amici e dei conoscenti hanno un ruolo importante e in particolare è importante il numero delle volte che si riceve la stessa informazione da parte di persone diverse. L’utente, quindi, tende a ritenere valida un'informazione dopo aver ricevuto conferme da diverse persone da lui conosciute. Inoltre, influisce anche il numero di persone da cui l’utente riceve la stessa info; infatti, un individuo tende a esprimere un giudizio o a prendere una decisione in base ad una catena di stimoli dove il primo stimolo avrà maggior influenza del successivo e così via, con influenza decrescente. Ovviamente, quando utilizziamo piattaforme social come Facebook e Twitter, siamo calati in una rete di relazioni con altre persone: le informazioni che circolano sulla propria pagina iniziale di Facebook provengono in gran parte dalla rete sociale di amici questo particolare ambiente rende più probabile la diffusione di alcune notizie rispetto ad altre.
impulsivo ed emotivo, gli individui sono dotati anche di un sistema cognitivo riflessivo e razionale che possono attivare quando frequentano il web, quindi ci sono sempre dinamiche riflessiva e razionali. La dinamica discorsiva che, seppur veloce e in un certo senso caotica, può realizzarsi su social network come Twitter: la breve dichiarazione di un utente può avere una replica immediata, innescando così una dinamica di scambio e di dibattito. Oltre a messaggi il cui contenuto dei tweet è personale ed emotivo non mancano riflessioni di tipo politico che pongono l'attenzione su temi e problemi. Il veloce e continuo avvicendarsi dei messaggi instaura una dinamica di relazione e di confronto frammentata e figlia di molteplici attori, in cui il rischio di dare vita ad una sorta di "effetto polverone" è concreta. Anche se il contenuto dei tweet è semplice ed emotivo, potrebbe essere il presupposto per approfondire i temi altrove tramite i link, il quale costituisce una sorta di catalizzatore di attenzione. La figura che naviga al di là della bolla è il debunker. I debunker sono degli utenti che si impegnano a confutare argomentando tesi che ritengono essere non corrette. Questa pratica è connessa al fact checking. Spesso su Internet, si verifica la diffusione di alcune notizie false, le cosiddette fake news, in genere più la notizia è strana, esagerata, sconvolgente, più fa leva sull'emotività delle persone e maggiormente viene diffusa Il fact checking è indicato come uno degli strumenti utili a controbilanciare, attraverso argomenti il più possibile razionali, la diffusione di contenuti falsi e spesso condivisi sull'onda dell’emotività. L'attività dei debunker, quindi, mira a falsificare le informazioni scorrette proponendo elementi verificati e cercando di arginare la diffusione delle false informazioni? Il termine fact checking è nato negli anni 20 del Novecento in ambito giornalistico e stava ad indicare l'operazione, compiuta all'interno delle redazioni, di controllare le informazioni fattuali contenute negli articoli dei giornali. In epoca digitale, il significato e anche la natura dell'attività sono cambiati. Innanzitutto, il fact checking è diventata una pratica di confronto dialogico: l'attività d controllo delle informazioni di fatto è un'attività di discussone in cui il debunker entra in relazione comunicativa con altri utenti di Internet portando degli argomenti a suo sostegno. In secondo luogo, il fact checking si è progressivamente esteso al di fuori dell'ambito giornalistico. Le origini del faci checking inteso in senso contemporaneo si possono situa e all'inizio degli anni duemila. Nel 2003 ver ne fondato il progetto FactCheck.org presso l'Università della Pennsylvania, grazie alla collaborazione fra un’accademica (Kathleen Hall Jamieson) e un giornalista politico (Brooks Jackson). Mettendo sotto analisi le principali fonti di informazione politica come i talk show, i principali programmi televisivi, i video promozionali, le dichiarazioni, i discorsi e le conferenze stampa, i siti ufficiali e di campagna elettorale, Factcheck.org svolge un ruolo importante di promozione dello spirito critico e di riduzione dei contenuti ingannevoli, Si tratta essenziali mente di un lavoro investigativo, ed è necessario segnalare che queste operazioni sono affidate all'organizzazione e alla competenza di uno staff specializzato. Anche in Italia il fact checking ha preso piede, soprattutto nella sua variante di giornalismo mirato a stanare le notizie non verificate (ValigiaBlu). A livello europeo oltre il 60% dei progetti di fact checking sono progetti indipendenti dalle testate tradizionali e circa il 40% dei membri di progetti di fact checking si identifica come "attivista”, mentre per quanto riguarda il livello globale un dato che emerge è che più della metà dei progetti di fact checking attivi (il 59,4%) siano in realtà iniziative no-profit. Ci sono moltissimi siti di fact checking: OpenSecret.org , Media Matters.org , Fox News , Bufale.net , Clickbait. Nella sua analisi, Del Gaudio conferma l’ampiezza di questo spirito dialogico, la sua domanda è se, in generale seppur nell'ambito dell’ incastellamento della sfera pubblica digitale promossa dai social, ci sia comunque spazio per tracce di confronto dialogico, e se, in particolare, è possibile qualificare e quantificare l'eventuale presenza di esplicito dissenso da parte degli utenti rispetto alla linea editoriale espressa dalla pagina. Anche grazie all'anonimato permesso dai social, la spirale del silenzio sembra quindi a volte superabile. Da segnalare c’è anche il ruolo della moderazione: i gestori della pagina operano una continua moderazione per istigare il confronto costruttivo, chiedendo sovente agli utenti di usare un linguaggio consono a un dibattito critico. La diffusione di “bufale” è un ostacolo che limita le possibilità di informare le persone correttamente, ma come già sappiamo, molti meccanismi cognitivi e sociali spingono gli individui a mantener il proprio punto di vista, depotenziando l'attività di debunking rispetto alle aspettative ideali, ma è altrettanto vero che i processi
dialogici in politica sembrano realizzare più una cultura diffusa che un'azione limitata a sé stessa, sono andamenti di lungo periodo di cui è difficile misurare l'impatto in miniera circoscritta. Gli studi condotti sugli effetti del fact checking mostrano "luci ed ombre", risultato della tensione fra l'impegno cosciente nel promuovere un confronto il più razionale possibile e la vischiosità delle dinamiche cognitive e sociali. Il fact checking indica innanzitutto uno stile comunicativo e che naturalmente anch'esso non è esente da storture. I metodi a cui i fact checking ricorre per selezionare le dichiarazioni, considerare le evidenze, correggere i giudizi sono ovviamente fruito di scelte di parte e non sono sempre molto rigorosi. Inoltre, anche se i debunker per loro stessa scelta cercano un confronto con chi la pensa diversamente da loro proponendo argomentazioni il meno possibile irrazionali, la loro posizione non può essere neutrale, e quindi può succedere che a loro volta i contenuti degli articoli, dei post o dei commenti di fact checking vengano condivisi maggiormente da coloro che sono già simpatetici con la linea espressa. Il fact checking in politica può influenzare l’opinione? Conoscere la verità delle affermazioni spesso non è sufficiente per cambiare le intenzioni nella cabina elettorale: in molti casi cambiano e le credenze, ma non il comportamento di voto. Per i cittadini meno identificati è più facile cambiare opinione e porsi in una modalità dialogica, per gli utenti più impegnati in una narrazione che si basa su un'opinione erronea la, correzione non solo può rivelarsi inutile ma potrebbe anche causare un effetto di backfire, ovvero di ritorno di fiamma, e quindi aumentare la radicalizzazione. In conclusione, lo spirito argomentativo e dialogico di cui abbiamo parlato entra in relazione con la qualità del di scorso pubblico in molti modi. Oltre al debunkin, vi possono essere altri comportamenti su Internet che posso 10 indicare la presenza di tracce di confronto dialogico. Il web 2.0, è meno unitario di quanto possa apparire a prima vista: si va infatti da sistemi info relazionali come Facebook a strumenti di microblogging core Twitter, fino a piattaforme di condivisione e diffusione li contenuti audiovisivi come Youtube o Pinterest. I social media costituiscono certamente un asse portante del web 2.0, ma non esclusivo. Come spiega Sorice, la rete può essere importante per la politica in diversi modi. Mentre nell'ambito dei social media il dibattito politico tende alla produzione di slogan, di banalizzazioni di tipo populistico e di meccanismi di semplificazione della politica, nell'ambito delle piattaforme di informazione, di partecipazione e di collaborazione online si scorge la possibilità di un confronto più argomentato e dialogico. Nella web democracy si ripropongono le pericolose dinamiche dell’impulsività. Dall’altro lato, le piattaforme partecipative abilitano strumenti di dialogo con e fra cittadini. L’insieme di queste pratiche di informazione va sotto l’etichetta di open government. Per lo più si definisce attraverso il confronto con precedenti modelli della struttura amministrativa: ad esempio, il passaggio da un modello chiuso di governo (connotato da una forte dimensione gerarchica e da una sostanziale monoliticità del processo decisionale) ad uno aperto. I programmi di open government, infatti, si basano su pratiche di governance collaborativa che presentano le seguenti caratteristiche: gli enti pubblici e le istituzioni sono i principali promotori; molteplici attori non pubblici vengono coinvolti nel processo; i partecipanti hanno un certo potere decisionale e non sono solo consultati; la collaborazione ha un quadro formale ed è distinta da reti informali e gruppi di interesse. Negli ultimi anni numerose istituzioni pubbliche hanno cercato di attivare strumenti innovativi di informazione e partecipazione. Le intenzioni delle iniziative sono in genere "aprire" la democrazia non solo per aumentare il grado di trasparenza delle decisioni dell'amministrazione, ma anche per "estendere" attraverso gli strumenti digitali la partecipazione a un numero sempre più ampio di cittadini, sollecitando il loro impegno e la loro attenzione nei confronti della gestione della res publica. Una ricerca condotta dall' università Luiss di Roma e dall'Università di Salerno che aveva come obiettivo indagare le pratiche di open government. Secondo i risultati di questa ricerca, le politiche italiane sull’open government si sono concentrate finora soprattutto sui servizi pubblici digitali e sulle misure di trasparenza, con particolare riferimento all'accesso pubblico alle informazioni di bilancio. La partecipazione invece è stata finora promossa principalmente attraverso pratiche di consultazione sia con risposte chiuse sia con commenti aperti, sia online sia offline, raramente associate incontri pubblici o a dibattiti. Anche i temi interessati si so o concentrati in alcune aree specifiche: la scuola, l'etichettatura dei prodotti alimentari, le riforme della pubblica amministrazione. Infine, le
rilevanti, attraverso questi comportamenti la rete sembra avere alcuni meccanismi di "autocorrezione", legati dall'azione di utenti che smascherano o segnalano le informazioni parziali o fuorvianti. Il "paradosso del pluralismo” può essere limitato aumentando le pratiche di confronto dialogico, oppure tramite qualche forma di regolamentazione che riguardi la promozione della libertà di informazione, della diversità culturale, di una informazione quanto più possibile completa. Altrettanto importante è il tema dell'alfabetizzazione digitale e della consapevolezza dei mezzi comunicativi. Il tema della cultura digitale, del dare tempo agli utenti di imparare ad utilizzare consapevolmente il mezzo di comunicazione, non deve essere dimenticato, altrimenti il digital knowledge gap aumenta. Il concetto della corroborazione e della solidità delle opinioni, ovvero della "tensione verso la verità", è strettamente legato con l'impegno a metterle alla prova e con uno spirito critico non scettico. L'auspicio è che, con il tempo, i cittadini aumentino la consapevolezza del fatto che, come ammoniva Popper già nel 63 "chi cerca conferme le troverà sempre" e che ciò accade ancora più facilmente quando, ad esempio, si digita una parola su un motore di ricerca personalizzato.
Dahrendorf sottolinea l'evoluzione storica della cittadinanza e la tendenza verso una maggiore partecipazione diretta dei cittadini nella democrazia. Nel corso del tempo, la cittadinanza si è estesa a includere sempre più persone e gruppi sociali. Le richieste di partecipazione politica si sono originariamente inserite nel quadro della democrazia rappresentativa, ma recentemente si è manifestata una crescente richiesta di democrazia diretta. Questa tendenza indica un desiderio dei cittadini di essere più attivamente coinvolti nelle decisioni politiche e di esercitare i propri diritti democratici. Mentre l'estensione quantitativa coinvolge un maggior numero di persone, l'estensione qualitativa arricchisce la democrazia con nuovi significati e implicazioni. In sintesi, la partecipazione diretta dei cittadini è un aspetto intrinseco della democrazia e riflette la volontà dei cittadini di essere coinvolti attivamente nella vita politica. La conclusione della citazione di Dahrendorf sottolinea l'importanza di passare dalla concezione di democrazia basata sui diritti di partecipazione a una concezione in cui i cittadini effettivamente partecipano attivamente alla vita politica. Nella democrazia rappresentativa attuale, i cittadini godono di eguali diritti e opportunità, ma le innovazioni nel concetto di cittadinanza si concentrano sempre di più sulla partecipazione diretta e sui metodi per implementarla. Questo significa andare oltre l'uguaglianza di opportunità e mirare all'uguaglianza di risultati, in cui i cittadini non solo hanno la possibilità di partecipare, ma partecipano effettivamente. La partecipazione diretta di tutti i cittadini è stata un obiettivo del concetto di democrazia diretta fin dalle sue origini, come sostenuto da Rousseau, che affermava che la sovranità non può essere rappresentata e che la partecipazione dei cittadini deve essere totale ed effettiva. Questo implica coinvolgere i cittadini in modo continuo e permanente, al di là del solo momento delle elezioni. In base a quanto affermato da Sartori (1987), uno strumento per ampliare il coinvolgimento dei cittadini e superare la semplice elezione dei rappresentanti è il referendum. Attraverso il voto referendario, il cittadino può esprimersi direttamente su una questione anziché decidere chi deciderà per lui attraverso l'elezione dei rappresentanti. Quanto più il referendum viene utilizzato per prendere decisioni, tanto più una democrazia rappresentativa si avvicina a una democrazia diretta, aumentando così il coinvolgimento effettivo nelle decisioni e rendendo la democrazia un'autogestione letterale. L'avvento delle tecnologie della comunicazione ha reso possibile per la prima volta nella storia l'ipotesi di un governo diretto di tutti i cittadini attraverso referendum quotidiani utilizzando sistemi tecnologici come l'e-voting. Un'altra strada per coinvolgere i cittadini al di là delle elezioni e dell'adesione ai partiti politici è quella della partecipazione e deliberazione. Questo approccio teorizzato da studiosi e sperimentato in alcune comunità nazionali e locali mira a coinvolgere i cittadini in diversi momenti e forme del processo democratico, valorizzando l'aspetto dialogico nella presa di decisioni. Sebbene sia importante distinguere tra democrazia diretta/referendaria (che aggrega le preferenze) e democrazia partecipativa/deliberativa (che promuove il dialogo), entrambe mirano a estendere la partecipazione dei cittadini al di là delle elezioni. In sintesi, sia il referendum che la partecipazione/deliberazione sono strumenti per coinvolgere i cittadini in modo più diretto e continuo nel processo democratico, andando oltre le forme convenzionali di coinvolgimento politico. La variante della democrazia partecipativa sottolinea l'importanza della partecipazione diretta dei cittadini nei processi decisionali delle istituzioni pubbliche. Questo approccio coinvolge attori al di fuori della politica istituzionale, come movimenti sociali, organizzazioni non governative e associazioni, che agiscono in modo critico o antagonista rispetto alle forme consolidate della politica. Alcuni strumenti utilizzati per promuovere la partecipazione includono i bilanci partecipativi, i dibattiti pubblici e le valutazioni ambientali partecipate. D'altra parte, la variante della democrazia deliberativa mette l'accento sulla discussione aperta, riflessiva e dialogica tra i cittadini. Questo approccio richiede che tutti i punti di vista presenti nella società siano rappresentati in modo equo e che la formazione di interessi e identità collettive avvenga anche all'interno del processo democratico. La democrazia digitale, in particolare, offre potenzialità per aumentare le occasioni di partecipazione e mobilitazione dei cittadini attraverso l'uso delle tecnologie digitali. Le piattaforme digitali possono favorire la discussione, la deliberazione e la formazione di volontà collettive, consentendo ai cittadini di interagire, confrontarsi e prendere decisioni informate. Tuttavia, è importante considerare la necessità di evitare influenze commerciali nelle piattaforme digitali per garantire un processo democratico autentico. In conclusione, la democrazia partecipativa e deliberativa mira a coinvolgere attivamente i cittadini nei processi decisionali, promuovendo il confronto argomentato e la formazione di opinioni informate.