









Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
L'evoluzione del giornalismo, con particolare focus sulla distinzione tra cronaca e commento. Viene esaminato il concetto di obiettività dell'informazione, messo in discussione negli anni '60-'70 in italia, e l'impatto della televisione sul linguaggio e la rappresentazione delle notizie sui quotidiani. Vengono inoltre approfonditi i diversi modelli di giornale (giornale televisivo vs giornale di qualità) e il ruolo degli uffici stampa. Una panoramica completa sull'evoluzione del giornalismo, dalla separazione tra fatti e opinioni all'adozione di nuovi linguaggi e formati grafici per adattarsi ai cambiamenti del mercato dell'informazione.
Tipologia: Appunti
1 / 16
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!










1. Cronaca e commento La cronaca , o reporting, è la forma di esposizione della notizia per eccellenza. È il modo giornalistico di raccontare un avvenimento, concentrandosi sui fatti ed escludendo le opinioni. Il commento , invece, è la forma giornalistica di esposizione delle opinioni. Presenta giudizi di parte, che si sovrappongono alla ricostruzione e alla narrazione degli eventi, così da condizionarne i contenuti delle notizie. Cronaca e commento sono concepiti come due ambiti separati, con funzioni diverse e spazi diversi. La American Society of Newspapers dichiara “ogni sforzo deve essere fatto per assicurare che il contenuto delle notizie sia assicurato, libero da pregiudizi e contestualizzato e che tutti gli aspetti siano presentati in modo imparziale”. Il risultato a cui tende la separazione tra cronaca e commento è l’obiettività della notizia, l’obiettività dell’informazione, nel senso di imparzialità rispetto all’avvenimento oggetto della notizia. Obiettività significa cronaca dell’avvenimento che lascia parlare solo i fatti. Però, la teoria ci dice che per decidere se un avvenimento è una notizia o meno dipende dalla soggettività del giornalista, quindi è inevitabile che entrino in gioco le esperienze della vita, il genere, l’età ecc. In questo senso, la notizia è sempre un’interpretazione dell’avvenimento. Ma i fatti possono parlare da soli? Questo è un interrogativo cruciale: ci sono ambiti come la politica e lo sport in cui i fatti non parlano da soli, quindi ha senso chiedersi se la comprensione di un evento tramite la notizia giornalistica possa prescindere da spiegazioni e valutazioni che completino la registrazione dei fatti. L’obiettività della notizia viene teorizzata e valorizzata come tecnica di esposizione: “fatti, nient’altro che fatti”, era la lezione con cui venivano formati i giornalisti americani dell’epoca. Lo stile doveva essere semplice, l’obiettività non veniva ancora concepita come un ideale di natura etica, ma doveva servire a restituire la realtà così come la gente la viveva. Il concetto di obiettività ha subito diverse interpretazioni, sia nel pensiero degli studiosi che nel comportamento dei giornalisti, è stato enfatizzato oppure rifiutato. Si coniò il termine interpretative reporting , opposto al tradizionale straight reporting, per indicare una cronaca che combinasse i due elementi del giornalismo fino ad allora concepiti come entità separate: la narrazione e il commento. Non bastava più essere un reporter, bisognava essere un interpreter. Questo però non equivaleva ad una perdita di obiettività: la sfida
era restare obiettivi, mantenere uno stile descrittivo, riuscendo però a spiegare il significato di ciò che accadeva. Questa posizione venne riconosciuta dall’America Society of Newspapers Editors e venne riconosciuta l’opportunità di dare maggior spazio e attenzione a notizie esplicative e interpretative, che rendessero il lettore medio di capire e interpretare le notizie. Nella stampa italiana, l’obiettività venne messa in discussione tra la fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 70, durante la stagione del movimento dei democratici: il movimento era nato il 5 marzo 1970, come l’unione di due movimenti, quello per la libertà di stampa e il movimento romano contro la repressione dei giornalisti. La demolizione del sacro principio dell’obiettività era lo specchio di una fase di transazione, in cui una parte dei giornalisti italiani rivendicava l’autonomia professionale, che non era una rivoluzione, ma una conquista liberale fondata sull’idea che il giornalista non dovesse essere un confezionatore neutrale di verità, bensì avesse il dovere di raccontare ciò di cui era testimone. L’onesta, al posto dell’obiettività, sembrava una scelta realistica, era il patto che il giornalista doveva fare con il lettore, cioè di dire quello che riusciva a sapere, senza servire gli interessi di alcuno. Questa posizione trovò espressione in un saggio di Umberto Eco, Guida all’interpretazione del linguaggio giornalistico, in cui si esaminavano la variabilità e l’ambiguità dei codici di comunicazione. riteneva che “se scelgo di dire una cosa piuttosto che un’altra ho già interpretato”: se metto in prima pagina la notizia di un conflitto a fuoco e in un’altra la vittoria al Giro d’Italia, è chiaro che ho compiuto una scelta politica. La notizia non può essere obiettiva , perché nasce dalla capacità, dalla sensibilità, dalla valutazione dei fatti di un giornalista o di una redazione e richiede l’interpretazione dei fatti stessi, in funzione degli interessi di uno specifico pubblico. Si tratta di trovare un punto di equilibro fra la soggettività del giornalista e una correttezza metodologica che salvaguardi il diritto del lettore di formarsi un’opinione. Facendo un confronto tra diversi modelli di giornalismo sul tema dell’obiettività, è necessario sottolineare che per i giornalisti americani questa è legata ai concetti di accuracy, cioè la precisione con cui si riferiscono ai fatti e di fairness, l’imparzialità. Precisione e imparzialità, infatti, sono valori professionali che favoriscono l’attendibilità e completezza delle notizie. Discendono dal principio ideale dell’obiettività, però non lo implicano, nel
commento di cronaca si vede espressa la grande potenzialità dei valori notizia, che sembrano appartenergli come i suoi caratteri originali: c’è una storia e questa storia galleggia sui presupposti dei news values. Due sottocategorie del commento e della cronaca sono il corsivo e la rubrica : il primo è un commento breve, spesso tagliente e ironico, su una specifica notizia data dal giornale o su una questione che appassiona l’opinione pubblica. Il termine deriva dall’uso comporre questi commenti in carattere corsivo. La rubrica, invece, è uno spazio fisso affidato ad un opinionista autorevole, che non impegna direttamente la posizione del giornale, pubblicato su un quotidiano a intervalli regolari. La funzione è di stabilire un rapporto privilegiato, un colloquio confidenziale tra lettori e opinionisti. Nel territorio della cronaca, bisogna chiarire che con la parola notizia i giornalisti indicano sia l’elemento cardine del giornalismo che il suo testo base: “facciamone una notizia”, “basta una notizia”. Nell’ambito dei servizi, due forme specifiche sono il resoconto e il reportage : il resoconto è il più semplice tra i pezzi di cronaca, anche un dibattito giudiziario può essere trattato in forma di resoconto. La semplicità del modello non deve essere scambiata per facilità: dare al lettore la sintesi di un dibattito richiede al giornalista una buona conoscenza della materia trattata per poter valutare quali elementi mettere in evidenza. Ma la difficoltà principale consiste nel trovare il punto di equilibrio tra la cronaca dell’avvenimento e l’interesse degli argomenti: il lettore ha il diritto di sapere chi è intervenuto in un dibattito, ma vuole essere anche informato sui contenuti del dibattito. Reportage, invece, è un termine di origine francese, con cui si indica un pezzo che ha per oggetto una notizia già diffusa. Ciò non significa che non offre al lettore delle novità, ma il punto di partenza è già noto: un teatro di guerra, il luogo di un delitto. Rispetto alla notizia, il reportage procede per dilatazione, non per aggregazione: si prende un fatto o il particolare di un fatto e lo si trasforma in una storia, dilatandone i confini. Una forma particolare è la biografia e una pratica giornalistica in apparenza cinica è la confezione di biografia da tenere in archivio, per pubblicarle in caso di morte dei biografati, che nel gergo sono detti coccodrilli. Una forma anomala è il fogliettone , cioè lo spazio nella parte bassa della pagina dedicato ai romanzi a puntate che comparvero sui giornali parigini nella metà del 19 secolo.
3. L’intervista e l’inchiesta L’intervista è la forma di comunicazione giornalistica più tecnica. Dal punto di vista della notizia, non ci sono avvenimenti da raccontare: l’avvenimento è l’intervista. L’intervista è una vecchia istituzione del giornalismo scritto, uno strumento utilissimo per dare più immediatezza ad un fatto, per portare più vicino ai lettori un personaggio. La radio e la televisione hanno influenzato e un po' logorato questa vecchia gloria del giornalismo. Esistono vari tipi di intervista: quella detta “volante”, cioè la raccolta di testimonianze e di pareri che servono ad arricchire la cronaca di un avvenimento appena accaduto: c’è quella al personaggio del momento, quella fatta a specialisti ed esperti. Agli occhi del lettore, l’intervista esercita un fascino particolare, perché lo mettete in relazione con persone che, molto difficilmente avrebbe la possibilità di conoscere. Si pongono domande a chi sa qualcosa in più degli altri, a chi pensa qualcosa di nuovo e diverso, a chi prende le decisioni influenti sulla vita della collettività e attraverso le risposte la gente viene informata di quali siano le tendenze, i programmi ecc. Forse questo genere non ha mai conosciuto tanta fortuna: perché un faccia a faccia che stabilisce, solo in apparenza, un rapporto diretto tra una fonte d’informazione e il pubblico di un giornale. L’intervista viene percepita come il momento della verità, come se l’intervistato, una volta accettato l’invito, non avesse via di scampo. Infatti è diventata aggressiva, incalzante, spesso l’intervistatore la trasforma in un ring, in cui gioca a mettere all’angolo l’intervistato. Tuttavia, è anche uno strumento ambiguo e contraddittorio: il lettore dimentica che ogni parola dell’intervista è il prodotto di una tecnica per mezzo della quale una conversazione è stata tradotta in un testo. Il libro di Brady considera una vasta gamma di situazioni che il giornalista trova a fronteggiare per un’intervista: come ottenerla, le ricerche preparatorie, il faccia a faccia, come prendere appunti ecc. La maggior parte delle interviste sono fatte per telefono, molte sono preparate e si può infatti parlare di finte interviste. La natura non spontanea riguarda soprattutto i personaggi della politica, ma anche scrittori, attori, ecc. Quali sono i criteri che regolano la tecnica dell’intervista? 1. L’oggetto dell’intervista può essere uno specifico argomento, di cui l’intervistato è esperto o su cui è un testimone privilegiato o la personalità dell’intervistato, le sue vicende: il primo tipo si chiama tematica , il secondo personale. Nell’intervista tematica si procede con domande precise, che non lascino posto a risposte generiche. Nell’intervista personale, l’intervistatore deve riuscire a catturare la fiducia dell’intervistato, per cui si
L’inchiesta è una forma nobile di giornalismo: il termine mutuato dal lessico giudiziario rivela l’intenzione di andare oltre le fonti ordinarie, introducendo l’idea che il lavoro del giornalista possa essere affine o parallelo a quello del magistrato. Organizzata in una serie di pezzi, l’inchiesta ha il carattere di una ricerca che ha lo scopo di scoprire verità nascoste. L’autore dell’inchiesta sceglie gli argomenti, la loro suddivisione, come trattarli, tenendo conto che una prerogativa dell’inchiesta è di collegare apertamente notizie e commenti sulle stesse. Per condurre una buona inchiesta bisogna possedere una padronanza di tutti gli altri generi giornalistici, è considerata infatti il banco di prova di un giornalista maturo. Si possono distinguere vari tipi di inchiesta, secondo l’oggetto su cui si indaga e gli obiettivi che l’indagine si prefigge. Ma ci sono due tradizionali categorie: investigativa e conoscitiva. L’inchiesta investigativa punta all’accertamento di vicende controverse, la cui natura e le cui responsabilità rappresentano un mistero per l’opinione pubblica. In questa categoria, rientrano le inchieste su casi giudiziari, su scandali politici, guerre economiche, ecc. L’oggetto è sempre un fatto preciso. La più famosa inchiesta investigativa è quella condotta da Bernstein e Woodward, due cronisti che seguirono il caso Watergate. L’inchiesta conoscitiva informa sulla società e la cultura del tempo in cui viviamo. Non riguarda avvenimenti specifici, ma indaga i fenomeni che segnano la società. L’oggetto non è quindi un fatto preciso. Nel giornalismo italiano, l’inchiesta conoscitiva ha avuto grande fortuna negli anni 50 e 60, in coincidenza con le profonde trasformazioni del paese. Una generazione di giornalisti si fece le ossa viaggiando da un lato all’altro del paese, alla scoperta di una realtà che stava progressivamente cambiando. Negli anni 80 attraversa una fase di declino, perché viene considerata dispendiosa, ma questa fase di transizione è stata in gran parte superata. In realtà l’inchiesta, sia conoscitiva che investigativa, richiede nuovi strumenti di indagine per riuscire a portare a galla fatti nascosti. Il limite di molte inchieste, infatti, è quello di fermarsi ad una descrizione dei fenomeni, senza riuscire ad indagare i problemi sottostanti. Nel 1972 due giornalisti, Barlett e Steele, analizzarono più di mille crimini compiuti nel giro di un anno. Studiarono e catalogarono i tempi e i luoghi di ogni delitto, i nomi dei poliziotti, delle vittime, riuscendo a dimostrare che a) neri e bianchi avevano ricevuto lo stesso trattamento, b) la reputazione di
alcuni giudici era del tutto immotivata, c) i giudici repubblicani imponevano condanne più lunghe dei giudici democratici, d) i giudici che in precedenza erano stati assistenti del procuratore emettevano condanne più dure. Questa inchiesta venne giudicata inedita e potente. Poi, nel 1996 il New York Times ha offerto un esempio di cosa si intenda per inchiesta nel moderno giornalismo americano: ha realizzato un indagine in sette puntate, che analizzavano ogni giorno la crisi da un diverso punto di vista, cioè il lavoro, le aziende, la famiglia, ecc.
4. Settimanalizzazione e sensazionalismo Nel 1976 la Rai iniziò le edizioni dei nuovi telegiornali TG1 e TG2. Negli anni 80 i telegiornali dei network privati infransero il monopolio statale: anche in Italia la tv divenne la principale fonte di informazione e aggiornamento per la maggior parte dei cittadini e dei lettori. Questo mutamento è alla base del processo detto settimanalizzazione della notizia: per far fronte alla concorrenza televisiva, i telegiornali prendono esempio dal modo di trattare le notizie che ha fatto il successo di testate settimanali come L’Espresso. La metà degli anni 70 aveva rappresentato una fase burrascosa per la stampa quotidiana, che registrò infatti un deficit di cento miliardi annui, a causa soprattutto dei rincari della carta. Era stata la crisi più profonda per la stampa italiana nel dopoguerra, il grande crack a cui seguirono pesanti lotte per il controllo dei giornali. Cominciò anche la decadenza di antiche testate incapaci di rinnovarsi, come Il Giornale d’Italia. In seguito, gli introiti pubblicitari sono diventati la principale fonte di finanziamento dei giornali, condizionando inevitabilmente una parte dell’informazione. La risposta alla crisi è stata una serie di innovazioni di prodotto: nuovi formati, nuova grafica, pagine tematiche. Questi cambiamenti coincidono con le trasformazioni del pubblico e un diffuso benessere della società italiana, hanno l’effetto di riaprire lo statico mercato dei quotidiani, che tra il 1977 e il 1984 passarono a 6,2 mln di copie: l’aumento sfiora il 30% e infrange il muro dei cinque milioni di copie al giorno. La settimanalizzazione dei quotidiani è stato il primo passo per la settimanalizzazione della notizia: si tratta di fenomeni differenti anche se complementari. Nel primo caso abbiamo un adeguamento del giornale settimanale alla formula dei settimanali, quindi aumentano le pagine, le illustrazioni, i viaggi, la cucina. Ma non si tratta di una novità, il giornale è sempre stato un contenitore, ospitando accanto agli editoriali e alle notizie una varietà di interventi che si possono collocare fra l’informazione di servizio e la lettura di evasione. Nel secondo caso, abbiamo una dilatazione della notizia, in un duplice senso:
Il sensazionalismo , a differenza della settimanalizzazione, non è una tecnica ma un modo di concepire la notizia: corrisponde all’idea che ogni notizia debba fare sensazione, impressionare il lettore. La notizia clamorosa che si pubblica in esclusiva è il sogno del giornalista. Ma lo scoop è raro: si vendono per scoop notizie che non sono state controllate o che sono state consapevolmente gonfiate. Il giornalista sensazionalista non è preoccupato di dare informazioni, bensì di menare sciabolate. Il suo giornalismo si colloca al polo opposto rispetto a quello anglosassone neutrale e distaccato. La concezione sensazionalistica della notizia si avvale in particolare di due metodi: il primo è l’impiego di una scrittura letteraria o para letteraria, che diventa prevalente rispetto all’informazione. La ragione d’essere di un articolo non sono le informazioni che fornisce ma il modo in cui viene scritto. Sembra di tornare ad un passato in cui i giornalisti erano soprattutto dei grandi giocolieri delle parole, capaci di trasmettere emozioni e passioni, lasciando in secondo piano le notizie. Questo tipo di giornalismo, in cui il reporter si immedesima emotivamente nei fatti che racconta, suscita discussioni all’interno della categoria. Il secondo metodo è la produzione di notizie a mezzo di notizie , o la circolazione autoreferenziale dell’informazione, per cui l’avvenimento da cui ha origine la notizia è un’altra notizia. Nei grandi quotidiani ci sono redattori a cui è assegnato il compito di passare in rassegna una massa dei giornali, stranieri e italiani. Si tratta di considerare notizia il fatto stesso che sia comparsa una certa notizia. Non conta che l’informazione sia di seconda mano, conta invece che possa fare sensazione.
5. La formula omnibus Il giornale moderno è un medium che produce e diffonde notizie ma produce anche comunicazioni, linguaggi, propaganda. I giornali di informazione e opinione costituiscono solo un settore di questa industria e il giornalista è diventato uno dei terminali di un’economia dell’informazione e della comunicazione basata sul gigantismo degli investimenti, della gestione, dei fatturati. In questo complesso universo si sono fatti strada due modelli di giornale quotidiano: il primo è quello del giornale che si sforza di riprodurre la struttura e il linguaggio dell’informazione televisiva. Questo tipo di giornale offre altri due vantaggi rispetto alla televisione: mantiene una sezione di indagine e approfondimento, competitiva con l’informazione fornita dalla concorrenza.
Il secondo modello attacca l’era dell’egemonia televisiva con una concezione del giornale come strumento delle classi colte, valorizzando con le nuove tecnologie elementi antagonisti alla televisione. La prospettiva è quella di un’informazione d’elitè che si contrappone all’informazione di massa televisiva. Comporta soprattutto una rivoluzione dei contenuti: le notizie del giorno, possono anche passare in secondo piano, mentre si privilegiano storie e approfondimenti che esplorano gli angoli bui e offrono ai lettori informazioni esclusive. I due modelli hanno in comune l’idea che inseguire la televisione sul piano delle notizie sia sostanzialmente un errore: il semplice fatto che un telegiornale nazionale possa avere un pubblico superiore a quello di un quotidiano rende la sfida sbilanciata in partenza. L’obiettivo comune è fare del quotidiano uno spazio specializzato all’interno di un sistema globale dell’informazione, che oggi si basa fondamentalmente sulla televisione, ma che registra un costante sviluppo di nuove forme di comunicazione, soprattutto attraverso l’accesso mediante personal computer alle banche dati e alle reti di comunicazione. Quest’obiettivo richiede modifiche dell’organizzazione aziendale, che dovrebbe essere più flessibile rispetto alla tradizionale divisione in servizi dei quotidiani italiani. Ad un livello decisamente inferiore si collocano i popular papers , cioè i giornali popolari, eredi di un’antica tradizione anglosassone. Sono grossolani e spregiudicati, confezionati con stile sensazionalistico e scandalistico, fonti di reddito per i fotografi mondani, estranei a problemi di natura deontologica, stampati generalmente in formato tabloid. Questo tipo di quotidiano non ha mai avuto fortuna in Italia, infatti L’Occhio di Rizzoli è durato poco più di un anno. L’informazione televisiva, invece, si è ben adattata al mezzo televisivo, riscuotendo un certo successo di pubblico, con i programmi televisivi di intrattenimento, a contenuto giornalistico, trasmessi nelle fasce pomeridiane e preserali, spesso diretti e condotti da giornalisti. Sono i casi di Verissimo o La vita in diretta, in cui si mescolano storie di gente comune, interviste a celebrità ecc. La storica assenza dei popular papers dai quotidiani italiani è la ragione per cui quando il mercato si è finalmente riaperto e l’area globale dei lettori è cresciuta, si è assistito ad un unione di stampa quotidiana e informazione popolare, che con i suoi linguaggi, le sue mode, i suoi gusti si è riversata sulle pagine dei grandi giornali, avendo a disposizione un nuovo target in cui si
delle fotografie. Nessun articolo può avere la forza e l’immediatezza di una fotografia che colga l’istante in cui accade un evento o le emozioni che i protagonisti di una vicenda vivono, ma non sono stati i giornali quotidiani a sfruttare l’abilità e la sensibilità dei fotoreporter, bensì le riviste illustrate. La rivoluzione avviene con l’ingresso nelle redazioni dei sistemi informatici, che consentono di confezionare il giornale elettronicamente. Nello stesso periodo, apparivano evidenti due effetti provocati dalla televisione: innanzitutto, la stampa quotidiana non aveva più il monopolio delle notizie, ma l’aveva dovuto cedere alla televisione. In secondo luogo, le nuove generazioni si erano abituate ad un linguaggio che visualizzava comunicazioni e informazioni, mettendo in primo piano l’immagine, significava quindi una sfida tra editori e giornalisti per modernizzare il linguaggio dei quotidiani nel senso di renderlo adatto, sfruttando proprio le nuove tecnologie. Il risultato è stata la messa a punto di forme di rappresentazione delle notizie alternative a quella tradizionale, in cui possiamo individuare quattro modelli: a) la valorizzazione della fotografia b) l’impiego della fotografia come sequenza di immagini che tende a riprodurre il flusso di fotogrammi tipico del linguaggio televisivo, c) l’adozione di testi schematici e sintetici, che sostituiscono l’esposizione classica della notizia, d) la creazione di grafici d’informazione o infographics, che possono esporre i contenuti salienti di un avvenimento in forma visiva. Le modifiche più evidenti e significative della nuova grafica realizzano uno stile che tende ad avere il carattere di un logo, suggerendo e garantendo un’identità di testata. Ma l’elemento più tipico della nuova grafica è il grafico d’informazione o infographic , ovvero una rappresentazione delle notizie in forma grafica. È un’alternativa al tradizionale modello articolo e titolo ed è efficace soprattutto con notizie che implicano una grande quantità di dati.
7. La notizia secondo l’ufficio stampa L’addetto stampa è una figura antica: secondo alcune fonti il primo comunicato stampa fu scritto nel 1906, per conto delle Ferrovie della Pennsylvania. Secondo alcuni, l’ufficio stampa è la struttura di consulenza a disposizione dell’azienda che seleziona, filtra e sintetizza il flusso di informazioni provenienti dall’impresa in funzione delle esigenze dei media. È questa mediazione nell’interpretazione, a costituire la sua vera funzione. L’ufficio stampa lavora sulla notizia attraverso tre formati base: comunicato stampa, conferenza stampa e organizzazione di eventi. 1. Comunicato stampa: è una nota scritta ufficiale, destinata ai media, per rendere pubbliche iniziative, promuovere settori ecc. Le regole a cui si adatta riprendono quelle già note per l’articolo di giornale. La notizia alla base di un comunicato risponde agli stessi criteri della notizia giornalistica, con un problema in più, cioè soddisfare un esplicito interesse di parte. Emerge qui la differenza tra il giornalista che lavora in un ufficio stampa e quello che svolge la professione in un giornale, dovuta al fatto che il comunicato stampa mette in evidenza un dualismo: chi opera in un ufficio stampa da un lato controlla l’informazione che riguarda una certa organizzazione, dall’altro deve venderla ai giornali facendola accettare come notizia. Anche il comunicato stampa, come l’articolo, si pone quindi il problema di parlare con un tipo di lettore, tenendo però conto che non esistono notizie che interessano genericamente un giornale, ma che possono interessare sezioni specifiche del giornale. La redazione del comunicato stampa rispetta la costruzione di un servizio giornalistico e il modello di riferimento più usato è quello dell’agenzia che predilige frasi brevi, lessico concreto, sintassi lineare, cioè uno stile giornalistico all’americana: soggetto, verbo, complemento oggetto e altri complementi. Impiegato nella sua funzione base, l’intero comunicato stampa dovrebbe essere informato e un criterio di brevità, lasciando poi ai giornalisti la decisione sulle scelte tecniche più opportune per la costruzione e la presentazione della notizia. Il comunicato deve inoltre essere diramato nei giorni e nelle ore opportune, deve considerare se la testata prescelta si occupa dii cronaca o di approfondimenti e valutare l’importanza di inviare fotografie, tabelle, grafici ecc.
letteratura, dello spettacolo ecc de Il Corriere e l’inchiesta fra gli afroamericani della Repubblica. Questo diverso sviluppo dell’informazione solo raramente scaturisce da un’esplicita presa di posizione, solitamente la linea politica si forma attraverso una complessa aggregazione di fattori, in cui giocano un ruolo fondamentale la cultura professionale dell’insieme di una redazione, le posizioni tenute da editori e collaboratori ecc. Ogni giornalista, anche giovane, può trovare in questi contesti redazionali la propria occasione, può offrire un contributo e vedere valorizzato il proprio ruolo.