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18/09/ GIACOMO LEOPARDI LA VITA Giacomo Leopardi nacque a fine 700 a Recanati (Marche) da una famiglia ricca e colta. Nonostante ciò, scontra delle rivalità con il padre che lo tratta come un figlio prodigio da sfoggiare e di cui vantarsi; e la madre si dedica solo alla sua vita religiosa senza curarsi del figlio. Per questo motivo Leopardi si ritrova a passare le giornate nella biblioteca messa a disposizione dal padre dove inizierà la sua carriera letteraria. In poco tempo diventa completamente ateo perché mostra indifferenza in quanto si sente costretto a vivere in quel borgo dove si sente in trappola. Leopardi scopre di essere molto affascinato al mondo antico , soprattutto al latino e al greco; in cui trova la fase storica in cui l’uomo era felice. Lui spiega che la natura è una madre benigna che coccola l’essere umano dandogli felicità e tranquillità riprendendo il positivismo filosofico. Durante i suoi anni di vita visita Roma e Firenze, ma non si sente soddisfatto completamente da queste due realtà, l’unica città che lo stimola e lo inspira è Pisa. Nel suo percorso incontra Ranieri e i due si trasferiscono insieme a Napoli dove Leopardi si innamora dei paesaggi e della gente che lo inspirano poeticamente. Qui compone “La Ginestra” che rimarrà abbozzata e non finita perché sarà la sua ultima opera. Giacomo Leopardi si ritrova a vivere un periodo di silenzio poetico durante il quale sviluppa un pensiero di negatività detto pessimismo cosmico secondo il quale la felicità è intrappolata dentro l’uomo. Spiega che il piacere diventa un attimo di tregua momentaneo e la natura diventa un fattore crudele che porta all’infelicità perché ci butta nel mondo reale senza prendersi cura di noi. È detto cosmico perché comprende tutto l’universo ed ogni natura umana. LE OPERE: I CANTI I canti è una raccolta poetica scritta prima e dopo la sua crisi poetica (1824); fu finito e rivisitato da Ranieri prima della pubblicazione alla morte di Leopardi. L’opera è definita come opera lirica , cioè una poesia dove si mette al centro l’interiorità del poeta. Presenta un’organizzazione ben precisa secondo un piano tematico accurato che conduce un filo logico ben pensato. Si tratta di 34 poesie divise in settori:
23/9/ ULTIMO CANTO DI SAFFO (G. Leopardi) Leopardi fa riferimento ad un’opera di Ovidio, (l’Heroides), ovvero una finta raccolta di lettere di donne del mondo antico che parlano del loro amore rivelatosi infelice. Prendendo spunto da questa opera, Leopardi, scrive di Saffo inventandosi che lei sia innamorata di un barcaiolo ma sperimentando un amore impossibile. Questo per parlare della bruttezza (ovviamente inventata) di Saffo che la porterà poi a compiere il tragico gesto del suicidio. Tale estratto, porta il poeta ad identificarsi nella poesia , in quanto nel corso della sua vita non accettava sé stesso visto il suo aspetto esteriore. Con questo Leopardi spiega come la sua bellezza interiore sia confinata in un corpo così brutto. Questa è una delle uniche due poesie in cui dà voce ai suoi pensieri tramite una maschera (un altro personaggio, in questo caso Saffo). Durante la prima parte della poesia, è presente una descrizione paesaggistica di un paesaggio notturno non è più capace di dargli gioia, in quanto abbia già sperimentato tante delusioni; e inoltre anche un’ invocazione alla morte. ULTIMO CANTO DI SAFFO (testo) Placida notte, e verecondo raggio della cadente luna; e tu, che spunti fra la tacita selva in su la rupe, nunzio del giorno; oh dilettose e care, mentre ignote mi fûr l’Erinni e il Fato, sembianze agli occhi miei; giá non arride spettacol molle ai disperati affetti. Noi l’insueto allor gaudio ravviva, quando per l’etra liquido si volve e per li campi trepidanti il flutto polveroso de’ Noti, e quando il carro, grave carro di Giove, a noi sul capo tonando, il tenebroso aere divide. Noi per le balze e le profonde valli natar giova tra’ nembi, e noi la vasta fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto fiume alla dubbia sponda il suono e la vittrice ira dell’onda.
alle amene sembianze, eterno regno die’ nelle genti; e per virili imprese, per dotta lira o canto, virtú non luce in disadorno ammanto. Morremo. Il velo indegno a terra sparto, rifuggirá l’ignudo animo a Dite, e il crudo fallo emenderá del cieco dispensator de’ casi. E tu, cui lungo amore indarno, e lunga fede, e vano d’implacato desio furor mi strinse, vivi felice, se felice in terra visse nato mortal. Me non asperse del soave licor del doglio avaro Giove, poi che perîr gl’inganni e il sogno della mia fanciullezza. Ogni piú lieto giorno di nostra etá primo s’invola. Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l’ombra della gelida morte. Ecco di tante sperate palme e dilettosi errori, il Tartaro m’avanza; e il prode ingegno han la tenaria diva, e l’atra notte, e la silente riva.
23/09/ SAFFO Saffo è una delle poetesse più antiche e appartiene alla poesia lirica occidentale ; nessuna vera opera ci è arrivata, ma solo frammenti presi da altri artisti. Proviene da un’estrazione sociale molto alta e ha vissuto sull’ Isola di Lesbo e per un breve periodo in Sicilia. È anche stata direttrice di un tiaso , cioè una scuola dove si insegnava alle giovani come diventare donne secondo la concezione greca. Nei suoi versi canta spesso il momento in cui deve raccontare a Dio delle sue allieve al momento in cui diventano donne perché lei sa cosa significa. SAFFO (testo) fr. 168b Voigt È tramontata la luna anche le Pleiadi; è mezzanotte, il tempo passa; ma io dormo sola fr.31 Voigt Egli mi pare essere simile agli dèi, quell'uomo che ti siede davanti e da vicino ti ascolta: dolce suona la tua voce e il tuo sorriso accende il desiderio. E questo il cuore mi fa scoppiare in petto: se ti guardo per un istante, non mi esce un solo filo di voce, ma la lingua è spezzata, scorre esile sotto la pelle subito una fiamma, non vedo più con gli occhi, mi rimbombano forte le orecchie, e mi inonda un sudore freddo, un tremito mi scuote tutta, e sono anche più pallida dell'erba, e sento che non è lontana per me la morte.
27/09/ IL CANTO NOTTURNO (G. Leopardi) Il canto notturno è scritto nel pieno del pessimismo cosmico di Leopardi e si tratta di una canzone , quindi un componimento più lungo e libero con versi settenari ed endecasillabi solitamente. Questa canzone racconta di un pastore che vaga di notte per l’ Asia interrogandosi sull’Universo. Leopardi sceglie l’Asia perché in quel periodo, in campo scientifico, si credeva che fosse nato il corpo umano. IL CANTO NOTTURNO (testo) Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna? Sorgi la sera, e vai, contemplando i deserti; indi ti posi. Ancor non sei tu paga di riandare i sempiterni calli? Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga di mirar queste valli? Somiglia alla tua vita la vita del pastore. Sorge in sul primo albore move la greggia oltre pel campo, e vede greggi, fontane ed erbe; poi stanco si riposa in su la sera: altro mai non ispera. Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale? Vecchierel bianco, infermo, mezzo vestito e scalzo, con gravissimo fascio in su le spalle, per montagna e per valle, per sassi acuti, ed alta rena, e fratte, al vento, alla tempesta, e quando avvampa l’ora, e quando poi gela, corre via, corre, anela, varca torrenti e stagni, cade, risorge, e piú e piú s’affretta, senza posa o ristoro, lacero, sanguinoso; infin ch’arriva colá dove la via e dove il tanto affaticar fu vòlto: abisso orrido, immenso, ov’ei precipitando, il tutto obblia. Vergine luna, tale è la vita mortale. Nasce l’uomo a fatica, ed è rischio di morte il nascimento. Prova pena e tormento per prima cosa; e in sul principio stesso la madre e il genitore il prende a consolar dell’esser nato. Poi che crescendo viene, l’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre con atti e con parole
studiasi fargli core, e consolarlo dell’umano stato: altro ufficio piú grato non si fa da parenti alla lor prole. Ma perché dare al sole, perché reggere in vita chi poi di quella consolar convenga? Se la vita è sventura, perché da noi si dura? Intatta luna, tale è lo stato mortale. Ma tu mortal non sei, e forse del mio dir poco ti cale. Pur tu, solinga, eterna peregrina, che sí pensosa sei, tu forse intendi questo viver terreno, il patir nostro, il sospirar, che sia; che sia questo morir, questo supremo scolorar del sembiante, e perir della terra, e venir meno ad ogni usata, amante compagnia. E tu certo comprendi il perché delle cose, e vedi il frutto del mattin, della sera, del tacito, infinito andar del tempo. Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore rida la primavera, a chi giovi l’ardore, e che procacci il verno co’ suoi ghiacci. Mille cose sai tu, mille discopri, che son celate al semplice pastore. Spesso quand’io ti miro star cosí muta in sul deserto piano, che, in suo giro lontano, al ciel confina; ovver con la mia greggia seguirmi viaggiando a mano a mano; e quando miro in cielo arder le stelle; dico fra me pensando: — A che tante facelle? che fa l’aria infinita, e quel profondo infinito seren? che vuol dir questa solitudine immensa? ed io che sono? — Cosí meco ragiono: e della stanza smisurata e superba, e dell’innumerabile famiglia; poi di tanto adoprar, di tanti moti d’ogni celeste, ogni terrena cosa, girando senza posa, per tornar sempre lá donde son mosse; uso alcuno, alcun frutto indovinar non so. Ma tu per certo, giovinetta immortal, conosci il tutto. Questo io conosco e sento, che degli eterni giri, che dell’esser mio frale, qualche bene o contento avrá fors’altri; a me la vita è male. O greggia mia che posi, oh te beata, che la miseria tua, credo, non sai! Quanta invidia ti porto! Non sol perché d’affanno quasi libera vai; ch’ogni stento, ogni danno, ogni estremo timor subito scordi; ma piú perché giammai tedio non provi.
Io, gli studi leggiadri talor lasciando e le sudate carte, ove il tempo mio primo e di me si spendea la miglior parte, d’in su i veroni del paterno ostello porgea gli orecchi al suon della tua voce, ed alla man veloce che percorrea la faticosa tela. Mirava il ciel sereno, le vie dorate e gli orti, e quinci il mar da lungi, e quindi il monte. Lingua mortal non dice quel ch’io sentiva in seno. Che pensieri soavi, che speranze, che cori, o Silvia mia! Quale allor ci apparia la vita umana e il fato! Quando sovviemmi di cotanta speme, un affetto mi preme acerbo e sconsolato, e tornami a doler di mia sventura. O natura, o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor? perché di tanto inganni i figli tuoi? Tu, pria che l’erbe inaridisse il verno, da chiuso morbo combattuta e vinta, perivi, o tenerella. E non vedevi il fior degli anni tuoi; Silvia ricordi ancora quel tempo della tua vita mortale, quando la bellezza risplendeva nei tuoi occhi luminosi e fuggitivi e tu, contenta e pensierosa, varcavi la soglia della giovinezza? Le silenziose stanze e le vie circostanti risuonavano al tuo continuo canto, quando, mentre eri intenta ai lavori femminili, sedevi ed eri contenta del tuo vago futuro, che avevi in testa. Era il profumato mese di maggio e tu eri solita così trascorrere la tua giornata. Io, talora, abbandonando gli studi letterati e i miei quaderni scritti sui quali si consumava la mia vita, dal balcone della casa paterna ascoltavo il tuo canto e il rumore della tua mano veloce che scorreva sul telaio. Guardavo il cielo sereno, le strade indorate dal sole e vedevo di qua il sole e di la le montagne. Nessuna parola potrebbe dire quello che io ho provato dentro di me. Che pensieri piacevoli, che speranze, che sentimenti, o Silvia mia? Come ci sembravano allora, la nostra vita il nostro destino. Quando mi ricordo di quella speranza così grade, un sentimento duro e inconsolabile mi opprime e a me ritorna il desiderio a dolermi della mia infelicità. O natura, o natura perché non dai quello che hai promesso prima? Perché di tanto inganni i figli tuoi? Tu, o Silvia, prima che l'inverno inaridisse l'erba, indebolita e vinta da un male nascosto, non ti molceva il core la dolce lode or delle negre chiome,or degli sguardi innamorati e schivi; né teco le compagne ai dí festivi ragionavan d’amore. Anche pería fra poco la speranza mia dolce: agli anni miei anche negâro i fati la giovanezza. Ahi, come, come passata sei, cara compagna dell’etá mia nova, mia lacrimata speme! questo è quel mondo? questi i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi, onde cotanto ragionammo insieme? questa la sorte dell’umane genti? All’apparir del vero tu, misera, cadesti: e con la mano la fredda morte ed una tomba ignuda mostravi di lontano.
morivi, o fragile creatura, e, mentre le lodi per i tuoi neri capelli o ai tuoi sguardi innamorati e verecondi non ti rallegravano il cuore; ne le tue amiche nei giorni festivi, conversavano d'amore con te tu non vedevi il fiorire dei tuoi anni. (come tu sei morta) Così poco dopo anche la mia dolce speranza moriva: il destino ha negato i miei anni anche la giovinezza hai come sei fuggita in fretta cara compagna della mia giovane età, mia speranza tanto rimpianta. Questo è il mondo tanto sognato? Questi sono i diletti, l'amore, le opere e gli eventi di cui così a lungo ragionammo insieme? Questo è il destino degli uomini? Quando è apparsa la vera e cruda realtà tu misera, sei scomparsa; e con la mano mi indicavi da lontano la fredda morte e una muta tomba. A SE STESSO (G. Leopardi) Or poserai per sempre, stanco mio cor. Perí l’inganno estremo, ch’eterno io mi credei. Perí. Ben sento, in noi di cari inganni, non che la speme, il desiderio è spento. Posa per sempre. Assai palpitasti. Non val cosa nessuna i moti tuoi, né di sospiri è degna la terra. Amaro e noia la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo. T’acqueta omai. Dispera l’ultima volta. Al gener nostro il fato non donò che il morire. Omai disprezza te, la natura, il brutto poter che, ascoso, a comun danno impera, e l’infinita vanitá del tutto.
Leopardi interpreta come una creatura gigantesca bellissima ma crudele. L’uomo, parlando con essa, gli confessa che in quanto uomo aveva dei desideri , cioè di non soffrire e di non arrivare a contendersi con gli uomini. Non potendo realizzare questi desideri, intraprende un viaggio in solitudine, ma anche questo lo colma di noia e di vuoto. Quindi la natura gli spiega che il mondo non è stato realizzato per gli uomini , e perciò lei non si rende conto quando succedono cose belle o brutte nella vita di ciascuno e per questo anche se moriamo, per l’universo non cambia nulla. La natura, inoltre, spiega anche che il dolore serve come insegnamento per vivere la vita ; e l’islandese come ultima domanda chiese chi ha inventato tutto ciò , ma non fa in tempo a ricevere una risposta che un leone lo mangia affinché l’uomo non sappia mai la risposta. LA GINESTRA (G. Leopardi) La ginestra è una canzone di 400 versi divisi in 7 strofe in cui Leopardi osserva la natura rappresentata dal fiore sul Vesuvio (=la ginestra). Durante il corso del racconto, cambiano i toni con cui Leopardi parla passando dal sarcastico, al satirico, dall’ironico al drammatico. In questa opera, ribadisce il concetto che spiega come l’universo non si cura dell’uomo e della sua vita, infatti ci illustra come dobbiamo accettare questa condizione e viverla con dignità. Nonostante ciò, la Ginestra, continua a nascere nello stesso punto anche se fu spazzata via anni prima dall’eruzione del Vesuvio. Leopardi nel corso dell’opera continua a sostenere una similitudine : un frutto cade su un formicaio e uccide tutte le formiche è come il Vesuvio che erutta anni prima e spazza via tutta la popolazione.
Alessandro Manzoni nacque nel 1785 e fu anche un contemporaneo di Leopardi e morì quasi all’età di 90 anni nel 1873. Manzoni nasce nella Lombardia illuminista di fine Settecento e in un’Italia non ancora unita, ma frammentata; e morirà in un mondo completamente nuovo circondato di fama e onori. Molto probabilmente, il poeta nasce come figlio illegittimo, quindi dalla storia extraconiugale che sua madre aveva con Giovanni Verri. IL PERSORSO INTELLETTUALE Dal punto di vista intellettuale, vive in un ambiente molto legato alle nuove idee illuministe e per questo riceve un’educazione abbastanza severa ma con principi di razionalità e libertà illuminista. Successivamente al matrimonio con Enrichetta Blondel, Manzoni esercita una profonda conversione religiosa che condizionerà tutto il suo pensiero; infatti cercherà per tutta la sua vita un collegamento tra il pensiero degli ideali illuministi e il Cattolicesimo giansenista. Quest’ultimo, costituiva la visione religiosa basata sull’dea che ogni essere umano sia predestinato o non predestinato ad essere salvato da Dio. Manzoni inoltre trova anche la sua strada letteraria in quanto rinnova molti generi letterati fino ad arrivare al suo massimo splendore con la sua opera più famosa: I Promessi Sposi. Ad affiancare la scrittura di questa opera, troviamo Leopardi intento a produrre le Operette Morali. LE OPERE: Le prime poesie scritte da Manzoni furono create con il fine di trovare la propria strada letteraria e per questo si tratta di componimenti accademici che non interessano nemmeno all’autore. I primi componimenti poetici sono gli Inni Sacri (contenenti anche La Pentecoste ), ovvero una raccolta di cinque componimenti di tema religioso ai quali Manzoni dedica dieci anni ma che lascia incompleti. Negli stessi anni scrive anche due opere poetiche fondamentali nella vita del poeta: due odi civili e due tragedie. Sono componimenti di un certo valore personale per l’autore, in quanto il fulcro del suo pensiero farà riferimento ad avvenimenti storici. Il suo interesse alla storia nasce mentre compone Il Conte di Carmagnola e l’ Adelchi (nelle tragedie); in cui spiega come anni prima Vittorio Alfieri riportò alla luce questo antico genere che in Italia era andato perso; per questo Manzoni pensa che passare per il teatro servisse ad arrivare ad un pubblico più ampio e ad utilizzarlo come mezzo di pubblicità. Nonostante questo, la lingua che utilizza per le sue opere teatrali, non gli permette la diffusione in tutta la popolazione in quanto non fosse compresa da tutti. Tuttavia, dal punto di vista dei personaggi, Manzoni si distacca da Alfieri non facendo riferimento solo a personaggi mitologici o biblici ma trattando la storia nazionale del suo paese. Le sue sono infatti tragedie di tema storico come ad esempio Il Conte di Carmagnola che racconta dello scontro tra Milano e Venezia del 1427. Il protagonista è Francesco Bussone, un valoroso condottiero che dopo aver prestato servizio del il duca di Milano ed averne sposato una parente (Antonietta Visconti) cadde in disgrazia di quel signore e passò al servizio della Repubblica di Venezia che gli affida il comando della guerra contro il ducato di Milano. Carmagnola sconfigge i milanesi nel 1427 ma il suo comportamento indeciso lo fa accusare di tradimento e successivamente sarà condannato a morte. Durante questo periodo, in Italia era presente una forte polemica riguardo le tre unità aristoteliche di tempo , luogo e spazio per il teatro; per questo Manzoni non vorrà seguirle ma seguirà il modello antico del teatro mettendo in atto anche il coro con un personaggio collettivo, utilizzando la sua voce, che commenta ciò che succede nella scena. L’ Adelchi è suddiviso in cinque atti scritti in versi dove compaiono due cori che costituiscono la voce del poeta. Con la produzione delle tragedie Manzoni offre la sua visione pessimista della
Inoltre, offre la sua visione di Dio e della religione che sono due fattori che influenzano molto la storia. Un problema che sorge in Manzoni componendo I Promessi Sposi, è di nuovo la scelta della lingua ed è proprio per questo che il poeta scrive l’opera per ben tre volte; finendo per scegliere il toscano come mezzo per arrivare meglio ad un pubblico più ampio. La storia è ambientata nel Seicento quando la Lombardia era sotto il dominio spagnolo e per essere sicuro di non essere censurato dall’Austria, egli finge di aver trovato un antico manoscritto e di averlo tradotto in italiano. La parte che ha colpito di più il pubblico durante la lettura, è la realizzazione veritiera dei personaggi che sono psicologicamente perfetti, specialmente quelli secondari. Manzoni inoltre utilizza i personaggi per rappresentare ogni tipo di essere umano presente sulla Terra, i più interessanti per il pubblico sono sicuramente:
Dopo Manzoni la prosa in Italia è molto legata ad un filone storico, quindi gli autori di questa epoca fanno riferimento alla storia italiana d’Europa perché sono due valori importanti che si vogliono insegnare e applicare nella letteratura del tempo. Si aspira inoltre ad un’Italia unita e libera e per questo si diffondono due generi principali:
Ne I Malavoglia, Verga spiega la sua visione sacra dei legami familiari , difatti i protagonisti della storia sono i membri di una famiglia. In quest’opera l’obbiettivo del poeta è quello di offrire uno studio sincero e spassionato (onesto e neutrale) di un villaggio di pescatori. Verga mette al centro una famiglia comandata dal più vecchio chiamato Padron Ntoni tenendo di conto anche la storia globale da mettere sullo sfondo delle vicende in maniera evasiva dato che è presente nelle vite di tutti. Padron Ntoni si indebita a seguito di una mancata consegna di un carico di lupini perché la barca su cui venivano trasportati affonda e qui ha inizio una serie di sventure e verrà messa a repentaglio anche la loro casa di famiglia per pagare il debito. Nel mentre il figlio è partito per andare a fare la leva militare a Napoli e la figlia doveva sposarsi con un ricco del paese ma diventerà zitella. Tutto questo susseguirsi di eventi sfortunati si scoprono grazie alle voci di paese. A questo punto si crea un contrasto tra il nonno (Padron Ntoni) e il nipote ( Ntoni ) perché il vecchio vuole ripagare tutti i suoi debiti e resta fermo alla sua vita di paesano; mente il giovane mira a far aprire gli occhi al nonno sulla situazione per mostrargli che c’è altro fuori anche se resta comunque un emarginato ovunque vada. Oltre a tutte queste vicende sfortunate, la storia presenta anche un accenno di bontà e di speranza in quanto il figlio minore è riuscito a riscattare la casa del Nespolo (casa di famiglia venduta dopo il naufragio). Il romanzo si conclude quando Ntoni, uscito di prigione, va a trovare il fratello e la sorella nella casa di famiglia, ma nonostante le implorazioni del fratello non vuole restare a vivere con loro perché non sostiene di non possedere più un’identità. MASTRO DON GESUALDO Il protagonista “ Don Gesualdo ” è un muratore e il nome con cui viene raccontato non è l’originale ma un nome che veniva attribuito ai borghesi ; quindi questi due dettagli sono una contraddizione. L’uomo desiderava di essere ricco e benestante ma dai suoi compaesani viene visto con disprezzo perché prima era uno di loro, ma contemporaneamente è considerato allo stesso modo anche dai borghesi perché non appartiene al loro mondo. Questo fenomeni fa riferimento ed è collegato alla conclusione della storia de I Malavoglia; quindi Don Gesualdo è paragonato a Ntoni.
In Italia un metodo rivoluzionario di fare poesia era applicato dagli Scapigliati , ovvero coloro che volevano stupire il pubblico con tematiche provocatorie utilizzando un linguaggio complesso. Questo genere cerca di creare il nuovo ma banalizzando quello che già facevano i francesi ottenendo scarsi risultati. Uno dei massimi esponenti di letteratura italiana di questo periodo è Giosuè Carducci , che fu il promotore di un tentativo di unione tra avanguardia e passato (classicità); e difatti conosce molto bene la poesia latina e greca. Secondo il pensiero di Carducci modificare e riprendere i valori, i fatti e le vicende del passato era una sfaccettatura del moderno e significava leggere la storia in maniera laica e più umana. Con la poesia di Carducci quindi, si mischiano il cantare la storia (contemporanea e medievale), il parlare della propria zona : la maremma e Bolgheri e il ripensare nostalgicamente al mondo classico. Questa ricerca del mondo antico la applica anche nella scrittura e per ricreare un mondo ormai perso sperimenta la metrica da lui chiamata Barbara perché appartenente ad un mondo estraneo. Si trattava di recuperare una metrica classica che nelle opere moderne non si utilizza più, cioè si intende l’alternanza delle sillabe brevi e lunghe. Carducci ha il desiderio di trovare degli espedienti per ricreare una distribuzione degli accenti così lontani dal mondo odierno. Leggendo le sue opere si nota che il poeta crea anche versi più lunghi mischiando insieme alcuni metri tipici della sua lingua (come quinari e settenari) con versi composti da un maggiore numero di accenti e sillabe e inoltre rinuncia all’utilizzo delle rime. Questo schema è utilizzato nelle “Odi Barbare”. LE OPERE Le raccolte di poesie principali di Carducci sono: le Odi Barbare e Rime Nuove. Nel secondo caso il poeta ha impiegato più di vent’anni per scriverle e in una delle poesie di questa raccolta offre la sua visione su momenti e personaggi cruciali della storia. In un’altra opera tratta temi più personali e privati dove affronta la rabbia dell’uomo contro le ingiustizie della vita e il tentativo fallito di recuperare il passato. Nella poesia “ Davanti a San Guido ” Carducci racconta il suo viaggio in treno da Civitavecchia a Livorno rivivendo tutti i luoghi della sua infanzia. Durante il viaggio vede il mare di San Vincenzo e si personifica nei cipressi di Bolgheri. Quando parla della natura che canta e che si sente circondato dalle creature divine fa riferimento alla letteratura classica (gli Idilli). Nella poesia il nome Titti fa riferimento al soprannome della prima figlia (=Libertà). Nel testo tratta anche una polemica orgogliosa sulla poetica di Manzoni dicendo che il suo toscano non è quello vero e originale come il suo tramandato dalla nonna Lucia (riferimento agli affetti familiari) e non come quello di Renzo e Lucia.