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Tipologia: Dispense
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LA NATURA BENIGNA : Al centro del pensiero di Leopardi si pone l’infelicità dell’uomo. Influenzato dalle teorie materialistiche e sensistiche del‘ 700 , identifica la felicità con il piacere sensibile e materiale. Ma l’uomo aspira a un piacere infinito e siccome nessuno dei piaceri particolari goduti dall’uomo può soddisfare questa esigenza, nasce in lui un senso di insoddisfazione perpetua e l’infelicità. In questa fase la natura è concepita come una madre benigna, attenta al bene delle sue creature, che ha offerto all’uomo un rimedio: l’immaginazione e le illusioni. Per questo gli uomini primitivi e gli antichi Greci e Romani, più vicini alla natura, erano felici, perché erano in grado di immaginare e di illudersi e ignoravano la loro reale infelicità. Al contrario, il progresso, opera della ragione, ha allontanato l’uomo da quella condizione e gli ha mostrato il «vero», rendendolo infelice. PESSIMISMO STORICO : Leopardi critica aspramente la civiltà dei suoi anni, gravata dalla politica repressiva della Restaurazione e dominata dall’inerzia e dal tedio. Ciò vale soprattutto per l’Italia, decaduta dalla grandezza del passato. Di qui scaturisce la tematica civile e patriottica che caratterizza le prime canzoni leopardiane. Nel contempo, mostra anche un atteggiamento titanico: si erge come unico depositario della virtù antica per sfidare il fato che ha condannato l’Italia ad una condizione così infima. Questo prima fase del pensiero di Leopardi è stato definito pessimismo storico: il presente è frutto di un processo storico di decadenza e di allontanamento progressivo da una condizione originaria di felicità. LA NATURA MALVAGIA : In questa fase, Leopardi concepisce la natura come un meccanismo cieco, indifferente alle sorti delle creature. Meccanismo anche crudele, perché per consentire la conservazione del mondo, concepisce la sofferenza degli esseri e la loro distruzione. Pertanto. È una concezione non più finalistica (la natura che opera consapevolmente per un fine, il bene delle sue creature), ma meccanicistica e materialistica (tutta la realtà non è che materia, regolata da leggi meccaniche). L’infelicità non è più colpa dell’uomo, ma solo della natura. L’uomo è vittima innocente della crudeltà della natura. Filosoficamente la natura è rappresentata come meccanismo inconsapevole, miticamente e poeticamente è rappresentata come una sorta di divinità malvagia. È cambiato anche il senso dell’infelicità umana: prima, in termini sensistici, era intesa come assenza di piacere; ora, materialisticamente, è determinata soprattutto da mali esterni, quali malattie, cataclismi, vecchiaia, morte. PESSIMISMO COSMICO : Se la causa dell’infelicità dell’uomo è la natura stessa, tutti gli uomini, in ogni tempo, in ogni luogo, sotto ogni forma di governo, in ogni tipo di società sono infelici; anche gli antichi, pur essendo capaci di illudersi, erano vittime di mali esterni. In un primo momento, Leopardi assume un atteggiamento distaccato e rassegnato, per cui il suo ideale non è più l’eroe antico, ma il saggio antico, soprattutto quello stoico, la cui caratteristica è l’atarassia , il distacco imperturbabile dalla vita. Successivamente tornerà l’atteggiamento di protesta, di lotta titanica. Fino ad arrivare alla Ginestra, uno degli ultimi componimenti, in cui l’invito a farsi scudo l’un l’altro contro il dolore connaturato alla razza umana si basa sulla consapevolezza di far parte tutti, indistintamente, di una “aspra sorte” e di potersi proteggere da essa solo con la collaborazione reciproca, senza spinte individualistiche. POETICA : Se l’uomo non può raggiungere il piacere infinito, può figurarsi piaceri infiniti tramite immaginazione. Ciò che stimola l'immaginazione a costruire una realtà parallela, in cui l'uomo trovo appagamento al suo bisogno di infinito, è tutto ciò che è «vago e indefinito». Nello Zibaldone passa in rassegna tutti gli aspetti della realtà sensibile che possiedono questa forza suggestiva:
Romanticismo Italiano: Leopardi, tra le varie forme poetiche, predilige la lirica, perché espressione immediata dell'io, della soggettività e dei sentimenti. Perciò si contrappone al romanticismo lombardo, che tende a una letteratura oggettiva, realistica, animata da intenti civili, morali, pedagogici, intesa all'utilità sociale. Romanticismo Europeo: Punti di contatto:Tensione verso l'infinito. Esaltazione dell'io e della soggettivita. Titanismo. Importanza data al sentimento. Scelta del mondo dell'immaginazione contrapposto a quello della realtà. Amore per il «vago e indefinito». Culto della fanciullezza e del primitivo. Senso tormentato del dolore cosmico. Le opere: La produzione letteraria di Leopardi comprende opere poetiche, raccolte nei Canti (con questo titolo il poeta allude ad una poesia vicina all’indefinita fluidità della musica, che nasce dalla soggettività dell’autore; nel contempo raccoglie generi poetici diversi e componimenti dalla forma più libera non rispondente a regole prestabilite), e opere in prosa, le Operette morali. Dei Canti fanno parte quattro gruppi di poesie:
Naturalismo : Il Naturalismo afferma che uno scrittore deve raccogliere “documenti umani” e poi trascriverli nelle sue pagine con l’impersonalità e la freddezza di uno scienziato. Émile Zola è tra i rappresentanti del Naturalismo. Zola, così sintetizza, nel Romanzo sperimentale, i principi fondamentali del Naturalismo: L’opera letteraria deve riprodurre l’esperienza vissuta e quindi l’autore, come uno scienziato, deve fare ricorso all’esperienza diretta; Lo scrittore deve tener conto delle leggi scientifiche che regolano la vita e la società, prima di tutto la legge dell’ereditarietà e quella del condizionamento ambientale: tutte le azioni umane, infatti, derivano dall’ereditarietà, dall’ambiente in cui gli uomini vivono e da un complesso di fattori anche psicologici di cui ogni uomo è prigioniero; La pagina deve essere scritta come un documento oggettivo e non deve mai lasciar trasparire l’opinione o il giudizio soggettivo dell’autore: anzi, chi narra, deve esporre i fatti in modo freddo e distaccato, come un fotografo che riproduce la realtà come è o come uno scienziato che redige una relazione scientifica (principio dell’»impersonalità»). Lo stesso Zola, inoltre, definisce il Naturalismo come un “ritorno alla natura”, cioè alla realtà, dopo il predominio dell’idea e dell’idealità nell’età romantica. Tuttavia, dietro la pretesa di neutralità, nei romanzi di Zola emerge sempre un giudizio implicito, che riflette il suo punto di vista e il suo codice morale. Sebbene il suo metodo di naturalismo si proponga di essere oggettivo e «sperimentale», Zola non è mai veramente imparziale, ma usa il romanzo come strumento per denunciare le ingiustizie sociali e migliorare la società. Il narratore di Zola, anche quando tenta di riprodurre il gergo, spesso usa un linguaggio colto, che rivela il giudizio dell’autore borghese. Verismo : Nel secondo Ottocento il movimento letterario prevalente nella narrativa italiana è il Verismo. I maggiori narratori veristi sono i siciliani Luigi Capuana ( 1839 - 1915 ), Giovanni Verga ( 1840 - 1922 ) e Federico De Roberto ( 1861 - 1927 ). II Verismo nasce a partire dalle riflessioni di Capuana e Verga sollecitate dall'uscita dell'Ammazzatoio (Lassommoir) di Zola e si sviluppa fra il 1878 e il 1890. Gli autori veristi si distinguono dai naturalisti francesi per i seguenti punti: rifiutano l'adozione di un metodo rigorosamente scientifico a favore di una maggiore libertà creatrice; rifuggono posizioni politiche marcate e antagoniste, poiché il reale che fotografano è immodificabile; rappresentano soprattutto le campagne e i contadini; ricorrono a una voce narrante popolare, che si esprime in forme che mimano il parlato e si concedono spesso al dialetto. Elementi di continuità sono una narrativa di impianto realistico che ritiene l'ambiente sociale determinante per le sorti dell'individuo; l'importanza dell'ereditarietà familiare; il ricorso a un narratore impersonale. VERGA La poetica di Verga si fonda sul principio dell’“impersonalità”: lo scrittore non deve intervenire direttamente nella narrazione con giudizi o commenti, ma deve lasciare che i fatti parlino da soli. Secondo Verga, l’autore deve “eclissarsi”, cioè nascondersi dietro i personaggi e il racconto. Per questo utilizza spesso il punto di vista dei personaggi popolari e un linguaggio vicino al parlato. La sua narrativa vuole rappresentare la realtà in modo oggettivo e concreto, mostrando le condizioni di vita delle classi umili e i meccanismi sociali che determinano il destino degli individui. Alla base dell’ideologia di Verga vi è una visione pessimistica della vita. Gli uomini sono dominati dalla lotta per la sopravvivenza e dal desiderio di migliorare la propria condizione economica e sociale. Chi cerca di uscire dal proprio ambiente è destinato alla sconfitta: questo principio è definito “ideale dell’ostrica”. Come le ostriche restano attaccate allo scoglio per sopravvivere, così gli uomini dovrebbero restare legati alla famiglia, alle tradizioni e al proprio ambiente sociale. Il progresso economico e sociale non porta felicità, ma genera egoismo, conflitti e sofferenza. Il Verismo italiano di Verga presenta alcune somiglianze con il Naturalismo francese di Émile Zola. Entrambi vogliono rappresentare la realtà in modo scientifico e oggettivo, concentrandosi soprattutto sulle classi popolari e sui problemi sociali. Tuttavia esistono importanti differenze: Zola crede che la letteratura possa contribuire a migliorare la società; Verga invece ha una visione pessimistica e non pensa che la realtà possa cambiare; il Naturalismo francese studia soprattutto l’ambiente urbano e industriale; il Verismo verghiano si concentra sul mondo rurale siciliano; Zola interviene spesso con giudizi e spiegazioni, mentre Verga applica il principio dell’impersonalità. Rosso Malpelo : Nel 1878 Verga pubblica il racconto che presenta un nuovo modo di narrare: Rosso Malpelo, la storia di un ragazzino sfruttato in miniera, che vive di stenti e subisce continui soprusi. In particolare colpisce la modalità di rappresentazione, condotta all'insegna dell' impersonalità, e l'uso della lingua, che rimanda al parlato siciliano. Nel racconto, Verga costruisce un sistema in base al quale l'autore «si eclissa e sparisce» dalla sua opera. La storia viene raccontata da un narratore popolare, che non è identificabile con nessun personaggio, ma che fa parte della comunità. Il narratore non giudica mai le azioni del suoi personaggi, ma si limita solo a descriverle. E l'impersonalità verghiana. Con Rosso Malpelo si compie anche la rivoluzione linguistica di Verga: l'autore inventa una lingua che somiglia al siciliano, ma è costruita in modo tale da essere comprensibile anche a tutti i lettori. Verga inserisce modi di dire e proverbi, forme tipiche del parlato e, per fare in modo che il narratore si eclissi e scompaia,
ricorre al discorso indiretto libero: ossia al discorso indiretto con la soppressione dei verba dicendi, ovvero «disse che», «pensò che», ecc. In questo modo la voce del narratore si fonde con quella dei personaggi. Vita dei campi : Dopo Rosso Malpelo ( 1878 ), Verga scrive nel 1879 e nel 1880 altre novelle ambientate in Sicilia, che hanno come protagonisti giovani che vivono in condizioni disagiate, e costretti a una strenua lotta per la sopravvivenza. Questi testi vengono poi riuniti nella prima raccolta novellistica di impianto verista: Vita dei campi, pubblicata da Treves nel 1880. Nella raccolta, l'ideologia imperante è quella economica e utilitaristica e il mondo viene rappresentato secondo il punto di vista della comunità (narratore e comunità coincidono), senza possibilità di cambiamento. Al fondo della poetica verghiana di Vita dei campi risiede dunque un radicale pessimismo. I Malavoglia : Nel settembre del 1875 Verga comunica all'editore Treves che sta lavorando a un «bozzetto marinaresco» dal titolo Padron 'Ntoni. È il germe di quello che poi sarà il romanzo I Malavoglia, al quale l'autore lavora dalla primavera del 1878 al luglio del 1880. Il romanzo viene pubblicato nel 1881. In realtà / Malavoglia si inserisce all'interno di un più ampio progetto, non portato a termine da Verga. L'autore infatti immagina di scrivere un ciclo di romanzi, in cui descrivere tutte le classi sociali partendo dalla più bassa per arrivare a quella più elevata. Il titolo prescelto era inizialmente La marea, poi sostituito con I Vinti. I Malavoglia è formato da quindici capitoli. La vicenda si svolge fra il 1863 (ma l'azione comincia solo nel 1865 ) e il 1877 o 1878. Il romanzo è tutto imperniato sulla storia di una famiglia di pescatori siciliani, i Toscano (chiamati in paese "Malavoglia"), e sulle conseguenze che in essa provoca la «fiumana del progresso». Aver cercato di uscire dalla propria condizione - per raggiungerne una nuova, superiore e migliore - è un peccato che viene inevitabilmente punito dalla sorte. È in questa dinamica che prende corpo l'avversione di Verga a ogni forma di progresso e progressismo. Tutto il romanzo, dunque, si risolve in una contrapposizione tra tradizione e modernità, tra ancoraggio al passato e spinta verso il nuovo, stasi e movimento. Novelle rusticane : Nel 1883 Verga pubblica Novelle Rusticane: è l'inizio di una nuova stagione del Verismo verghiano. Nelle nuove novelle nessun personaggio si contraddistingue per slanci ideali ed emotivi e tutto il mondo narrativo è completamente dominato dalla logica economica. I protagonisti, sia umili che benestanti, sono dominati dalla febbre della "roba", ossia dall'irrazionale desiderio di conquistare oggetti, terre, soldi che migliorino la propria condizione. È questa l'unica religione di vita da seguire. L'esempio massimo di personaggio divorato dalla bramosia, dall'avarizia e dall'ansia di conquista materiale è Mazzarò, il protagonista de La roba. Mastro-don Gesualdo : Nel Mastro-don Gesualdo, pubblicato nel 1889 dall'editore Treves, Verga resta fedele al metodo dell'impersonalità, adottato già nei Malavoglia, ma lo adegua a una materia diversa. II mondo descritto, infatti, è quello moderno della borghesia in ascesa e le classi sociali rappresentate vanno dai contadini all'aristocrazia siciliana. La storia della vita di Gesualdo si colloca nella provincia di Catania (probabilmente Vizzini) e si distende dalla rivolta carbonara del 1820 , che Verga erroneamente colloca nel 1821 , alla fine del 1848 , inizio 1849 , dopo la rivoluzione di gennaio. Verga racconta una storia non comune: quella di un muratore, Gesualdo, che a differenza di quasi tutti, si fa strada nel mondo: costruisce un piccolo impero finanziario e arriva persino a organizzare il matrimonio della figlia con un duca. Ma sarà proprio questo a segnare l'inizio della sua decadenza e la sconfitta finale. CARDUCCI La sua opera giovanile è permeata dagli ideali patriottici risorgimentali. All’indomani dell’unificazione italiana, il compromesso monarchico e l’affermazione della Destra storica provocano in lui una profonda delusione, come si evince dalla sua produzione poetica, in cui polemizza non solo nei confronti della classe politica, ma anche della società italiana, giudicata priva di tensione eroica. Attacca duramente anche la Chiesa, accusata di essere reazionaria e portatrice di una mentalità oscurantista ormai sconfitta dalla Ragione e dalla Scienza. Tale fiducia nel progresso scientifico colloca Carducci nell’area del Positivismo, l’ideologia dominante della borghesia, anche se il poeta esalta il popolo come forza motrice della storia e come depositario delle grandi virtù civili. A partire dagli anni Settanta Carducci assume posizioni più moderate, avvicinandosi alla monarchia e alla Chiesa, e il suo patriottismo populista si evolve in nazionalismo dai contorni reazionari e colonialisti. Carducci diventa il poeta ufficiale dell’Italia umbertina, «Vate» dei suoi valori e dei suoi miti. Negli anni giovanili contesta il Romanticismo sentimentale e cristiano, ritenendolo espressione di una cultura della debolezza e della rassegnazione. E insieme ad altri intellettuali dà vita al gruppo degli «Amici pedanti» in difesa della tradizione classica. Egli affida alla poesia il compito di ispirare ideali sani e virili, mirando alla restaurazione di un discorso poetico «alto» e disdegnando i generi popolari prediletti dai romantici, come il romanzo. Le opere della maturità sono caratterizzate dall’affievolirsi dell’impeto polemico e dell’impegno civile: subentrano il ripiegamento intimo, l’analisi di sentimenti di angoscia e inquietudine esistenziale, la
della campagna si avverte sempre la fragilità della vita e il mistero dell’esistenza. Lo stile è più narrativo rispetto a Myricae , ma conserva la grande attenzione ai simboli e alla musicalità delle parole. Canti di Castelvecchio: I Canti di Castelvecchio sono considerati una continuazione di Myricae. Il titolo richiama Castelvecchio di Barga, il luogo in Toscana dove Pascoli vive con le sorelle. Anche qui ritornano i temi della natura, degli affetti familiari e del ricordo dei morti. In questa raccolta il tono è però più intimo e malinconico. Pascoli riflette sul passare del tempo, sulla morte e sul bisogno di trovare rifugio nel “nido familiare”, cioè nella famiglia vista come unico luogo sicuro contro le sofferenze del mondo esterno. La natura assume spesso un significato simbolico: il canto degli uccelli, il vento, la notte o le stelle esprimono stati d’animo profondi. Alcune poesie famose, come “Il gelsomino notturno”, affrontano anche il tema dell’amore e della vita adulta, ma sempre con pudore e inquietudine. Lo stile è molto musicale e ricco di immagini evocative. Nei Canti di Castelvecchio Pascoli raggiunge una poesia più matura e intensa, capace di trasformare esperienze personali in emozioni universali. D’ANNUNZIO D’Annunzio è insieme con il Pascoli il poeta più rappresentativo del Decadentismo italiano. Ma essi, pur essendo quasi contemporanei e pur muovendosi nell’ambito del Decadentismo, sono poeti molto differenti. Il Decadentismo del Pascoli fu più istintivo che consapevole, ciò deriva dal fatto che il poeta non aderì mai formalmente a un manifesto programmatico europeo (come fecero i simbolisti francesi), ma arrivò alle stesse conclusioni attraverso una sensibilità psicologica profonda e quasi involontaria. Il Decadentismo del D’Annunzio fu, invece, frutto di scelte precise, operate nell’ambito delle più svariate tendenze del Decadentismo europeo, assimilandone le tendenze più appariscenti e superficiali quali: l’estetismo si basa sull’idea che "bisogna fare della propria vita un'opera d'arte" (come Andrea Sperelli ne Il Piacere). È una ricerca di bellezza esteriore, lusso e raffinatezza che spesso maschera un vuoto interiore; il superomismo: concetto ripreso dall’Oltreuomo di Nietzsche, che D’Annunzio lo svuotò della sua complessità filosofica e lo trasformò in un diritto all'affermazione di sé, del piacere e del dominio sulle masse. il panismo (termine che deriva dal nome del dio greco Pan, divinità dei boschi e della natura selvaggia, che rappresenta la totalità del mondo naturale) non è una riflessione filosofica astratta, ma un’esperienza sensoriale e fisica. È il momento in cui l’uomo "eccezionale" (il Superuomo) espande la propria vitalità fino a confondersi con gli elementi naturali. Pertanto, D'Annunzio recupera il mito di Pan per contrastare il grigiore della vita moderna e borghese. Il panismo è la sua risposta alla "morte di Dio" proclamata da Nietzsche: se non c'è più un Dio trascendente, la divinità va cercata nella forza generatrice della Terra. il vitalismo è l'esaltazione della vita intesa come pura forza biologica, istinto e azione, al di sopra di ogni norma morale o razionale. Le radici sono di Nietzsche e la "Volontà di Potenza". D’Annunzio adatta (e in parte semplifica) il pensiero del filosofo Friedrich Nietzsche. Da qui trae l'idea che l'uomo non debba essere schiavo della pietà o della logica, ma debba assecondare il proprio slancio vitale: Rifiuto della mediocrità: Il vitalista disprezza la vita borghese, fatta di abitudini e prudenza. La vita come opera d'arte: Ogni gesto, anche il più violento o sensuale, è giustificato se serve a rendere la vita più "alta" e intensa. Il vitalismo e il panismo sono due facce della stessa medaglia: Il Vitalismo è l'impulso interno dell'io che vuole "esplodere". Il Panismo è l'approdo esterno, dove l'io si confonde con l'energia vitale dell'universo. Insieme, formano quella "ebbrezza" tipica delle liriche di Alcyone, dove il poeta si sente un dio, perché sente scorrere in sé la linfa stessa del mondo. l’ulissismo (inteso però in senso dinamico, attivistico, come ricerca di esperienze sempre nuove ed eccezionali) rappresenta l'uomo che non si accontenta di contemplare la bellezza, ma vuole conquistarla attraverso l'azione violenta, il viaggio e la sfida alle leggi del mondo borghese. l'Ulisse di D'Annunzio non è quello di Omero (che vuole tornare a casa), né quello di Dante (che pecca di superbia), ma è l’incarnazione del Superuomo che non conosce limiti e che vede nel rischio l'unico modo per dare senso all'esistenza. Pertanto, si può affermare che D’annunzio del Decadentismo ignorò il misticismo gnoseologico (ossia la concezione della poesia come strumento di conoscenza del mondo ultrasensibile) e il dramma della solitudine umana e dell’angoscia esistenziale. Il rifiuto del misticismo gnoseologico. Per i simbolisti francesi (come Baudelaire) e per Pascoli, la poesia è un "sacro mistero". Il poeta è un veggente che, attraverso l'intuizione, coglie i legami invisibili della realtà. D'Annunzio e la realtà: Per lui, la parola non serve a svelare un "aldilà" o una verità metafisica. La parola serve a possedere la realtà sensibile. Sensualismo vs Metafisica: Se Pascoli vede in un fiore un simbolo di morte o un messaggio dell'ignoto, D'Annunzio ne
loda il profumo, il colore, la forma rara. La sua "conoscenza" passa esclusivamente attraverso i cinque sensi. La parola come ornamento: La sua poesia è un atto di dominio. Egli non interroga il mistero; egli "nomina" le cose con termini preziosi per sottometterle alla sua sensibilità estetica. L'assenza del dramma della solitudine e dell'angoscia. Il Decadentismo è tipicamente l'epoca dell'angoscia esistenziale (si pensi al "Spleen" di Baudelaire o all'inettitudine di Svevo). D'Annunzio, invece, trasforma la solitudine in isolamento aristocratico. Dalla depressione all'esaltazione: Laddove altri poeti provano un senso di smarrimento di fronte al crollo delle certezze dell'Ottocento, D'Annunzio risponde con il vitalismo. Il vuoto esistenziale viene riempito da una continua ricerca di sensazioni forti. Il Superuomo come antidoto: Il personaggio dannunziano (come Andrea Sperelli o Claudio Cantelmo) non soffre di solitudine perché si sente "superiore". La sua non è la solitudine dell'emarginato, ma quella del leader, del genio che disprezza la massa. Spettacolarizzazione del dolore: Anche quando D'Annunzio parla di stanchezza o di "sfacelo" (come in alcune parti del Piacere), lo fa sempre con un compiacimento estetico che priva il dolore della sua autentica tragicità esistenziale. Il dolore è un altro oggetto "bello" da collezionare. Ciò nonostante, egli seppe creare un proprio stile di vita e di arte che va sotto il nome di dannunzianesimo. Sintetizzando gli aspetti più significativi del Decadentismo dannunziano sono:
dall'invasione di macchinari, il cui scopo è quello di rendere più facile e agevole la vita dell'uomo. In realtà, sostiene Pirandello, se è vero che le macchine semplificano molti passaggi della vita umana, è anche vero che le impongono dei ritmi frenetici, dai quali non è possibile derogare. Paradossalmente, dunque, anziché dare la libertà, le macchine creano nuove forme di prigioneria che rendono gli uomini degli automi. I romanzi: Pirandello scrive i suoi primi romanzi, L'esclusa e Il turno , alla fine dell'Ottocento sotto l'influenza del Verismo. Il romanzo della svolta è Il fu Mattia Pascal ( 1904 ): l'autore applica al romanzo la poetica dell'umorismo e fa comparire i temi fondamentali dell'arte pirandelliana (il "doppio", il problema dell'identità, la critica al moderno e alla civiltà delle macchine). Dopo Il fu Mattia Pascal, Pirandello scrive Suo marito ( 1910 ), I vecchi e i giovani ( 1913 ) romanzo fortemente influenzato da Viceré di De Roberto e Si gira... ( 1915 , rielaborato e pubblicato nel 1925 con il titolo Quaderni di Serafino Gubbio operatore) in cui il protagonista è un nuovo intellettuale "senza qualità" che rinuncia a svolgere un ruolo ideologico propositivo, degradato alla pura mansione tecnica e ridotto a «un silenzio di cosa». Contemporaneamente Pirandello lavorava a Uno, nessuno e centomila, iniziato nel 1909 e pubblicato solo nel 1925 - 26. Il protagonista Vitangelo Moscarda ha molti punti di contatto con Mattia Pascal ma, diversamente da quest'ultimo, si fa protagonista attivo e cosciente della propria liberazione e scopre la vita nel rifiuto della forma e nell'adesione all'istinto naturale: la natura si trasforma così in «mito». Per questo la parte finale del romanzo segna una svolta nell'arte pirandelliana: entra in crisi la poetica dell'umorismo e comincia, dopo il 1925 , la stagione dei miti e del Surrealismo. Le novelle: Quella di Pirandello è una produzione sterminata, composta da 250 novelle circa. Fino al 1922 , Pirandello si limita a pubblicare i suoi racconti, già usciti su rivista, in singoli volumi autonomi: il primo è Amori senza amore, del 1894 , fino ad arrivare a Berecche e la guerra ( 1919 ). Nel 1922 Pirandello elabora un progetto più ampio, e decide di riunire tutta la sua produzione novellistica: l'obiettivo è quello di pubblicare ventiquattro volumi, ognuno dei quali composto da quindici novelle, per un totale di 360 testi complessivi: Novelle per un anno; la morte gli impedisce però di completare l'opera secondo il piano previsto. Le 19 novelle scritte per ultime, tra il 1931 e il 1936 , si distaccano dalla poetica dell'umorismo e presentano caratteri decisamente surrealistici: esibiscono spesso caratteri più lirici rispetto alle precedenti, alludendo a momenti epifanici in cui è possibile cogliere una fusione primigenia fra uomo e natura. Il teatro: Pirandello deve gran parte della sua fortuna, soprattutto quella immediata degli anni Venti e Trenta, al teatro. Dopo la rappresentazione di due atti unici, La morsa e Lumie di Sicilia, nel 1910 , Pirandello cerca ed elabora soluzioni teatrali originali, diventando un autore di fama mondiale. Il ventennio del teatro pirandelliano può essere sommariamente suddiviso in quattro fasi: 1 il superamento del dramma borghese: Pirandello mette in discussione i concetti di realtà e di verità, deride la fiducia ottocentesca del dramma borghese, e, lavorando per paradossi, mette in scena commedie che giungono a finali aperti. La commedia più importante di questo periodo è Così è (se vi pare), andata in scena nel 1917 ;
dell’inadeguatezza: alcuni individui sono destinati fin dall’inizio alla mediocrità e all’insuccesso, come uccelli incapaci di volare davvero. In La coscienza di Zeno, l’opera più importante, Svevo utilizza la forma del diario autobiografico e della psicoanalisi per raccontare la vita del protagonista Zeno Cosini. Nella Prefazione il narratore presenta il diario come parte di una terapia psicoanalitica, introducendo il tema dell’inaffidabilità della memoria. In “L’eterna ultima sigaretta” Zeno racconta il suo continuo tentativo di smettere di fumare, mostrando la sua incapacità di prendere decisioni definitive e la tendenza all’autoinganno. La sigaretta diventa così simbolo della sua debolezza e della condizione umana in generale. Nel complesso, Svevo rappresenta l’uomo moderno come un individuo fragile, ironico e incapace di vivere in modo autentico, anticipando temi fondamentali della letteratura del Novecento. Una vita", un'opera che fin dal titolo originario desiderato dall'autore, "Un inetto", definisce una nuova categoria antropologica e letteraria destinata a ridefinire il romanzo italiano. La vicenda ruota attorno ad Alfonso Nitti, un giovane colto di campagna che si trasferisce a Trieste per lavorare come modesto impiegato presso la prestigiosa banca Maller. Questo impiego, tuttavia, gli provoca un profondo senso di frustrazione e inferiorità sociale, acuito dal grigiore della routine e dalla freddezza dei colleghi. La svolta nella sua grigia esistenza avviene quando viene invitato a casa del banchiere Maller, dove conosce la figlia del proprietario, Annetta, una giovane appassionata di letteratura con velleità da scrittrice. Tra i due inizia una frequentazione basata inizialmente su ambizioni letterarie comuni, che si trasforma presto in una vera e propria relazione amorosa. Nonostante la concreta opportunità di riscattarsi socialmente attraverso il matrimonio con Annetta, Alfonso è frenato dalla sua stessa natura di "inetto". Nel momento di massimo successo, colto da un'inspiegabile paura della felicità e da un desiderio di rinuncia, decide di fuggire da Trieste con il pretesto di assistere la madre malata. Quando Alfonso fa ritorno in città, dopo la morte della madre, scopre che la situazione è radicalmente cambiata: Annetta si è fidanzata con il cugino Macario e lui è stato retrocesso a un ruolo lavorativo ancora più marginale. Nel tentativo di chiarire la situazione con la ragazza, Alfonso finisce per indisporre la famiglia Maller, venendo infine sfidato a duello dal fratello di lei, Federico. Sentendosi ormai inadeguato e sopraffatto da un mondo in cui non riesce a trovare il proprio posto, il protagonista sceglie la via del suicidio, lasciando come ultima testimonianza una lettera in cui dichiara la sua volontà di scomparire per non essere di ostacolo a nessuno. L'analisi testuale mette in luce il netto contrasto psicologico tra Alfonso e Macario, che rappresenta il suo perfetto antagonista. Mentre Alfonso incarna l'intellettuale paralizzato dai dubbi, Macario è un giovane brillante, sicuro di sé e perfettamente integrato nei meccanismi sociali della banca e della borghesia dell'epoca. Il narratore evidenzia l'inferiorità e l'invidia che Alfonso prova nei confronti del rivale, il quale incarna tutto ciò che lui vorrebbe essere ma non riesce a diventare. Attraverso questa opposizione tra il debole che perde la sua lotta con la vita e il forte che la domina, Svevo inaugura la sua profonda riflessione sulla figura dell'inetto, una condizione che non descrive solo un fallimento personale, ma la più ampia crisi dell'uomo moderno di fronte alle rigide strutture della società.il suo suicidio non va letto come una semplice resa, ma come l'ultimo estremo gesto di ribellione sociale, legato anche alle giovanili simpatie socialiste di Italo Svevo. Il romanzo contrappone nettamente due classi sociali: la grande imprenditoria e i subordinati impiegati. Tormentato dall'invidia per l'agio del banchiere Maller e desideroso di rivalsa, Alfonso usa la seduzione e il successivo abbandono della figlia del capo, Annetta, come un atto intenzionale per colpire e spaventare il potere. Sebbene questo gesto non cambi le gerarchie reali della società, lascia nel protagonista la temporanea e profonda soddisfazione di aver sovvertito i ruoli e di aver fatto tremare i potenti prima di uscire di scena. L'intera vicenda si regge così su tre nuclei concettuali fondamentali: l'inettitudine intrinseca del protagonista, il conflitto insanabile tra l'individuo e la società, e il fallimento definitivo del riscatto sociale attraverso la letteratura. SENILITA: la trama si fa ancora più essenziale e si concentra sulla figura di Emilio Brentani, un trentacinquenne impiegato triestino con un passato da piccolo scrittore, che vive un'esistenza grigia e precocemente invecchiata sul piano psicologico, accudito dalla servile sorella Amalia. La sua vita viene improvvisamente scossa dall'incontro con Angiolina, una splendida ragazza del popolo bionda e vitale; Emilio se ne innamora perdutamente e idealizza la donna come una creatura pura, decidendo di iniziare con lei una relazione che nelle sue intenzioni dovrebbe essere solo una "avventura facile e breve", priva di legami profondi, per assaporare finalmente la giovinezza e il piacere. La realtà si rivela però ben diversa dalle illusioni di Emilio, poiché Angiolina si dimostra una donna infedele, volgare e con numerosi amanti, trascinando il protagonista in un lungo calvario di gelosia e sofferenza. Ad aggravare la situazione interviene la figura dell'amico Stefano Balli, uno scultore fallito ma uomo forte, affascinante e sicuro di sé, che diventa il vero modello e rivale di Emilio, finendo per sedurre la stessa Angiolina e per far innamorare segretamente la fragile Amalia. Il dramma familiare precipita quando Amalia, disperata per l'amore non corrisposto verso il Balli, si ammala gravemente a causa dell'abuso di etere e muore. Solo dopo questa tragedia Emilio trova la forza di rompere definitivamente con Angiolina, ma la sua non è una vera liberazione: il protagonista si chiude in una totale solitudine e in una "senilità" spirituale definitiva, dove il ricordo di Angiolina viene paradossalmente fuso con quello della sorella defunta, trasformando la ragazza reale in un'ideale e angelica divinità protettrice. Dal punto di vista tematico e psicologico, il saggio evidenzia come "Senilità" sia un capolavoro di scavo interiore che anticipa i grandi modelli del
sul senso di appartenenza.L’Allegria di Giuseppe Ungaretti è una raccolta poetica nata dall’esperienza della Prima guerra mondiale e rappresenta una delle opere fondamentali del Novecento italiano. Al centro del libro ci sono tre grandi temi intrecciati tra loro: la guerra, vissuta come esperienza estrema di morte e precarietà ma anche di intenso attaccamento alla vita; la ricerca della patria e dell’identità, che per Ungaretti coincide con il desiderio di sentirsi pienamente parte di una comunità nazionale; e la riflessione sulla poesia, che diventa uno strumento capace di esprimere ciò che il linguaggio comune non riesce a dire, come l’“inesprimibile” e il senso profondo dell’esistenza. Il titolo stesso, da Allegria di naufragi a L’Allegria, è paradossale: l’allegria nasce proprio nel momento del pericolo e della distruzione, quando l’uomo, sfiorando la morte, riscopre con forza la vita. La raccolta si costruisce quindi su una tensione continua tra dolore e vitalità, tra perdita e rinascita. Dal punto di vista stilistico, Ungaretti adotta una poesia estremamente essenziale: versi brevissimi, spesso ridotti a una sola parola, abolizione della punteggiatura, sintassi frammentata e grande uso del silenzio e dello spazio bianco. Questa scrittura “verticale” concentra il significato in poche parole isolate, che acquistano un valore intenso e assoluto. Sentimento del tempo di Giuseppe Ungaretti è la seconda grande raccolta poetica dell’autore e segna una svolta rispetto a L’allegria. Dopo la stagione delle avanguardie e dello sperimentalismo, Ungaretti aderisce infatti a un “ritorno all’ordine”, cioè a una poesia più strutturata, colta e legata alla tradizione, pur mantenendo una ricerca personale e moderna. La raccolta, pubblicata nel 1933 e poi rivista nel 1936 , si caratterizza per il recupero di forme metriche tradizionali (settenari ed endecasillabi), una sintassi più complessa e ipotattica, un lessico più raffinato e un uso più frequente di aggettivi e costruzioni elaborate. Anche le ambientazioni cambiano: non più il fronte della guerra, ma soprattutto Roma e la campagna romana, luoghi che diventano scenari simbolici e culturali. Inoltre, compare un forte legame con il mito classico, che serve a dare alla poesia un valore universale e non più solo autobiografico. I temi principali della raccolta sono tre: il tempo, l’aurora e la morte. L’aurora non è più simbolo di felicità piena, ma è già segnata dalla storia; il desiderio di ritorno a uno stato originario e armonioso si scontra con la consapevolezza della perdita; la morte e il nulla emergono come esito inevitabile dello scorrere del tempo. In realtà, tutti questi temi ruotano attorno a un’unica idea centrale: la percezione dolorosa del tempo come forza che consuma e trasforma la vita umana. Pur essendo diversa da L’allegria, questa raccolta mantiene una continuità profonda con essa: anche qui Ungaretti cerca una dimensione universale dell’esperienza umana, non limitata al dato personale. Cambia però la forma: dalla poesia essenziale e frammentata si passa a una metrica più complessa e “barocca”, segno di un’evoluzione e non di una rottura. Sentimento del tempo avrà grande influenza sulla poesia italiana successiva, soprattutto sull’Ermetismo, diventando un modello di poesia colta e simbolica. Tuttavia questa eredità contribuirà anche a diffondere l’idea di una poesia difficile e distante dalla realtà, con conseguenze importanti sulla sua ricezione nel Novecento. MONTALE Eugenio Montale è uno dei massimi poeti del Novecento e premio Nobel per la letteratura. La sua vita si svolge tra Genova e la Liguria, ambienti che influenzano profondamente la sua poesia. Lavora anche come redattore e bibliotecario, mantenendo una posizione critica e indipendente rispetto al regime fascista. La sua esperienza personale e storica lo porta a sviluppare una visione pessimistica dell’esistenza, segnata dal “male di vivere” e dall’impossibilità di trovare certezze. La poetica di Montale si basa sull’idea che la realtà sia difficile da comprendere e che la poesia non possa offrire verità assolute. Il poeta ha il compito di testimoniare il disagio dell’esistenza, anche se non può dare soluzioni. Il linguaggio è spesso aspro, concreto e ricco di immagini simboliche, soprattutto legate al paesaggio ligure, che diventa specchio della condizione interiore dell’uomo. La realtà appare come un “muro” contro cui l’uomo si scontra senza riuscire a trovare una via di fuga. Le sue opere principali sono Ossi di seppia, Le occasioni e La bufera e altro. In Ossi di seppia emerge una visione negativa della vita, dove la natura arida e pietrosa della Liguria diventa simbolo dell’aridità esistenziale. In “Meriggiare pallido e assorto” il paesaggio assolato e immobile rappresenta l’angoscia e la prigionia dell’uomo, mentre in “Spesso il male di vivere ho incontrato” il poeta esprime direttamente la sofferenza universale, contrapponendo al dolore solo rare “divine indifferenze”. La poesia di Eugenio Montale si sviluppa in due grandi fasi, comunemente definite “primo Montale” e “secondo Montale”, che mostrano un’evoluzione importante sia nei temi sia nello stile. Il primo Montale coincide soprattutto con Ossi di seppia ( 1925 ). In questa raccolta il poeta rappresenta una visione del mondo profondamente negativa, dominata dal cosiddetto “male di vivere”, cioè la sensazione di dolore, aridità e mancanza di senso dell’esistenza. La natura non appare armoniosa o rasserenante, ma dura, secca, quasi ostile, come il paesaggio ligure che fa da sfondo alle poesie. L’uomo si sente isolato e incapace di trovare una via d’uscita alla propriacondizione, quella che Montale chiama simbolicamente il “varco”, cioè una possibile apertura verso un senso più alto della vita, che però non si realizza mai. Anche lo stile riflette questa visione: è essenziale e preciso, fatto di immagini concrete che però assumono un significato simbolico e allusivo. Il secondo Montale comprende invece le raccolte successive, soprattutto Le occasioni ( 1939 ) e La bufera e
altro ( 1956 ). In questa fase la poesia diventa più complessa e meno immediata: non descrive direttamente la realtà, ma la suggerisce attraverso oggetti, situazioni e figure simboliche che diventano “occasioni” di rivelazione. Un ruolo centrale assume la figura della donna, spesso idealizzata come possibile portatrice di salvezza o illuminazione spirituale, anche se questa speranza resta fragile e mai definitiva, perché il male del mondo e la storia, soprattutto la guerra, impediscono una vera redenzione. Anche il linguaggio si fa più difficile e colto, ricco di riferimenti culturali e di significati stratificati. In sintesi, mentre il primo Montale è il poeta della crisi assoluta e del “male di vivere” senza soluzioni, il secondo Montale mostra una poesia più aperta a spiragli di senso, ma ancora segnata dall’incertezza e dall’impossibilità di una salvezza stabile. OSSI DI SEPPIA: Il titolo, Ossi di seppia, è centrale per capire la poetica di Montale. Gli ossi di seppia sono le parti interne e calcificate del mollusco che il mare espelle sulla spiaggia. Questa immagine diventa la metafora dell’uomo moderno: un essere “scartato” dal mare della totalità, cioè dalla natura intesa come ordine perfetto e armonico. L’uomo montaliano è quindi un individuo separato dal tutto, in una condizione di solitudine e disarmonia. In tutta la raccolta domina infatti il tema del rapporto impossibile tra uomo e natura. Il mare rappresenta una realtà superiore, vitale e unitaria, a cui l’io lirico vorrebbe unirsi attraverso una fusione panica, ma questa unione non si realizza mai. Il desiderio di “miracolo”, cioè di una rivelazione che permetta di uscire dalla condizione ordinaria dell’esistenza, rimane sempre frustrato. L’uomo resta sulla terra, escluso da quella pienezza a cui aspira. Da questa tensione nasce quello che Montale chiama il male di vivere, una condizione esistenziale fatta di sofferenza, vuoto e incapacità di trovare senso nel mondo. L’io lirico è consapevole di questa condizione più degli altri uomini, ma proprio questa consapevolezza rende il suo disagio ancora più profondo. Un elemento fondamentale dell’opera è anche il ricordo dell’infanzia, vista come un’età in cui era ancora possibile una fusione spontanea con la natura. Tuttavia questa armonia è ormai perduta e rimane solo come nostalgia. Dal punto di vista stilistico, Ossi di seppia rappresenta una rottura radicale con la tradizione precedente. Montale usa una poesia essenziale, scarnificata e antiretorica: i testi sono spesso brevi, con lessico semplice ma preciso, sintassi spezzata, frequente assenza di punteggiatura e grande uso dello spazio bianco. Questa scelta formale rispecchia la visione del mondo dell’autore: una realtà frammentata, priva di certezze e di armonia. LE OCCASIONI: Le occasioni rappresenta la seconda grande raccolta poetica di Eugenio Montale e segna un’evoluzione rispetto a Ossi di seppia. Già il titolo allude a particolari esperienze vissute dal poeta: episodi quotidiani e apparentemente insignificanti, un incontro casuale, una visione improvvisa, una mosca contro il vetro, che però diventano occasioni di rivelazione e sembrano aprire improvvisamente uno spiraglio su significati nascosti della realtà. Tuttavia Montale afferma che bisogna «esprimere l’oggetto e tacere l’occasione spinta»: nella poesia viene raccontato solo l’evento concreto o l’oggetto, senza spiegare apertamente il significato profondo che esso suggerisce. Per questo i testi risultano enigmatici e ambigui, lasciando al lettore il compito di interpretare ciò che si nasconde dietro le immagini. Anche in questa raccolta ritorna il tema del male di vivere, già presente in Ossi di seppia, ma qui il disagio esistenziale si intensifica perché si intreccia con il drammatico clima storico degli anni Trenta, segnati dall’avanzata dei totalitarismi e dalla minaccia della guerra. Il rapporto tra l’io e il mondo appare ormai definitivamente compromesso: mentre in Ossi di seppia esisteva ancora la speranza, seppur illusoria, di una fusione con la natura, ne Le occasioni prevale invece una condizione di isolamento e chiusura. L’uomo non riesce più a comunicare direttamente il proprio stato d’animo e si affida quindi agli oggetti, che diventano simboli della sua condizione interiore. Da qui nasce la poetica del correlativo oggettivo, derivata anche dalla poesia di T. S. Eliot: uno stato psicologico viene espresso non direttamente, ma attraverso un oggetto, una situazione o un’immagine concreta che lo rappresenta simbolicamente. Il legame tra oggetto e sentimento non viene spiegato esplicitamente, ma deve essere intuito dal lettore. Gli oggetti assumono così una funzione rivelatrice e diventano il centro della poesia.Nella raccolta assume grande importanza anche la figura femminile, soprattutto quella di Clizia (dietro cui si nasconde Irma Brandeis). Clizia è una donna-angelo, creatura salvifica e quasi divina, capace di opporsi almale storico e morale del mondo. In molte poesie appare come portatrice di luce e di speranza, una presenza che tenta di contrastare la barbarie e il caos della realtà contemporanea. Di fronte a una società degradata e violenta, l’unica possibilità di resistenza rimane la cultura. Per questo nelle poesie compaiono spesso ambienti intellettuali e riferimenti culturali: la poesia diventa uno spazio di difesa della civiltà contro la disumanizzazione del presente. Anche lo stile cambia rispetto a Ossi di seppia. Se la prima raccolta era caratterizzata da un linguaggio più scabro ed essenziale, Le occasioni presenta uno stile più alto, raffinato e compatto. Tornano frequentemente gli endecasillabi, aumentano le rime e i richiami sonori, mentre il lessico diventa più ricercato. La raccolta si costruisce così su un tono elevato e unitario, coerente con la complessità e l’intensità della nuova poesia montaliana.
posizione di fronte al dolore degli uomini. Nasce così la seconda fase della sua produzione, detta “poesia civile”. Il linguaggio diventa più chiaro e diretto rispetto a quello ermetico, perché Quasimodo vuole comunicare con più persone possibile. I temi principali diventano la guerra, la violenza, l’ingiustizia e la responsabilità morale dell’uomo. Una poesia molto importante di questo periodo è Alle fronde dei salici , in cui il poeta spiega che durante gli anni della guerra era impossibile cantare serenamente con la poesia, perché il dolore era troppo grande. Il titolo richiama un episodio biblico: gli ebrei esiliati appendono le loro cetre ai salici perché non riescono più a cantare nella sofferenza. In tutta la sua poetica rimane comunque centrale l’idea che la poesia sia qualcosa di profondo e necessario. Anche quando cambia stile, Quasimodo continua a vedere il poeta come una figura capace di cogliere il dramma dell’esistenza umana e di trasformarlo in parola poetica. PASOLINI La poesia: All'interno della produzione poetica di Pasolini si nota un'evoluzione significativa, dal simbolismo decadente delle prime opere (raccolte poi in La meglio gioventù, 1954 , in dialetto friulano, e in L'usignolo della Chiesa Cattolica, 1958 ) all'impegno civile e ideologico della seconda metà degli anni Cinquanta (Le ceneri di Gramsci, 1957 e La religione del mio tempo, 1961 ). Dopo la fase di passaggio delle poesie raccolte in Poesia in forma di rosa ( 1964 ), si arriva a una proposta di poesia, quella di Trasumanar e organizzar ( 1971 ), che presenta la condizione alienata dell'uomo-massa. La narrativa: Come romanziere, Pasolini ha prodotto due opere importanti, entrambe risalenti al periodo di «Officina», Ragazzi di vita ( 1955 ) e Una vita violenta ( 1959 ). Un terzo romanzo, giovanile e neorealistico, Il sogno di una cosa, fu pubblicato solo nel 1962. A un quarto romanzo, largamente autobiografico, Petrolio, stava lavorando al momento della morte. L'opera è rimasta incompiuta ed è stata pubblicata postuma nel 1993. In tutti i romanzi domina il tema dell'adolescenza divisa tra innocente purezza e maturità peccaminosa. Come sempre in Pasolini, protagonista è la contraddizione tra irrazionalità, istintualità, visceralità da un lato e ragione o ordine dall'altro. Ma non manca pure il fascino decadente per la corruzione, per lo sfacelo morale e fisico, per la degradazione. L'intellettuale "corsaro": La riflessione pasoliniana si appunta sulla «mutazione antropologica» indotta dai mass media, rivendicando la necessità di difendere l'identità dei dominati, cioè l'identità sana e vitale della cultura popolare. Contro l'omologazione culturale Pasolini orienta la propria attività intellettuale, che conosce una prima fase più impegnata e fiduciosa, liberamente legata al Partito Comunista, e una seconda fase, a partire dal 1968 circa, più pessimistica e solitaria. Venuto meno con la massificazione ogni possibile mandato sociale, l'intellettuale non può essere che un "corsaro" in territorio nemico, costretto a servirsi dei mass media per combatterli. La lingua: Pasolini è ricorso spesso al dialetto perché in questa lingua vede un'identità culturale. Da un lato si colloca l'italiano standard, uguale per tutti, e dall'altro il dialetto, che è in rapporto vivo e organico con il territorio. Anche quando non usa il dialetto, Pasolini elabora una pagina che segna sempre uno scarto rispetto all'italiano comune: una lingua strettamente connessa all'individuo che la parla per rappresentare l'espressione esterna della più intima identità.