























Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Appunti e esercizi svolti in aula, utili per l'esame da frequentante con il prof Grossi di scienze bancarie, finanziarie e assicurative.
Tipologia: Appunti
1 / 31
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!
























I 30 articoli che precedono il codice di crisi d’impresa riguardano la finanza aziendale , in particolare dicono cosa deve tenere sotto controllo l’azienda così che il management eviti di rischiare il penale. Ad esempio, l’art. 2086 afferma che coloro che esercitano attività imprenditoriale in forma collettiva (cioè le società di persone) devono dotarsi di metodi e verifiche della situazione aziendale e misurare in modo opportuno il rischio di crisi; questa legge è imposta solamente a tali società perché le imprese con più di 4 milioni di fatturato hanno la necessità di affidare tale compito al revisore.
In questo schema sono illustrate quali grandezze devono essere programmate in modo strategico da una banca per tenere sotto controllo tutti gli stakeholder. La struttura aziendale di una banca è formata principalmente dai mezzi propri (una banca necessita di soldi per poter funzionare correttamente, altrimenti avrebbe problemi di liquidità) e dal capitale fisso (e cioè filiali, sedi, ma soprattutto sistemi informativi e software, i quali devono essere continuamente oggetto di aggiornamento per adeguarsi a tutte le nuove normative, ad esempio quella sull’antiriciclaggio). Per raccogliere denaro, la banca utilizza fondamentalmente due modalità: la raccolta a tempo , con la quale i risparmiatori versano i loro soldi su un libretto di risparmio che possono prelevare solamente dopo un certo periodo (ad esempio 2 anni); la raccolta a vista , invece, prevede che i risparmiatori versino il loro denaro su un conto corrente attraverso qualunque tipo di contratto che consenta loro di poterlo ritirare in qualsiasi momento.
Oggi è molto più utilizzata la raccolta a tempo, perché alla banca conviene di più emettere obbligazioni, così come al risparmiatore conviene sottoscriverle. Questo perché la banca, non dovendo restituire in qualsiasi momento i soldi ai depositanti, può gestire meglio i propri impieghi; mentre il risparmiatore ha una remunerazione più alta rispetto al conto corrente, dato che non ha a disposizione il denaro quando ne ha bisogno. Fare banca significa anche concedere finanziamenti e fare investimenti ; anche questi si possono dividere in “a tempo” e “a vista”. In questi anni è cresciuta la domanda di finanziamenti a tempo, in particolare quelli a lungo termine. Alcuni fattori esterni di mercato hanno fatto passare le banche da raccolta e finanziamenti a vista a quelli a tempo: la crescita di competizione con gli altri intermediari finanziari e lo Stato, il quale dal 1985 è diventato un grande concorrente delle banche; non le obbligava più a sottoscrivere titoli di Stato (BOT, BTP, con o senza cedole), ma ha cominciato a rivolgersi direttamente ai cittadini. Prima di questa data, la banca utilizzava i soldi dei depositanti per finanziare le imprese (concedeva prestiti con il 30% dei risparmi) e per investire in titoli di Stato (utilizzando il restante 70% dei risparmi, poiché questi titoli avevano rischio pari a zero e per la banca era molto più sicuro e redditizio). Dopo il 1985 le banche non facevano più da intermediari, perché chiunque avesse conoscenza di finanza non avrebbe più dato soldi alla banca, la quale li avrebbe investiti in titoli di Stato, ma li avrebbe dati direttamente allo Stato, perché sarebbe stato remunerato di più e sarebbe stato molto più al sicuro (una banca può fallire, mentre lo Stato mai). Le banche, inizialmente, hanno deciso di concedere tassi remunerativi leggermente più bassi di quelli offerti dallo Stato, insieme alla piena disponibilità di denaro in caso di bisogno (i soldi venivano lasciati sul conto corrente); però ciò non è stato possibile e le banche sono state costrette ad aumentare sempre più i tassi, fino ad emettere obbligazioni che non erano titoli di Stato, ma titoli interni della banca: in questo modo le banche sono passate dalla raccolta a vista a quella a tempo. Importanti per una banca sono il margine di interesse e quello di intermediazione. Il primo è la differenza tra interessi attivi e passivi, mentre il secondo è dato dalla somma tra margine di interesse e commissioni. Essi dipendono dai prezzi di costo della materia prima (cioè i costi di conto corrente, dell’emissione di obbligazioni o libretti di risparmio…) e prezzi di ricavo del prodotto finito e con essi la banca deve riuscire a coprire i costi e gli ammortamenti e accantonare denaro per coprire i rischi. A tal fine la banca deve attuare politiche di prodotto e prezzo per minimizzare i costi; una volta vi erano solo tre strumenti: i libretti di risparmio liberi e vincolati e i conti correnti di corrispondenza; oggi ogni banca propone tanti tipi di conti correnti diversi a seconda delle fasce d’età e delle esigenze (per studenti, per pensionati ecc.), le cui differenze sono minime, ma grazie al marketing sembrano conti personalizzati per le varie esigenze. Quello che resta si chiama utile operativo ; dopo aver aggiunto o tolto eventuali componenti straordinarie e aver pagato le imposte, diventa utile netto con il quale si remunerano gli azionisti. Una banca deve, infine, governare i flussi temporali attraverso il CCN , cioè il raccordo di entrate e uscite (quindi di raccolte e impieghi), così da evitare crisi di liquidità, e avere indicatori di controllo per garantire l’adeguatezza del patrimonio in caso di default (deve avere un patrimonio di vigilanza , chiamato anche fondi propri).
Il contenuto dell’attività aziendale definita programmazione e controllo di gestione è molto variegato. Si può dire con certezza che oggetto del controllo è la gestione e la programmazione (o budgeting, cioè il programma aziendale) può essere riferita solo alla gestione dell’impresa; tutto il resto è indefinito. Partendo dal termine gestione , essa è un’attività che mira al perseguimento dell’oggetto sociale e il suo scopo è soddisfare le aspettative di shareholders e stakeholders. Ne consegue che va programmata e controllata; più in particolare, va programmato il suo svolgimento affinché siano ragionevolmente raggiungibili, nel perseguimento dell’oggetto sociale, le aspettative di
shareholders e stakeholders, inoltre va controllato (durante lo svolgimento della gestione aziendale) l’effettivo raggiungimento progressivo e finale delle aspettative suddette. L’azienda deve essere in condizioni di equilibrio di gestione, cioè alcuni fattori-chiave della vita dell’impresa devono essere ai livelli quantitativi e qualitativi necessari; non esiste, tuttavia, una teoria dell’equilibrio di impresa unica e universalmente riconosciuta, perciò è indispensabile avere un modello di riferimento diverso per ciascuna azienda che tenga conto degli obiettivi e degli scopi di shareholders e stakeholders. Da questo punto di vista, la programmazione gioca un ruolo molto strategico, dato che si pone l’obiettivo di misurare le aspettative di azionisti e terzi interessati e può rilevare come alcune di queste aspettative possano essere in conflitto tra loro o persino non perseguibili senza creare danno all’equilibrio aziendale. Si guardi l’esempio alla slide 30. Si specifica che i tassi di raccolta sono interessi passivi che la banca paga ai depositanti, mentre i tassi di impiego sono interessi attivi che la banca riceve da imprese e famiglie. Il rapporto I/R indica la relazione che intercorre tra gli impieghi e la raccolta e se è al 100% è molto rischioso per la banca perché significa che tutto il denaro raccolto viene prestato a imprese e famiglie ad esempio per l’accensione di mutui. Lo spread è pari alla differenza tra tasso di impiego e tasso di raccolta. La differenza tra interessi attivi e passivi è il margine, il quale sommato agli interessi per titoli dà luogo al margine totale. È importante tenere presente la formula: interesse = volume * tasso Si parte da una situazione iniziale all’anno T e per l’anno successivo T+1 vengono imposti due obiettivi (o Key Performance Indicator) da rispettare: il margine totale deve essere pari a 5€ e il rapporto I/R deve essere minore o uguale al 75%. Si tenga conto che la banca ha una crescita dei volumi storicamente intorno al 15%, cioè i risparmi dei depositanti e i prestiti crescono in questa percentuale; inoltre i tassi di interesse previsti per l’anno successivo sono in calo dello 0,5%. Si possono fare due ipotesi per raggiungere tali obiettivi. Ipotesi a) Poiché i tassi sono in calo, vengono diminuiti dello 0,5% il tasso di raccolta e quello di impiego. Per lasciare lo spread invariato e rispettare l’obiettivo del rapporto I/R al 75%, il volume della raccolta dovrà crescere del 61,2%, mentre quello degli impieghi del 20,9%. Si arriverà ad un margine di interesse di 3,91€ e per arrivare all’obiettivo di 5€ di margine totale, bisognerà mettere la differenza negli interessi sui titoli di Stato. Si può notare che la crescita della raccolta necessaria (61,2%) è molto superiore a quella storica (15%), perciò questa ipotesi è economicamente irrealizzabile. Ipotesi b) Si ipotizza che il volume della raccolta cresca del 15%, di conseguenza per rispettare l’obiettivo del rapporto I/R del 75% gli impieghi saranno pari a 86,25. Se si aumenta lo spread dei tassi a 5,10%, la remunerazione della raccolta diminuirebbe allo 0,6%, mentre le commissioni per gli impieghi aumenterebbero al 5,70% (dunque si remunereranno i clienti vecchi e nuovi meno di quanto si pagherà nel mercato e le imprese dovranno pagare più commissioni alla banca di quante non ne richieda il mercato). Lasciando i tassi sui titoli di Stato come nell’ipotesi precedente, bisogna dunque agire sullo spread che nel mercato è previsto che rimarrà invariato, mentre per la banca aumenterà di molto, portando ovviamente i clienti a preferire altri intermediari per loro più convenienti. La funzione di programmazione aziendale ha il compito fondamentale di saper misurare efficacemente la fattibilità delle aspettative di performance degli azionisti e del management,
Considerate le premesse e le previsioni degli andamenti macroeconomici più rilevanti per una banca, la semplice proiezione da T a T+1 dei trend storici corretti con le previsioni di mercato dimostra che tali performance non sono ottenibili per inerzia. Sono necessari interventi manageriali sulle variabili fondamentali della gestione per definire quali obiettivi devono essere raggiunti sulle singole variabili di gestione. Compito della programmazione è, dunque, quello di verificarne la fattibilità (cioè che non vi siano obiettivi tra loro contrastanti al punto da renderli tecnicamente irraggiungibili), indicare le diverse strategie possibili, fornire un parere sulla loro sostenibilità e mostrare gli eventuali effetti collaterali non positivi che il mero raggiungimento dei KPI desiderati dagli azionisti potrebbe recare con sé. Alla slide 34 sono mostrati i risultati inerziali che si otterrebbero nell’anno T+1 senza l’intervento del management, comprese anche le informazioni previsionali della banca, oltre che quelle tipiche. La raccolta passa da 100 a 106 per il trend storico al 6%; gli impieghi da 90 a 95,4 per conservare rapporto I/R al 90% (0,9* 106 ); nell’interbancario la banca continua a prestare i soldi perché è in avanzo; i titoli di proprietà rimangono invariati. Da ciò consegue che i tassi di impiego e raccolta calano del 0,75% così come avviene nel mercato, il tasso interbancario (cioè il tasso Euribor) rimane invariato nel tempo. Il rapporto tra commissioni e margine d’interesse 1 è del 70% e da ciò si possono calcolare le commissioni. Per il calcolo dei costi operativi si guarda il trend dei costi operativi sul mercato (6%), mentre per il calcolo dell’accantonamento a fondo rischi si considera l’1% degli impieghi; le imposte, infine, sono pari al 40% dell’utile imponibile. Seguendo i risultati inerziali si può osservare che 2 KPI non sono stati rispettati, infatti il ROE è pari al 6,273%, mentre l’obiettivo era il 15 %; il rapporto cost/income è pari al 72,74%, ma l’obiettivo era inferiore al 58 %. Constatata l’impossibilità di raggiungere gli obiettivi per inerzia, vi è la necessità di intervenire sulle variabili-chiave della gestione che più sono manovrabili, più direttamente influenzano i risultati attesi; questa attività è definita ricerca dei driver più significativi , con la quale si analizzano le leve su cui agire, i vincoli di cui tener conto, gli effetti diretti e indiretti correlati e come sistemare la misurazione degli effetti a maggior incertezza o variabilità. Nella slide 36 vi è un’ipotesi di politica necessaria per raggiungere i 3 KPI. Finché non vengono raggiunti tali obiettivi e non si giunge a ipotesi economicamente realizzabili, bisogna continuamente cambiare le seguenti politiche: politica dei tassi di raccolta e di impiego, la politica di crescita di cost/income, la politica di pricing commissionale (C/Mi1), l’obiettivo di crescita della raccolta e la politica di espansione di I/R. 30/09/
Gli ambiti aziendali a cui si applicano la programmazione e il controllo della gestione sono molti e variano a seconda del modello organizzativo della banca; a quelli delle performance globali della banca si associano anche le attività di programmazione e controllo parziali, cioè quelle parti dell’azienda che possono essere misurate in modo specifico e sganciato dalla misurazione generale. Per fare controllo di gestione, comunque, è fondamentale capire come funziona l’azienda o la banca e di cosa si occupa in particolare; si distinguono due ambiti macro-aziendali in cui vanno applicate specifiche modellistiche di programmazione delle attività e degli obiettivi e di successivo controllo dei risultati: la rete distributiva e le strutture centrali.
Si prenda in considerazione l’organigramma di una banca ; al vertice vi è il consiglio di amministrazione e subito dopo segue il direttore generale; ad esso rispondono direttamente le funzioni di linea (relazioni esterne, auditing e controlli di gruppo, pianificazione, controllo di gestione e risk management, coordinamento della segreteria generale e recupero crediti); ci sono poi le direzioni: commerciale, credito, finanza, amministrazione e risorse (la quale comprende l’ufficio organizzazione di risorse umane, tecnologiche…). Delineato l’assetto organizzativo, ci si chiede quali sono i KPI di ciascuna unità, quali sono gli schemi di programmazione e di controllo delle performance. Considerando l’organigramma di una filiale , invece, esso ha al vertice il direttore di filiale, al quale rispondono direttamente il gestore del segmento imprese, quello del segmento affluent (con clienti con meno di 500.000 € di risparmi) e quello del segmento private (con clienti con più di 500.000 € di risparmi); per gli altri clienti ci sono gli sportelli. Per una filiale la raccolta diretta viene impiegata totalmente presso la direzione finanza (cioè l’ufficio Tesoreria), che gestisce tali soldi. Nel conto economico della filiale il costo della materia prima (le commissioni passive , pagate ai clienti sui depositi e i titoli detenuti) è il vero costo da sostenere; il ricavo per la prestazione è il tasso TIT (Tasso Interno di Trasferimento) che la Tesoreria riconosce alla filiale: è come se essa investisse la raccolta non in finanziamenti alle imprese, ma sull’interbancario interno della banca. Si consideri ad esempio che la raccolta di una filiale (cioè la giacenza media dell’anno) sia pari a 100€ e il tasso pagato ai clienti su depositi e titoli è del 2%; gli interessi (o commissioni) passivi sono pari a 2€ (=0,02100). La filiale cede alla Tesoreria l’intero importo raccolto, pari a 100€ e riceve un tasso TIT del 4,5%; gli interessi attivi sono pari a 4,50€ (=0,045100). L’ utile da raccolta della filiale è, dunque, pari a 2,50€ (=4,50-2) ed è pari al margine di interesse della filiale. Per quanto riguarda gli impieghi , i soldi per finanziare i clienti (cioè gli impieghi a famiglie e imprese) sono tutti richiesti dalla tesoreria della banca. Nel conto economico il ricavo per la filiale è il tasso fatto pagare ai clienti sui fidi concessi (a cui si aggiungono eventuali commissioni); il costo, invece, è il tasso TIT che la Tesoreria le fa pagare, come se la filiale non si procurasse la raccolta dai risparmiatori, ma li prendesse a prestito sull’interbancario. Si consideri ad esempio che i finanziamenti concessi in media in un anno siano pari a 100€ e che il tasso fatto pagare ai clienti sia pari al 7%; gli interessi attivi per la filiale sono pari a 7€ (=0,07100). La filiale chiede questi soldi (100€) alla tesoreria e corrisponde un tasso del 4,5%; gli interessi passivi sono pari a 4,50€ (=0,045100). L’ utile da impieghi della filiale è, dunque, pari a 2,50€ (7-4.50). Da questi esempi si può dedurre che la somma degli utili delle varie filiali non è pari all’utile totale della banca (si parla di utile fittizio e non reale), perché ci sono scambi di denaro interni dalla Tesoreria alle filiali che sono meramente contabili e servono solamente per misurare le performance di una filiale, poiché ce ne sono alcune che raccolgono di più ed altre che impiegano di più. Questo è, dunque, un criterio omogeneo per misurare se una filiale sta operando bene o meno, a prescindere dal fatto che raccolga o impieghi denaro; la condizione per cui i metodi sono indifferenti è che il tasso TIT di raccolta coincida a quello per gli impieghi. Nella realtà, però, non esistono tassi TIT uguali, perché i prodotti venduti dalle varie filiali sono diversi e si rischierebbe che una filiale (che vende soprattutto obbligazioni, con un tasso di remunerazione maggiore) guadagnasse più di un’altra (che vende maggiormente depositi).
Nell’esempio (slide 57), il budget è raggiungere 44 milioni di raccolta, pagandola al massimo al tasso del 1,47%, e 28 milioni di impieghi, ricevendo un tasso non inferiore al 6%. Il tesoriere concederà alle filiali un tasso TIT per la raccolta del 2,39% e chiederà un tasso TIT per gli impieghi del 2,37%; ovviamente questi non sono obiettivi per la filiale perché i tassi vengono decisi esclusivamente dal tesoriere. Il direttore di filiale deve cercare di fare una combinazione tra tassi e volumi per poter rispettare tutti e quattro gli obiettivi, non deve guardare solo al margine da conseguire. L’obiettivo dei 44 milioni di raccolta non è stato raggiunto, però il direttore è riuscito a farsi pagare molto poco la raccolta, grazie al calo dei tassi di mercato: ha compensato la mancanza di volume con l’abbassamento dei costi. Il tesoriere ha pagato meno i tassi TIT per la raccolta rispetto a quanto aveva prospettato. L’obiettivo dei 28 milioni di impieghi ricevendo al minimo pari al 6% non è stato rispettato. Il tesoriere ha richiesto un minor tasso TIT per gli impieghi e questo è stato un beneficio per la filiale. Il combinato tra raccolta e impieghi ha dato luogo a un margine più alto rispetto all’obiettivo; guardando tutti gli obiettivi imposti al direttore, si può concludere che le sue performance sono state buone, nonostante in parte lo abbiano aiutato la tesoreria e il calo dei tassi di mercato. 07/10/ Dalle comparazioni tra l’anno T-1, il budget e i risultati effettivi dell’anno T, emergono le differenze, ma bisogna porsi tre domande: a) Quanto il risultato del margine di interesse nell’anno T è influenzato dall’andamento dei tassi di interesse e quanto dall’andamento dei volumi di raccolta e impieghi? b) Quanto tale risultato è attribuibile a variabili esogene alla filiale, cioè variabili da essa non gestibili e quindi subite, e quanto da variabili dipendenti dalle sue scelte e dalle sue performance? c) Quali sono tali variabili? Per dare delle risposte si considerano le slide 62, 63 e 64. La raccolta e gli impieghi generano una parte di margini fittizia data dal tasso TIT, la quale non va inserita in conto economico; in esso vanno inseriti gli interessi passivi per la raccolta (486.268) e quelli attivi per gli impieghi (1.542.679): la differenza tra i due dà il margine di interesse proprio. Se ad esso si aggiungono gli impieghi sull’interbancario (427.012), si ottiene il margine di interesse globale della filiale, il quale è formato in parte da commissioni vere, in parte da interessi fittizi. Alla raccolta e agli impieghi è associato un certo tasso, che è quello vero; se si fa la differenza tra i due tassi, si ottiene il tasso medio ponderato complessivo (2,71%), il quale è fittizio perché è quello corrisposto dalla/alla tesoreria. Da ciò si può dedurre che non esiste un giudizio assoluto dell’operato del management perché bisogna tener conto degli interessi fittizi, però è possibile fare un confronto con il budget: rispetto agli obiettivi l’ammontare della raccolta prefissato non è stato raggiunto, mentre quello degli impieghi sì; comunque se viene dato come obiettivo solo il margine globale, il management si concentrerà solo su quello e non sul margine effettivo. Si può anche fare un confronto con l’anno precedente: vi vede che sono stati apportati alla banca molti soldi in più grazie alla raccolta, infatti le performance sono state migliori rispetto all’anno prima. La slide 64 indica quanto il risultato finale dipenda dalla differenza di volumi e di tassi stimati ed effettivi. Nel calcolo dell’ effetto che i tassi hanno avuto sul margine rispetto al budget, si considerano i tassi effettivamente negoziati e i volumi di budget. Nella raccolta il tasso reale è stato 1,12% e la tesoreria ha concesso il 2,35%; si può vedere quali sarebbero stati gli interessi da corrispondere ai
clienti se avessi conseguito il volume di budget (495.511); in realtà nell’anno T sono stati pagati 476.268 di interessi. Il margine di raccolta che la filiale avrebbe ottenuto conservando i volumi di budget sarebbe stato di 547.268, invece ha realizzato un margine di 537.038; la differenza tra margine teorico e reale è stata di 10.208 perché la filiale non è riuscita a compensare in maniera proporzionale il minor volume raccolto rispetto al budget con i tassi più bassi. Se avesse utilizzato i tassi di budget, il risultato sarebbe stato 407.514, ma essendo riuscita a richiedere tassi più bassi, ha ottenuto 139.732 in più di margine. La differenza tra quello che la filiale ha effettivamente ottenuto e il suo budget è stata di 129. (=139.732-10.208). Lo stesso ragionamento è possibile se si confronta il margine per impieghi conseguito rispetto al budget. Nel calcolo dell’ effetto che i volumi hanno avuto sul margine rispetto al budget, si considerano i volumi effettivamente negoziati e i tassi di budget. Guardando ai risultati della raccolta e degli impieghi si può vedere che sono gli stessi di quelli con l’effetto tassi. Considerando di negoziare i volumi effettivi ai tassi di budget, si otterrebbe un margine di 399.912; la differenza tra margine teorico e reale è stata di 137.125. Se avesse utilizzato i volumi di budget, il risultato sarebbe stato 407.514, ma avendo ricevuto interessi più bassi rispetto al budget, ha ottenuto 7.601 in meno di margine. La differenza tra quello che la filiale ha effettivamente ottenuto e il suo budget è stata di 129. (=137.125-7.601). Anche in questo caso si può fare lo stesso ragionamento per il margine per impieghi. Le strutture centrali possono essere divise dal punto di vista della programmazione e controllo di gestione in due macro-classi: strutture generatrici di ricavi e non. L’indicatore di produttività per le prime è dato da ricavi generati / costi assorbiti ; per le seconde è dato da performance / costi. Questa logica è basata su un principio generale del controllo di gestione, cioè che qualunque tipo di performance si misura in due modi:
I punti chiave del Regolamento dell’Unione Europea sul CRR (Capital Requirements Regulation) e dai Regolamenti di Banca d’Italia sono:
Con le nuove riforme vengono incrementati i requisiti minimi relativi anche al Tier 1, che deve essere pari al 6%, e in particolare relativi al Common Equity Tier 1, che deve essere pari almeno al 4,5%. Le banche, oltre a rispettare i requisiti patrimoniali minimi, devono dotarsi di riserve di capitale aggiuntive (o buffer) costituite da Common Equity Tier 1. Nello specifico si distinguono:
L’obiettivo del leverage ratio è duplice:
soddisfare il suo fabbisogno su un orizzonte di 30 giorni di calendario in una situazione di stress nella raccolta: 𝐿𝐶𝑅 =
Dove HQLA (High Quality Liquid Assets) sono attività liquide di elevata qualità, ossia attività non vincolate, facilmente liquidabili sui mercati anche in periodi di tensione e stanziabili presso le banche centrali, mentre il totale dei deflussi di cassa netti per i 30 giorni di calendario successivi è pari alla differenza tra il totale dei deflussi di cassa attesi e il minimo tra gli afflussi di casa attesi e il 75% del totale dei deflussi di cassa attesi. Il secondo indicatore, denominato Net Stable Funding Ratio , è un indicatore strutturale di più lungo periodo che prevede che la banca mantenga su un orizzonte temporale di un anno una provvista stabile di liquidità in relazione alla composizione del suo attivo e delle sue operazioni fuori bilancio. Con l’introduzione di questo indicatore si vuole evitare che le banche facciano un eccessivo ricorso al finanziamento all’ingrosso a breve termine nelle fasi di elevata liquidità, promuovere una migliore valutazione dei rischi di liquidità con riferimento a tutte le poste in bilancio e favorire la stabilità della raccolta: 𝑁𝑆𝐹𝑅 =
dove la provvista stabile disponibile è la porzione di patrimonio e passività che si ritiene risulti affidabile nell’arco temporale di un anno, mentre la provvista stabile obbligatoria dipende dalle caratteristiche di liquidità e dalla vita residua delle varie attività detenute dall’istituzione, nonché dalle sue esposizioni fuori bilancio. 14/10/ Un’attività importante che riguarda il manager che fa pianificazione riguarda l’emissione di prestiti obbligazionari, perché ciò impatta sui fondi propri a seconda delle caratteristiche di tali strumenti, i quali possono essere considerati Tier 1 o Tier 2. Di fondamentale impatto sulla programmazione, invece, è il rischio di credito : è importante pianificare strategie creditizie che dal 2009 non sono più legate solo a questioni di natura finanziaria, ma hanno a che fare con vincoli e obblighi regolamentari. Per la gestione del rischio di credito Basilea 2 impone due metodi per valutare l’esposizione al rischio di una banca. Il primo è il metodo standard , un’evoluzione del semplice metodo di Basilea 1, secondo il quale il valore nominale del credito verso la controparte sarà ponderato in base a rating esterni (di Standard & Poor’s, Moody’s, Fitch e altre agenzie di rating), quindi per stabilire il patrimonio che una banca deve detenere per prestare soldi ad una certa impresa bisogna fare riferimento, ad esempio, alle seguenti ponderazioni considerando i rating di Standard & Poor’s:
Si analizzano l’origine e le caratteristiche qualitative delle commissioni attive confrontando quelle delle SIM di distribuzione con quelle delle SGR. Le prime originano da give-up sui prodotti venduti (retrocessione commissioni da società- prodotto); sono, comunque, definite di collocamento, secondo lo schema obbligatorio della nota integrativa. Possono essere una tantum (sulla singola vendita) oppure ricorrenti (sullo stock di venduto storico e ancora produttivo di ricavi per la società-prodotto); in questo secondo caso si dividono le commissioni a percentuale e a valore assoluto, a loro volta distinte in semi-fisse, semi- variabili e variabili. Le seconde originano dai prezzi fatti pagare ai clienti a cui vengono collocati i due macro-prodotti tipici di una SGR, cioè i fondi comuni di investimento e le gestioni patrimoniali individuali (in titoli, quote di fondi ecc.). Possono essere una tantum (sulla singola vendita) o ricorrenti (sullo stock di venduto); in questo secondo caso si dividono le commissioni a percentuale e a valore assoluto. Si possono dividere in varie tipologie:
Può essere scomposto in tre fattori, come segue: 𝑚𝑎𝑟𝑔𝑖𝑛𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑚𝑖𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑒 𝑝𝑎𝑡𝑟𝑖𝑚𝑜𝑛𝑖𝑜 𝑔𝑒𝑠𝑡𝑖𝑡𝑜
dove il patrimonio gestito comprende tutti i risparmi dei clienti che la SGR sta gestendo e risulta nel conto economico dei vari fondi della società. Il primo fattore è il ROA (Return On Asset); il secondo è considerato una leva finanziaria impropria, data dal rapporto tra debiti (il patrimonio gestito) ed equity; il terzo considera tutti i costi gestionali della SGR ed è ulteriormente scomponibile in ognuno di essi: 𝑟𝑒𝑑𝑑𝑖𝑡𝑜 𝑛𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑅𝐴𝐼
in particolare il quarto fattore è l’impatto della gestione accessoria sul risultato della gestione, mentre il quinto è l’impatto dei costi operativi sul margine commissionale. Studio della redditività del patrimonio gestito in una SGR Il ROA (Return On Asset) è dato dal rapporto: 𝑚𝑎𝑟𝑔𝑖𝑛𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑚𝑖𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑒 𝑝𝑎𝑡𝑟𝑖𝑚𝑜𝑛𝑖𝑜 𝑔𝑒𝑠𝑡𝑖𝑡𝑜 Può essere scomposto con quattro modalità:
Un costo è definito come il valore espressivo dell’impiego delle risorse comportato dalla realizzazione di processi produttivi, determinato a dati scopi. Può essere classificato con varie modalità:
Imputazione dei costi indiretti La base di imputazione ( driver ) è una grandezza quantitativa idonea ad esprimere l’utilità che i differenti oggetti hanno sui costi indiretti da imputare. Possono essere basi di imputazione le ore di manodopera, le ore macchina, i costi diretti di manodopera, i costi diretti sulle materie prime, i consumi diretti delle materie prime e gli indicatori del volume o del valore delle produzioni. Esistono tre tecniche principali di imputazione dei costi indiretti: