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Quintiliano, Appunti di Latino

quintilliano

Tipologia: Appunti

2015/2016

Caricato il 24/05/2016

Leila.hi
Leila.hi 🇮🇹

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MARCO FABIO QUINTILIANO
QUADRO STORICO INTRODUTTIVO
Marco Fabio Quintiliano nacque sotto l’impero di Tiberio tra il 30 e il 40 dC a Calahorra. La sua fanciullezza
e la fase adolescenziale videro il susseguirsi al trono imperiale di Caligola e Claudio.Si affermò
definitivamente come rètore grazie a Vespasiano, che lo incaricò di organizzare una scuola di retorica, per
riformare un classe dirigente legata ai valori e ai costumi romani, messi in dubbio da Nerone. Raggiunse il
suo apice e morì sotto Domiziano.
Si trasferì in tenera età a Roma dove poté seguire lezioni.A Roma nel 68 vi esercitò l'avvocatura e soprattutto
incominciò la sua attività di maestro di retorica con molto successo, tanto che nel 78 Vespasiano gli affidò
quella che può ben dirsi la prima cattedra statale in assoluto: l'imperatore gli accordò un onorario annuo di
100.000 sesterzi, dando un concreto riconoscimento all'importanza dell'arte retorica nella formazione della
gioventù e soprattutto mostrando (discorso, questo, valido del resto per tutti i Flavi) d'aver ben compreso
l'importanza della retorica come strumento per la formazione del futuro "ceto dirigente" , in relazione alle
problematiche dell'adesione delle coscienze e della creazione del consenso. Nel 90, dopo vent'anni
d'insegnamento, decise di abbandonare l'incarico affidatogli e si dedicò alla stesura della sua opera più
rappresentativa Institutio Oratoria”; sono invece andate perdute altre due sue opere: “Orazioni” e “De
causis corruptae eloquentiae” (trattato dove esponeva la sua posizione in merito alla decadenza dell’arte
oratoria, dovuta, secondo lui, all’abbandono dei modelli del passato). Ma se la vita pubblica di Quintiliano fu
abbastanza agiata, quella privata fu turbata da gravi sventure domestiche, infatti, la morte della moglie
giovanissima e di due figli che da lei aveva avuto, turbarono tantissimo la mente del famoso oratore, tanto da
trovarne un riscontro persino in alcuni brani dell’ “Institutio Oratoria”. Domiziano, infine, lo incaricò nel 94
dell'educazione dei suoi nipoti, cosa che gli valse gli "ornamenta consolatoria", ovvero il titolo di console
nonostante egli non avesse mai rivestito nel corso della propria vita tale professione. Quintiliano morì
intorno al 96, all’età di circa 61 anni, fra i suoi numerosi allievi, ebbe Plinio il Giovane e, forse, Tacito.
STILE
Quintiliano fu il promotore di una reazione classicheggiante, vedendo nel corrotto e degenerato linguaggio di
Seneca il maggiore responsabile di questa corruzione dello stile contemporaneo. Questa corruzione secondo
Quintiliano era anche dovuta a una generale decadenza dei costumi e al decadimento delle scuole: in teoria
quindi i rimedi alla corruzione dell'eloquenza erano il risanamento dei costumi e la rifondazione delle scuole
secondo i modelli del passato.
Lo stile di Quintiliano è molto ordinato, perchè scrivere ordinatamente significava anche pensare
ordinatamente, e questo era uno degli aspetti fondamentali dei suoi insegnamenti; è quindi ovvio che per
Quintiliano il recupero di Cicerone è indispensabile, in quanto punto di incontro tra ordine e disciplina di
stile, richiesti, tra l’altro, anche dalla restaurazione flaviana.
L’intento di Quintiliano di evitare una trasmissione di nozioni disadorna e arida e di conferire alla sua
esposizione “una certa eleganza” che la renda piacevole ed attraente, si traduce in un uso relativamente
abbondante di figure retoriche (specialmente similitudini e metafore) che risente indubbiamente delle
preferenze dei suoi contemporanei per un modo di esprimersi ornato e poetico. Pur potendosi infatti definire
il suo stile ciceroniano, esso presenta però anche caratteristiche diverse, dovute non solo all’evoluzione della
lingua, ma anche al fatto che Quintiliano non può non tenere conto dei gusti dei giovani che vuole formare
ed educare.
Egli ha il pregio di impostare quasi sempre i problemi con esemplare chiarezza e concretezza e di svolgere la
sua trattazione in tono amabilmente discorsivo.
Stupisce l’assoluta mancanza di prospettiva storica, che lo induce a riproporre modelli di eloquenza legati
alle condizioni storico-politiche dell’età repubblicana come se fossero ancora attuali sotto il principato,
quando l’oratoria è stata privata quasi completamente della sua fondamentale funzione politica.
PENSIERO E MORALITÀ
L’obiettivo primario di Quintiliano è l’educazione del cittadino, con l’intento principale di formare un uomo
saggio. Allora formare l’oratore non significava semplicemente creare una figura destinata alla professione
forense, ma procedere, attraverso l’educazione linguistica e retorica alla formazione culturale e morale
completa di un perfetto intellettuale, collaboratore del principe.
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MARCO FABIO QUINTILIANO

QUADRO STORICO INTRODUTTIVO

Marco Fabio Quintiliano nacque sotto l’impero di Tiberio tra il 30 e il 40 dC a Calahorra. La sua fanciullezza e la fase adolescenziale videro il susseguirsi al trono imperiale di Caligola e Claudio.Si affermò definitivamente come rètore grazie a Vespasiano, che lo incaricò di organizzare una scuola di retorica, per riformare un classe dirigente legata ai valori e ai costumi romani, messi in dubbio da Nerone. Raggiunse il suo apice e morì sotto Domiziano. Si trasferì in tenera età a Roma dove poté seguire lezioni.A Roma nel 68 vi esercitò l'avvocatura e soprattutto incominciò la sua attività di maestro di retorica con molto successo, tanto che nel 78 Vespasiano gli affidò quella che può ben dirsi la prima cattedra statale in assoluto : l'imperatore gli accordò un onorario annuo di 100.000 sesterzi, dando un concreto riconoscimento all'importanza dell'arte retorica nella formazione della gioventù e soprattutto mostrando (discorso, questo, valido del resto per tutti i Flavi) d'aver ben compreso l'importanza della retorica come strumento per la formazione del futuro "ceto dirigente" , in relazione alle problematiche dell'adesione delle coscienze e della creazione del consenso. Nel 90, dopo vent'anni d'insegnamento, decise di abbandonare l'incarico affidatogli e si dedicò alla stesura della sua opera più rappresentativa “ Institutio Oratoria ”; sono invece andate perdute altre due sue opere: “Orazioni” e “De causis corruptae eloquentiae” (trattato dove esponeva la sua posizione in merito alla decadenza dell’arte oratoria, dovuta, secondo lui, all’abbandono dei modelli del passato). Ma se la vita pubblica di Quintiliano fu abbastanza agiata, quella privata fu turbata da gravi sventure domestiche, infatti, la morte della moglie giovanissima e di due figli che da lei aveva avuto, turbarono tantissimo la mente del famoso oratore, tanto da trovarne un riscontro persino in alcuni brani dell’ “Institutio Oratoria”. Domiziano, infine, lo incaricò nel 94 dell'educazione dei suoi nipoti, cosa che gli valse gli "ornamenta consolatoria", ovvero il titolo di console nonostante egli non avesse mai rivestito nel corso della propria vita tale professione. Quintiliano morì intorno al 96, all’età di circa 61 anni, fra i suoi numerosi allievi, ebbe Plinio il Giovane e, forse, Tacito.

STILE

Quintiliano fu il promotore di una reazione classicheggiante, vedendo nel corrotto e degenerato linguaggio di Seneca il maggiore responsabile di questa corruzione dello stile contemporaneo. Questa corruzione secondo Quintiliano era anche dovuta a una generale decadenza dei costumi e al decadimento delle scuole: in teoria quindi i rimedi alla corruzione dell'eloquenza erano il risanamento dei costumi e la rifondazione delle scuole secondo i modelli del passato. Lo stile di Quintiliano è molto ordinato, perchè scrivere ordinatamente significava anche pensare ordinatamente, e questo era uno degli aspetti fondamentali dei suoi insegnamenti; è quindi ovvio che per Quintiliano il recupero di Cicerone è indispensabile, in quanto punto di incontro tra ordine e disciplina di stile, richiesti, tra l’altro, anche dalla restaurazione flaviana. L’intento di Quintiliano di evitare una trasmissione di nozioni disadorna e arida e di conferire alla sua esposizione “una certa eleganza” che la renda piacevole ed attraente, si traduce in un uso relativamente abbondante di figure retoriche (specialmente similitudini e metafore) che risente indubbiamente delle preferenze dei suoi contemporanei per un modo di esprimersi ornato e poetico. Pur potendosi infatti definire il suo stile ciceroniano, esso presenta però anche caratteristiche diverse, dovute non solo all’evoluzione della lingua, ma anche al fatto che Quintiliano non può non tenere conto dei gusti dei giovani che vuole formare ed educare. Egli ha il pregio di impostare quasi sempre i problemi con esemplare chiarezza e concretezza e di svolgere la sua trattazione in tono amabilmente discorsivo. Stupisce l’assoluta mancanza di prospettiva storica , che lo induce a riproporre modelli di eloquenza legati alle condizioni storico-politiche dell’età repubblicana come se fossero ancora attuali sotto il principato, quando l’oratoria è stata privata quasi completamente della sua fondamentale funzione politica.

PENSIERO E MORALITÀ

L’obiettivo primario di Quintiliano è l’educazione del cittadino, con l’intento principale di formare un uomo saggio. Allora formare l’oratore non significava semplicemente creare una figura destinata alla professione forense, ma procedere, attraverso l’educazione linguistica e retorica alla formazione culturale e morale completa di un perfetto intellettuale, collaboratore del principe.

Quintiliano dava molta importanza alle primissime fasi dell’insegnamento. Per questo motivo è considerato ancora oggi un “ pedagogista ante litteram ”. Era contro le punizioni corporali che fino agli inizi del ventesimo secolo erano ancora in voga nelle scuole italiane. L’insegnamento si basava sull’imitazione dei grandi autori del passato, soprattutto di coloro rilevanti da un punto di vista scolastico e moralistico. L'oratore perfetto doveva avere, secondo il nostro autore, una conoscenza a dir poco "enciclopedica" (filosofia, scienza, diritto, storia), ma doveva essere, oltre che un "tuttologo", anche un uomo onesto, "optima sentiens optimeque dicens" [XII, 1, 25], o, come disse già Catone: " vir bonus dicendi peritus ".

Punti chiave della riflessione Quintilianea:

  • Concezione della retorica ereditata da Cicerone Quintiliano si pone sulla linea di Cicerone per ciò che riguarda la concezione della retorica come scienza che non si limita a fornire competenze puramente tecniche, ma si propone di formare, insieme al perfetto oratore, il cittadino e l’uomo moralmente esemplare.
  • Rapporti tra retorica e filosofia Egli si pone sulla linea isocrateo-ciceroniana, polemizzando con la pretesa dei filosofi di riservare a sé l’educazione dei giovani e affermando che la filosofia è solo una delle scienze che contribuiscono alla cultura enciclopedica dell’oratore.
  • Ostilità verso i filosofi contemporanei “Sono disposto ad ammettere senza difficoltà che molti degli antichi filosofi non solo impartirono insegnamenti moralmente validi ma vissero anche in conformità con tali insegnamenti; invece ai nostri tempi nella maggior parte dei casi si sono celati sotto questo nome i vizi più gravi. Non s’impegnavano infatti nella pratica della virtù e negli studi per essere considerati filosofi, ma mascheravano i loro pessimi comportamenti sotto un’espressione austera e un abbigliamento diverso dal comune” (I, Prooem., 15)

LA RETORICA SECONDO QUINTILIANO

Quintiliano non considerava la retorica come un difetto, come un puro apprendimento di regole, ma un’educazione umanistica in profondità che formava l’uomo in vista di quella specie di cultura generale, unita alla finezza del sentire e del ragionare. L’educazione retorica si identifica quindi con una cultura vasta e dominata, lontana dall’oscurare o camuffare la verità, funzionale al concetto da esprimere. Escludere la retorica dal discorso non significa essere schietti e spontanei, ma finire nella goffaggine e nell’incolta rozzezza. L’educazione retorica è anche educazione del gusto e dello stile che permette di valutare e apprezzare gli autori della letteratura. Come osserva Michael Von Albrecht nella sua “Storia della letteratura latina”: “Alla scuola di Quintiliano l’Europa moderna ha imparato a pensare e a parlare autonomamente”. Ma l’Europa moderna ha anche ereditato da Quintiliano l’idea che ogni educazione non può rinunciare alla formazione umanistica, quel particolare curriculum che va dallo studio della grammatica alla stilistica, alla letteratura, fino alla storia e alla filosofia.

INSTITUTIO ORATORIA

Il suo capolavoro - dedicato a Vitorio Marcello (personaggio in vista alla corte di Domiziano) per l'educazione del figlio Geta - è l' Institutio oratoria (93-96 d.C.), "La formazione dell'oratore", che compendia l'esperienza di un insegnamento durato vent'anni (dal 70 al 90 ca). L’opera era un programma di formazione culturale e morale che doveva seguire il futuro oratore sin dall'infanzia. Il titolo dell'opera proviene dallo stesso autore, da un'espressione contenuta in una lettera al suo editore Trifone, posta a premessa dell'opera. Sia in questa lettera, sia nel proemio del primo libro, Quintiliano presenta il suo trattato come richiesto e atteso da molti, spiegando che circolava sotto il suo nome un’ Ars Rhetorica ricavata dagli appunti delle sue lezioni, da lui non autorizzata. L’opera è un vero e proprio manuale sistematico di pedagogia e di retorica, in 12 libri, pervenutoci integro. Nella sua organicità e nel carattere spiccatamente e minutamente precettistico di molte parti è assai simile a un’ Ars (ossia un manuale scolastico). Trattato didascalico

L’ambiente familiare aveva il compito di impartire una prima formazione morale, ritenuta da Quintiliano, basilare ed essenziale per la formazione dell’uomo e quindi dell’oratore e, inoltre, quello di curare un corretto apprendimento del linguaggio, con la precauzione di tenere lontano dalle orecchie e dalle labbra del fanciullo ogni linguaggio poco pulito. La preoccupazione di Quintiliano, era quella di non trascurare questo primo periodo della vita, perché, il fanciullo fin dalla nascita, osserva, ascolta e tenta con l’imitazione di riprodurre le espressioni degli altri conservando fortemente quelle impressioni che tanto sono più cattive tanto più restando tenaci nell’animo del fanciullo. Quindi, si può capire, come sia fondamentale, per Quintiliano, il possesso di una buona moralità degli adulti che stanno affianco dei fanciulli; Nell’indicare gli adulti, egli, si riferisce non solo ai genitori ma a tutti gli altri che gli sono a contatto come le nutrici, gli schiavi e soprattutto i pedagoghi.

Il maestro Per Quintiliano l’atto educativo non è un processo naturale, bensì un atto intenzionale che deve essere affidato a chi sappia guidare il minore nella sua ascesa verso la maturità: questa figura è quella del maestro. Figura necessaria non solo come tecnico del sapere ma anche come uomo, capace di instaurare un nuovo rapporto educativo fondato sul reciproco senso di stima e affetto; il maestro, dice Quintiliano, tratti i suoi discepoli sempre come piccoli uomini e loro lo considerino un genitore spirituale, un modello a cui gli alunni si propongono di imitare. Occorre che il maestro sappia contemperare la sua autorità con la benevolenza; autorità fondata sul fatto che sia il maestro ad impostare e giudicare l’educazione. Uno degli aspetti nei quali si esprime la comprensione che egli ebbe del fanciullo, e’ quello che concerne i premi e i castighi: “Fin dai primi anni si comincino a lodare i suoi tentativi e lo si ricompensi con opportuni premi; quando qualcosa non va, il maestro trovi il modo più efficace per rendere consapevoli i discepoli del loro torto, ma in modo di non scoraggiarli e stimolarli a far meglio1[3]. E’ ovvio che in questa raffigurazione del maestro, Quintiliano, disconosce l’uso dei castighi in genere e, particolarmente dei castighi corporali: inutili e offensivi per la dignità del minore. La figura del maestro che egli descrive, esprime tutta la sua fede nell’atto educativo: sia, il buon maestro, d’onesti costumi e abbia una solida cultura, sia fermo nei suoi principi e abbia fede negli ideali, sia ottimista sulla natura degli uomini e sull’efficacia del proprio magistero educativo, sia affabile e modesto e si lasci guidare dall’affetto per la propria opera. Il maestro, afferma Quintiliano, deve conoscere, anche, la psicologia dei suoi alunni per permettergli la comprensione del discepolo e adeguare l’opera educativa alla sua personalità e al suo particolare momento psicologico.

La didattica

Fasi dell’istruzione

Quintiliano sa che ogni età ha le sue condizioni, e riconosce che fino a sette anni il fanciullo non

deve ancora essere sottoposto ad uno sforzo eccessivo, perché ciò potrebbe condurre a fargli odiare

lo studio.

Il primo studio a cui il fanciullo dovrà dedicarsi è quello del leggere e dello scrivere, l’acquisto di

una buona pronuncia, l’accostamento alle prime forme di calcolo e all’esercizio della memoria, ma

sotto forma di giuoco, così come, per l’insegnamento delle lettere dell’alfabeto, Quintiliano

suggerisce che esso sia condotto mediante giuochi, fornendo al bambino lettere d’avorio o d’altro

materiale adatto, mediante al quale egli, giocando, impari l’alfabeto.

Per l’apprendimento della scrittura consiglia, di far tracciare al fanciullo le lettere su tavolette d’argilla sulle quali siano già incise le lettere da scrivere; in questo modo, il fanciullo si allenerà a seguirne il tracciato con lo stilo; tal esercizio abituerà alla forma e a scrivere rapidamente. Quando il fanciullo avrà imparato da sé a tracciare i segni dell’alfabeto, gli si daranno dei modelli da copiare: dapprima parole, e quindi frasi. Quando il fanciullo avrà appreso a leggere e a scrivere, passerà alle scuole del grammatico (letteratura in Grecia) e quindi a quella del retore.

Il valore della scuola Nell’antica Roma, il dilemma, era su chi doveva controllare e dirigere l’educazione, ma Quintiliano non si preoccupa delle finalità che potrebbe conseguire la scuola statale o quella privata, ma piuttosto dei migliori

risultati che può conseguire l’educazione scolastica nella sua collettività nei confronti dell’educazione individuale. Qui Quintiliano esalta il valore educativo della scuola come comunità; l’insegnamento individuale è soltanto istruzione; la scuola intesa come piccola società è invece vera educazione, vera formazione nella quale l’alunno apprende a vivere socialmente, si abitua a trattare con i suoi simili, aiuta l’accrescere dei rapporti interumani. Uno degli argomenti che Quintiliano adduce a sostegno della sua tesi sulla superiorità dell’insegnamento pubblico su quello privato è il fatto che la scuola sveglia il senso della emulazione tra condiscepoli; in merito a ciò, egli applicava un sistema che dava molto profitto: divideva gli alunni in vari gruppi e fissava, secondo la loro capacità, l’ordine di parlare e chi faceva progressi era posto più in alto nella graduatoria. La classifica si rifaceva ogni trenta giorni per tenere sempre desta l’emulazione, così i perdenti speravano di essere vincitori e il vincitore cercava di non farsi togliere il primato. Conclude, Quintiliano, che questa emulazione eccitava più delle esortazioni del maestro.

Il programma di studi Nella scuola del grammatico era previsto lo studio della grammatica, ritenuta da Quintiliano fondamento stabile per la formazione del futuro oratore; studiata non soltanto per conoscere le regole della lingua, o per chiamare meglio il senso dei testi, ma penetrando nei suoi misteri, vi si scopriranno mille finezze che non soltanto acuiscono l’intelligenza, ma coltivano l’erudizione e la scienza più profonda. Oltre alla grammatica, per Quintiliano, le discipline che il futuro oratore deve studiare erano la musica, la geometria, l’astronomia, la storia, la filosofia, la retorica e la conoscenza del diritto civile, della recitazione, dei costumi e della religione dello stato in cui vive. Lo studio della musica perché, Quintiliano dichiara, un’orazione ha una struttura musicale; una struttura armonica che ha la sua efficacia nell’impressionare gli animi, analogamente a quell’ottenuta con gli strumenti musicali. Ritiene necessaria per l’oratore anche la conoscenza della geometria (distinta in scienza dei numeri e scienza delle figure) perché in quel periodo, a Roma, si avevano scarse cognizioni di questa disciplina. Quintiliano accenna alla necessità delle conoscenze astronomiche; egli ne tratta come un’estensione della geometria, perché è questa che insegna come i movimenti degli astri siano certi e regolari. La storia è per Quintiliano un genere analogo alla poesia; essa non serve per dimostrare, ma per narrare, per conoscere e meditare i più nobili fatti che l’antichità ci ha tramandato. Il futuro oratore deve conoscere la filosofia, e particolarmente la filosofia morale, la quale comprende anche il diritto civile. Quintiliano ritiene che i problemi della filosofia, per quanto concerne l’educazione, sono di competenza dell’oratoria, e che soltanto per motivi storici essi siano stati trattati, quasi in esclusiva, dai filosofi. Pertanto, Quintiliano, pur ritenendo che l’oratore non deve trascurare i filosofi, lo invita a trarne solo ciò che gli è utile, e non accettarne le conclusioni strettamente tecniche, che sono astratte e assai lontano dalla realtà. Quintiliano ritiene opportuno lo studio anche della recitazione, per la quale consiglia all’alunno di prendere lezioni da qualche attore, non per fare il commediante, ma per apprendere e ben pronunciare le parole, ad usare il giusto tono della voce e a gestire in modo adeguato il discorso. Ma a che servono, si chiederanno alcuni, tali discipline (come ad esempio, saper riconoscere i suoni di una cetra), per difendere una causa o reggere un’assemblea? Quintiliano esamina questa necessità e risponde che tali discipline giovano a formare l’oratore, anzi l’oratore perfetto, colui che in nessuna sua parte è manchevole. Egli a tal proposito formula un esempio: “come api che compongono, dai succhi di mille fiori diversi, quel miele il cui sapore l’uomo non è capace di imitare”2[4]. La partecipazione dell’educando a questo atto educativo viene riconosciuta libera e attiva, suggerendo all’alunno di approfondire per conto proprio gli argomenti, studiati a scuola, con altri libri ed altro materiale utile a chiarire ed estendere gli stessi argomenti. L’età del passaggio dal grammatico al retore dipende dal livello del sapere tratto dagli studi; passerà, in altre parole quando ne sarà capace. Pertanto, i professori di retorica cominceranno il loro insegnamento là dove è arrivato quello del grammatico. Nella scuola del retore il minore impara a comporre e l’esercizio è il mezzo necessario per quest’apprendimento. L’esercizio del comporre, per Quintiliano, comprende due problemi: “Come e che cosa comporre”. Egli tratta del primo nel cap. X e III e del secondo nel X e V. Come comporre, occorre, dice Quintiliano, che l’esercizio sia sorretto dal metodo; bisogna abituare gli alunni a non scrivere molto, ma diligentemente e accuratamente. Ogni componimento deve avere tre qualità: essere corretto, chiaro e ornato (adeguato). L’esercizio del comporre non potrebbe avere alcun’efficacia se

hanno percorso coloro che ci hanno preceduto, e ci facilita, pertanto, l’inizio della strada che dobbiamo percorrere noi. In quanto al numero delle discipline, egli le prevede varie perché ritiene che tutte le scienze debbano essere conosciute dall’oratore. La duttilità intellettiva non farà avvertire noia e stanchezza e favorirà un apprendimento proficuo e consistente. La cultura è, dunque, per Quintiliano, come una ricchezza da accumulare per servirsene al bisogno.

La decadenza dell’oratoria

Secondo Cic. Quint. La retorica è > filosofia. La retorica infatti raccoglie tutte le discipline. Due problemi dibattuti anche in altri testi pressappoco contemporanei: quello della mutata funzione dell’oratore nella società civile e quello delle nuove tendenze stilistiche affermatesi nella prima età imperiale. Quintiliano imposta entrambi i problemi in termini di ”corruzione”, e indica le cause della decadenza dell’eloquenza in fattori di ordine tecnico (carenza di buoni insegnanti, eccessivo spazio dato nella scuola alle declamazioni su argomenti fittizi, lontani dalla vita reale) e morale (alla degenerazione dei costumi si accompagna lo scadimento del gusto e dello stile). Egli indica classicisticamente in Cicerone il culmine dell’oratoria romana e il modello insuperato, a cui si deve tornare per porre rimedio alla situazione presente. Quando, nel libro XII, delinea la figura dell’oratore perfetto, Quintiliano parla come se nulla fosse cambiato dai tempi di Cicerone; egli afferma infatti che il grande oratore darà le prove più alte del suo valore quando dovrà orientare le decisioni del senato e ricondurre sulla retta strada il popolo sviato (XII, 1, 26), fingendo d’ignorare che sotto il regime monarchico il senato e il popolo non hanno più alcuna effettiva capacità decisionale, perché tutto il potere è di fatto nelle mani del principe. In realtà, a ben vedere, l’impostazione moralistica che il retore dà al suo discorso cela un’abile operazione di copertura ideologica del regime monarchico. il fine degli oratori “nuovi” è la voluptas di chi ascolta; essi, mirando in primo luogo a delectare, scambiano quello che per l’oratore è un fine secondario, con il fine principale, che è quello di persuadere. Crede di poter superare cic con una prosa lenta ma non riesce anche perché la lingua di cic non è più usata.

TACITO Publio Cornelio Tacito nacque nella Gallia Narbonese tra il 55 e il 58 d.C. da una famiglia di discendenza senatoria. Frequentò la scuola oratoria di Roma, sposò la figlia di Giulio Agricola (statista e comandante militare) ed iniziò la sua carriera politica sotto la dinastia dei flavi (Vespasiano, Tito e Domiziano) diventò questore, tribuno della plebe e pretore. Successivamente si allontanò da Roma probabilmente per comandare una legione. Fu proclamato console suffectus probabilmente da Domiziano. Quando il regno di Domiziano finì subentrarono al suo posto Nerva (vecchio senatore) e Traiano, e proprio in questo periodo Tacito iniziò a scrivere l'" Agricola ", " Germania ", " Historie " e " Annales ". Fu un abile oratore in coppia con Plinio il Giovane. Si pensa che il 117 d.C. sia la data della morte di Tacito.

Fu l’ultimo grande storiografo latino, dopo di lui infatti vengono scritte esclusivamente biografie.

AGRICOLA

L'attività letteraria di Tacito comincia, con quest'opera, nella sua età matura, dopo la morte di Domiziano. Fatto molto impo in quanto lui pone la tirannide come pto di partenza nelle sue riflessioni. È una monografia (come il de coniuratione catilinae di Sallustio) encomiastica scritta tra il 97 e il 98 del suocero Giulio Agricola, governatore della Britannia per 7 anni. Si riallaccia alla tradizione del I sec dC dell’orazione di encomio funebre, solo che in questo periodo ha assunto una connotazione + polemica xk veniva usata x ricordare i ‘’martiri’’ del principato. Qui T. risalta le abilità del suocero nel servire lo stato che era sotto un pessimo principe che aveva negato la libertà, e anche sul pto di morte non va in cerca di fama e gloria. Soppressione della libertas sotto Dom., con la messa al bando dei filosofi, con la morte del tiranno si torna a respirare e T. spera nel ritorno alla libertà soprattutto con Nerva il quale aveva introdotto l’adozione e quindi non si procedeva più per ereditarietà che poteva generare del male. Era una sorta di imperatore illuminato che sarebbe stato in grado di riportare la libertà, ma nel II libro si rende conto che la libertà è possibile sotto la repubblica… T. per difendere il suocero introduce il rumor che D. geloso l’avesse avvelenato. (quindi vittima innocente). Successivamente affronta il dilemma se sia + virtuoso e utile ostinarsi nell’opposizione a un principe malvagio o accettare di collaborare per poter servire la patria nel superiore interesse della res

publica (predilige l’ultima). È importante notare come egli riesca a condannare la tirannide con una polemica sottile e indiretta. Espone vita suocero in modo lineare e cronologico dalla nascita alla morte, delinea le sue qualità. Quando racconta del suo operato in Britania fa un excursus sulla geografia e sui popoli della regione, procede anno per anno. È tuttavia una biografia particolare si concentra infatti molto sulla vita pubblica tralasciando l’aspetto fisico e la vita privata. I suoi modelli sono Sallustio, Livio e Cicerone (per il discorso oratorio).

GERMANIA

è composta nel 98 ed è uno scritto di carattere etnografico. Infatti, Tacito si propone di trattare l’origine, la posizione geografica e le abitudini dei germani, popoli abitanti dell’Europa settentrionale. Cesare, nel I secolo a.C. aveva già intrapreso con il De bello Gallico, una trattazione monografica circa i costumi e le tradizioni di un popolo (appunto i Galli), ma si trattava di un’opera apologetica e giustificazionista del suo operato. Tacito, invece, elabora questa monografia perché:

•Tacito intende analizzare le cause della decadenza dei costumi romani, e perciò si serve dei Germani, un popolo assai diverso, per procedere a un esame comparativo fra i costumi corrotti dei Romani e quelli barbarici ma schietti di queste popolazioni.

Tuttavia, nell’intenzione dell’autore non compare la propensione di sancire una superiorità dell’uno o dell’altro popolo, bensì decretare un primato celebrativo, proprio come accadde nelle opere di Cesare (Commentarii), Ennio (Annales), Nevio (Bellum Poenicum). In tal senso, alcuni studiosi ritengono che Tacito, attraverso la relazione circa questo popolo, volesse segnalare ai romani un potenziale nemico capace di rovesciare il già precario equilibrio dell’Impero (un’intuizione sagace, quasi profetica, dal momento che i romani saranno sconfitti dai germani). L'opera dunque si può interpretare come un invito rivolto ai Romani affinché ritornino alla sanità degli antichi costumi prima di essere travolti da altri popoli più "virtuosi" e indomiti. Tacito, quindi, esalta la compattezza etnica e la spiccata indole belligerante dei germani, condividendone inoltre, l’atteggiamento spartano nella vita quotidiana che sembra serbare questi popoli dalla corruzione, ormai dilagante a Roma (richiamo esplicito all’ammonimento di Cesare che censurava l’atteggiamento dei romani orientati verso costumi “effeminati”rispetto a quelli deiGalli). Alcuni critici e latinisti, durante la Germania Hitleriana, tuttavia, hanno strumentalizzato tale PUREZZA DELLA RAZZA GERMANICA quale ulteriore conferma della superiorità della razza ariana. In realtà, Tacito si riferisce a una presunta superiorità di questa stirpe in virtù della sua collocazione geografica, che ostile dal punto di vista paesaggistico, non consentiva ad altri popoli di recarsi in quei luoghi, e quindi, contaminare la razza germanica stessa. D’altronde nell’opera di Tacito sono assenti valutazioni di merito poiché trattasi solo di un’attestazione di fatto. È diviso in 2 pti

1- Descrizione complessiva della Germania e sulle loro origini

2- Rassegna specifica delle singole tribù

Molto probabilmente le sue fonti sono letterarie quindi il De Bello Gallico di Cesare, l’opera di Plinio il Vecchio sulle guerre germaniche e informazioni orali. È sostanzialmente un’opera di propaganda, fa emergere il fatto che la libertà si vede nei popoli allo stato di natura, ma è tuttavia fiero del progresso che i Romani hanno fatto negli anni… I Romani vedevano la storia ciclica quindi prima o poi sarebbe arrivato qualcuno a distruggerli e lui credeva che i germani una volta coalizzati ce la facessero. Vuole condannare la decadenza romana.

HISTORIAE e ANNALES Tacito vuole ragionare sui fatti passati, ma bensì su quelli presenti.

1- Le Historiae sono dedicate alla dinastia dei Flavi ( Vespasiano, Tito e Domiziano) comprende la

storia dal 69 al 96, molto probabilmente formata da 14 libri, ma noi abbiamo solo i primi 4 e una parte del 5. Racconta dalla morte di Nerone a quella di Domiziano. Le Historiae si aprono con una prefazione nel quale Tacito loda gli storici del periodo repubblicano e condanna invece quelli del principato, afferma infatti che gli storici dell'età repubblicana avevano espresso il loro pensiero senza condizionamenti, mentre gli storici del principato erano inaffidabili a causa del servilismo o