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Seneca si inserisce nell’età giulio claudia, essendone il maggiore esponente in quanto riflette su tematiche dell’esistenza: uomo sospeso tra peccato e virtù, tra certezza e incertezza, la libertà, la morte. È contorto, è barocco sia nello stile che nella vita. VITA Lucio Anneo Seneca nasce a Cordova nel 4 secolo a.C da una famiglia ragguardevole del ceto equestre. Il padre Seneca Retore aveva trascorso a Roma la maggior parte della sua vita. La madre Elvia apparteneva ad una famiglia provinciale di elevata condizione. A Roma egli ricevette una raffinata educazione. Suo maestro fu lo storico Attalo. Dopo gli studi filosofici egli fece un viaggio in Egitto per ritemprare il suo fisico. Tornato a Roma iniziò la carriera politica e si dedicò agli studi retorici, in cui mostrò talento. Entrò al senato come questore. Destò invidia all’imperatore Caligola per le sue doti d’eloquenza. Con l’avvento al potere di Claudio egli fu mandato in esilio in Corsica, accusato di adulterio con Livilla, sorella di Caligola. Alla morte di Claudio Nerone venne acclamato imperatore e Seneca, suo consigliere e guida spirituale assunse una posizione di primo piano nella corte. Seneca voleva uno stato guidato da filosofi, l’ideale platonico; voleva una guida che agisse in nome della clementia cesari, uno stato in cui chi era al potere facesse filosofia. L’atteggiamento di Nerone portò Seneca ad allontanarsi dal potere, a rinunciare alla formazione del sovrano filosofo e a dedicarsi a vita contemplativa. Egli partecipò alla congiura dei Pisoni e, al fallimento, capì di non avere scampo e si suicidò. Per quanto riguarda le opere, oltre al corpus di opere filosofiche riunite sotto il titolo di dialoghi, ci sono pervenuti tre trattati filosofici (IL DE CLEMENTIA; IL DE BENEFICIS; LE NATURALES QUAESTIONES), le epistole a Lucilio, le tragedie e l’apokolokuntosis. I DIALOGHI I dialoghi sono costituiti da 10 opere filosofiche contenute in 12 libri. Non siamo in presenza di veri e propri dialoghi filosofici; la struttura dialogica risiede nel fatto che talora sono rivolte a destinatari, che però possono essere fittizi. L’intitolazione sicuramente non risale a Seneca ma a chi mise insieme la raccolta. Sono: o Il De Providentia, rivolto a Lucilio che dice che i mali che capitano ai buoni sono solo apparenti e fanno parte di un piano provvidenziale. Ciò rientra in un concetto di Seneca secondo cui il saggio che ha la virtus è imperturbabile perché è libero da condizionamenti esterni e niente lo può colpire perché accetta senza turbamento ciò che succede perché fa parte di un ordine cosmico che il saggio deve accettare. Esso non si affanna ne per il futuro ne ha rimorsi ma vive il presente accettando ciò che accade come qualcosa di necessario. o Il De Constantia sapientis, il saggio non può soffrire per ingiurie rivoltegli perché ha la virtus che è un possesso invulnerabile. Qui si rivolge a Serenio. o Il De Ira è dedicato al fratello, indica i modi di liberarsi dalla passione perniciosa che è l’ira. o Il De vita beata al fratello dice che la virtù è l’unica cosa che permette di vivere bene e l’uomo non deve privarsi dei beni materiali ma deve saperli usare con virtus. o Il De otio esalta la vita contemplativa. o Il De tranquillitate animi dove suggerisce ad Alneo sereno, un giovane dall’animo inquieto, i modi per raggiungere la serenità. o De brevitate vitae dove riflette sul tempo e su come venga dissipato dall’uomo.
Durante l’esilio Seneca compose scritti di carattere consolatorio. Il genere letterario della consolationes era stato coltivato tanto dai filosofi greci, quanto dagli autori romani. In esse si svolgevano argomentazioni filosofiche atte a lenire la sofferenza e a renderla sopportabile. o La Consolatio ad Marciam è dedicata alla figlia di Cremuzio Cordo, Marcia, consolata per aver perso il figlio piccolo. Qui lui dice che la morte è già contenuta nella vita perché la vera vita è dopo la morte, preannuncia il cristianesimo. o Vi è anche una consolazione alla madre Elvia scritta durante l’esilio dove consola la madre per il suo esilio ma alla fine sembra che stia cercando di convincere se stesso. Quella ad Elvia mantiene la topica (il luogo comune) del genere ma vi sono spunti più soggettivi e commoventi. o La consolatio ad Polybium che vuole confortare Polibio, liberto di Claudio, al quale era morto un fratello. Questa rappresenta una delle contraddizioni tipiche di Seneca. Egli condanna Claudio ma in esilio per rientrare a Roma scrive una consolazione a Polibio, solo per ingraziarsi l’imperatore. Dopo la morte di Claudio scrive verso di lui una satira menippea, Ludus de more Claudi, la zucchificazione di Claudio. È quindi una figura contraddittoria. Predica il distacco dai beni materiali ma aveva grandi ricchezze, era circondato di schiavi ma in un’epistola condanna la servitù perché dice “Servi sunt immo homines” (sono servi ma anche uomini), in quanto la nobiltà dipende dalla cultura e quindi da spirito e anima. I TRATTATI Nel corpo dei Dialogi non sono stati inclusi alcuni trattati filosofici. o Il De Clementia, dedicata a Nerone e spiega quale è l’importanza di un sovrano illuminato e di usare la clemenza di Cesare verso i sudditi. Qui si colgono le speranze di Seneca in una monarchia illuminata da parte di Nerone. Seneca lo elogia e lo vede come un principio più grande di Augusto, in quanto non si è macchiato di nessun delitto. o Il De beneficis in 7 libri è scritto quanto Nerone assume atteggiamento dispotico. Egli denuncia la tendenza tirannica dei monarchi e afferma che il legame tra beneficato e benefattore è alla base della convivenza umana. Un principe deve essere circondato da collaboratori virtuosi. In questa opera predomina la filantropia, l’aiutare l’uomo e essere aiutato, la solidarietà. o Poi vi sono le Naturales Quaestiones in 7 libri, l’unica opera scientifica di Seneca dove parla dei fenomeni fisici, vuole dimostrare che essi sono alla base di ciò che succede (es. terremoti). Seneca dice che fra gli elementi c’è una continua osmosi poiché la natura soppesa con accuratezza i suoi componenti, come se li avesse posti su una bilancia. Tuttavia non sempre la natura mostra il suo lato benevolo in quanto potendo fare tutto saprà dare origine alle cose ma saprà anche distruggerle. Seneca denuncia gli abusi dell’uomo sulla natura. Seneca tende a fornire spiegazioni razionali dei fenomeni, perché considera suo scopo la liberazione dell’uomo dal timore irrazionale al cospetto dei fenomeni naturali. Fine ultimo è la ricerca della razionalità divina dell’universo: cioè tramite lo studio razionale della natura, cioè la scienza, si può raggiungere la conoscenza del divino. LE EPISTOLE AD LUCILIUM Sono 124 lettere suddivise in 2° libri. Scritte dopo il ritiro di Seneca dalla vita politica sono dirette a Lucilio, uomo di origini modeste che era diventato eques, con importanti incarichi amministrativi in Sicilia. Le lettere hanno lo scopo di condurre l’amico alla conquista della saggezza. Particolare è il fatto che egli non vuole insegnare la sua vita come modello ma come l’uomo dovrebbe essere, non si pone come modello di virtù ma tende a essa. Nell’opera vengono trattati i temi più importanti dell’esistenza, la vita, la morte, l’indipendenza dello spirito: conquiste a cui l’uomo deve tendere tramite un lavoro di riflessione continua di se stesso. Seneca tramite le epistole può parlare all’amico in merito ai suoi problemi reali e al tempo stesso può trattare argomenti destinati a tutta la sua cerchia. Può realizzare quindi un’opera filosofica sotto forma epistolare, fornendo un esempio costante di comportamento di vita. Lo scopo è quello di insegnare il modo di impossessarsi della libertà interiore e del dominio di se, tramite il quale l’uomo può liberarsi dalle passioni, dalle vane credenze e dal timore della morte.
l’opera mostra la grande abilità stilistica e la raffinata cultura del suo autore, che non esita ad adoperare registri diversi a seconda dei personaggi. IL PENSIERO La filosofia per lui deve essere strumento per liberare l’uomo da angosce e paure e raggiungere lo stato di equilibrio. Dio per Seneca si identifica nel LOGOS (la razionalità, la ragione dell’universo) e Dio è immanente e vive in tutte le cose, nella natura, è la provvidenza, cioè ordine naturale del mondo, e tutto ciò che accade va accettato. La divinità è qualcosa di fisico, concreto e Dio è dentro di noi, observator et custos, osservatore e custode di noi stessi, cioè chi ci indirizza nel vivere; è lontano dalla sfera cristiana che vede Dio come esterno; per Seneca è nell’uomo, è il saggio stesso. L’anima per gli stoici è imprigionata dal corpo e la morte è liberazione dello spirito dalle catene del corpo. L’indifferenza del saggio ai mali è dovuta al fatto che egli non si preoccupa del futuro, non ha rimorsi per il passato ma vive e fa tesoro del presente. Guarda con indifferenza ciò che succede perché ha la virtù di rassegnarsi e adeguarsi all’ordine divino dell’universo. Anche la morte, l’esilio, la malattia sono mali apparenti anzi le esperienze negative danno all’uomo la possibilità di riflettere e lavorare su se stessi e di raggiungere la virtù, quindi sono positive. Il saggio se non riesce a superare i mali deve suicidarsi. È lontano dal cristianesimo perché non ha caritas, non ha un Dio personale che esiste a cui ci si deve abbandonare con totale fede. IL CONCETTO DI TEMPO Per Seneca il tempo si divide in: Quod fuit: passato; Quod est: presente; Quod futurum est: futuro. Seneca dice che noi dobbiamo vivere il presente perché solo questo ci appartiene in quanto il passato non è nostro e neanche il futuro perché è incerto. L’opera “De brevitate vitae” parla del tempo. Nell’opera c’è un brivido febbrile sul tempo vissuto come ansia per il tempo che fugge. In Seneca il concetto della precarietà della vita e fugacità del tempo portano a sfruttare il momento come se fosse l’ultimo. Chi rimanda e spera nel futuro è dipendente dall’incertezza e non vive. Le metafore per il tempo sono il fiume, il punto, l’abisso. o Panta rei: tutto scorre e tutto cambia. La piena che si abbatte e travolge tutto viene visto da Seneca. o Il punto: lo scorrere veloce che di colpo si contrae e a livello spaziale diventa piccolo, un punto: la vita di ognuno di noi è un punto. Punctum est quod vivimus et aduc puncto minus. o Nelle Naturales questiones lui dice: “Io sono un punto fra 2 abissi”: è una situazione universale, l’uomo sospeso fra passato e futuro. L’abisso richiama la vastità del tempo. La concezione ansiosa del tempo è l’immagine del periodo storico con precarietà e perdita di libertà da parte dei senatori, massacri, uccisioni, un periodo di follia. Seneca dice che è difficile imparare a vivere, ci vuole una vita per imparare a vivere e una vita per imparare a morire. Il concetto di tempo è legato a quello di virtù. Egli dice che il saggio trionfa sul tempo perché lo sa usare, apprezzandone l’aspetto qualitativo e non quantitativo. Vivere ha un significato, esistere un altro. “Quam bene vivas refert, non quam diu”: importa quanto bene vivi non quanto a lungo. È l’anima che fa vivere a lungo. Il saggio sa fare un buon uso del presente, non ha rimorsi del passato, non pensa al futuro e si concentra sul momento Antitesi tempo-saggezza. Il saggio è padrone del tempo perché ha a disposizione l’otium, il tempo libero da dedicare alla vita speculativa. Seneca lo può fare. L’impegno lavorativo distrae l’uomo dal suo tempo. Dobbiamo dominare il tempo. Questa concezione è in contrasto con Cicerone che riteneva come compito umano la partecipazione alla vita pubblica. Seneca si scontra perché per lui dedicarsi agli affari politici vuol dire rubare tempo a se stessi. Lui dice “Suus nemo est” (nessuno è di se stesso: concetto dell’alienazione umana.)