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L’oratore va educato sin dalla
prima infanzia
QUINTILIANO, INSTITUTIO ORATORIA, I, 1
Quintiliano Egli indica classicisticamente in Cicerone il culmine dell'oratoria romana e il modello insuperato, a cui si deve tornare per porre rimedio alla situazione presente. Secondo Quintiliano, le ragioni di questo decadimento sono due: una causa morale, ossia la corruzione dei maestri di retorica che di conseguenza corrompono i costumi dei giovani; in seguito, una causa politica, cioè il declino della libertas repubblicana. Quintiliano si rifà a Cicerone anche come modello di stile, infatti auspica ad un ritorno alla prosa di stampo classicheggiante, misurata e senza eccessi ma da lui si differenzia per il frequente ricorso a figure retoriche e l’uso di periodi meno ampi, caratteristici invece della prima età imperiale. Quindi l’intento di quintiliano è quello di evitare una "trasmissione di notizie disadorna e arida" e di conferire alla sua esposizione una "certa eleganza" che la renda piacevole e attraente. Marco Fabio Quintiliano nasce nel 35 d.C. a Calagurris in Spagna. Figlio di un maestro di retorica, si trasferì presto a Roma per gli studi grammatici e di retorica. Tornato in Spagna, aprì una sua scuola finché fu richiamato a Roma da Galba, dove continuò a praticare l’attività retorica e a insegnare, infatti fu il primo professore statale di retorica a Roma sotto Vespasiano. Ebbe allievi molto illustri tra cui Plinio il giovane, Giovenale e Tacito. Dopo aver lasciato l’attività forense e di insegnante, nell'88, Domiziano lo volle come precettore dei suoi nipoti e lo ricompensò con il conferimento della dignità consolare. Inizia in quegli anni a dedicarsi alla composizione delle sue opere: due raccolte di declamationes (considerate spurie), due libri del de arte retorica (dispense delle sue lezioni che gli allievi fecero circolare senza la sua autorizzazione) l'institutio oratoria e il de causis corruptis eloquentiae, nel quale tratta le cause della decadenza dell'oratoria, andata perduta.
Institutio oratoria, I, 1 L’importanza della formazione di base
Nei primi due libri dell’Institutio Oratoria vengono espressi i caratteri del pensiero pedagogico di Quintiliano. L’autore
definisce i fondamenti dell'istruzione ed esprime la necessità di formare l'allievo, sin da quando è bambino, con l'obiettivo
di svilupparne il più possibile le qualità individuali e plasmare dunque un buon cittadino. Attraverso quest’opera Quintiliano
aspira a guidare gli insegnanti nel compito di istruire i giovani mediante precetti e consigli concreti.
Tutti gli uomini sono in grado di apprendere cose nuove: è fondamentale, pertanto, che siano costantemente seguiti nel
modo giusto perché ogni ragazzo ha, dentro di sé, gli strumenti e la capacità per ottenere i più alti risultati. Se ciò non
accade, secondo Quintiliano, la colpa va attribuita a una formazione inadeguata e a maestri che non hanno saputo
trasmettere il giusto metodo di studio: la formazione infatti avviene attraverso l'imitazione di modelli. Quintiliano dunque
teorizza attraverso l'osservazione empirica un dato di fatto della moderna pedagogia: l'importanza del contesto
socioculturale di partenza e gli effetti che esso ha sul rendimento scolastico individuale. Il docente deve non solo essere in
possesso di nozioni da impartire ai propri studenti, ma anche avere la padronanza delle tecniche adeguate per trasmetterle.
Questo passo è forse uno dei più significativi dell'intera Institutio: Quintiliano, infatti, sottolinea come l'apprendimento non
sia una prerogativa riservata a pochi individui intellettualmente brillanti, ma sia, al contrario, una capacità universale. Come
per gli uccelli è naturale volare e per i cavalli correre, così per l'uomo è naturale imparare, e per questo motivo è
fondamentale non sprecare nè corrompere questa propensione dei più piccoli all'apprendimento.
- «Perciò dal momento della nascita del^ figlio per prima cosa il padre concepisca la speranza migliore possibile su di lui così sarà più scrupoloso sin dai primi momenti. Infatti, non ha fondamento la lamentela secondo cui la capacità di comprendere le cose che vengono trasmesse sia stata concessa a pochissimi uomini, mentre invece i più perdono fatica e tempo per la lentezza d'ingegno. Infatti, al contrario, potresti trovarne molti sia portati per il ragionamento sia disposti ad imparare. Giacché questo è naturale per l'uomo, e come gli uccelli nascono per volare, i cavalli per correre, le bestie per infierire, così a noi è proprio l'esercizio frenetico della mente: onde si crede che l'origine dell'anima [sia] celeste»
- «Invero gli ottusi e gli indisciplinati non nascono secondo la natura umana non più di quanto (nascano) corpi prodigiosi e straordinari per mostruosità, ma questi sono stati pochissimi. Ne è prova il fatto che nei bambini brilla la speranza di molteplici possibilità: e quando questa con l'avanzare dell'età si esaurisce, è chiaro che non è venuta meno la natura ma l'opera di affinamento delle capacità/cura. “Tuttavia uno è superiore a un altro per ingegno”.»
- «Lo ammetto; ma conseguirà più o meno risultati: non si trova nessuno che non abbia conseguito nulla con l'applicazione. Chi si sia reso conto di ciò, non appena sarà diventato genitore, dedichi la cura più attenta possibile al figlio alla speranza di un futuro oratore»
- Igitur nato^ filio pater^ spem^ de illo primum quam optimam
capiat: ita diligentior a principiis fiet. Falsa enim est
querela, paucissimis hominibus uim percipiendi quae
tradantur esse concessam, plerosque uero laborem ac
tempora tarditate ingenii perdere. Nam contra plures
reperias et faciles in excogitando et ad discendum
promptos. Quippe id est homini naturale, ac sicut aues ad
uolatum, equi ad cursum, ad saeuitiam ferae gignuntur, ita
nobis propria est mentis agitatio atque sollertia: unde
origo animi caelestis creditur.
- Hebetes uero et indociles non magis secundum naturam
hominis eduntur quam prodigiosa corpora et monstris
insignia, sed hi pauci admodum fuerunt. Argumentum,
quod in pueris elucet spes plurimorum: quae cum emoritur
aetate, manifestum est non naturam defecisse sed curam.
"Praestat tamen ingenio alius alium."
- Concedo; sed plus efficiet aut minus: nemo reperitur qui
sit studio nihil consecutus. Hoc qui peruiderit, protinus ut
erit parens factus, acrem quam maxime datur curam spei
futuri oratoris inpendat.
- «Né tuttavia abbiano meno cura d’istruire i^ figli coloro a cui non è toccato d'imparare, ma siano proprio per questo motivo più diligenti in tutti gli altri aspetti».
- Per quanto riguarda i bambini con cui sarà educato colui che è destinato a questa speranza, sia detto la stessa cosa delle nutrici. Per quanto riguarda i pedagoghi, (vorrei) o che siano veramente preparati, il che mi piacerebbe fosse la loro prima preoccupazione, o che siano consapevoli di non essere colti.. Non c'è niente di peggio di quelli che dopo aver raggiunto qualche progresso al di là dei primi rudimenti delle lettere assumono la falsa convinzione di possedere la conoscenza. Infatti, da un lato s'indignano a rinunciare al ruolo di precettore e d'altra parte come per un qualche potere acquisito di diritto, per cui generalmente questo genere di uomini insuperbisce, impartiscono la propria stoltezza con imperiosità e talvolta con crudeltà».
- «E il loro errore non danneggia in minor misura i costumi, se è vero che Leonida, il pedagogo di Alessandro, come è tramandato da Diogene di Babilonia, gli trasmise alcuni vizi che da quella formazione puerile lo hanno seguito anche una volta cresciuto e ormai era un grandissimo re».
- Nec tamen^ ii quibus^ discere ipsis non contigit minorem curam docendi liberos habeant, sed sint propter hoc ipsum ad cetera magis diligentes.
- De pueris inter quos^ educabitur^ ille huic spei destinatus idem quod de nutricibus dictum sit. De paedagogis hoc amplius, ut aut sint eruditi plane, quam primam esse curam uelim, aut se non esse eruditos sciant. Nihil est peius iis qui paulum aliquid ultra primas litteras progressi falsam sibi scientiae persuasionem induerunt. Nam et cedere praecipiendi partibus indignantur et uelut iure quodam potestatis, quo fere hoc hominum genus intumescit, imperiosi atque interim saeuientes stultitiam suam perdocent.
- Nec minus error eorum nocet moribus,^ si quidem Leonides Alexandri paedagogus, ut a Babylonio Diogene traditur, quibusdam eum uitiis inbuit quae robustum quoque et iam maximum regem ab illa institutione puerili sunt persecuta.