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Riassunto integrale del testo di Giorgio Inglese. Ottimo per preparare gli esami di letteratura italiana che contengano questo tipo di documento.
Tipologia: Appunti
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Gaia Dangolini Riassunto Dante: guida alla Divina Commedia Giorgio Inglese
I.1 I canti proemiali ( If I e II) Nel mezzo del cammin di nostra vita/mi ritrovai per una selva oscura, questa è la formula di apertura del canto proemiale dell’inferno che ci da tre indicazioni di riferimento: il tempo dell’azione, il luogo e l’identità del personaggio protagonista ( parleremo di Dante agens, cioè il personaggio di Dante che compie le azioni e di Dante loquens/autor per indicare il narratore/autore). Il tempo dell’azione viene individuato quando si dichiarano trascorsi 1266 anni dalla morte di Cristo, siamo perciò nel 1300, anno del giubileo concesso da Papa Bonifacio VIII per venire incontro a un’attesa lunga di Messianismo. L’identità del narrante, invece, viene sciolta più lentamente: prima viene detto che è professionista dell’arte letteraria, poi che è amico della Beata Beatrice, poi che è fiorentino e solo nel Purgatorio Beatrice lo chiamerà per nome: Dante. L’indicazione di luogo viene indicata con la perifrasi mi ritrovai , che indica una situazione di ritorno alla coscienza da parte del protagonista che si risveglia da uno stato di torpore o di sonno che gli ha fatto perdere la retta via, il cammino illuminato, facendolo ritrovare in una selva oscura. Ridestato, cerca di uscire dalla selva seguendo un percorso illuminato dalla luce ma si imbatte in tre fiere: una lonza (lussuria), un leone (la superbia) e una lupa (la cupidigia). Successivamente appare la figura (ombra o omo) di Virgilio, che sarà l’accompagnatore di Dante tra inferno e purgatorio. Ovviamente la situazione in cui Dante Agens è inserito è una situazione allegorica: la selva infatti rappresenta il peccato e la vita mondana afflitta dal peccato; la selva può diventare anche deserto, valle ( come la valle di lacrime biblica) e anche pelago, cioè il mare dove tutti trovano la morte. Al contrario, il sole è Dio, è la forza che domina il mondo, al quale tutto tende. Il colle che Dante agens sta cercando di raggiungere è illuminato da Dio-sole rappresenta la felicità naturale che si identifica idealmente con la montagna dell’eden che
verrà rappresentata in questi termini da Beatrice nel Purgatorio. Le bestie sono tentazioni diaboliche che conducono sulla via sbagliata Dante agens. Il terzetto di queste tre fiere è biblico e si rintraccia in Geremia. Il correlativo della lonza e del leone non è del tutto sicuro ma si pensa che sia rispettivamente la lussuria e la superbia, invece il significato della lupa è chiaro ed è quello della cupidigia. Il suo smarrimento nella selva non è solo una condizione relativa al personaggio ma anche una metafora della condizione umana in quel dato periodo storico. Difatti la cupidigia non è solo un vizio umano, ma una forza che domina il mondo; la manifestazione più grave della cupidigia nella realtà storica è rappresentata dalla chiesa di Roma, che è corrotta e per sete di dominio si è fatta nemica dell’impero. Le tre fiere verranno scacciate dall’arrivo profetico di un Veltro che gli studiosi non hanno ancora personificato. Infatti, la perifrasi che lo descrive ( sua nazion sarà tra feltro e feltro) è un vero e proprio enigma. Nel Purgatorio il Veltro viene associato ad un erede di Eurialo e Niso, di Camilla e di Turno, quindi direttamente dalle imprese di Enea. Probabilmente si parla di un erede dell’Aquila, ossia di un imperatore romano. In attesa della redenzione universale al peccatore Dante Agens, la misericordia divina ha inviato una guida che lo riconduca alla verità e alla salvezza attraverso un viaggio di conoscenza e di liberazione morale tra le anime dell’inferno, del purgatorio e, infine, tra le beate genti del Paradiso. Nonostante le rassicurazioni dei suoi accompagnatori Dante agens non è del tutto sicuro di poter fare un passo così importante (l’alto passo), perché non si sente all’altezza dei predecessori che l’hanno compiuto: San Paolo ed Enea che sono saliti al cielo prima della morte in vista del compimento di azioni universali. Virgilio lo rassicura dicendogli che in questo viaggio tra i beati sarà accompagnato da tre donne divine, tra cui anche Beatrice che rivive la descrizione dell’amata della Vita nova. I.2 Il viaggio I.2.I Calendario E Dante ha concepito per il suo viaggio una cronologia serratissima, ricostruibile dalle allusioni sparse nel poema. Dante agens incontra le tre fiere al mattino del 25 marzo 1300, venerdì anniversario della morte di Gesù; la discesa agli inferi, descensus ad inferos , comincia al tramonto, occupa tutta la notte il giorno seguente fino a sera. La risalita dal centro della terra al monte dell'eden dura 21 ore ma coincide con il guadagno di 12 ore a causa del passaggio da un emisfero all’altro. Così che Dante agens è ai piedi del monte all'alba del 27 marzo, dies domenica , e completa la sua purificazione al mezzo di del 30. Il percorso nel Purgatorio è più lungo perché il tempo notturno non può essere impiegato per la salita. L'ascensione attraverso i cieli fisici dura circa 19 ore, mentre la visione dell'empireo si svolge in un tempo mistico non calcolabile. L’esordio della commedia è in medias res , come nell’Eneide.
I seduttori e ruffiani seguono gli adulatori. Gli ecclesiastici corrotti sono ficcate a testa in giù in pozzetti circolari. Lo spirito di Papa Niccolò terzo preannuncia la morte e la donazione di Bonifacio ottavo e di Clemente V. Gli indovini , tra i quali è la maga Manto, hanno il vento girato sulla schiena. I politici corrotti , o barattieri , sono immersi nella pece bollente. In questa bolgia Dante e Virgili si imbattono in un pittoresco reparto di diavoli, detti male branche. Nella stessa bolgia, gli ipocriti si trascinano sotto cappe di piombo dorato. I ladri sono invece sottoposti ad atroci e incredibili mutazioni, da uomo serpente e viceversa. La bolgia dei consiglieri di Frode implica uno sforzo creativo a Dante autor: i dannati sono chiusi ciascuno in una fiamma, fanno eccezione Diomede e Ulisse congiunti nella pena come lo furono nel delitto. Nella medesima bolgia Dante incontra anche il condottiero Guido da Montefeltro morto in peccato mortale per colpa di Papa Bonifacio ottavo. Seguono i seminatori di scismi e discordia che sono, per contrappasso, tagliati e mutilati da un diavolo. I falsari sono piegati da varie malattie. Fra l'ottavo e il nono cerchio sono il biblico Nembrot e gli altri giganti uno dei quali, Anteo, depone i viaggiatori sulla superficie ghiacciata del fiume Cocito. Prigionieri del ghiaccio, i traditori sono qui divisi in quattro zone, denominati dai dannati più celebri: Caino, Antenore troiano, Tolomeo faraone di Egitto, Giuda. Nella Caina , si trovano i traditori dei parenti. Nell'Antenora , fra i traditori politici Dante scorge il conte Ugolino che si accanisce per l'eternità sul suo nemico, l'arcivescovo Ruggeri; il conte narra della morte per fame sua e dei figli in una prigione pisana. Nella Tolomea stanno i traditori degli ospiti: peccato così grave, che spesso l'anima cade subito all'inferno, mentre il corpo, governato da un diavolo, continua vivere sulla terra fino alla sua naturale consumazione. Nella Giudecca , sono puniti coloro che tradiscono i propri benefattori. Al centro della terra, vale a dire nel punto più basso del cosmo, sta Lucifero Satana che si ribellò al creatore e ora maciulla nelle sue bocche bruto e Cassio e Giuda, che vendette Cristo. Dopo quest'ultimo spettacolo del male Dante e Virgilio in bocca non conico lo stretto che attraversa l'intero emisfero meridionale e, usciti all'aperto, possono rivedere le stelle.
I.2.3 Purgatorio Al termine della notte, si ritrovano sulla spiaggia ai piedi del monte dell'eden, sede del Purgatorio. Custode del luogo è l'antico Catone: nel suo suicidio Dante ha visto un esempio di libertà morale prefigurante la libertà dal male che Cristo ha portato agli uomini. Catone ordina che Dante sia deterso con la rugiada e cinto di giunco. In seguito approda, condotto da un angelo, un gruppo di anime salve tra cui Dante incontra l'amico casella, musicista; poiché le anime si attardano rapite dal suo canto, Catone deve intervenire per sollecitarle a dare inizio all'espiazione. Nella zona dell’antipurgatorio sostano i morti in stato di scomunica e coloro che si pentirono solo in fin di vita. Dalla schiera dei morti scomunicati parla la nobile e bella figura di Manfredi, re di Sicilia. Tra gli spiriti pigri c'è quello del fiorentino Belacqua che riprende con bonaria ironia l'impazienza di Dante. Parla poi brevemente una donna gentile assassinato dal marito, la Pia. Anche altri spiriti chiedono a Dante di ricordarli alla preghiera dei viventi, che può abbreviare le loro penitenze. Resta in disparte un'anima, che si rivela per quella del trovatore Sordello. Il suo entusiasmo, per l'incontro con il compatriota Virgilio, evoca un accorato lamento di Dante sulla presente divisione e servitù d'Italia. Sordello conduci due viaggiatori in una valletta dove potranno trascorrere la notte; il luogo era abitato da un'altra schiera di negligenti. Dante qui incontra l'amico Nino Visconti e Corrado Malaspina che gli profetizza un grato di soggiorno in Lunigiana. L'angelo portinaio incide sulla fronte di Dante 7P, corrispondenti ai sette peccati capitali, che saranno cancellati ciascuno all'uscita dal corrispondente girone. Nel primo , le anime e spiano i peccati di superbia oppresse da macigni. Nella seconda cornice gli invidiosi hanno la pelle delle palpebre cucita e ascoltano, da voci volanti esempi di carità e di invidia. Nel girone seguente, Dante ha la visione estatica di esempi di mansuetudine. Nella tenebra che avvolge gli racconti, il motivo politico è ripreso dal discorso di Marco lombardo sui poteri universali, chiesa e impero. Oltrepassato il girone in cui gli accidiosi sono costretti a correre senza pausa, Dante è vinto dal sonno: sogna la sirena, simbolo di sollecitudine di seduzione dei beni mondani. Visita poi gli avari e i prodighi : stesi bocconi con mani e piedi legati alternano lodi della povertà e deprecazione dell'avarizia. Appare un'anima che, appena liberata dalla penitenza, sale verso il paradiso: è il poeta latino Stazio. Questi riconosce in Virgilio il proprio maestro artistico e spirituale. I tre poeti attraversano quindi il girone dei golosi , ischeletriti dalla fame dalla sete che suscita in loro la visione di un albero un carico di frutti distillante di acqua. Dante qui incontra l'amico Foresi Donati, con il quale condivide il rimorso per il passato avvolgimento della vita mondana. Dopo aver ascoltato la lezione di Stazio sulla genesi dell'anima umana, Dante raggiunge l'ultimo girone: i peccatori
Nel cielo di Giove gli spiriti giusti formano il disegno di un aquila, essa ragiona sull'imperscrutabile giustizia divina, da cui furono salvati anche pagani come rifugio e l'imperatore Traiano. Gli spiriti contemplanti invece si danno a vedere nel cielo di Saturno : parlano Pier Damiani e Benedetto da Norcia. Beatrice Dante salgono verso il firmamento dopo una visione di Cristo e di Maria trionfanti; Dante, a questo punto, subisce un esame dottrinale, il cui fine è esaltare il suo possesso delle virtù teologali. San Pietro lo interroga sulla fede, San Giacomo sulla speranza e San Giovanni Evangelista sulla carità. A sua volta Dante chiede ad Adamo chiarimenti relativi alle prime vicende umane. Poi, Beatrice e Dante raggiungono il cielo del primo mobile. Beatrice rivela il suo amico l'ordine delle schiere angeliche, ciascuna delle quali è deputata al movimento di un cielo. Al termine di una complessa esposizione angeologica, la donna Benedetta chiarisce che aldilà dei cerchi celesti, l'empireo non ha esistenza fisica, né altro luogo che la mente divina. Dante ha la visione di un fiume luminoso poi di un anfiteatro a forma di rosa sui quali gradini sono seduti i beati con al centro Maria. Beatrice raggiunge il suo posto, canta libri a Rachele, mentre a Dante si avvicina come terza e ultima guida, Bernardo da Chiaravalle. La sostituzione della guida allegorizza al passaggio del credere nella verità rilevata rivelata, al contemplare direttamente Dio Bernardo prega Maria di concedere al pellegrino mortale una visione di Dio. E la visione si realizza, in sublimi forme che la memoria di Dante non ha potuto ricevere e che la sua arte può quindi renderla soltanto in modo allusivo e schematico; la visione suprema di verità è riferita come un finale fulgore di incondizionata partecipazione all'amore che muove il sole e le altre stelle.
2.1 Data di composizione Secondo una tradizione riferita da Boccaccio nel cosiddetto Trattatelo in laude di Dante , i primi sette canti dell'inferno sarebbero stati composti da Dante ancora Firenze, prima dell'esilio. Benché si sa che Dante ebbe presto l'idea di scrivere un'opera straordinaria in lode di Beatrice, non è stata ancora reperita alcuna prova sicura che permetta di collocare l'inizio effettivo del lavoro su un poema in anni anteriori al 1307. Anche se episodio canti isolati poterono essere letti in anteprima da amici corrispondenti, l'inferno rimase disponibile a correzioni almeno fino al 1314. Il Purgatorio conterebbe un'allusione alla battaglia di Montecatini del 1315. Quanto al Paradiso, Boccaccio racconta che gli ultimi canti entrarono in circolazione soltanto dopo la morte di Dante e in questo caso non ci sono elementi che lo smentiscono. La scrittura della Divina Commedia si aggira intorno ai 15 anni.
2.2 Titolo e Genere Il poema dantesco non fu subito noto come la Divina Commedia, ma come Comedia. Francesco da Barberino, nel 1314, menziona un'opera di Dante Alighieri Quod dicitur comedia. Il titolo di Divina Commedia è una formula boccacciano, che fu utilizzata come titolo a partire dal 1555. Per il poema, Dante scelse come titolo generale il sostantivo indicante il genere ovvero, per metonimia, lo stile dell'opera. Egli trova il modo di confrontare e opporre l'alta tragedia di Virgilio, cioè l'Eneide, alla sua commedia. Il problema è capire in che senso la Divina Commedia possa contrapporsi all'Eneide. Secondo i grammatici medievali commedia e tragedia sono due tipi di narrazione in versi: la commedia è scritta in stile umile, la tragedia in stile elevato. Nell'epistola a Cangrande il poema è detto commedia per il suo modus loquendi dimesso e umile perché è nella lingua volgare in cui si esprimono anche le femminette. Nella corrispondenza poetica con l'umanista Giovanni del Virgilio, Dante usa l'espressione comica Verba con il significato di lingua volgare. È tuttavia probabile che l'autore volesse alludere non solo all'uso del volgare, ma più largamente al grado stilistico, all'insieme delle risorse letterarie impiegate, e che soprattutto volesse segnare una demarcazione del modo tragico. Rispetto all'Eneide la commedia:
discendenti, fino ad Augusto e gli altri eroi di Roma. Ricevuta la solenne conferma del suo destino, Enea esce per la porta dei sogni Fallaci e torna allenavi. Anche un brevissimo riassunto come quello che abbiamo letto, mette in luce le macroscopiche corrispondenze tra i due poemi: si può ben dire che l'inferno di Dante, nella sua pianta e per molte situazioni figure caratteristiche, sia una riproduzione di quello virgiliano; che i campi e lisi siano stati Ri creati da Dante in parte nel limbo in parte nell'Eden; che l'incontro tra Enea e Anchise sia il modello dell'incontro tra il personaggio di Dante e caccia guida, episodi in cui culmina la rivelazione del destino personale del protagonista. 2.4 L’Aldilà dantesco Dante rappresenta l'inferno come una voragine conica, al cui vertice tocca il centro della terra. La voragine è contornata da gradoni circolari, così da formare un gigantesco anfiteatro. Subito oltre la porta, la pianura dell'inferno è sede dei pusillanimi che non scelsero fra il bene e il male. Il primo fiume infernale è l'Acheronte, oltre il quale si trova il primo cerchio, Limbo, che ospita gli innocenti non battezzati. Il sistema dei peccati e delle pene è concepito da Dante sulla base dell'antica Etica di Aristotele, che indica tre cattive disposizioni morali: malizia, incontinenza, bestialità. Nei cerchi dal secondo al quinto sono puniti coloro che peccarono per incapacità di contenere l'appetito dei sensi: i lussuriosi, golosi, avari e iracondi. Questi ultimi sono immersi in una palude, lo stigia, sulla cui riva interna si alzano le mura della città di Dite, il basso inferno, prigione delle anime più nere e degli angeli caduti mutati in diavoli. Nel sesto cerchio ci sono gli eretici, i quali, secondo la plausibile lettura di Boccaccio, sono posti da Dante sotto il segno della bestialità. Quali sotto il segno della malizia si attuano per mezzo della violenza e della frode. Il settimo cerchio che tormenta i violenti, include il Flegetonte un fiume di sangue bollente. L'ottavo cerchio detiene gli ingannatori, divisi in 10 fosse concentriche chiamate bolge. Il nono cerchio quello dei traditori, è un pozzo, sul fondo del quale stagnano ghiacciate le acque del fiume Cocito. Posto al centro del globo, Lucifero ha la testa e il busto nell'emisfero settentrionale, le gambe nell'emisfero meridionale. Lungo ruscello sotterraneo, la prigione di Lucifero comunica con la montagna dell'eden, sita agli antipodi di Gerusalemme e interamente circondata dall'oceano. Sulla cima c'è il paradiso terrestre. Da quando Cristo riconcilia l'umanità con Dio le
pendici di questo monte divennero il purgatorio. Sembra che la collocazione di questo secondo regno sia un'idea originale di Dante. L'ordine delle pene purgatoriali è diverso da quello delle pene infernali perché riferito ai vizi capitali della morale cristiana. Inoltre mentre l'anima dannata è punita nel luogo confacente al più grave dei suoi peccati, l'anima che si purga soggiorna, per il tempo necessario, in ciascuno dei gironi corrispondenti ai peccati commessi. Nelle balze del cosiddetto antipurgatorio i morti scomunicati e gli spiriti negligenti attendono tempi variamente determinati prima di iniziare la salita. Alla vera e propria porta del Purgatorio è addetto un angelo guardiano. Oltre di essa il monte cerchiato da sette cornici o gironi, vigilati ciascun ciascuno da un angelo prima. Per prima cosa si purificano la superbia, l’invidia, e l’ira, poi l’accidia, l’avarizia, la gola e la lussuria. Dante immagina che le anime purificate ascendano all'Eden; qui bevono dei fiume Lete ed Eunoè. Per Dante gli spiriti beati contemplano e amano Dio in una dimensione ontologica posta al di là dello spazio del tempo: l'empireo, che politicamente può essere immaginato come una sfera avvolgente il sistema filo fisico dei cieli, ma in realtà non è un luogo e non ha poli. Ogni beato è perfettamente soddisfatto della propria capacità di godere della presenza di Dio, la misura di questa capacità dipende a sua volta dalla grazia che Dio ha concesso a ciascuno.al moto delle sfere sono preposti cori angelici, in quest'ordine: angeli, arcangeli, principati, potestà, virtù, dominazioni, troni, cherubini, serafini. La struttura dell'aldilà dantesco mostra un evidente ricerca di simmetria: sul numero dei cieli e rifatto quello dei cerchi infernali, e anche le zone del secondo regno possono essere portati a nove se alle sette e cornici si aggiungono l'antipurgatorio e l’Eden. 2.5 Antichi e moderni Rapporto tra Eneide e commedia non si esaurisce nelle corrispondenze narrative. La scelta di Virgilio come guida per l'inferno e per il purgatorio come duca il padre è la migliore rappresentazione di un discepolo poetico. Dante concepiva la commedia come l'Eneide dei tempi moderni, un poema sacro come sacro era stato definito il poema di Virgilio. A Dante l'epos di Virgilio, lucano e stazio si presentava come un complesso di invenzione letteraria, racconto storico e sapienza filosofico religiosa. Inoltre, a rendere più suggestivo il parallelo, c'era l'occasione provvidenziale cui l'Eneide appariva indissolubilmente legata: Virgilio aveva cantato il mondo della della perfezione della felicità naturale, alla vigilia della redenzione; la commedia avrebbe
per cogliere la logica della biografia dantesca bisogna dunque tener presente l'archetipo dell'autobiografismo cristiano, le Confessioni di Sant'Agostino. Le Confessioni narrano uno sviamento e una conversione, che appartengono realmente all'individuo Agostino come appartengono realmente al genere umano e singolarmente a ognuno la dimensione personale autobiografica della commedia è appunto in coerenza con quell'archetipo, la storia di uno sviamento e di una conversione, di un esilio e di uno sperato ritorno in patria. 2.7 Simbolismo numerico e architettura del poema L'Eneide è una narrazione in metro eroico: l'esametro, divisa in 12 libri di notevole ampiezza. Il contenuto permette di distinguere una prima esade, i viaggi, notoriamente simulati sull'Odissea, e una seconda parte rappresentante la guerra, sul modello dell'Iliade. In mancanza di ogni precedente epico in italiano a Dante si ponevano due problemi: la scelta del verso e l'architettura del poema. Per il verso, gli si offriva immediatamente l'esempio del settenario accoppiato, usato da Latini nel Tesoretto. La scelta cade però sul verso più ampio e più vario della tradizione italiana, cioè l’endecasillabo. Restava da trovare la forma in cui legarlo. Dante si riferisce a uno schema di livello medio basso, in questo senso di pertinenza comica, il cosiddetto sermontesius caudatus , erede dell'ode saffica molto usata nella poesia politica medio latina; particolarmente interessante era forme utilizzati nella narrazione di cronaca municipale duecentesca, il Serventese dei Lambertazzi e dei Geremei : la strofa si compone di tre endecasillabi e un versicolo, la cui rima anticipa quella della terzina successiva. Dante ha eliminato il versicolo e attribuito al secondo endecasillabo della terzina la funzione di anticipare la prima rima della terzina successiva. Quanto all'architettura del poema, il passaggio dalla bipartizione Virgiliana (i viaggi e la guerra) alla tripartizione è naturalmente dettato dalla materia narrata; Dante fissa un'articolazione strutturale in tre canzoni o cantiche. Le cantiche hanno un'estensione pressoché uguale. È del tutto evidente, peraltro, che il numero dei canti risponde è un'intenzione simbolica consegnata alle strofe dei tre versi.
3.1 Senso Letterale e senso mistico
La polisemia del poema dantesco può essere riportata alla duplicità di senso letterale e senso allegorico, o senso mistico. 3.1.1.Dinamica della lettera Nella Commedia , anzitutto, il senso letterale a una calcolata costituzione dinamica, caratterizzata dal ritorno dei temi e dal chiarimento a distanza. Dante ha tradotto in strutture testuali d'autore la norma fondativa dell'esegesi biblica medievale. Kyo così il tema dell'amore, esposto dapprima nel quinto canto dell'inferno, trova il suo compimento nel discorso di Virgilio nel canto 18º del Purgatorio. Il motivo politico si sviluppa secondo una linea ascendente, imperniata sul canto sesto di ogni cantica. Il tema della virtù mondane dell'orgoglio si completa nell'episodio dei superbi nei canti 11º e 12º del Purgatorio. Altri profondi motivi sono rappresentati da sistemi metaforici che abbracciano l'intero poema: la navigazione, come immagini dell'esistenza per il iosa ma destinata ad un porto sicuro. 3.1.2 L’allegoria Quanto al senso allegorico, nel poema il rapporto tra figura e figurato non è d'ordine convenzionale e arbitrario, ma è stabilito sul piano della realtà narrativa. È raro che la funzione allegorica eccede la determinatezza del personaggio, e in questo modo si riveli. Anche la sconfitta di Virgilio, nel IX canto dell'inferno, dinanzi alle porte di Dite, non sarebbe ben spiegabile se il maestro latino non rappresentasse qui, insieme, una cultura, cioè il paganesimo, è una facoltà, la ragione naturale, insufficienti a trionfare del male. Si collocano sul medesimo piano anche i tre sogni del Purgatorio: l'aquila d'oro del nono canto, la grazia divina, la femmina balbuziente del XIX canto, i beni mondani, Lia nel XXVII canto, la vita attiva. Altrove Dante ricorre a complesse figurazioni di tenore evidentemente simbolisti co, per disegnare profili storici: così la statua piangente del Veglio di Creta, fatta con parti d'oro, d'argento, di rame, di ferro e di terracotta, dovrebbe rappresentare la storia declinante dell'umanità dall'età dell'oro all'età presente, secondo la prospettiva classica.
discordia che ha salito Firenze, Dante riceve una risposta che rinvia a cagioni universali: superbia, invidia e avarizia sono le faville che hanno acceso i cuori. Il canto di Brunetto latini, più avanti, presenta l'odio dei concittadini per Dante come una forma di ripulsa barbarica per Roma e, bensì intende, per il valore della giustizia e incarnato da Roma; a questo fine viene qui richiamato il mito della doppia origine della città, dai romani e dai fiesolana. Mentre ancora nel canto X, rispondendo a Farinata, il personaggio di Dante accenti di orgoglio guelfo, le parole di Brunetto proclamano il distacco dell'esule da entrambi le parti: si lamenti, infatti, che dal 1302 guelfi bianchi avevano di fatto confuso le loro sorti con quelle dei ghibellini. Il compenso lirico di questa separazione si trova nei canti di caccia guida dove gli uomini e le donne di quell'età sono ricordati nei loro gesti quotidiani, in una misura che insieme civica e familiare. Ma la voce della nostalgia sempre si alterna con quella dell'indignazione, del sarcasmo; il ricordo, o meglio il sogno, del passato sempre rinasce dal disgusto del presente. È difficile, ma non impossibile, ricreare in noi, lettori moderni, l'effetto acremente e grottesco che risulta dall'accostare i nomi dell'antico eroismo romano a quelli della cronaca fiorentina. Nel XVI canto caccia guida indica il motivo, per così dire strutturale della decadenza: Firenze si è guastata perché, ingrandendo sei il suo dominio per cupidigia, assorbito abitanti del contado, che a loro volta hanno interrotto il lei nuovi impulsi di conflitto, di rivalsa, di ambizione sempre più violenta. La rovina morale di Firenze dunque solo il caso particolare di uno spettacolo universale. Nel XIV canto del Purgatorio, il ghibellino Guido del duca disegna un orrida carta della Toscana, ormai dimora di brutti porci, (casentino), botoli ringhiosi, (Arezzo), lupi, (Firenze), volpi, (Pisa). Agli occhi di Dante le forme dello Stato e cittadino si sono modificate, soprattutto nell'ultimo mezzo secolo, per il venir meno di una salda guida imperiale. 3.4 La chiesa e l’impero Le concezioni politiche, che possono considerarsi quale materia del poema, sono quelle argomentate nel convivio e nella monarchia. Nel 16º canto del Purgatorio, attraverso il discorso di Marco lombardo, Dante si sofferma sugli aspetti essenziali del suo problema etico politico. Anzitutto, ribadisce che, se l'uomo e il mondo presente via, la cagione va cercata nel libero arbitrio degli uomini, non già nelle influenze celesti. L'anima umana è naturalmente incline al bene, ma proprio per questo può ingannarsi e si inganna dal piccolo bene. La tesi dantesca merita però di essere svolta
con un minimo di cura. L'imperatore o monarca è immune da cupidigia, e perciò può amministrare la giustizia con perfetta equità. Nessun altro uomo è immune da cupidigia; dunque neanche il Papa, in quanto uomo lo è. Ma se il Papa non è immune da cupidigia, non può amministrare la giustizia con perfetta equità. Difatti non è questo la sua missione: egli è stato ispirato da Dio come pastore spirituale, ma nella dimensione temporale resta un uomo, bisognoso come gli altri di guida o di freno. Roma aveva due soli, per illuminare le due vie della felicità, la naturale e l'eterno. Il sole spirituale a spento il sole temporale. Se colui che detiene lo scettro pastorale, cioè il potere spirituale congiungi a quello la spada cioè il potere temporale, non la tiene più, non è più frenato, cede alla cupidigia e scade anche nell'esercizio della dimensione spirituale live. I versi dedicati, in ogni cantica, la degenerazione del sacerdozio sono fra i più frequenti i più vivi amenti sentiti di tutto il poema. Insieme con l'annuncio della prossima restaurazione imperiale questo è il più evidente tra i documenti propriamente profetici della commedia: la vacanza spirituale del trono di Pietro al tempo di Bonifacio ottavo come, per lecita estensione, al tempo di Giovanni XXII.inoltre in più di un'occasione il poeta della commedia proclama che la donazione di Roma il Papa, da parte di Costantino, fu illegittima e pericolosa, quale principio del temporalismo ecclesiastico.non si possono però riordinare le diverse allusioni, sparsi attraverso il poema, in una coerente cronistoria della decadenza e perversione dei poteri universali. Ogni singolo quadro modula secondo proprie esigenze di rappresentazione, la sequenza provvidenziale caduta redenzione, o meglio grazia peccato grazia. La visione dantesca dell'impero ha la forza i caratteri di una grandiosa utopia. Con questo termine si intende sottolineare non tanto lo scarto fra le speranze ghibellina e la forza modesta dell'impero romano germanico, quanto lo spirito radicalmente antipolitico del disegno dantesco. In un mondo regolato dai philosophica documenta e sapientemente guidato dall'imperatore non c'è alcuno spazio per il conflitto, per quella lotta tra soggetti indipendenti che è la dimensione della politica, e che Dante può pensare solo come cupidigia umana, ossia come manifestazione storica del male.spostando il punto di partenza del ragionamento si potrebbe dire che proprio il radicalismo utopistico consente a Dante di scorgere in piena luce il profilo atrocemente violento delle lotte tra uomo e uomo, sacrifici inesorabile cui esse sembrano condannare tutto ciò che gentile è bello: amarissima scoperta, il cui sentimento pervade l'intera commedia.
intendesse l'animus etico politico di una ricognizione estesa all'intera vita del cosmo, non si applicherebbe male al poeta della commedia. Si è già visto come la stessa strutturazione dell'oltre mondo e l'idea del viaggio siano sostenuti da un ritocco complesso dottrinario, in cui entrano l'etica aristotelica, la morale scolastica e la cosmologia tolemaica. Su questo impianto si inserisce una piccola enciclopedia filosofica e teologico filosofica, che viene a prendere il posto della grande realizzata enciclopedia che doveva essere il convivio. Dante partecipa con l'acuta consapevolezza il tentativo di integrare alle basi razionali del pensiero cristiano la filosofia di Aristotele. Riguarda la possibile sintesi tra le tesi peripatetiche e neoplatoniche, sintesi cui i pensatori cristiani erano del resto spinti dalla necessità di razionalizzare la derivazione degli esseri da Dio, l'atteggiamento dantesco si avvicina a quello di Alberto Magno, laddove Tommaso appare più rigoroso nella scelta per Aristotele. Dante resta fermamente in tutte le sue opere, ancorato alle conclusioni ortodosse, ritenute compatibili con la fede cristiana. A tal riguardo, la commedia a testa almeno una revisione di grande rilievo. Infatti, nega che il desiderio di conoscenza, naturale nell'uomo, possa trovare soddisfazione nella vita terrena; il desiderio naturale si estende, fin dal suo nascere, a quel divino che potrà conoscersi, per grazia, solo oltre la vita terrena. Perciò le anime dannate, che non vedranno mai Dio, non troveranno mai un'autentica perfezione, una piena attuazione ontologica. Nella discussione teologica sul modo del rapporto tra i beati e Dio, Dante sceglie ancora Tommaso, che dà priorità all'intendere e non all'amare. Nonostante la nettezza di scelte come questa, l'apertura sincretica della cultura filosofica dantesca toglie quasi significato al quesito ricorrente sull'etichetta, aristotelico platonica, che meglio si adatta alla Commedia. 4.2 Le macchie lunari e il sistema mondo Qui si vede anche quando si legge il più tecnico dei canti filosofici, il secondo canto del Paradiso la cui difficoltà e risaputa anche presso i dentisti. Giunto nel cielo della luna, Dante interroga Beatrice intorno ai segni bui visibili sulla faccia del pianeta, che si vede dalla terra. A tal riguardo, nel convivio, si adduceva a una spiegazione risalente al De substantia orbis di Averoè. Nella definizione dialettica della commedia, proprio questa tesi è riproposta da Dante. L'argomentazione di Beatrice, invece, si svolge su un piano teologico e filosofico, a riprova di come si deve intendere l’allegoria della donna come voce della rivelazione. Anzitutto Beatrice osserva che, se la diversa luminosità delle stelle si spiegasse con la
materia, ne seguirebbe che tutte le stelle sono diverse tra di loro solo per uno più o men coefficiente di virtù. Ma, in realtà, le stelle avrebbero anche la medesima influenza sulla generazione dei corpi terrestri il che risulta assurdo. Al contrario, la varia luminosità dei corpi celesti dipende proprio dalla molteplicità delle virtù, le quali fanno una diversa lega, più o meno preziosa. Si tratta di un'idea derivante dal neoplatonico Giamblico. In principio, Dio creò immediatamente forma e materia; vale a dire: le forme pure che sono gli angeli , la materia pura o prima, i composti indissolubili di forme di materia cioè i cieli. Il cielo del primo mobile ha da Dio una virtù informante, i cieli inferiori ricevono la virtù vitale dell'alto e per varie differenze la trasmettono sulla terra, producendo la molteplicità della generazione. I movimenti celesti sono prodotti dagli angeli motori, nel cui volere si riflette la volontà creatrice di Dio. Questa intensa rappresentazione del cosmo, come sistema di intelligenze produttrici, riconduce la molteplicità del mondo sensibile a quell'unica forza o luce intellettuale, la volontà di dio. 4.3 L’anima umana Nel XXV canto del Purgatorio, Dante chiede come possa accadere che gli spiriti, dannati o penitenti, patiscono caschi castighi e pene materiali. La risposta di Stazio comincia con il descrivere la genesi dell'anima umana nell'uomo, la parte migliore del sistema maschile che possiede la virtù forma tutte le membra e diventa seme. Quando si unisce alla parte migliore del sangue della donna, l'acqua gola, e la virtù del sangue paterno diventa anima vegetativa di quel grumo di materia. In una seconda fase, l'organismo di struttura acquista capacità di movimento e di sensazione raggiungendo la compiutezza dell'anima sensitiva. Fino a qui il discorso ripete elementi comuni dell'embriologia medievale, di base aristotelica. Un problema spinoso si pone invece a proposito delle funzioni intellettuali. Dante riprova esplicitamente la dottrina di Averroè e con una probabile allusione alle tesi esposte da Guido cavalcanti. Questa è la dottrina che pone un intelletto separato e unico, per tutto il genere umano, e vede quindi nell'anima sensitiva la forma dell’individuo. Il cristiano, invece, sa invece che l'anima personale intellettuale è creata direttamente da Dio e da lui messa nel feto. Ma che cosa accade dunque delle virtù preesistenti: la vegetativa e la sensitiva? Dante afferma che lo spirito nuovo le tirasse e ne fa un'anima sola. Quest'anima sola raccoglie in se tutte e tre le funzioni: vegetativa, sensitiva e