Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Decolonizzare il patrimonio - l'Europa, l'Italia e un passato che non passa., Dispense di Antropologia Culturale

Riassunto del libro Decolonizzare il patrimonio di Maria Pia Guermandi.

Tipologia: Dispense

2022/2023

In vendita dal 05/12/2024

anna.cupo1
anna.cupo1 🇮🇹

4.8

(5)

19 documenti

1 / 54

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
Decolonizzare il patrimonio
Autrice: Maria Pia Guermandi, archeologa classica responsabile di progetti europei nell’ambito delle
politiche del patrimonio; è coordinatrice di Emergenza Cultura.
O
Introduzione di Vezio de Lucia, che l’autrice menziona nei ringraziamenti anche per l’amicizia che li
lega.
Protagonista indiscusso del libro è il patrimonio culturale che, insieme alla lingua e al territorio di
competenza, ha contribuito alla formazione dell’identità nazionale nell’800. Negli ultimi decenni la
sensibilità nei confronti del patrimonio si è molto dilatata e, un esempio emblematico dell’inizio di ciò,
potrebbe essere l’anno 1966 durante il quale si verificò il tremendo alluvione a Firenze. Qui infatti,
accorsero moltissime persone in aiuto per riuscire a salvare l’enorme quantità di patrimonio danneggiato
(es: Crocifisso di Cimabue in Santa Croce).
Contemporaneamente il patrimonio ha risentito anche di un grande accrescimento nell’ambito turistico
delle grandi città d’arte italiane conseguente al lockdown del 2020.
Il libro ci fa anche comprendere come, tutt’oggi, del concetto di patrimonio faccia parte anche il pregiudizio
che ritiene superiore, culturalmente parlando, l’Occidente che, fino alla seconda guerra mondiale, si era
sentito in dovere di “esportare la civiltà”. Le scienze che più hanno assecondato la colonizzazione furono
l’antropologia e l’archeologia ma, anche se un po’ in minoranza, l’urbanistica; proprio a Roma infatti
avvenne la più drammatica impresa di colonizzazione domestica realizzata in Italia, voluta da Benito
Mussolini questa fu lo sventramento del centro storico per la costruzione della via dell’Impero.
Inoltre, purtroppo, nessuno degli studi e dei progetti di decolonizzazione, proposti nell’ultimo mezzo
secolo, ha avuto seguito. L’unico piccolo e concreto intervento, avvenuto nel 2013 grazie all’impegno del
sindaco Ignazio Marino, è stata la pedonalizzazione di una parte della via dei Fori. Altri importanti interventi
di decolonizzazione sono andati a buon fine in altre città d’Italia, come:
- il recupero del centro storico di Bologna per agevolare la permanenza delle famiglie che vi
abitavano e le attività di artigianato
- La riqualificazione delle periferie di Napoli (come Secondigliano, ex comune autonomo) che, fino
agli anni del fasciamo, erano stati aggregati al capoluogo per dare vita alla Grande Napoli.
Emergenza Cultura è un sito di diffusione di contenuti originali e di rassegna stampa che si propone come
una piazza virtuale per un discorso alternativo sulla tutela e sulla gestione del patrimonio culturale, inteso
come l’insieme del paesaggio e del patrimonio storico e artistico.
La redazione, coordinata da Tomaso Montanari, crede che la cultura sia un servizio pubblico essenziale e si
riconosce nel progetto della Costituzione italiana, per la quale il patrimonio culturale serve alla costruzione
dell’uguaglianza sostanziale e al pieno sviluppo della persona umana.
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff
pf12
pf13
pf14
pf15
pf16
pf17
pf18
pf19
pf1a
pf1b
pf1c
pf1d
pf1e
pf1f
pf20
pf21
pf22
pf23
pf24
pf25
pf26
pf27
pf28
pf29
pf2a
pf2b
pf2c
pf2d
pf2e
pf2f
pf30
pf31
pf32
pf33
pf34
pf35
pf36

Anteprima parziale del testo

Scarica Decolonizzare il patrimonio - l'Europa, l'Italia e un passato che non passa. e più Dispense in PDF di Antropologia Culturale solo su Docsity!

Decolonizzare il patrimonio

Autrice: Maria Pia Guermandi, archeologa classica responsabile di progetti europei nell’ambito delle politiche del patrimonio; è coordinatrice di Emergenza Cultura. O

Introduzione di Vezio de Lucia, che l’autrice menziona nei ringraziamenti anche per l’amicizia che li

lega. Protagonista indiscusso del libro è il patrimonio culturale che, insieme alla lingua e al territorio di competenza, ha contribuito alla formazione dell’identità nazionale nell’800. Negli ultimi decenni la sensibilità nei confronti del patrimonio si è molto dilatata e, un esempio emblematico dell’inizio di ciò, potrebbe essere l’anno 1966 durante il quale si verificò il tremendo alluvione a Firenze. Qui infatti, accorsero moltissime persone in aiuto per riuscire a salvare l’enorme quantità di patrimonio danneggiato (es: Crocifisso di Cimabue in Santa Croce). Contemporaneamente il patrimonio ha risentito anche di un grande accrescimento nell’ambito turistico delle grandi città d’arte italiane conseguente al lockdown del 2020. Il libro ci fa anche comprendere come, tutt’oggi, del concetto di patrimonio faccia parte anche il pregiudizio che ritiene superiore, culturalmente parlando, l’Occidente che, fino alla seconda guerra mondiale, si era sentito in dovere di “esportare la civiltà”. Le scienze che più hanno assecondato la colonizzazione furono l’antropologia e l’archeologia ma, anche se un po’ in minoranza, l’urbanistica; proprio a Roma infatti avvenne la più drammatica impresa di colonizzazione domestica realizzata in Italia, voluta da Benito Mussolini questa fu lo sventramento del centro storico per la costruzione della via dell’Impero. Inoltre, purtroppo, nessuno degli studi e dei progetti di decolonizzazione, proposti nell’ultimo mezzo secolo, ha avuto seguito. L’unico piccolo e concreto intervento, avvenuto nel 2013 grazie all’impegno del sindaco Ignazio Marino, è stata la pedonalizzazione di una parte della via dei Fori. Altri importanti interventi di decolonizzazione sono andati a buon fine in altre città d’Italia, come:

  • il recupero del centro storico di Bologna per agevolare la permanenza delle famiglie che vi abitavano e le attività di artigianato
  • La riqualificazione delle periferie di Napoli (come Secondigliano, ex comune autonomo) che, fino agli anni del fasciamo, erano stati aggregati al capoluogo per dare vita alla Grande Napoli. Emergenza Cultura è un sito di diffusione di contenuti originali e di rassegna stampa che si propone come una piazza virtuale per un discorso alternativo sulla tutela e sulla gestione del patrimonio culturale, inteso come l’insieme del paesaggio e del patrimonio storico e artistico. La redazione, coordinata da Tomaso Montanari, crede che la cultura sia un servizio pubblico essenziale e si riconosce nel progetto della Costituzione italiana, per la quale il patrimonio culturale serve alla costruzione dell’uguaglianza sostanziale e al pieno sviluppo della persona umana.

1.Non più com’era, non ancora come dovrebbe essere

Un virus è riuscito laddove hanno fallito decenni di lotte e opposizioni politiche e sociali: il ruolo dello Stato ha di colpo riacquistato una posizione centrale; questo ha dimostrato però l’inconsistenza dell’attuale sistema politico-economico globalizzato. Sono infatti riapparse le contraddizioni. Esempio esplicito ne è stata l’Europa che, nei momenti più bui della pandemia, esplicitava un generoso spirito di condivisione che non mirava a fini economici finendo poi però, infine, rinchiusa nella fortezza sicura dei sui confini. Possiamo infatti considerare la gestione dei vaccini, e la voluta diffusione globale da parte dell’Occidente, un atteggiamento neocoloniale. Anche per quanto riguarda il patrimonio culturale, il biennio pandemico, ha provocato fratture molto profonde andando a colpire generalmente il turismo ma, soprattutto e sfortunatamente, il turismo culturale; questo ha poi portato alla messa in evidenza della fragilità di tutte quelle attività che, in tempi precedenti, avevano proiettato tutto il loro lavoro, e di conseguenza il loro guadagno, sull’attività del turismo. Per quanto riguarda l’Italia, le carenze di una politica incapace di progetti di sistema, ha ingrandito le lacune della concezione e della gestione del nostro patrimonio che ormai è estremamente commercializzato al fine di asserire alle sole esigenze del turismo. Gli struggenti appelli all’importanza della cultura come fonte di risorse civili e sociali, fatti nel primo periodo di pandemia, si sono infatti rivelati solamente inganni retorici in quanto, visti gli obbiettivi politici (come ad esempio il PNRR ovvero il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), le idee riguardanti il patrimonio sono rimaste ben ancorate alla spettacolarizzazione di quest’ultimo. Possiamo quindi pensare che il greve impatto della pandemia sul patrimonio non sia riuscito a provocare un immediato ripensamento delle politiche e delle pratiche ad esso collegate. La pandemia nel nostro paese ha infatti accelerato ed evidenziato problemi che si stavano scoperchiando molto lentamente ed infatti, la fragilità del nostro patrimonio culturale e paesaggistico, è rinvenuta a galla. Il patrimonio italiano è infatti da sempre caratterizzato dallo stesso problema: la rendita che si ricava dal turismo che quest’ultimo attrae non è usata per la manutenzione e per la ricerca di cui ha bisogno. Questo è però un problema che viene da lontano e che scaturisce dalla labile retorica in merito a ciò; il nostro paese infatti, si vanta sempre di possedere la maggior quantità di siti riconosciuti nella World Heritage List dell’UNESCO ma sembra che, il famigerato “Paese della bellezza”, rimanga granitico rispetto all’evoluzione collettiva che gli succede intorno, esso viene “museificato”. Ma, mentre negli alti paesi hanno compreso il problema e stanno provando a risolverlo, in Italia rimaniamo nella circoscrizione di quelle politiche gestionale del patrimonio definite dal dopoguerra in poi. Decolonizzare il patrimonio vuole essere un atto di ottimismo nelle possibilità di evoluzione del ruolo sociale del nostro patrimonio culturale, perché è proprio nei momenti di crisi che occorre cominciare a pensare alla ricostruzione; partendo sia da una critica di ciò che è successo che dalla proposta di percorsi alternativi. Infatti, il tema della decolonizzazione, può apparire di relativa attualità in quanto odiernamente è sentita, non solo in ambito accademico, ma anche presso la coscienza collettiva tramite i media popolari che analizza poco la permanenza di questo oscuro passato nella nostra società. Possiamo infatti parlare di una fase neocoloniale non solo in ambito politico ed economico ma, anche, per la gestione del patrimonio e dei musei ancora basati sulle regole gestionali coloniali, anche se non più esplicitamente. Questa tesi è sostenuta dal fatto che, in anni molto recenti, sono nate forme di protesta a questa ideologia colonialista occidentale, come il famoso Black Lives Matter a cui si riconnette, nell’ambito del patrimonio culturale, la così detta cancel culture. Arrivare a parlare di decolonizzazione del patrimonio culturale significa quindi evidenziare come l’ideologia coloniale si ancora pienamente attiva, in Europa come nel nostro paese, nella negoziazione dei valori del patrimonio; è quindi una faccenda che dobbiamo affrontare se vogliamo pensare ad un uso più democratico e socialmente evoluto del patrimonio stesso.

specifico contesto inglese, esempi ne sono: “The invention of tradition” a cura di Eric Hobsbawm e Terence Ranger (1983) e “The past is a foreign country” di David Lowethal (1985). Contemporaneamente, nel contesto degli aspetti sociologici della storiografia, Pierre Nora coordinerà la pubblicazione di un altro dei testi entrati di diritto nel canone degli studi sul patrimonio: Les Lieux de mémoire. Ella partiva da una distinzione tra una memoria “istituzionalizzata” e le memorie collettive dove, queste ultime, venivano riconosciute come componente di primaria importanza nella costruzione del passato in quanto trovavano la loro espressione nei monumenti, nei luoghi, e negli oggetti comuni o privi di valore estetico (concetto di C ultura e c ultura). Il patrimonio culturale diventava portatore di significati simbolici e storici a prescindere dalle caratteristiche estetiche o architettoniche. Non era più un insieme statico ma un insieme in evoluzione nel tempo. Le considerazioni di Pierre Nora furono comunque oggetto di critica e, successivamente infatti, si avranno diverse tesi come, ad esempio, la teorizzazione di Michel Foucault sul discorso come forma di pratica sociale costitutiva del nostro sapere, delle nostre ideologie e identità, in grado di manipolare le nostre azioni e interazioni sociali, saranno destinate ad aprire la strada a un’interpretazione del patrimonio culturale come elemento costitutivo della governamentalità e delle dinamiche di sapere-potere. Più tardi poi, interverrà anche Pierre Bourdieu che analizza come le pratiche di consumo culturale contribuiscono a determinare le identità personali e sociali attraverso una differenziazione degli usi, e la costruzione di un “capitale”, culturale e sociale al tempo stesso. Alla metà degli anni ’80 poi può essere fatta risalire quella che poi sarà denominata come new museology che elaborò una critica sempre più radicale nei confronti di un’istituzione museale di tipo tradizionale concentrata solo sulle proprie collezioni e sulla selezione gerarchizzata delle forme culturali come strumento di consolidamento delle gerarchie sociali costituite. Ma il dibattito museale fu alimentato dalle critiche su collezioni spesso ancora ispirate a una concezione evoluzionista che andava così ad essere il riflesso di un orizzonte coloniale a forte impronta razziale e del tutto indifferente alle prospettive culturali delle popolazioni eredi di quegli oggetti esposti nelle vetrine dei musei. Saranno, alla metà degli anni’80, Michael Ames e James Clifford ad elaborare il concetto di museologia riflessiva, pratica epistemologica attraverso la quale operare la decostruzione del sapere antropologico occidentale e delle esposizioni etnografiche, evidenziandone l’inconsistenza scientifica. Accanto a questi testi, nel 1986, un avvenimento destinato a riconnettersi direttamente con il filone dei postcolonial studies segnò una frattura nel mondo della disciplina archeologica di ambito preistorico e protostorico. In quell'anno, l'undicesimo Congresso dell'Unione Internazionale per le Scienze Preistoriche e Protostoriche (IUPPS) si sarebbe dovuto tenere a Southampton, ma l'Amministrazione cittadina e le altre istituzioni che avrebbero dovuto finanziare l'iniziativa chiesero agli organizzatori scientifici di escludere i rappresentanti del Sudafrica e della Namibia come forma di protesta nei confronti dell'apartheid. La decisione, da parte del Comitato esecutivo, di non accettare la richiesta provocò una rottura in seno all'IUPPS in seguito alla quale un gruppo di archeologi fuoriuscì dall'organizzazione costituendo il World Archaeological Congress (WAC) che sostituì, in quello stesso anno, il previsto Convegno dell'IUPPS a Southampton. Il primo WAC sancì la nascita di un approccio all'archeologia in cui trovava pieno riconoscimento il ruolo sociale e politico della disciplina. Fin dall'inizio il dibattito si concentrò sulla necessità di diffondere gli studi archeologici a una platea di pubblico la più vasta possibile e di contrastare i meccanismi istituzionali mirati a marginalizzare il patrimonio culturale dei popoli indigeni, delle minoranze, dei Paesi e delle comunità economicamente svantaggiati. Un altro testo degli anni ’80, che sarà destinato ad accendere un acceso dibattito in ambito storico e archeologico, è: “Black Athena: The Afroasiatic Roots of Classical Civilizations” libro del 1987 di Martin Bernal, definito come il libro di storia antica del Medio Oriente più controverso dopo la Bibbia. Bernal vi sosteneva l’ipotesi che l’origine della civiltà classica non fosse da collocare nella cultura greca, bensì i n

quella egizia e fenicia e che quindi, la cultura occidentale, derivasse da quella africana. Il libro riuscì infatti, anche se fu in gran parte smentito da diversi studi controproducenti, ad evidenziare come nell’accademia occidentale fosse solidamente annidato, dall’epoca coloniale in poi, il pregiudizio eurocentrico. Così, sempre dalla metà degli anni ’80, l’ambito delle scienze sociali di area anglosassone comincerà ad essere sempre più influenzato dai postcolonial studies ed infatti, dal decennio successivo, gli haritage studies e la new museology, grazie a questa contaminazione, cominceranno a proporre un’interpretazione del patrimonio culturale più alternativa a quella diffusa sul piano istituzionale, sia nazionale che internazionale. Il patrimonio non sarà più interpretato come un’entità oggettiva da scoprire o identificare ma come un qualcosa costruito da valori e costruttore di valori nel presente; un patrimonio funzionale ai bisogni del presente. Da qui è infatti scaturito il famoso heritage boom che si dilata fino quasi all’onnicomprensività di tutto all’interno del patrimonio culturale.

Il colonialismo “informale” archeologico

La competizione fra le potenze europee vedrà la ricerca archeologica come strumento privilegiato nella conquista dei resti della civiltà greco-romana considerati, nella visione politica ed intellettuale del tempo, radice comune della civiltà occidentale. Il controllo sul patrimonio archeologico diventerà quindi premessa delle conquiste coloniali, anche se esercitato su paesi in gran parte non sottoposti a dominio diretto da parte dei paesi europei, come nel caso della Grecia; proprio per questo si è parlato, in questi casi, di “colonialismo informale”. L’obiettivo non fu più quindi quello della conquista territoriale quanto piuttosto quello dell’acquisizione e del controllo sulle testimonianze materiali del passato; e, in particolare, di quel passato riconducibile all’epoca greco-romana, poi allargata a comprendere le grandi civiltà mesopotamiche e i territori connessi ai racconti biblici. La superiorità culturale, tecnologica, economica raggiunta dai nuovi padroni del mondo rappresentava, in tal senso, la prova principale di una discendenza diretta da quelle antiche civiltà: cosi come nell'antichità i Paesi del Mediterraneo e del Medio e Vicino Oriente avevano diffuso la fiaccola della civiltà e del progresso, così le potenze europee ora raccoglievano quella fiaccola, attraverso una sorta di diritto ereditario per via culturale. Quindi l’archeologia si consolidò come vera e propria materia scientifica creando anche istituzioni accademici in cui potevano formarsi studiosi e professionisti. Mentre le precedenti potenze coloniali, come Spagna e Portogallo, risentirono di un blocco, a partire dalla metà dell’800 Francia e Inghilterra iniziarono un’operazione massiccia di penetrazione culturale nei paesi mediterranei. Nel giro di qualche decennio infatti, queste potenze, si contesero i principali siti della civiltà greco-romana e poi assiro-babilonese, per consolidare in questo modo un capitale simbolico e spendibile sul piano della competizione che allora di stava scatenando per il possesso delle risorse dei territori extraeuropei. Al servizio di questa rincorsa ai siti dell’antichità, per meglio organizzare il controllo sui resti materiali e simbolici del passato classico, fu costruito un nuovo strumento: le Scuole o Accademie archeologiche. Le scuole divennero uno degli agenti principali attraverso cui le missioni archeologiche trattarono in situ (sul campo) le concessioni di scavo, in cambio di qualche aiuto economico alle popolazioni locali. Il ruolo di questi organismi fu duplice: da un lato costruirono la base dell’espansione coloniale ma, allo stesso tempo, attraverso la loro attività di ricerca servirono a imporre modalità di esercizio della conoscenza e di costruzione del sapere della cultura occidentale; modalità esercitate però senza alcuna mediazione con i “saperi altri” di cui le popolazioni extraeuropee erano portatrici, considerati inferiori a prescindere (saperi indigeni). Questo “sovraccarico” di siti archeologici fini con l’abbandono di molti di essi e con conseguenti traffici illegali di reperti. Infatti se in Italia e in Grecia, dotate di norme che vietavano l’esportazione del patrimonio archeologico nazionale, vi erano commerci illegali di essi figuriamo in siti del tutto abbandonati. Esempio ne fu l’Egitto dove l’impresa napoleonica diede l’avvio a una serie ininterrotta di spedizioni da parte di avventurieri, collezionisti e studiosi europei alla conquista, illegale o meno, dei reperti della civiltà faraonica. Solo nella seconda metà del 19esimo secolo, dal 1869 in poi, furono emanate leggi più severe contro l’esportazione illegale dei reperti e fu avviata una ricerca più sistematica da parte di alcune istituzioni inglesi e francesi. Dal 1884, quando fu inaugurato il Museo di Arte Araba ed anche l’Istituto di Archeologia Islamica presso l’università del Cairo, gli studiosi occidentali cominciarono a rivalutare l’oriente e soprattutto il loro grande patrimonio archeologico. Ben presto infatti i paesi europei ampliarono gli orizzonti della ricerca

archeologica alle civiltà mesopotamiche. Questo fu a dimostrazione di come l’imperialismo europeo andava proiettandosi sempre di più oltre i confini del Mediterraneo traendo la propria linfa vitale dal controllo in situ e, contemporaneamente, in patria grazie ai musei. Sia nei territori dell’Impero Ottomano che in Egitto non vi furono limiti efficaci all’esportazione dei materiali archeologici così, migliaia di reperti, andarono ad abbellire le sale dei musei universalistici europei ed americani. Inoltre, ciò che non si spostava nelle sale dei musei fu spesso restaurato sul posto a testimonianza delle capacità scientifiche e tecnologiche dei paesi che effettuavano gli scavi. L’archeologia fu esercitata come pratica estrattiva di impatto dirompente sui paesaggi urbani e rurali, fu spesso necessario “bonificare” le aree modificando radicalmente gli ambienti e le abitudini di vita delle popolazioni locali che subirono questi cambiamenti in cambio di modestissime compensazioni. Gli obbiettivi di scavo riflettevano, in questa fase di colonialismo “informale”, solo le gerarchie di valori occidentali: ciò che importava portare alla luce erano le testimonianze delle grandi culture classiche; sui cantieri sparirono infatti, in questa prima fase, interi secoli di storia di questi territori a partire, ad esempio, dai reperti della cultura islamica.

Colonialismo imperialistico e patrimonio culturale

Nelle differenze che contraddistinsero i governi coloniali delle diverse nazioni europee, vi sono anche riconoscibili modalità di gestione e soprattutto di visione complessiva, nell’uso e nelle pratiche comuni a tutti i paesi colonizzatori. Anche se l’atteggiamento nei confronti del patrimonio locale non fu univoco, esso fu generalmente usato in primo luogo per testimoniare la ricchezza anche culturale delle colonie possedute; reperti e ricostruzioni saranno infatti gli elementi con i quali verrà teatralizzata la competizione tra le varie potenze coloniali anche, e soprattutto, attraverso l’esibizione del patrimonio culturale. Nella seconda metà dell’800 furono costruiti musei anche nelle colonie, destinati a ospitare i materiali ordinati attraverso criteri classificatori ed espositivi propri delle rispettive discipline europee. In questo modo i paesi colonizzati vennero doppiamente espropriati del proprio passato, ricostruito dallo sguardo occidentale anche in casa propria. Attraverso le ricerche antropologiche ed archeologiche, i colonizzatori europei acquistarono migliore conoscenza dei territori da loro occupati ma, continuarono, a governare il tutto (e quindi anche il patrimonio culturale locale) attraverso le canoniche modalità occidentali del sapere. Nel complesso, il rapporto degli europei con il patrimonio culturale di derivazione non classica fu ispirato ad atteggiamenti anche contraddittori infatti, a seconda dei tempi e dei contesti, l’interesse per il mondo ed il patrimonio di civiltà allora sconosciute variava. Infatti, se in alcune esperienze coloniali il patrimonio restò sostanzialmente ai margini, in altri casi, soprattutto nei casi di edifici di maggior evidenza monumentale, il patrimonio diventò strumento di conoscenza ma sempre filtrato attraverso i canoni estetici e culturali occidentali Le esposizioni universali e nazionali, tenute in Europa e negli Stati Uniti, esercitarono una forte funzione di conoscenza del patrimonio culturale delle colonie per un pubblico vastissimo. Forme estremamente efficaci di autorappresentazione della società occidentale che celebrava quel primato del colonialismo sia militare sia politico tanto da venir considerato l’apice del progresso. Inoltre, molto spesso, accanto alle esposizioni di oggetti e reperti vi erano esposti anche gli stessi indigeni, chiamati a esibirsi in scenografie che riportavano il loro contesto di vita, ciò avvenne circa fino agli anni ’30 del 1900. Tutto questo perché le esposizioni riuscivano ad attirare una platea di visitatori enormemente più vasta rispetto ai musei.

occidentale, il patrimonio culturale africano, continuerà a occupare l’ultimo scalino dell’evoluzione; l’Africa “nera” rappresentò lo spazio dell’irriducibile diversità del selvaggio e del primitivo. Le conseguenze del colonialismo si riconnettono anche all’impatto culturale che le metropoli esercitavano sulle loro colonie, imponendo i paradigmi cognitivi occidentali da loro considerati universalmente validi; questo meccanismo agì di conseguenza anche in altri ambiti come processo escludente-assimilante: il concetto di patrimonio culturale, nella sua accezione europea, divenne a pieno titolo uno dei tasselli del processo di civilizzazione. Non fu un percorso a senso unico, inevitabilmente e, come ci hanno dimostrato decenni di studi postcoloniali, nella costruzione culturale dell’ "altro", l'Occidente venne in realtà a definire, per opposizione, la propria identità altra e diversa, "superiore" ma modificata a sua volta dal contatto e da uno scambio che, benché asimmetrico, agi comunque profondamente, su più livelli: è quel processo di bybridization a frantumare inesorabilmente i riduzionismi che interpretano i concetti di cultura e identità come entità internamente omogenee e circoscrivibili dall'esterno. A ciò si unirono contrapposizioni sulle categorie di colonizzati e colonizzatori che oscuravano altre dinamiche di confronto-scontro e riflessioni, in ambito della patrimonializzazione, sui meccanismi di sapere-potere. Ciò permise di avere un progresso da parte degli europei nei confronti dei patrimoni culturali locali che riuscirono a comprendere a pieno la loro importanza e la naturale conseguenza di una tutela adeguata. Con i primi decenni del nuovo secolo, nelle colonie orientali cominciarono anche ad essere inserite, nelle istituzioni di ricerca e gestione del patrimonio, figure di studiosi e archeologi locali che avviarono un percorso di critica e rettifica delle ricostruzioni precedenti, senza però rimettere in discussione, almeno per molto tempo, l'assetto del sistema culturale e le istituzioni su cui faceva perno. È anche vero che forme di resistenza o comunque di produzione alternativa alla visione del patrimonio elaborato dall’Occidente si siano sviluppate in tutta la fase del colonialismo moderno ma, è altrettanto vero che, questi meccanismi non furono in grado di controbilanciare, quanto a capacità di impatto culturale e sociale, il mainstream occidentale, non a caso definito “violenza epistemica”. L’arrivo della seconda guerra mondiale, che avvierà la fase postcoloniale in Asia e in Africa, vedrà, nei processi di patrimonializzazione una sostanziale continuità; e, nel frattempo, a livello globale il patrimonio culturale comincerà a conoscere una fase di crescente successo che andrà ad intrecciarsi con l’esplosione del turismo di massa.

4.Il patrimonio alla riconquista del mare nostrum: l’avventura coloniale italiana

Seppur con un po’ di ritardo, rispetto alle altre potenze coloniali, anche il percorso del colonialismo italiano attraversa le stesso coordinate ideologiche degli altri paesi occidentali. Qui le mire colonialiste nacquero fin dai primi anni dopo la costruzione del Regno d’Italia a conferma che il colonialismo è un inevitabile esito dei processi di nation-building europei. Anche per l’Italia, l’accompagnatrice d’eccellenza fu l’archeologia che andò a giustificare, già in partenza, la propaganda che accompagnò tutto il periodo colonizzatore. L’Italia, a partire dagli ultimi decenni dell’800, cercò di recuperare, territorialmente parlando, tutti quei territori che la differenziavano rispetto alle altre potenze europee. La conquista si indirizzò dapprima verso l’Africa Occidentale nel periodo crispino, si intensificò poi nel periodo giolittiano e conobbe l’apice dell’aggressività nel ventennio fascista.

L’archeologia coloniale italiana

Per molti aspetti l’avventura italiana in Libia, avvenuta dal 1911 al 1943, è sicuramente l’episodio coloniale che maggiormente si presta a illustrare il rapporto fra patrimonio culturale e colonialismo; infatti in Libia il ruolo del patrimonio culturale come “intrumentum imperii” fu una costante di tutta la vicenda tanto che fu assunto come esempio paradigmatico. Le iniziative diplomatiche e militari di epoca giolittiana furono precedute da un costante dibattito sulla necessità di un ritorno nelle terre dell’impero romano. La legittimazione della guerra dell’occupazione coloniale fu, per tutto il trentennio successivo, caratterizzata dalla pretesa dell’Italia di avere la precedenza sulle terre che avevano fatto parte dell’impero romano. Gli italiani infatti ribadivano, sia sui tavoli diplomatici che a livello di politica interna, il loro diritto a rivendicare il possesso dei territori africani costitutivi delle antiche province dell’Impero. Tanto fu forte questo fenomeno che anche in un famoso discorso di Giovanni Pascoli del 1911 ritroviamo tutti gli elementi con cui, sul piano della propaganda interna, si cercò una legittimazione all’impresa coloniale. Nel primo decennio di occupazione, una situazione interna per nulla pacificata, a causa della resistenza diffusa e indomabile delle popolazioni locali, in particolare quelle di origine senussita, impedì l'avvio di estese campagne di scavo e le attività di ricerca in ambito archeologico si limitarono piuttosto a ricognizioni e sopralluoghi. Peraltro le operazioni dell’esercito italiano provocarono non pochi danni ai monumenti e agli edifici storici di ogni epoca che furono manomessi o smantellati per riutilizzare il materiale nella costruzione di trincee o fortificazioni. Inoltre, anche nella retorica militare, il riferimento all’impero romano divenne costante e ripetitivo. L’uso simbolico del patrimonio culturale connesso all’epoca classica assunse, fin da subito, un carattere totalizzante a danno di tutto ciò che non er4a direttamente riconducibile a questo. È significativa, in merito a ciò, la vicenda del restauro dell’arco quadrifronte dedicato a Marco Aurelio e Lucio Vero, monumento celebrativo eretto a Tripoli nel 163 a.C. che, all’epoca, divenne una priorità per gli archeologi tanto che ebbe anche una discreta risonanza sulla stampa italiana. Da come se ne parlava e da come se ne scriveva si poteva evincere che, il valore del patrimonio culturale locale consisteva non sulla sua rilevanza storico-artistica o culturale bensì, nell’esotismo che quest’ultimo era in grado di rievocare. Se sa un lato vi era quindi il recupero di un patrimonio “nostro” di diritto, dall’altro era da conservare nell’ambiente dove si trovava per mantenere il colore locale e per evidenziare, ancora meglio, la “superiorità” dello stesso monumento che andava a rappresentare l’impero romano di cui l’Italia era erede. Dalla fine degli anni ’20 del 900 le attività civili e anche gli scavi archeologici ricevettero un nuovo slancio in un territorio pacificato:

Turismo archeologico

I siti archeologici scavati e restaurati dal regime divennero poi icone predilette del marketing turistico. Attraverso le numerose riviste illustrate, come i documenti o i cinegiornali diffusi dall’Istituto Luce, e le molte esposizioni coloniali gli italiani vennero comunque a contatto con una realtà fino ad allora sconosciuta; anche in questo caso le immagini dei reperti rinvenuti a Leptis Magna e Cirene costituiranno la testimonianza iconica a sostegno della grandezza della conquista africana per enfatizzare il concetto del “dove già fummo” slogan usato realmente in quegli anni. Dalla metà degli anni ’30 i flussi turistici aumentarono di molto e, gli itinerari turisti, furono rigidamente prestabiliti dai gruppi di italiani che visitavano la Libia in quanto, questi percorsi, dovevano illustrare non solo i reperti ed i monumenti ma anche, e soprattutto i villaggi, i centri e le infrastrutture costruite dal regime che davano l’immagine di un territorio non più desolato ma ormai “moderno” e “civilizzato” dalle loro conquiste. Quindi i turisti italiani che visitavano la Libia realizzavano, attraverso l’esperienza di questa romanità in situ, una sorta di costruzione a posteriori di una realtà “altra” fino a quel momento solo immaginata. Inoltre era possibile, per il turista, partecipare a spettacoli di folklore (dette fantasie arabe) e visitare i villaggi delle popolazioni così che lo stesso turista possedesse l’esperienza di quell’elemento storico che connotasse le popolazioni indigene ascrivendole, di conseguenza, alla categoria del diverso e dell’inferiore. Le visite ottenevano quindi il risultato di una conferma definitiva sia della superiorità della “nostra” cultura sia dell’incolmabile diversità dei locali. Tutto questo attraverso modalità totalmente pacifiche come appunto quelle pacifiche che, perfettamente aderivano, a quell’immagine di “penetrazione pacifica” con cui il regime arrivò a definire l’occupazione libica. Tutti gli sforzi organizzativi e la propaganda mossa dal regime non furono però sufficienti in proporzione ai numeri della popolazione nazionale, ed infatti, furono altri i mezzi che il regime sfruttò per avere un sempre maggior impatto sull’immaginario della popolazione italiana. Esempio ne fu la stampa e i suoi derivati, come la Guida Touring dove troviamo Possedimenti e Colonie del 1929 così descritte: “ASPETTI ETNICI E FOLCLORISTICI - La Tripolitania tiene il primato su tutte le regioni dell'Africa mediterranea per il suo fascino orientale, originario, primitivo, perché il cosmopolitismo delle città egiziane, tunisine, dell'Algeria e del Marocco non vi è ancora penetrato, e l'arabo, ligio alle tradizioni, vive gelosamente nel suo clima psicologico e sociale, senza mistificazioni e senza contaminazioni. Inoltre la fiducia che ispiriamo agli indigeni ci permette di avvicinarci alla loro vita. A Tunisi l'ingresso alle moschee è assolutamente precluso al turista il quale invece può facilmente visitare quelle di Tripoli. E se gli assuagh (pl. di sugh) egiziani e tunisini sono assai più grandiosi dei nostri, conviene osservare che quelli son convertiti talora in enormi bazar europei, nei quali si ostenta la merce di un Oriente più o meno adulterato, mentre nei vicoli e nelle bottegucce attorno alla moschea del Caramanli i tappeti dai vivaci colori sono fabbricati a Misurata, gli oggetti di cuoio lavorati d'oro e d'argento sono opera di artieri [artigiani n.d.a.] tripolini, e le auree o argentee manine di Fatma e i braccialetti e i monili e i ventagli d'avorio sono autentico lavoro arabo. Oriente genuino dunque, nelle sue espressioni più caratteristiche. Islamismo che s'inebria nelle "zaule" con la coreografia degli stendardi trapunti e i cori gutturali della folla; spirito guerriero, che lancia per le vie di Tripoli, nelle grandi parate, la frenesia dei cavalli volanti, i baracani [indumenti n.d.a.] al vento. VESTIGIA DI ROMA ANTICA - Il turista che da Tripoli procede lungo le strade litoranee o 'addentra nella Gefara trova ovunque tracce della potenza di Roma imperiale, Le maestose rovine di Leptis Magna e delle basiliche di Sabratha sono espressioni di bellezza architettonica e plastica che hanno poche rivali in tutta l'Africa latina. Gli avanzi di mausolei, di terme, di fattorie, di dighe di sbarramento, di "torcularia" disseminati in tutta la Tripolitania suscitano profonda commozione nell'animo del turista italiano. E le

pietre miliari che s'incontrano a quando a quando nei deserti cammini della "ghibla guidano per le stesse strade che percorsero i legionari” (Bertarelli 1929, 269-270) Nel testo chiarissima la suddivisione fra due livelli culturali fra loro non paragonabili. Da un lato un patrimonio “indegno” per lo più immateriale e caratterizzato da elementi in grado di isolarlo in una alterità temporale mentre, dall’altro, il patrimonio della romanità in grado di riconnettere in linea diretta l’antica provincia romana alla colonia fascista. Cosciente del potenziale del turismo come meccanismo di costruzione del consenso, alla fine del 1934, il regime accentrò maggiormente le due principali associazioni turistiche italiane (l’ENI e la CIT); con i medesimi obbiettivi di accentramento e controllo poi, anche Italo Balbo (Italo Balbo è stato un politico, generale e aviatore italiano. Iscritto al Partito Nazionale Fascista dal 1920) nel 1935, istituì l’ENTAL ovvero Ente Turistico Alberghiero Libico che nel 1937 si dotò di una rivista mensile intitolata “Libia” che venne distribuita anche in Italia. Il colonialismo italiano e il patrimonio culturale delle colonie conobbe dunque una declinazione in senso turistico, vale a dire vissuto attraverso i materiali illustrativi come guide e riprese cinematografiche.

Un patrimonio “razzista”

Come era sempre accaduto nei paesi coloniali, sui cantieri archeologici la divisione dei ruoli è chiarissima e resterà tale fino a epoca recentissima: a dirigere erano gli studiosi colonizzatori mentre, ogni lavoro di manovalanza, è riservato ai locali, una massa anonima si cui non rimane traccia, se non episodica, nei giornali di scavo o nella documentazione; ad esempio, nei casi in cui furono chiamati ad aiutare militanti italiani, nei diari di scavo il numero di questi ultimi era tenuto separato da quello degli indigeni. Il mito della romanità della colonia africana fu anche antisemita, al tempo delle leggi razziali, quando venne ripreso il racconto delle guerre di Roma contro Cartagine. Nella prima metà degli anni ’30 una missione della Società Geografica Italiana nel Fazzen era giunta a identificarsi nei resti degli antichi abitanti dell’area, i Garamanti, una razza mediterranea e quindi bianca penetrata dalla costa fino al deserto sahariano. Questa popolazione, come poi dimostrato da studi successivi, fu in realtà una popolazione indigena di etnia mista che si sviluppò nell’area sudoccidentale della Libia dalla metà del I millennio a.C. fino al V secolo d.C. ma, per gli archeologi italiani dell’epoca fascista i resti di questa popolazione divennero la testimonianza del punto più meridionale raggiunto dalla civiltà mediterranea. È quindi vero che il patrimonio culturale della romanità e dell’antichità classica fu usato con particolare coerenza in funzione raziale dal regime fascista. Sarà infatti, nel 1937, lo stesso Mussolini ad affermare: “Il problema razziale è per me una conquista importantissima, ed è importantissimo averlo introdotto nella storia d'Italia. I romani antichi erano razzisti fino all'inverosimile. La grande lotta della Repubblica Romana fu appunto questa: sapere se la razza romana poteva aggregarsi ad altre razze” In questi anni siamo alla vigilia del manifesto della razza e delle famigerate leggi raziali. Strumento propagandistico fra i più aggressivi a sostegno di quell’ideologia divenne, nel 1938, la rivista quindicinale “La Difesa della Razza” dove, sulla copertina del primo numero, vi era un fotomontaggio con una figura con tre teste quasi sovrapposte e raffiguranti: la testa del Doriforo di Policleto, il ritratto di un personaggio con connotati semantici e una donna africana con tipiche acconciature. La “purezza” della razza ariana era

I musei e le esposizioni coloniali: l’Africa in Italia e la romanità in Africa

Il patrimonio culturale sottratto alle colonie non ebbe, in Italia, la stessa funzione che ebbe in altri paesi colonizzatori. I grandi musei storici italiani hanno genesi diversa rispetto ai musei universali delle altre potenze coloniali. In Italia mostre ed esposizioni temporanee furono strumento fra i più efficaci nella costruzione dell’immaginario coloniale per la maggioranza di una popolazione, come quella italiana, che aveva solo una sommaria conoscenza di quei territori. Attraverso le numerose esposizioni nazionali e coloniali gli italiani trovavano conferma della “necessità storica” e del successo dell’avventura coloniale solo per essere “ala passo con i tempi”. Fu soprattutto durante il fascismo che le sposizioni diventarono uno dei mezzi sui quali la propaganda fascista investì maggiormente anche perché, e soprattutto, in grado di attirare un pubblico vastissimo e non solo quello molto limitato degli “alfabetizzati”. Sfruttando un carattere ibrido fra la fiera, il parco divertimenti e la mostra scientifica le esposizioni dovevano servire ad avvicinare gli italiani al mondo delle colonie, riconfermando l’importanza dei territori conquistati. Allo stesso tempo, attraverso l’esposizione di materiale etnografico e soprattutto la presenza dei “villaggi indigeni” i visitatori trovavano conferma dell’arretratezza delle popolazioni indigene. Queste erano scenograficamente molto curate, basti pensare che le ricostruzioni di ipotetici villaggi africani presentavano gli abitanti delle popolazioni locali all’interno che dovevano svolgere le loro abitudini quotidiane. Particolarmente importante fu l’ultima di queste manifestazioni, la Prima Mostra Triennale delle terre italiane d’Oltremare, inaugurata a Napoli il 9 maggio 1940. I contenuti propagandistici e di legittimazione ideologica, che la mostra era chiamata a veicolare, erano i consueti:

  • Continuità fra l’impero romano e l’impero coloniale fascista
  • costatazione del livello di arretratezza delle popolazioni colonizzate cui aveva posto riparo l’opera civilizzatrice del regime Così i primi padiglioni esposero reperti archeologici e, addirittura, all’interno della sezione dedicata alle opere artistiche fu organizzata una mostra d’arte retrospettiva i cui opere di Gentile Bellini, Tiziano e di Tiepolo servirono ad illustrare come lo spirito di colonizzazione e di conquista potesse rintracciarsi già all’epoca dei grandi maestri della pittura, chiamati in questo modo a costruire una spettacolare interpretazione orientalista ante litteram della nostra storia dell’arte. Parte integrante della scenografia furono gli indigeni in costume tradizionale cui si unirono anche gli albanesi; i villaggi indigeni ricostruiti furono addirittura muniti di un laghetto artificiale su cui veleggiavano imbarcazioni tipiche dei paesi coloniali. A completare il tutto vi era, in esposizione, anche un padiglione dedicato a “La difesa della razza”, una summa delle gerarchia razziale “dimostrata” dagli studi di antropologia fisica attraverso la documentazione dei vari tipi raziali. Rilievo nazionale fu assunto solo dal Museo Coloniale incardinato nel ministero delle Colonie ufficialmente nel 1923, nel Palazzo della Consulta". Organizzato secondo un criterio geografico, il museo rappresentava, nelle parole del ministro Federzoni al momento dell'inaugurazione, «un nuovo tentativo per interessare gli italiani alle Colonie, per condurli a una più ragionata e onesta conoscenza di esse», tentativo tanto più necessario dal momento che: «È innegabile che da noi le Colonie non sono amate: esse vivono al di fuori dell'orizzonte spirituale della più grande parte degli italiani»". A sottolineare la funzione "pedagogica" della nuova istituzione, lo stesso ministro ne stabilì l'obbligo di visita per tutte le scuole di primo e secondo grado della capitale. Nel 1937 il museo fu riorganizzato per comprendere anche i materiali provenienti dall’Etiopia per essere poi richiuso quasi subito e fino al 1947.

Anche nell’ambito dei musei etnografici la museologia italiana scarseggiava, molto probabilmente per i ritardi complessivi dei nostri studi etnoantropologici. Ciò nonostante nel 1875 Luigi Pigorini era riuscito a costruire, nella capitale del regno, un museo preistorico che ebbe, in un primo momento, una fase di accrescimento ma fu poi condannato a una certa stasi durante l’epoca fascista. Per quanto riguarda i musei costruiti dagli italiani nelle colonie, il primo e uno dei più importanti, fu quello inaugurato a Rodi nel 1916, ubicato nell’Ospedale dei Cavalieri. Destinato a raccogliere materiali archeologici provenienti dalle isole del Dodecaneso, fin dall’ubicazione divenne uno dei luoghi più rappresentativi del potere coloniale sull’isola. In Libia i musei furono in massima parte dedicati alla raccolta dei reperti archeologici derivati dagli scavi dell’archeologia classica. A partire dagli anni ’30 furono poi allestiti anche presso le principali aree archeologiche, da Leptis a Cirene e da Sabratha a Tolemaide, destinati a raccogliere i reperti provenienti dagli scavi ma, anche in quel caso, gli allestimenti privilegiarono l’aspetto scenografico dei materiali esposti, relegando ai depositi statue ed oggetti frammentari. In Africa Orientale l’unico esempio museografico risale al 1934, quando fu inaugurato a Mogadiscio, nella Garesa, cioè il Castello, un Museo della Somalia con l’intento, ancora una volta, propagandistico a esaltazione dello sviluppo delle relazioni fra Italia e Somalia soprattutto sul piano economico. Nell’allestimento uno spazio privilegiato fu riservato al patrimonio della cultura araba che fu un chiaro riferimento al governo coloniale che mirava a coinvolgere la popolazione di origine araba nella gestione amministrativa della colonia. Ma, il museo, la biblioteca e gli archivi storici coloniali annessi, servirono soprattutto a sostenere l’immagine dell’italiano come “colonizzatore buono”, tanto da aver eliminato il sistema schiavistico. Anche se i documenti ci parlano d’altro, l’appellativo dell’italiano come “anti- schiavista” costituì uno degli elementi ricorrenti della propaganda fascista, tassello del mito degli “italiani brava gente”. L’avventura coloniale italiana non riuscì mai a farci entrare nel club delle potenze economiche anche se fu l’obiettivo di tutti i governatori italiani ed inoltre, in fase fascista, il colonialismo assunse contorni disastrosi sul piano economico; l’unico aspetto su cui l’impresa coloniale ebbe successo fu quello propagandistico che riuscì nel migliore dei modi. Di conseguenza quindi il patrimonio, oltre che una funzione legittimante sul piano politico, assunse un ruolo identitario determinante nel sostenere la conquista e il governo delle colonie. Nelle colonie dell’Africa Orientale, la legislazione imposta dall’Italia fu elaborata in senso dichiaratamente segregazionista e finalizzata alla preservazione della purezza della razza: si pensi, come esempio, alla struttura della stessa nuova capitale dell’Eritrea, Asmara che venne riorganizzata negli spazi urbani secondo criteri raziali, tecnica poi denominata “la linea del colore”. In questo senso, il colonialismo italiano, fu un vero e proprio laboratorio delle leggi raziali del 1938: al momento di allinearsi infatti con l’antisemitismo nazista, il regime fascista aveva in realtà già istituzionalizzato, nelle colonie, il concetto di “razza pura” e il rifiuto di una società mista. Non è un caso che, nel 1945, i paesi governati dall’Italia risultassero tra i più poveri di tutto il continente africano e quelli dove il tasso di istruzione era praticamente azzerato. Quell’approccio al patrimonio culturale che fu sperimentato nel periodo coloniale e consolidato rimarrà pertanto anche nella nostra contemporaneità.

Questa nuova visione, sostenuta dagli americani, contribuì ad aumentare il peso degli esperti e dei centri di competenza chiamati a elaborare linee guida per trasformare l’Unesco in un’agenzia di pronto intervento, a detrimento degli slanci ideali e riformistici dele origini. Ciò non fu altro che un nuovo orientamento che non mutava gli obbiettivi di penetrazione ed espansione culturale delle potenze occidentali, con il vantaggio di mettere a tacere discussioni di più ampio respiro sull’impatto delle strategie culturali e sui rapporti fra legislazioni nazionali e principi internazionali: l’esportazione del sapere tecnologico rimarrà per sempre a senso unico, continuerà nel controllo della gestione del patrimonio culturale extraeuropeo da parte occidentale. In un nuovo mondo in cui i processi di decolonizzazione andavano espandendosi, l’intervento dei funzionari ed esperti dell’Unesco era destinato a incontrare anche le prime resistenze. In ogni caso, alla metà degli anni ’50, le attività dell’Unesco si concentrarono programmi di salvataggio destinati a consolidare l’orientamento verso la salvaguardia di un patrimonio a carattere monumentale, partendo dal presupposto di un suo valore universale e quindi non più affidato all’esclusiva cura dei singoli paesi proprietari dei beni. La prima, ed anche la più famosa iniziativa di questo tipo, fu il salvataggio dei monumenti destinati ad essere ricoperti dalle acque del Nilo dopo la costruzione della grande diga di Assan. Il contesto geopolitico in cui si collocò il programma Unesco era dei più complessi perché situato su uno dei fronti caldi della contrapposizione fra i due blocchi della Guerra Fredda. L’iniziativa di salvataggio dei siti e monumenti della Nubia, lanciata nel 1959, si prolungò fino al 1980 e dovette superare grandi difficoltà sul piano tecnologico-ingegneristico, oltre che ricorrenti conflitti diplomatici istituzionali. Moltissimi monumenti di eccezionale importanza furono smantellati per poi essere trasportati e riassemblati in altri luoghi; ma le operazioni comportarono anche innumerevoli ricognizioni archeologiche e scavi di salvataggio talora svolti in tempi frenetici e quindi non a rigor di regola. Lungo le sponde del fiume africano si videro così all’opera centinaia di archeologi provenienti da una 20ina di paesi diversi che portarono alla luce siti, reperti e monumenti di eccezionale importanza. L’operazione ricevette un’eco mondiale straordinaria che l’Unesco riuscì a sfruttare per molti anni successivi attraverso tutti i media possibili, riuscendo anche a oscurare tutte le perdite che quella stessa operazione aveva causato. Inoltre, nessuna attenzione fu riservata all’epoca, allo stravolgimento delle vite delle popolazioni dell’area interessata, costrette ad abbandonare le loro case e i loro villaggi. Nella pubblicazione del programma di salvataggio nubiano si lodarono, oltre che le soluzioni tecnologiche innovative, anche lo sforzo collaborativo che aveva permesso a decine di gruppi di lavoro diversi di cooperare per il raggiungimento di uno stesso risultato. Alcune delle tecnologie impiegate furono funzionali agli interessi delle diverse imprese coinvolte ed infatti, dietro le retoriche della cooperazione internazionale si celarono non poche tensioni politiche contrapposte: ogni paese cercò di trattenere il più possibile in termini di influenza economica-politica o di prestigio sul piano internazionale. Infatti, come segno di gratitudine, ogni paese che aveva partecipato al salvataggio ottenne un proporzionato numero di reperti che andarono così ad arricchire musei stranieri. Nelle stime Unesco il solo spostamento dei templi di Abu Simbel fu di circa 70 milioni di dollari e altri 17 servirono per i salvataggi degli altri monumenti; questi soldi furono solo in parte versati dai vari stati che parteciparono all’impresa e in maggioranza furono sborsati dall’Egitto; per il resto furono anche lanciate campagne di finanziamento che ricevettero adesioni da tutto il mondo, anche da parte dei singoli cittadini comuni. Da questo punto di vista il salvataggio ebbe un impatto straordinario nella diffusione di un concetto “universalista” del patrimonio culturale che divenne poi un capo saldo dell’attività dell’Unesco che infatti cercò sempre di replicare negli anni successivi. Ma, c’è da dire che, sul piano scientifico il programma ripropose alcune pratiche di un’archeologia coloniale a partire, ad esempio, dalle modalità di gestione della manodopera locale. Infatti, tutta l’operazione funzionò come cassa di risonanza della supremazia

tecnologica occidentale, tanto che si parlò, negli anni successivi, di una visione di developement imperialism espressa in quell’occasione dall’Unesco. Il successo del programma servì a consolidare la svolta tecnocratica impressa dall’influenza americana e i programmi focalizzati su siti specifici. Lo schema fu infatti poi riproposto anche per altre operazioni di recupero del patrimonio come quella avvenuta a Venezia, nel 1966, dopo l’alluvione. Infine, anche se non tutte le operazioni derivanti da questo schema andarono a buon fine, le esperienze dei primi decenni costituirono la premessa per l’elaborazione della convenzione sulla protezione del patrimonio culturale e naturale mondiale, emanata nel novembre del 1972. Attraverso la Convenzione, l'UNESCO affermò definitivamente il proprio ruolo di principale istituzione a livello internazionale nell'ambito della salvaguardia del patrimonio monumentale, in grado di elaborare standard e linee guida validi universalmente, ma soprattutto in grado di certificare quei monumenti, siti archeologici o naturali dotati di un outstanding universal value tale da renderli degni di una protezione a livello mondiale e la cui gestione, affidata ai singoli Stati proprietari dei beni, sarebbe comunque stata monitorata dagli esperti UNESCO. Sulla base dei criteri stabiliti nella Convenzione, i singoli Stati membri avrebbero potuto segnalare i propri siti o monumenti per l’eventuale iscrizione alla World Heritage List. La convenzione entrò in vigore nel 1975 mentre, le prime iscrizioni alla WHL, risalgono al 1978. La novità rappresentata dall’inserimento dei beni culturali naturali ricevette scarsa applicazione e tutt’ora, a fronte di 897 siti culturali iscritti nella lista, solo 218 sono quelli naturali, mentre 39 quelli misti. Da allora la WHL è sicuramente diventata il programma di maggior successo dell’Unesco ed infatti, per la sua gestione, è stato organizzato un apparato sempre più complesso. Nel 1992, per completare le varie liste dei patrimoni che comprendevano anche quelli in pericolo e che quindi andavano monitorati, è stato creato il World Heritage Centre. Sin dall’inizio vi furono contraddizioni su monumenti e siti che i diversi paesi ritenevano avere valore universale e quindi candidabili a patrimoni dell’Unesco ma, col passare degli anni, crebbe anche il dissenso sulla scarsa rappresentatività della lista stessa ritenuta troppo sbilanciata a favore del patrimonio europeo; è da considerare che ancora oggi la metà dei siti registrati è collocata in Europa. Inoltre, la logica della WHL, a partire dagli anni ’90 ha dovuto confrontarsi anche con il dissenso sulla pretesa logica scientifica dei criteri adottati nella valutazione delle candidature. Diversi paesi hanno contestato l’ambiguità di criteri come “l’autenticità” di cui parlava la WHL o come anche la netta prevalenza data a un patrimonio monumentale e legato a epoche passate. Infine è stata messa in discussione anche la concezione storico-estetica della selezione in quanto anch’essa fondata su criteri di tradizione occidentale. A tutte queste critiche l’Unesco rispose su più piani. In primo luogo commissionò uno studio sul criterio di “autenticità” alla base di molte contraddizioni nella selezione dei siti e, nel 1994, fu elaborato il Nara Document on Authenticity che introduceva un’interpretazione molto più sfumata del concetto adeguandola rispetto ai diversi cotesti storici e culturali. Il progressivo riallineamento concettuale dei criteri aveva già consentito, nel 1992, l’inserimento di una nuova tipologia di siti, i cultural landscape ovvero i paesaggi culturali, riconosciuti in tutti quei paesaggi e territori connotati da particolari valori simbolici, sacrali ed identitari presenti nelle tradizioni culturali (es. aborigeni australiani). Allo stesso modo, in seguito alla pressione di molte tradizioni culturali che non si sentivano rappresentate, nel 2003, fu emanata la Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale intangibile. Ma, la lista che elenca questi beni, è mantenuta distante dalla WHL creando così una sorta di doppio binario che evidenzia come i progressivi aggiustamenti non abbiano mutato la logica di fondo della WHL che, ancora tutt’ora, è ancorata a una concezione del patrimonio culturale eurocentrico, riduzionista e iconico. Anche per questo, le critiche derivate dai postcolonial studies, hanno sottolineato come le politiche universaliste dell’Unesco abbiano fornito continuità a una logica di tipo coloniale.