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Riassunto "L'induismo" di Franci, per l'esame di indologia
Tipologia: Sintesi del corso
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Una realtà complessa Spesso si dice che gli indiani sono in maggioranza induisti, infatti gli induisti costituiscono oltre l’80% della popolazione. L’induismo non è una religione fondata: non deve l’origine alla figura di un essere umano divino e non ha un contenuto dottrinale, non ci sono dogmi. Non è necessario credere in un dio o in più dei per essere induisti, si può esserlo anche essendo atei. Bisogna credere alla verità dei testi sacri delle origini, il Veda. Vari studiosi hanno posto in rilievo il fortissimo peso dell’ordinamento della società in caste, ma da qualche tempo vari induisti si dichiarano totalmente estranei o anche contrari al sistema castale. A volte si dice che l’induismo è la religione di tutti quegli indiani che non si sono convertiti ad altra religione, in quanto molti induisti lo definiscono un modo di vivere. Più che una religione è una cultura, cioè un insieme di tradizioni, usi, valori, credenze, trasmesso, trasformato e accresciuto, attraverso le generazioni, tra quelle genti dell’India che non hanno aderito ad altre tradizioni spirituali. L’induismo visto dagli induisti Gli iranici chiamarono India il paese attraversato dal grande fiume Indo (dall’antico indiano sindhu , il fiume in genere). Induismo deriva da hindu , termine di origine persiana per designare genericamente gli indiani non convertiti a religioni differenti. Gli induisti preferiscono parlare di sanatana dharma , dove dharma indica un insieme di religione, moralità, diritto, legge, doveri. Per gli hindu tradizionalisti l’induismo è una realtà immutabile, la “legge eterna del mondo”. Tradizionalmente gli indiani percepiscono il tempo come un divenire ciclico senza principio e senza fine: in questo scorre il sanatana dharma sta come un’immobile pietra miliare. I tempi e lo spazio L’induismo si è arricchito di nuove forme, ma senza eliminare quasi mai del tutto le più antiche. Appare come un grande bricoleur che non butta via niente, ma conserva e quando è possibile ricicla secondo le nuove necessità. Oltre che nel tempo, l’induismo è diversificato nello spazio: a un induismo pan indiano, documentato dalle fonti letterarie classiche, si affiancano tradizioni regionali anche molto divergenti. L’induismo si rivela come un insieme di forze in varia tensione, che però non hanno impedito la tolleranza e il rispetto nei rapporti interconfessionali, dando vita a un laboratorio di coesistenza e dialogo.
Un’alba dimenticata Il subcontinente indiano è stato abitato fin dai tempi più antichi, un esempio è la cultura dell’Indo: grande civiltà urbana, scoperta negli anni ’20 del nostro secolo, fiorita tra 2500 e 1800- 1700 a.C. per poi entrare in una rapida decadenza, forse per ragioni di carattere climatico. Si
estendeva su una vastissima area, con numerosi centri cittadini, nel rispetto di norme urbanistiche e igieniche. Non sapendo nulla sulla lingua allora usata, ci si deve fondare su testimonianze di carattere materiale come il grande bagno di Mohenjo-daro o le numerose raffigurazioni di personaggi femminile, spesso in connessione con animali fecondi. Questa civiltà implose su se stessa per ragioni sulle quali si discute tutt’ora. E’ probabile che quando giunsero in India le genti cui è attribuito il Veda la sua decadenza si fosse praticamente consumata. La confluenza dei fiumi: “arya” e non “arya” Gli stranieri sono generalmente considerati barbari, impuri, ma la realtà storica ha permesso l’inserimento nell’induismo di popoli esterni. L’induismo è un processo di sintesi. Gli indiani hanno ignorato l’origine extraindiana e soprattutto la storia più remota di coloro che si definivano orgogliosamente arya (nobili), mentre gli altri erano anarya (non arya). Si tratta di popoli indoeuropei che dalla patri originaria si sarebbero diffusi grazie a una forte superiorità militare fino alle sedi in cui sono attestati all’inizio dei tempi storici. Tra le lingue indoeuropee antiche, quelle degli indiani e degli iranici sono più strettamente legate. Per l’India, i testi del Veda documentano forme linguistiche di origine esterna e quindi la probabile provenienza extraindiana degli utenti originari di quella lingua. Una notevole massa di dati permette di cogliere svariati elementi delle concezioni e tradizioni indoeuropee, possiamo ricostruire concezioni relative al destino dell’uomo o l’ossatura di un linguaggio poetico-sacrale. Gli antenati di indiani e iranici devono aver trascorso un lungo periodo insieme, come attestano non solo numerosissime corrispondenze linguistiche, ma anche miti e rituali. I primi testi L’induismo si basa sul Veda, un corpus testuale il cui nome significa “sapere”, connesso con la visione e che rappresenta la scienza sacra di origine non-umana. Si tratta di una vastissima produzione letteraria tramandata oralmente per più millenni, attraverso una catena di maestri e discepoli: l’oralità garantisce meglio la riservatezza del messaggio, perché il Veda è appannaggio esclusivo delle classi alte, soprattutto dei sacerdoti. Il Veda consta di quattro grandi sottocorpora, che rappresentano il sapere di altrettante categorie sacerdotali: la scienza degli inni Rgveda , dei canti Samaveda , delle formule sacrificali Yajurveda e la scienza di maghi e stregoni Atharveda. Ciascuno di questi gruppi di testi è ordinato i quattro diversi livelli cronologicamente successivi: le raccolte di basa Samhita , i testi brahmanici Brahmana , i libri silvestri Aranyaka destinati a una recitazione fuori dall’abitato e le Upanisad , testi ch contengono dottrine di straordinaria importanza. Non si tratta di poesia spontanea, ma di una scienza trasmessa e difesa gelosamente. I Brahmana si occupano soprattutto di rituale, ma anche di miti cosmogonici e leggende: propongono una dottrina del sacrificio e della sua forza suprema, cui corrisponde sul piano sociale l’affermazione della potentissima classe degli specialisti del sacro. Le Upanisad hanno contenuto metafisico e filosofico, una sezione conoscitiva dalle parti più rituali del Veda, la sezione operativa, ma sono solo quattordici. Con queste si conclude la rivelazione vedica, testi che, visti dai veggenti ( rsi ) ma superiori e non attribuibili a opera umana, sono stati poi ininterrottamente trasmessi da maestro a discepolo. Sono considerati infallibili e concordi.
L’induismo postvedico Anche in India ci dovette essere una vastissima gamma di maestri dalle idee più diverse che talora non hanno lasciato traccia se non per qualche riferimento polemico di loro avversari. Si può ricostruire il quadro di un’epoca di crisi politica e sociale, in cui si affermano anche tendenze materialistiche, scettiche, un ordine di monaci fatalisti, ma soprattutto due grandi tradizioni: il buddhismo e il jainismo , che hanno costituito uno stimolo e un’ispirazione molto forti per il pensiero e la pratica dell’induismo. Il centro del culto non è più il sacrificio, ma acquista maggior importanza la puja , l’adorazione dell’idolo: la presenza costante dell’idolo, il rapporto diretto di cura affettuosa predispone a sentimenti di familiarità e di amore, cioè alla bhakti. Bhakti indica un rapporto di amore mistico fondato su una partecipazione reciproca, la compresenza di uno sforzo umano di purificazione e di un avvicinamento del dio con la sua grazia, fasi di separazione, di crisi e disperazione, la beatitudine finale. La bhakti si incentra di solito su una figura divina, sulla necessità di arrendersi alla grazia divina. C’è in effetti nella bhakti un’apertura universalistica che ne fa la via più idonea per i reietti e gli esclusi,e trova la sua espressione più chiara nella pratica di abbandonarsi a dio, di prendere rifugio presso di lui. Le principali fonti letterarie del periodo postvedico Il Veda viene seguito in modo molto selettivo e spesso i testi di base delle singole scuole sono di fatto più autorevoli. Tra le fonti principali vanno innanzitutto menzionati i due vastissimi poemi: Mahabharata , “la grande storia dei discendenti di Bharata”, attribuito a Vyasa, è una specie di enciclopedia di tradizioni, leggende, istruzioni morali raccolte attorno alla storia della lotta per il dominio sull’India settentrionale fra due fazioni di guerrieri. In questa summa si inserisce la Bhagavadgita , poemetto che risolve importanti problemi morali. Ramayana , “la marcia di Rama”, attribuito a Valmiki, narra del rapimento a opera del demone Ravana di Sita, mogie dell’eroe divino Rama, e della guerra che ne seguì. Ha avuto una fortuna enorme in traduzioni, rielaborazioni anche molto personali ed è considerato il capolavoro della letteratura in lingua hindi. Molto importanti sono anche i trattati sul dharma , tra i quali il più antico e autorevole è attribuito a Manu, nostro progenitore, e i Purana , che presentano tradizioni relative all’origine del mondo. Documenti fondamentali della bhakti sono anche liriche, poemetti, trattati, aforismi, insieme alle composizioni musicali e alle danze utilizzate nei riti.
L’espansione dell’induismo La sanscritizzazione , cioè la diffusione dell’induismo alto, costituisce un fenomeno che solo con un riscontro a posteriori possiamo dire interno all’India, ed è forte soprattutto in alcune fasi storiche: una fase di espansione verso il Sudest asiatico nel primo millennio, e poi una fase caratterizzata da forme di notevole diffusione nel mondo culturale euroamericano. La cultura indiana ha esercitato un fortissimo influsso anche sull’Asia centrale e orientale, dovuto soprattutto al buddhismo.
India maior L’influenza della cultura indiana su quella dell’Asia sudorientale fu un fenomeno sostanzialmente pacifico, dovuto a esponenti di una cultura alta il cui strumento linguistico era il sanscrito. La sua adozione produsse un vero e proprio meticciato culturale di affascinante complessità. Il nome di Indocina illustra il destino storico di una regione nella quale la cultura indiana e la cinese si sono incontrate in vario modo. Oggi gli induisti costituiscono delle minoranze piuttosto ridotte rispetto ai prevalenti buddhisti e musulmani, ma in passato è stata grandissima l’importanza dell’induismo nella penisola. In Indonesia l’influenza indiana fu largamente prevalente fino al trionfo del dominio islamico (XVI sec) e ha lasciato numerosi monumenti e un’imponente fioritura letteraria. Gli dei adorati erano gli stessi dell’induismo indiano. Diffusa è la credenza nei rsi mitizzati, è riconosciuta la suddivisione dell’esistenza in fasi ordinate, mentre assai più labile è il sistema castale. Dopo l’avvento dell’islamismo nel XVI secolo, l’induismo si è conservato soprattutto nell’isola di Bali, celebre per le sue danze di derivazione indiana, ma con caratteristici elementi estatici che forse attingono a un fondo arcaico indigeno. L’incontro con l’islamismo A parte una prima fase di diffusione dovuta soprattutto a mercanti, si concretizzò in un’occupazione militare accompagnata da distruzioni e spoliazioni che ebbe un effetto molto negativo in particolare per il buddhismo, la cui quasi completa scomparsa dall’India coincide con i secoli di questa espansione militare. Ci furono difficoltà anche per l’induismo, disprezzato da molti dei nuovi dominatori per la sua ricchissima proliferazione di divinità e per certe usanze della vita comune. Gli induisti furono sottoposti al pagamento delle tasse per gli infedeli e a forme diverse di discriminazione, oppressi dalla negazione islamica dei loro principi di sacralità e di organizzazione sociale. Molto spesso si trovarono forme civili di convivenza, o almeno di tregua, nonostante le numerose conversioni per ragioni di convenienza e interesse personale: molti erano attratti da quelle dottrine e da quei comportamenti islamici. Questo incontro avvenne in tutti e due i sensi. Per parte musulmana con personaggi come Akbar , tollerante sovrano moghul che cercò di dar vita a una religione sincretica, o Dara Shikoh , che tentò una conciliazione tra la mistica islamica e quella di derivazione upanisadica. Per parte induista con Ramananda , che attribuiva ben poco valore al sistema castale e proponeva una concezione della divinità monoteistica, e quelli dei sant assertori della bhakti (“buoni”) per il brahman nirguna , “senza qualificazioni”, che davano scarso peso ai riti. Kabir , poeta tra i più popolari dell’India, cercò di conciliare l’induismo e l’islamismo sul piano della mistica, dell’adorazione interiorizzata di un Dio unico, respingendo il culto degli idoli e le pratiche esteriori e raccomandando una bhakti incentrata sulla recitazione e sulla lode del nome di Dio. Mantiene il karman, il samsara, la liberazione e include molto meno dell’islam, di cui interpreta simbolicamente certe norme. I seguaci di Kabir, i Kabirpanthin, sono considerati induisti, pur costituendo un movimento distinto. I Sikh (allievi) sono i seguaci del maestro Nanak , grande esponente della bhakti rivolta al dio unico e inconoscibile, trascendente e immanente, dotato di tutti gli attributi eccellenti che sia pur solo parzialmente lo rivelano. Questi può essere chiamato Nome per eccellenza, Nome-Verità. Per questo la bhakti di Nanak s’incentrava sulla ripetizione costante del Nome: pratica che mette in sintonia il cuore del devoto con l’ordine divino e gli permette di superare i condizionamenti psichici e di giungere alla corte del sovrano divino attraverso un’elevazione progressiva.
piuttosto una forma di purificazione e di espiazione. Tutto il nucleo fondamentale delle dottrine di Gandhi è induistico: Gandhi è un seguace della bhakti, un induista che accetta l’idea che Gesù sia figlio di Dio, ma rifiuta la pretesa esclusiva che solo lui lo sia. Vuole però un induismo aperto e libero dai tanti elementi negativi. Mentre era favorevole al mantenimento delle caste, era nettamente contrario a tutte le forme di discriminazione che nel corso del tempo si erano venute affermando contro gli intoccabili. Li chiamava Harijan (“figli di Hari”, Visnu) e si impegnò perché fosse loro consentito l’accesso ai templi allo stesso modo degli altri induisti. Si scontrò con il loro leader più noto, Ambedkar , il quale si convinse che l’induismo non era emendabile, e che gli intoccabili dovessero costituire una comunità separata, rivendicando i loro diritti di cittadini a pieno titolo Si sforzò di dimostrare ei suoi scritti le origini elevate degli intoccabili, e vi fece includere la condanna della discriminazione castale e dell’intoccabilità. Poco prima di morire si convertì al buddhismo. Aravinda Ghos , esponente dell’opposizione anti-inglese e accusato di terrorismo, si dedicò alla ricerca spirituale e divenne il centro di una comunità di indiani e stranieri. Mediante le sue opere insegnò il cosiddetto Yoga integrale. Le sue posizioni si ricollegano in certa misura anche alle religioni ottocentesche europee del progresso. Dall’infinito originario brahman promana la realtà universale giù fino alla materia, dalla quale però riprende il cammino inverso. L’uomo rappresenta il livello più alto. Aravinda Ghos è il maestro dell’ascesa al livello della supermente, verso la perfezione e la beatitudine. la pratica dello yoga integrale anticipa il cammino comune. Il Maharsi (“grande veggente”) fu sconvolto da un’improvvisa esperienza di morte, che può richiamare l’idea della morte iniziatica. Autentico fossile vivente, non aggiunge praticamente nulla alla tradizione non dualistica delle Upanisad: l’incontro con l’io è la riscoperta di una realtà sempre esistente, della nostra essenziale beatitudine. L’induismo in Occidente Una nova fase di espansione si è aperta per l’induismo alla fine dell’800 con la diffusione di idee e di gruppi religiosi in Europa e in America. Almeno a partire dall’età ellenistica,l’India con i suoi asceti e i suoi santi è sempre stata presente nell’immaginario occidentale come la terra incantata della spiritualità. Ma l’interesse per la spiritualità induistica era più che altro un fenomeno di simpatia intellettuale, che generalmente non comportava adesioni o conversioni. Una linea importante si collega a Jiddu Krishnamuti , il quale si dedicò a predicare la lotta contro i condizionamenti della mente sottolineando la necessità di sviluppare una pura esperienza coscienziale:maestro paradossale che non ha mai smesso di insegnare che dobbiamo liberarci della necessità dei maestri. Mahes Yogi fu maestro della meditazione trascendentale, praticabile indipendentemente dai vincoli religiosi e di sicuro successo pratico, ma anche “sentiero meccanico per la realizzazione di Dio”. Rajneesh ebbe un suo personale sentiero di ricerca, che deve procedere libera e liberante, scendendo fin nell’inconscio per sgretolare blocchi più duri. In questa idea di libertà totale va forse cercata una delle principali ragioni del successo di Rajneesh. Di questo singolare miscuglio l’induismo è una matrice, ma non l’unica. Il movimento bhaktico degli Hare Krishna si ispira a Caitanya, il quale, trasferitosi a New York, fondò nel 1966 l’International Society for Krishna Consciousness. Il movimento Hare Krishna trova la sua forza nella riproposizione di una disciplina religiosa intensiva, puritana, che deve diventare veramente i centro della vita dei devoti, con un impegno durissimo e totalizzante. Per molti, l’Occidente vive una grave crisi di valori, religiosi e sociali. L’India e l’induismo hanno molto da dire e da dare in questi campi.
L’induismo oggi Tanta parte dell’induismo rimane immutata. Mentre si tramandano riti e tradizioni di remota antichità, i mezzi di trasporto, il lavoro, la vita cittadina mettono insieme gente di caste diverse. La casta ha ancor un gran peso però nelle scelte matrimoniali. L’India è entrata nella modernità, è soggetto attivo della ricerca scientifica d’avanguardia, di un grande sviluppo agricolo, ma resta anche un paese di drammatica povertà, di squilibri dolorosi e sempre meno tolleranti tra le classi e tra i generi. In questi ultimi decenni, i semi dell’integralismo induistico hanno dato molti frutti: oggi il fenomeno dell’integralismo è rampante e diffuso, spesso nelle forme di organizzazioni politiche democratiche quanto ai metodi di lotta, e quindi di partiti, ma anche di gruppi paramilitari o di occasionali o programmati scoppi di violenza – ma l’induismo aggressivo non è certo una novità.
Il cosmo dell’uomo indiano Per gli indiani l’universo è coinvolto in un processo di perpetuo divenire, in un susseguirsi di cicli cosmici. Il nostro ciclo è cominciato con un’età di grande perfezione ( satyayuga ), cui hanno tenuto dietro altre tre ere ( yuga ) di decadenza progressiva: treta, dvapara e infine la nostra, kaliyuga , “età della discordia”. Le ere sono di durata decrescente, in parallelo alla decadenza morale. la prima dura 4800 anni divini (un anno divino equivale a 360 anni umani), la seconda 3600, la terza 2400, la quarta 1200. L’insieme degli yuga costituisce un mahayuga , mille mahayuga costituiscono un kalpa , cioè un giorno del dio cosmico Brahman. Non si deve avere una visione totalmente magica della nostra era: tale è l’infermità spirituale che si rivelano nuove vie estremamente più facili. Secondo un’immagine molto frequente, l’universo è una specie di uovo, noto come brahmanda (“uovo di Brahman”), formato da più strati concentrici, alcuni celesti, scendendo fino al mondo della terra e alle regioni sotterranee, la più bassa delle quali è costituita dai naraka , gli “inferni”. La terra è suddivisa in sette parti concentriche, chiamate dvipa (“isole”), separate tra loro da sette oceani dai nomi fantasiosi. Jambudvipa (“isola della melarosa”) è il continente centrale, la cui parte più meridionale è l’India, Bharatavarsa, “terra dei discendenti di Bharata”, il progenitore degli eroi del Mahabharata. Dio, gli dei Nel pieno dell’induismo postvedico, la divinità suprema ha il nome generico di Isvara , “signore”. La lettura devota di Isvara come sommo dio lo identifica con dei come Siva, Visnu. La considerazione del dio supremo varia a seconda delle dottrine. Col dio supremo si può identificare la cosiddetta divinità di elezione, il dio con cui si ha un rapporto preferenziale di devozione e di affetto. Dal dio supremo si distinguono le divinità alle quali compete una particolare funzione, o gli dei mitologici che vivono tra piaceri eccellenti nei loro cieli o paradisi: queste divinità fruiscono di una condizione che finirà quando si esauriranno i frutti delle opere che le hanno portate a tale posizione. Brahman , dio personale maschile, non eterno, è il dio cosmogonico che nasce al principio di ogni grande era in un fiore di loto spuntato dall’ombelico di Visnu addormentato sul serprente divino Sesa. Ormai il suo culto si concentra in un solo tempio. Trimurti è l’immagine della divinità in tre forme rappresentative dell’attività di origine, conservazione e distruzione del mondo, espresse da Brahman, Visnu e Siva. E’ attestata in
I poteri e le funzioni delle altre divinità di origine vedica sono per lo più molto ridotti, alcune ormai sono solo figure mitiche: Indra , dio della pioggia e supermago, è divenuto capo dei custodi dell’universo; Agni , divenuto anche protettore dell’arte culinaria; Varuna , dio delle acque con ancora qualche funzione di giustiziere; Yama , il mitico dio della morte ma non insensibile alla voce di una moglie fedele; Kubera , il nano panciuto signore delle ricchezze e dei tesori; Kama , amore. Kubera è il signore degli Yaksa , geni della vegetazione e dei villaggi, non sempre benevoli come lo sono le loro femmine, le Yaksini. Ricordiamo le splendide Apsaras , ninfe voluttuose, e i loro compagni Gandharva , musici celesti dal ruolo eminentemente amoroso. I Vidyadhara , che volano per l’aria e si possono trasformare a piacimento. I Naga con testa umana e corpo di serpente, custodi delle ricchezze. I grandi veggenti vedici ( rsi ), sette dei quali sono identificati con l’Orsa maggiore. I Manu , nostri progenitori nei vari cicli. Gli Asura , rivali sconfitti dei Deva , sono sempre più decaduti. Altri gruppi sono specializzati nel far male: i Raksas , i Pisaca , mangiatori di carne cruda, o i Vetala , cioè i vampiri. Nell’induismo tutto può essere divinizzato. Tra gli animali la venerazione così diffusa e famosa per la vacca ha la sua controparte nella credenza in Surabhi , la vacca soprannaturale che esaudisce i desideri. Su Sesa , un serprente, posa Visnu. Vasuki , un altro serpente, è usato come frusta quando gli dei frullano l’oceano di latte per ottenere l’ambrosia. Garuda è un avvoltoio gigante che funge da cavalcatura di Visnu, celebrato soprattutto come nemico dei serpenti. Il hamsa , una specie di oca selvatica, è passato a simboleggiare lo spirito ed è divenuto nome di una categoria di asceti. Tutta una ricca fioritura leggendaria è cresciuta attorno a certe figure di volatili, ma anche molte piante vengono investite di valori e funzioni sacrali: particolarmente apprezzati sono certi tipi di fico, il basilico è pianta sacra dei visnuiti ed è simbolo di Laksmi (moglie di Visnu). Laksmi stessa ha anche nomi femminili del loro, pianta dai forti valori simbolici. Ma la sacralità si estende anche alla natura inanimata: sacri sono i monti, i fiumi, le pietre. Le discese ( avatara ) Il termine avatara indica specificamente la discesa di un dio, e indica anche la forma che assume. Si tratta di manifestazioni in forme umane, animali, con finalità benefica. Visnu è il dio che discende per eccellenza, grazie anche alla sua natura benigna e propensa ad aiutare. Degli avatara sono state redatte varie liste, ma da parecchi secoli ne troviamo una di dieci che ha finito per prevalere. Accanto a essa sono rimaste in vita altre identificazioni e varie correnti spirituali. I dieci avatara principali sono (pag. 64): Matsya, “pesce”; Kurma, “tartaruga”; Varaha, “cinghiale”; Narasimha, “uomo-leone”; Vamana, “nano”; Parasurama, “Rama con la scure”; Rama; Krsna, “il Nero”; Buddha; Kalkin, “cavallo bianco”.
Tra gli avatara di questo elenco, solo Rama e Krsna sono oggetto di un vero e grande culto. Il gioco divino Molti avatara sono davvero impegnati in grandi imprese. Impegni seri, ma anche una vita di piacere, di eros, di gioco ( lila ). Il gioco ha anche un ruolo fondamentale nelle spiegazioni teistiche delle origini del mondo. Questa concezione ha avuto grandi sviluppi soprattutto nella bhakti di Krsna come caratterizzazione di tutto l’agire del dio, giovane amante appassionato ma capriccioso, briccone però per gioco. Questo gioco continua in eterno nel paradiso krsnaita, e vi prendono parte i devoti assunti in cielo. Per i seguaci di certa bhakti è molto di più: uno stile di vita e di amore che non deve avere mai fine. Miti e leggende Le tradizioni induistiche brulicano di racconti di dei e di santi. Questi miti e queste leggende sono patrimonio comune e costituiscono ancora un modello di comportamento per tanti induisti. Moltissimi miti raccontano delle origini e le riattualizzano: ci sono miti delle origini dei fiumi, dell’uomo, del linga , del cibo d’immortalità, di certi culti. Ricchi repertori di miti e leggende sono i grandi poemi epici e i Purana. Spesso la loro narrazione è sommaria: evidentemente erano già molto conosciuti, ma venivano ripresi perché potevano dare consiglio o conforto in determinate situazioni. Il genio letterario dell’India si è espresso con particolare ricchezza nella leggenda e nella fiaba. In alcuni racconti però possiamo scorgere un ricordo leggendario di fatti reali. Non poche di queste tradizioni hanno tratti che troviamo anche altrove, per esempio nel mondo mediterraneo antico (Krsna, ad esempio, ha suggestive affinità con Achille).
L’uomo e il suo destino La Taittiriya-upanisad parla di cinque “involucri” che nascondono il principio autentico del nostro essere: sono fatti di cibo, di soffi vitali, di pensiero, di coscienza e di beatitudine. Altre concezioni molto diffuse distinguono il corpo sottile, percorso da migliaia di arterie che costituiscono una specie di spina dorsale non fisica. L’esperienza quotidiana dell’uomo, secondo la Mandukya-upanisad , si svolge attraverso tre stati di coscienza: di veglia, nel quale si conosce il mondo materiale; di sogno, in cui si ha esperienza di un mondo separato; di sonno profondo, che viene chiamato “di coscienza”. Infatti, il sonno senza sogni viene ritenuto una condizione nella quale la coscienza è vigile. Si parla poi di un quarto stato per il quale le parole umane sono insufficienti: è la realtà infinita nonduale del brahman supremo. Quando si muore, il corpo fisico si dissolve negli elementi di cui è composto, mentre il corpo sottile trasmette al nascituro caratteristiche e predisposizioni secondo il maturare del karman. Originariamente karman significa azione, nel Veda l’atto rituale, poi anche i suoi frutti. In seguito diventa frequente il significato di “legge di retribuzione degli atti compiuti”, perché buoni si diventa per atti buoni, cattivi per i cattivi. Un discorso che presenta il karman come unica realtà sopravvivente.
I doveri specifici Il dharma costituisce il quadro di riferimento al quale deve far capo integralmente l’esistenza. Innanzi tutto, il dharma universale vincola tutti gli induisti: è l’insieme di quelle norme che costituiscono i valori etici non connessi con determinate condizioni sociali – autocontrollo, purezza, veridicità, fedeltà alla parola data, nonviolenza, rispetto per la vita ( ahimsa , che di fatto spesso si traduce in una specie di vegetarianesimo piuttosto che trarre tutte le implicazioni pratiche di questo ideale). Vi sono poi i dharma della condizione specifica, norme particolari relative a una determinata casta, a una professione, ecc. In particolare assume grande importanza un combinato di doveri collegati alla condizione castale e alla fase di esistenza che si sta conducendo, il varnasramadharma. Questo può essere in contrasto anche forte con l’universale: anche se il dharma particolare deve prevalere, è opportuno che questo avvenga senza perdere di vista gli elementi del dharma universale che possono essere mantenuti vivi. Le fasi dell’esistenza ordinata Tradizionalmente, la vita dell’uomo era regolata da un insieme di norme che scandivano i diversi periodi dell’esistenza: il cosiddetto sistema degli asrama. La prime testimonianze di quelle che saranno poi le quattro tappe dell’esistenza ordinata risalgono già al periodo vedico. Le fasi sono queste:
condizione femminile era vista come troppo costosa e in definitiva dannosa per la famiglia, anche a causa dell’estendersi della pratica della dote matrimoniale che comportava spese pesantissime. Però il motivo fondamentale che ha favorito l’affermazione del suicidio delle vedove sta soprattutto nella negazione del valore della donna in quanto tale. La donna ha una sua dimensione sacra in quanto compagna del marito in questa vita o in un altro mondo, e in questo senso viene esaltata e santificata. Altrimenti è spesso vista come tentatrice: donne per eccellenza, bellissime ed esperte in tutte le arti della seduzione, si possono considerare le ninfe celesti ( apsaras ), ma è quasi l’unico caso si una seduzione utile. Escono da questa immagine generale donne che hanno preso in mano il loro destino contro i condizionamenti sociali: è il caso delle donne che hanno deciso di farsi monache buddhiste, o di donne come la celebre poetessa Mira Bai che, innamorata ardente del dio Krsna, si sentiva veramente sposata con lui, rifiutando di farsi sati alla morte del marito. Una particolare sacralità della donna veniva garantita anche sul piano della prostituzione sacra, con l’istituzione delle devadasi (“serve di dio”), donne dedicate per i più vari motivi al servizio di un tempio per attività di danza e di prostituzione. La donna non è solo negativamente tentatrice, è anche colei che riproduce nelle pratiche tantriche la prassi del rapporto dea-dio. E’ colei che si configura come l’evocatrice della potenza spirituale latente, e l’accoppiamento uomo-donna è l’immagine più icastica di questa esperienza sublime di beatitudine e di acquisizione della conoscenza suprema. Talora il sogno è quello del ritorno all’unità indistinta di un originario ermafroditismo. All’altro estremo troviamo la negazione del sesso mediante la castrazione, che può avere anch’essa una dimensione sacra. In India questa pratica è propria dei hijra , che offrono alla dea il sacrificio della loro virilità, artefici della feracità dei campi. I valori della saggezza mondana L’induismo è un’istituzione totale che pervade tanti capi del vivere e dell’agire che solitamente non si usa considerare spirituali. Però è anche vero che non sempre si può essere pienamente sicuri della diretta pertinenza alla vita dello spirito di certi valori e di certe pratiche. Sia l’erotica sia la scienza politica sono state giustamente chiamate filosofie del successo, perché considerano come unica meta effettiva la perfetta realizzazione delle ambizioni nel loro campo specifico. E’ difficile vedere nel sovrano delineato dagli scienziati indiani della politica un uomo che possa coltivare nobili interessi spirituali. Forse è più un eroe conquistatore trionfante su nemici, palesi e occulti, e sulla propria personale debolezza.
Il tempio Ormai, vari templi induisti sono abbastanza noti pur conservando intatto il fascino della loro esoticità. Se si prescinde dalla civiltà vallinda, non sembra che le epoche più antiche abbiano conosciuto templi. Siamo abbastanza informati sulle modalità di esecuzione dei riti sacrificali vedici, che non sembra comportassero la necessità di templi, forse limitata a qualche caso episodico. Probabilmente i primi sviluppi verso costruzioni per uso rituale avvennero in campo buddistico, con tumuli contenenti reliquie del Buddha, di sacrari, mentre altri luoghi per il culto erano forniti direttamente dalla natura, con grotte o altro.
Il sacrificio, il rituale I sacrifici vedici si distinguono in domestici e solenni, che richiedevano la presenza di vari specialisti. Le offerte riguardavano vegetali, oggetti, ma soprattutto animali, talora con vere e proprie ecatombe. I sacrifici vedici più importanti sono: Agnihotra , “oblazione al fuoco”, da compiere due volte al giorno; Agnistoma , “lode del fuoco”, sacrificio primaverile in più giornate incentrato sulla preparazione e spremitura del soma; Vajapeya , “bevuta per la vittoria”; Rajasuya , “consacrazione regale”, con razzia simulata di vacche; Asvamedha , “sacrificio del cavallo”, rito per garantire la piena sovranità e prosperità, il sacrificio da compiere per diventare imperatore universale. La maggioranza della popolazione continuò e continua tuttora a praticare rituali non solo simbolici. Con la fine del periodo vedico tramontano quasi del tutto i sacrifici solenni, ma resistono molti riti domestici e si mantengono o affermano nuovi sacrifici cruenti, specialmente quelli dedicati alla Dea, a Siva, e soprattutto trionfa la puja (culto quotidiano reso all’idolo). Si tramandano i cinque grandi sacrifici quotidiani :
fasi lunari: la quindicina bianca che va dalla luna nuova alla piena è ritenuta fausta, quella nera che va dalla luna piena alla nuova p considerata negativa. L’unica grande festa solare è la makarasamkranti (“congiunzione col Capricorno”), che celebra il passaggio del sole in questo segno zodiacale e cade nel mese di magha. Nell’India meridionale essa coincide con la festa di pongal , altre celebrazioni seguono nei giorni successivi: Mahasivaratri , “la grande notte di Siva”, che celebra in phalaguna (febbraio-marzo) l’evento mitico della comparsa di un gigantesco linga di luce, che all’inizio dei tempi avrebbe squarciato l’oscurità annunciando la sovranità del dio; Holi , anch’essa celebrata in phalaguna , è una sorta di festival di primavera, simile a un carnevale, che celebra l’uccisione dell’orca Holika tra schiamazzi, scherzi, anche s’intensa carica erotica, una breve interruzione dell’ordine; Ramanavami , in caitra (marzo-aprile), è la festa per la nascita del dio Rama; Nagapamcami , in sravana (luglio-agosto) è una festa che mostra il rapporto ambivalente che gli indiani hanno con i serpenti, si commemora l’uccisione da parte di Krsna del serpente Kaliya, ma si rende anche onore al divino serpente Ananta; Janmastami in bhadrapada (agosto-settembre) celebra la nascita di Krsna; Ganesacaturthi nello stesso mese commemora la nascita del dio elefantino, signore degli ostacoli; Navaratri , in asvina (settembre-ottobre), identificata come Durgapuja (“adorazione di Durga”), è una delle feste maggiori, articolata in una novena di notti, celebra anche Rama nella comune lotta contro le forze del male; Divali , la festa delle luci, antica, molto suggestiva e tra le massime dell’induismo, si celebra in karttika (ottobre-novembre), dedicata a Sri, è una festa di propiziazione del successo nei più vari campi, ma soprattutto per il trionfo della luce sulle tenebre. La preghiera Spesso si dice che la magia ha intenzioni costrittive, mentre la preghiera cerca d’influenzare o blandire un essere superiore. Ma atteggiamenti magici e devozionali si possono affiancare e alternare. Nel caso specifico del vedismo, l’umile sottomissione della preghiera può essere la copertura di un atteggiamento magico solo esteriormente diverso da altri esplicitamente tali, per ottenere la benevolenza del dio. Anche la cultura vedica ha conosciuto forme di devozione individuale, ma forse si trattava di atteggiamenti minoritari. Il quadro cambia con il passaggio dalla fase vedica alla successiva. Nella sua forma più elementare la preghiera è rappresentata dalla semplice testimonianza di omaggio: namas (“onore”). Di questo tipo sono moltissimi mantra. Accanto a questa estrema concisione sta l’effusione degli inni, spesso ricchi di riferimenti mitici. Frequenti le enumerazioni degli epiteti, ma ci sono anche inni più brevi. Tradizionali della bhakti visnuita sono i kirtana , le “glorificazioni”, litanie cantate infinite volte. La ripetizione raggiunge il suo culmine con la recita-invocazione ( japa ) del nome divino, che sancisce l’incontro tra il devoto e il dio che amato riama. Si dice che la ripetizione del nome divino dona senza difficoltà ai suoi devoti tutto quello che gli yogin conquistano mediante una lunga e faticosa ascesi. Il sacro nome era e tuttora è investito nell’induismo di una potenza senza pari. Si pensa che possa salvare al momento della morte: la pronuncia anche soltanto di una breve parte del nome divino equivale comunque a una presenza nel pensiero del dio invocato. La pratica della preghiera del nome può svolgersi anche silenziosamente, come ajapa japa “il japa senza suono”.
Mahabharata. Probabilmente gli effetti più vistosi si verificavano durante il pellegrinaggio, che è stato uno dei grandi strumenti dell’unificazione cultural indiana, un luogo di incontri altrove inconcepibili… ma è stato soprattutto un fenomeno di spiritualità intima, un sacrificio personale. Pellegrino può essere chiunque, basta che si sia purificato, rendendo il doveroso omaggio a Ganesa, il dio che fa superare gli ostacoli, agli antenati e ai brahmani. Il viaggio doveva essere compiuto tra le privazioni, digiunando e praticando la castità. Una volta giunto alla meta il viaggiatore si purificava anche corporalmente compiendo un’abluzione, faceva offerte e doni ai mendicanti, dopo di che si accingeva al ritorno. I luoghi santi sono noti soprattutto come tirtha , “guadi”, tradizionalmente raggruppati in tre grandi categorie:
Nel plasmare le tradizioni specifiche del Tamil Nadu , hanno avuto grande peso gruppi di devoti e santi sivaiti e visnuiti. Alcuni di loro sono considerati tra i più grandi poeti mistici non solo dell’India.
Chi le percorre La tradizione induistica presenta una varietà straordinaria di vie e sentieri di perfezionamento spirituale. La maggioranza degli induisti ha cercato di conformare la propria esistenza a dei valori accessibili alla gente comune, la cui pratica non richiedesse sforzi eccezionali. Il posto dell’etica Il raggiungimento della perfezione spirituale è ben altro. Sembra che questa meta suprema non dipenda affatto dai nostri comportamenti, ma dalla libera grazia divina: si ritiene però comunemente che un forte impegno morale sia necessario. I perché del cammino L’India è celeberrima come paese di asceti e di cercatori spirituali. Per non pochissimi tra di loro è anche un modo migliore di altri per rimediare qualcosa per vivere: le masse devote sono molto sensibili alle esigenze degli asceti mendicanti. Oggi tanti movimenti indiani o di derivazione indiana sciamano verso l’Occidente e si pongono il problema del reclutamento di nuovi seguaci: è comprensibile che se si tiene conto delle esigenze finanziarie che costituiscono un problema fondamentale per qualunque struttura contemporanea che debba competere con altre. Ma secondo la tradizione non è il maestro che cerca l’allievo, ma quest’ultimo che si impegna nella ricerca del maestro adatto. Ovviamente, si insiste soprattutto sulle qualità necessarie per l’aspirante allievo. Ci si immette su questa difficile strada per la totale insufficienza della vita, di qualunque vita, inserita nel samsara , legata a una catena senza principio e senza fine di nascite e morti. Lo Yoga, gli yoga Il termine yoga è identico al nostro giogo , implica dunque un’idea di dominio, padroneggia mento piuttosto che di unione con lo spirito supremo. Yoga equivale a tutta la spiritualità indiana attiva e tesa a costruire la perfezione. Appare molto probabile che lo yoga sia un fenomeno indigeno dell’India. I primi riferimenti sicuri e abbastanza organici si trovano in Upanisad vediche, da queste possiamo desumere l’esistenza di una serie di pratiche di controllo del corpo che dovevano assumere forme diverse e avere motivazioni molto varie. Si andava da coloro che si dedicavano a pratiche di questo tipo allo scopo di acquisire poteri magici ad asceti che vedevano nello yoga un mezzo per conseguire la liberazione spirituale. La più organica presentazione dello yoga è costituita dagli Yogasutra di Patanjali, il cui yoga si inquadra in un contesto dottrinale di contrapposizione tra la natura primigenia ( prakti ) con i suoi derivati e gli spiriti ( purusa ). Queste dottrine trovarono nei primi secoli una sistemazione nel cosiddetto Samkhya classico, punto di approdo di una linea di spiritualismo non universalistico. Tradizionalmente Samkhya e Yoga di Patanjali sono visti come due scuole strettamente collegate. Il Samkhya si presenta come un dualismo pluralistico, in cui uno dei due principi primi è costituito da una pluralità di spiriti. Prakti e purusa sono realtà ontologicamente diverse, ma