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Riassunto completo di Sociolinguistica delle minoranze, Sintesi del corso di Sociolinguistica

Riassunto completo e dettagliato del libro Sociolinguistica delle minoranze di Ilaria Fiorentini, per il corso di Sociolinguistica delle minoranze (magistrale) con il prof. Riccardo Regis, UniTO.

Tipologia: Sintesi del corso

2025/2026

Caricato il 16/04/2026

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1. Lingue minoritarie e minoranze linguistiche
Il plurilinguismo in Italia c’è da sempre ed è una realtà complessa. Negli ultimi decenni ha
incluso anche le lingue portate dai parlanti immigrati creando il cosiddetto neoplurilinguismo
italiano. Lo spazio linguistico italiano include:
Plurilinguismo storico (varietà italiano, dialetti, minoranze antiche e lingue straniere di
comunicazione internazionale)
Plurilinguismo recente (migranti)
1.1 Lingua minoritaria / di minoranza deve avere tre caratteristiche:
1) Usata in qualche misura, in qualche situazione, con alcune funzioni
2) Diversa dalla lingua ufficiale
3) Parlata da una minoranza della popolazione
Carta Europea delle lingue regionali o minoritarie del Consiglio d’Europa (1992) definisce i due
parametri.
La lingua minoritaria è definita per contrapposizione alla maggioranza ed è un concetto
connesso con lo Stato-nazione.
In Italia si parla anche di parlate alloglotte (alloglossie/eteroglossie) = hanno un’origine distinta
rispetto alla parlata ufficiale. Es. in Italia non sono lingue romanze.
Non sono la stessa cosa delle lingue di minoranza, ma in Italia spesso si sovrappongono i due
concetti.
C’è confusione anche tra minoranza linguistica e minoranza nazionale = la lingua parlata si
associa a un diverso senso di appartenenza (tedescofoni in Trentino, slavofoni in Friuli e francofoni
in Valle d’Aosta).
Tra le lingue c’è una gerarchizzazione sociale.
Tra le lingue minoritarie ci sono le lingue regionali = parlate da parte dei cittadini radicati in una
parte del territorio specifica. Sono i dialetti in Italia.
A livello internazionale si parla anche di lingue meno diffuse per cercare un termine più politically
correct.
Si dibatte anche sull’inclusione di lingue legate a fenomeni migratori recenti e la risposta è spesso
positiva.
Lingue in situazione di minoranza = di grande diffusione internazionale, ma in minoranza in uno
specifico stato.
A livello di popolazione, il corrispettivo è la minoranza linguistica = comunità insediata in modo
compatto o diffuso sul territorio, numericamente inferiore, caratteristiche etniche, religiose o
linguistiche diverse, senso di solidarietà implicito.
C’è un gruppo di minoranze nazionali tutelate dalla Convenzione-quadro. Possono essere
tutelati anche parlanti di lingue di recente immigrazione o dialetti. In Italia, quesi gruppi non lo
sono perché la legge italiana parla in senso stretto di “minoranze linguistiche”, con parametri di
storicità e territorialità.
I parlanti di lingue di minoranza sono portati a imparare anche la lingua nazionale. Si distingue tra
minoranze di I grado (ling. di minoranza + IT) e di II grado (lin di minoranza 1, lin di min 2 e
italiano).
La nozione di minoranza linguistica è problematica perché implica alterità.
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Scarica Riassunto completo di Sociolinguistica delle minoranze e più Sintesi del corso in PDF di Sociolinguistica solo su Docsity!

1. Lingue minoritarie e minoranze linguistiche

Il plurilinguismo in Italia c’è da sempre ed è una realtà complessa. Negli ultimi decenni ha incluso anche le lingue portate dai parlanti immigrati creando il cosiddetto neoplurilinguismo italiano. Lo spazio linguistico italiano include:

  • Plurilinguismo storico (varietà italiano, dialetti, minoranze antiche e lingue straniere di comunicazione internazionale)
  • Plurilinguismo recente (migranti) 1.1 Lingua minoritaria / di minoranza deve avere tre caratteristiche:
  1. Usata in qualche misura, in qualche situazione, con alcune funzioni
  2. Diversa dalla lingua ufficiale
  3. Parlata da una minoranza della popolazione Carta Europea delle lingue regionali o minoritarie del Consiglio d’Europa (1992) definisce i due parametri. La lingua minoritaria è definita per contrapposizione alla maggioranza ed è un concetto connesso con lo Stato-nazione. In Italia si parla anche di parlate alloglotte (alloglossie/eteroglossie) = hanno un’origine distinta rispetto alla parlata ufficiale. Es. in Italia non sono lingue romanze. Non sono la stessa cosa delle lingue di minoranza, ma in Italia spesso si sovrappongono i due concetti. C’è confusione anche tra minoranza linguistica e minoranza nazionale = la lingua parlata si associa a un diverso senso di appartenenza (tedescofoni in Trentino, slavofoni in Friuli e francofoni in Valle d’Aosta). Tra le lingue c’è una gerarchizzazione sociale. Tra le lingue minoritarie ci sono le lingue regionali = parlate da parte dei cittadini radicati in una parte del territorio specifica. Sono i dialetti in Italia. A livello internazionale si parla anche di lingue meno diffuse per cercare un termine più politically correct. Si dibatte anche sull’inclusione di lingue legate a fenomeni migratori recenti e la risposta è spesso positiva. Lingue in situazione di minoranza = di grande diffusione internazionale, ma in minoranza in uno specifico stato. A livello di popolazione, il corrispettivo è la minoranza linguistica = comunità insediata in modo compatto o diffuso sul territorio, numericamente inferiore, caratteristiche etniche, religiose o linguistiche diverse, senso di solidarietà implicito. C’è un gruppo di minoranze nazionali tutelate dalla Convenzione-quadro. Possono essere tutelati anche parlanti di lingue di recente immigrazione o dialetti. In Italia, quesi gruppi non lo sono perché la legge italiana parla in senso stretto di “minoranze linguistiche”, con parametri di storicità e territorialità. I parlanti di lingue di minoranza sono portati a imparare anche la lingua nazionale. Si distingue tra minoranze di I grado (ling. di minoranza + IT) e di II grado (lin di minoranza 1, lin di min 2 e italiano). La nozione di minoranza linguistica è problematica perché implica alterità.

1.2 Il problema del riconoscimento non è posto tanto dagli stati quanto dalle pressioni delle popolazioni o di altri stati. Ci sono diversi fattori che possono favorire processi di riconoscimento, come la vicinanza alla lingua ufficiale e la tradizione di usi colti e scritti. Per questo spesso accade che i parlanti abbandonino la propria varietà per adeguarsi a una norma, esistente o creata. Nel caso di norme esistenti, non è detto comunque che soddisfino le reali esigenze di comunità minoritarie. Non tutte le lingue possono rapportarsi con le lingue di maggioranza nello stesso modo. In Italia c’è un contesto diglossico (due lingue conservano ruoli sociali differenti e gerarchizzati) o dilalico (forma di bilinguismo affine alla diglossia, ma con una differenziazione meno netta degli ambiti d’uso) (italiano come lingua-tetto eterogenetica). Hanno caratteristiche diverse dalle varietà standard. Classificazione nel sistema italico:

  1. Lingue minoritarie con standard di riferimento (tedesco, sloveno, francese)
  2. Lingue minoritarie con standard di riferimento teorico = affinità genetica con modelli linguistici stranieri ma non corrisponde a volontà di adottarli
  3. Lingue con standard potenziale = comunità di consistenza ridotta, potrebbero essere innalzate al livello di standard con elaborazione (catalano ad Alghero)
  4. Lingue prive di standard (tutte le altre lingue) Il mancato riconoscimento porta il rischio della scomparsa per regressione (o obsolescenza) linguistica: si parla anche di sostituzione linguistica. Non tutte sono minacciate, ma tutte subiscono pressioni, sia linguistiche sia culturali. La lingua minoritaria viene spesso percepita come uno svantaggio, si perde la marca identitaria. 1.3 È difficile stabilire quanto lingue minoritarie ci sono al mondo e comunque andrebbero conteggiate le minoranze linguistiche. In Italia si parla di 12-15 dialetti e più altre lingue minoritarie per un totale di circa 30 riconosciute. Si aggiungono quelli non riconosciuti e senza tutela. l’Italia è tra i paesi europei con maggiore complessità (> solo Romania e Russia). Gli appartenenti alle comunità sono più di due milioni (4% popolazione). C’è una diminuzione costante, perlopiù legata alle comunità sarda e friulana, in crescita tedesco, francese, sloveno, ladino, arbëresh e catalano. A livello globale l’UNESCO Atlas od the World’s Languages in Danger conta 2.500 lingue a rischio e l’Europea Minority Languages 148 lingue minoritarie. Tipologia territoriale delle comunità basata su tre criteri:
  5. Minoranza in senso assoluto o no? A. Unica = solo nello stato in cui è di minoranza B. Non unica = di minoranza in più stati C. Solo locale = di minoranza in determinati contesti, altrove maggioritaria
  6. Nel caso b, il secondo criterio è la collocazione geografica: A. Adiacenti B. Non adiacenti
  7. Coesione spaziale interna delle comunità minoritarie A. Coesa se geograficamente compatta B. Non coesa con nuclei diffusi Si potrebbe aggiungere ai criteri anche l’unitarietà della comunità minoritaria: se le persone hanno competenze attive, passive o nessuna competenza. È interessante anche la presenza di una lingua di appoggio (stessa lingua o variante). La regressione va poi distinta tra assoluta e nella comunità.

Ma il francese non è mai stato lingua di socializzazione primaria, lo erano le varietà franco- provenzali. Oggi non ci sono comunità che hanno il francese come lingua primaria. Lo 0,99% ha il francese come lingua madre, il 71,5% l’italiano e il 16,2% il patois o franco-provenzale. Il francese è più legato alla scuola, i bilingui sono pochi, più i plurilingui che in contesto familiare adottano franco-provenzale. Anche in Piemonte (area valdese e Val di Susa) il francese è stato lingua di cultura. Ma nel XX sec. è entrato in crisi. Non è trasmesso come lingua materna di comunità e non è protetto dalla legge. C’è stata un’autocertificazione di alcune amministrazioni comunali.

Il tedesco in Alto Adige

Territorio altoatesino = provincia di Bolzano migliori forme di tutela. Ma le comunità tedescofone sono più recenti. Dopo la prima guerra mondiale Trentino (italofono) e Alto Adige (tedescofono) vanno all’Italia. Nel fascismo c’è un’italianizzazione forzata. Con gli accordi De Gasperi-Gruber viene istituita una Regione a statuto speciale che comprende anche il Trentino. Quando però il governo italiano non rispetta gli accordi ci sono rivolte che portano a un nuovo statuto speciale per Trentino-Alto Adige che dà autonomia politica e culturale. Qui gli italiani sono il 26%, i tedeschi il 69,5% e i ladini il 4,5%. Si parla di bilinguismo solo nei centri urbani, dove ci sono più parlanti italiani. Il tedesco ha usi formali e istituzionali ma anche informali e familiari. Si è creata una discriminazione verso il gruppo italiano. Anche perché la “proporzione etnica” viene usata per assegnare posti di lavoro e affitti secondo la proporzione di gruppi linguistici. A scuola si insegna il tedesco standard anche se ci sono molti dialetti locali e koinè austrico- tirolesi. Anche gli italofoni devono scegliere tra lingua standard e dialetti. Per gli italiani, invece, l’italiano standard è la lingua di comunità effettiva. Il tedesco standard è per usi formali, la comunicazione quotidiana è affidata ai dialetti.

Lo sloveno in Friuli Venezia Giulia

Sono idiomi che rientrano nel continuum linguistico sloveno e sono insediati nel Friuli Venezia Giulia. Le comunità di lingua slovena sono divise in 6 aree e ognuna ha caratteristiche linguistiche, geografiche, culturali, storiche ed economiche diverse. Questo perché nelle aree rurali fin dal Medioevo ci sono state popolazioni slovene, mentre a Gorizia e Trieste si sono insediate nel 1800 per flussi migratori. Con il fascismo c’è stata la repressione e dopo il riconoscimento e tutela. Organizzazioni culturali di vario tipo diffondono lo sloveno, ci sono editori, quotidiani e trasmissioni radio e tv. La popolazione di questo gruppo linguistico non è chiara: le stime vanno da 53mila a 100mila. In Friuli è molto diffuso anche il friulano che fa da codice di comunicazione sovralocale insieme all’italiano.

2.1.2 Lingue regionali

Con la legge 482/1999 vengono riconosciute come lingue minoritarie anche tre varietà romanze prive di lingua tetto: friulano, sardo e ladino. Sono state definite lingue regionali per il legame con il territorio e il carattere autoctono (non c’è la stessa lingua in altri paesi). Già da tempo sardo e friulano sono considerate diverse dall’italiano. Si aggiunge un senso di appartenenza legato alla lingua.

Il ladino

Le varietà ladine sono parlate sulle Dolomiti. Insieme a friulano e romanicio sono il gruppo retoromanzo. Le varietà di ladino sono 5 , ognuna con particolarità fonologiche, morfologiche, lessicali e sintattiche. Non hanno una lingua tetto, che è stata quindi creata per la comunicazione ufficiale e scritta. È chiamato Ladin dolomitan / sellano / Ladin standard. È ufficiale nell’Unione generale dei ladini delle Dolomiti, ma non in Province e Regioni. Il ladino è considerato a rischio, con 20mila parlanti ma in lieve crescita. Ci sono diverse associazioni per la tutela e lo sviluppo (la prima è stata l’Union Ladina di Innsbruck, 1905). Ci sono dizionari e grammatiche, settimanali, canale televisivo e anche un’interfaccia online per lo studio del lessico tradizionale. Nelle scuole è insegnato come lingua strumentale, insieme a tedesco e italiano. Solo in Val di Fassa è inserita nel curricula scolastico.

Il friulano

Primi documenti nel XIII sec. In Friuli è a contatto con tedesco, sloveno e italiano ➡ bilinguismo e trilinguismo. I parlanti di varietà friulane sono circa 600mila, la maggior parte a Udine, Pordenone e Gorizia. La situazione è stabile e vitale nonostante la pressione degli altri dialetti veneti confinanti. Le varietà dialettali non impediscono la comprensione. Ci sono 4 gruppi:

  1. friulano centrale
  2. Orientale o sonziaco
  3. Occidentale o concordiese
  4. Carnico Ci sono state diverse misure per spingere la standardizzazione, basata sul friulano della letteratura 800/900esca. Questo ha contribuito a rafforzare lo status sociolinguistico del friulano. In aggiunta, ci sono ottime strutture per la salvaguardia, è insegnato a scuola (da elementari a superiori).

Il sardo

È la più arcaica e conservatrice (isolamento), ma anche la più consistente in Italia con circa 1 milione e 300mila parlanti. È vitale ma si è ridotta la trasmissione in famiglia + la migrazione ha spinto a vedere l’italiano come garanzia comunicativa. Negli anni ’90 è stata dichiarata in pericolo di estinzione, ma i numeri sono incoraggianti: il 68% parla sardo. Anche qui c’è una frammentazione dialettale in macroaree:

  1. Campidanese: pianura meridionale
  2. Logudorese: centro-occidentale
  3. Nuorese: centro-orientale Altre lingue di contatto (come catalano e castigliano) hanno influenzato il lessico. Il sardo non ha una lingua standard. Si sono fatti diversi tentativi (LSU e LSC) di creazione, ma i sardi sono molto critici nella creazione di varietà standardizzate a tavolino. Il 57% è favorevole ad avere uno standard ma solo se rispecchia una delle varietà reali e se si garantisce la valorizzazione di tutte le varietà. Il sardo è insegnato nelle scuole ed esiste anche una certificazione provvisoria sperimentale, ma anche l’insegnamento è frammentato.

2.1.3 Penisole linguistiche

Penisola linguistica = continuità dialettale transfrontaliera (Toso) in Piemonte e Valle d’Aosta. Riguarda gli idiomi franco-provenzali, che convivono con francese (loro lingua tetto) e italiano. Franco provenzale ➡ Valle d’Aosta e provincia di Torino

Negli anni ’70 è insorto un sentimento di appartenenza che in passato non c’era ➡ iniziative di tutela e valorizzazione scolastica.

Dialetti germanici dell’Italia nordorientale

Popolazioni germaniche tutelate da legge 482/1999 ci sono anche comunità in Trentino, Veneto e Friuli. Provincia di Trento: mòcheno, dialetto bavarese arcaico, da stanziamenti nel 1300-1400. Nome da verbo machen (fare) usato come intercalare. Circa 2K di parlanti in Trentino, 0,5%. Esiste un Istituto dedicato alla salvaguardia delle popolazioni germanofone, poi scisso in due di cui uno per lingua Mochena. Creazione di una grammatica descrittiva e una scolastica, documento per la standardizzazione, banca dati online. Sono spariti atteggiamenti negativi vs. mòcheno, spazio per recupero anche tra i giovani. Altro dialetto è il cimbro, province di Vicenza, Verona e Trento, stanziamenti 1200-1300, nome da Tzimbarer (boscaiolo) come erano chiamati nelle zone montane italiani i bavaresi o austriaci. Anche in questo caso c’è Istituto cimbro e ci sono iniziative per la tutela e un dizionario online. Friuli, area carnica: Sapadda: sapaddino, parlata pustero-carinziana, vitale e ben conservata, usata anche come attrazione per turismo. Ci sono corsi di lingua e una grammatica per un dialetto quasi solo orale. Sauris (Udine): parlata di origine tirolese, vitale, parlata dal 70%, materia obbligatoria a scuola, grafia ufficiale riconosciuta dall’Accademia austriaca. Timau (Udine): timavese, tipo carinziano, da colonizzatori, iniziative a tutela (periodici) ma manca insegnamento. Tutte le parlate germaniche in Friuli rientrano nella tutela del patrimonio linguistico di regione.

La grecofonia dell’Italia meridionale

Varietà di greco in “Grecìa salentina” = provincia di Lecce in Salento ➡ griko 4 comuni Bovesìa, versante meridionale Aspromonte, Calabria ➡ grecanico Anni ’20 i parlanti erano 19-20mila, oggi stimati 10mila Salento + 2mila Aspromonte. Le origini sono dibattute. Ellenici colonizzano Sicilia e coste meridionali stabilmente nell’antichità. Ci sono due teorie:

  1. Continuità rispetto alle parlate elleniche della Magna Grecia
  2. Origine più recente legata ai ripopolamenti in epoca bizantina - spiegherebbe affinità con greco moderno Queste varietà si sono evolute in modo autonomo rispetto al greco moderno (incluso per influsso parlate romanze), anche se hanno caratteri conservativi. Sono tutelate dalla legge 482/1999 ➡ ha agevolato campagne di recupero. C’era uno stigma legato a queste parlate che è stato con il tempo e le iniziative superato. Per il grecanico l’ascesa inizia negli anni ’50 da una sensibilizzazione portata avanti da intellettuali borghesi e da alcuni studiosi stranieri, ma si è poi estesa anche a strati più bassi della popolazione. I risultati non sono però quelli sperati. Ci sono anche questioni tecniche irrisolte come la grafia o la standardizzazione delle varietà.

Varietà franco-provenzali nel meridione

Varietà di franco-provenzale: Faeto e Celle San Vito, provincia di Foggia. Origini non chiare: a) Stanziamento dopo persecuzioni religiose dei valdesi (protestanti) in Piemonte 1200- b) Politica di ripopolamento di Carlo d’Angiò per contrastare presenza arabi 1200

Varietà arcaica provenzale: Guardia Piemontese, prov. Cosenza. Da stanziamento dei valdesi 1200-1300. Faeto ha 92% degli abitanti che parlando franco-provenzale + forte orgoglio. L’idioma resta comunque in forte regresso, nonostante le iniziative come pubblicazioni, sportelli comunali, gruppi e associazioni.

Lo slavo molisano

Si parlano varietà di origine slava (croata) in tre comuni del Molise, prov. Campobasso:

  1. Acquaviva Collecroce
  2. Montemitro
  3. San Felice del Molise La varietà parlata è arcaica di tipo dalmatico stokavo-ikavo, chiamata na-nasu. Risale a migrazioni di abitanti cattolici dalla costa dalmata in fuga dopo l’invasione ottomana, 1400-1500. I parlanti sono poche centinaia ed è una delle minoranze storiche più piccole. È definita dall’UNESCO gravemente minacciata. Secondo alcuni studi, la varietà è più usata a Montemiro, meno ad Acquaviva e ancor meno a San Felice. Ci sono però atteggiamenti positivi, anche tra i giovani. Questa minoranza è tutelata dalla legge 482/1999, ma la tutela reale è legata perlopiù al volontariato. Lo slavo molisano ha usi scritti, anche se non una norma ortografica, ci sono grammatiche e dizionari e un vocabolario illustrato per bambini.

Varietà albanesi dell’Italia meridionale

Varietà arabësh in Italia meridionale: Calabria, Basilicata, Puglia, Campania, Molise e Sicilia. Sono varietà della lingua albanese, riconosciute dalla 482/1999, risalgono alla variante tosca (meridionale) dell’albanese. Sono parlate dal 75-80% della popolazione (tot. 100mila abitanti), non in modo continuativo sul territorio ma per isole, anche molto distanti. Questo perché la lingua deriva da stanziamenti avvenuti nel 1400, poi intensificati con l’invasione turca in Albania, e proseguiti fino al 1700. La frammentazione ha avuto effetti anche sulla lingua, che è comprensibile ai parlanti albanesi perché affine alla koinè letteraria del paese, ma il grado di comprensione tra due varietà è vario. Tra le minacce per queste varietà c’è la pressione della lingua maggioritaria, il declino demografico e lo spopolamento di alcuni centri. C’è poi un dilemma: adottare l’albanese come lingua standard o crearne una a partire dalle varianti? La comunità è attiva per la salvaguardia, con uno sportello linguistico (grazie alla legge) e centri di albanologia molto attivi nell’Università della Calabria e in quella di Palermo. Ci sono riviste accademiche, in Sicilia un centro e un istituto dedicati.

Il catalano di Alghero

Alghero, costa nord-occidentale Sardegna. Per 150 anni dominazione catalana, la porta ad essere realtà separata dal resto dell’isola. L’uso del catalano resta anche dopo il passaggio sotto i Savoia. Il catalano di Alghero (o algherese) si distingue per alcuni tratti conservativi (fonetici) e altri innovativi. Soprattutto in usi scritti c’è la tendenza a marcare tratti vernacolari, segno di un’esigenza di raccordo con i centri culturali catalani, che supportano molto la valorizzazione della lingua.

Ci sono radio locali e produzione letteraria + studi e iniziative dell’Università di Catania, ma nessun riconoscimento legislativo. In Basilicata, provincia di Potenza, ci sono parlate galloitaliche riconducibili al Monferrato (forse punto di partenza anche dei coloni di Sicilia). Queste varietà tendono ad essere assorbite dai dialetti lucani e i tratti più settentrionali si sono smussati nel tempo. Anche in questo caso ci sono produzione letteraria e iniziative di valorizzazione, ma nessuna legge.

2.2.3 Altre varietà

Ci sono altre varietà italo-romanze in contesti alloglotti che rappresentano minoranze nelle minoranze. In Sardegna ci sono le parlate sardo-corse, sassarese e gallurese, di origine corsa su substrato logudorese, nella fascia settentrionale. Hanno caratteri specifici che le legano alla Corsica. Sono considerati distinti dal sardo, ma al tempo stesso non del tutto estranei (come avviene per algherese e tabarchino). Sono parlati da circa 200mila persone (12%). Sono riconosciute dalla legislazione regionale. In Friuli Venezia Giulia ci sono comunità con parlate di tipo veneto, conseguenza del prestigio di queste varietà e del radicamento in alcune aree marginali della regione. Sono varietà vitali con grande senso di appartenenza, ma non riconosciute nemmeno a livello regionale. 2.3 Varietà non territorializzate Ammissione a tutela dipende anche dal legame tradizionale con il territorio. Per questo sono escluse diverse varietà non stabilmente radicate. Per esempio quella rom e sinta, in Italia da diversi secoli:

  • (^) Sinti in Piemonte e Lombardia
  • (^) Rom in centro e sud Italia (> in Abruzzo e Molise) Ci sono sia comunità più recenti, sia più antiche. In totale in Italia si contano tra i 120 e i 180mila rom e sinti di cui 70mila cittadini italiani. Le varietà parlate dai gruppi sono definite romanì e derivano da una varietà indoaria centro- settentrionale, con origine comune con altre lingue del sub-continente indiano. Non ha una norma ortografica anche se i parlanti hanno fatto tentativi di scrittura (con alfabeto italiano) e opere di traduzione (es. Vangelo). L’uso della lingua è legato a fattori identitari forti, anche se i parlati reputano la lingua adatta solo a contesti informali. Altre due varietà sono ebraico e armeno, prive di delimitazioni territoriali. Sono legate perlopiù ad usi liturgici e religiosi delle due minoranze. L’ebraico è legato alla popolazione israelita presente in Italia, che accompagna la conoscenza dell’ebraico antico a quella del moderno. È insegnato nelle scuole confessionali. Il patrimonio culturale ebraico è tutelato dalla legge 175/2005 ma non ci sono specifiche sulla lingua. Sono estinte già dal Novecento parlate giudeo-italiane. Cultura e lingua armena sono in Italia già dal Medioevo e di più dal Rinascimento. I parlanti sono pochi e non radicati, ma comunque storici. Si parla di circa 3mila persone, la metà delle quali parla la lingua. La comunità più ampia è a Milano. Anche in questo caso il mantenimento è legato al culto religioso. 2.4 Le nuove minoranze Nel Dizionario di linguistica di Beccaria e Telmon la minoranza linguistica è definita: comunità più o meno numerose di parlanti di una lingua materna diversa da quella ufficiale dello stato.

Di recente si è aggiunto che andrebbero inclusi anche i dialetti italiani, in quanto diversi dall’italiano e in condizione di subalternità, e le minoranze diffuse e/o migranti, eteroglossie interne e nuove minoranze del immigrati. Si sta quindi valutando di poter accomunare le comunità di immigrati con le alloglossie storiche. Questo perché anche le comunità immigrate di recente possono diventare nuovi contesti minoritari sociolinguisticamente interessanti. Si parla di nuove minoranze, nuove alloglossie, nuove comunità alloglotte, minoranze diffuse o non territoriali. Di recente si è introdotto anche lingue immigrate. Queste varietà sono escluse da tutele europee oltre che italiane, dove non sono considerate parte del patrimonio linguistico. Negli anni ’90 e 2000 è sorto un maggiore interesse della comunità scientifica che ha avviato convegni e progetti di ricerca. Uno dei punti chiave della discussione è se applicare la definizione di minoranza linguistica agli immigrati in Italia come primo passo verso l’attribuzione di uno status di minoranza effettiva. Secondo diversi studiosi come Vietti è auspicabile una tutela di queste lingue, ma per averla deve esistere un piano migratorio di lunga durata insieme alla volontà di conservare lingua, cultura, religione e identità di origine. Un primo passo in questa direzione è distinguere lingue migranti e lingue immigrate.

  1. Migranti: individui non stabilizzati, alto tasso di mobilità
  2. Immigrate: radicate, mostrano uso in spazio comunicativo, soprattutto in territorio urbano, ruolo nella comunità linguistica Anche Chini ha presentato alcuni criteri per definire la nozione di comunità linguistica in relazione a migranti e immigrati in Italia: a) Condivisione della lingua e delle sue varietà b) Comunanza di stanziamento e appartenenza alla stessa entità geopolitica c) Interazioni regolari e frequenti d) Condivisione di atteggiamenti sociali verso le lingue e di norme d’uso Quando Chini pubblica il suo lavoro non ci sono dati e informazioni per capire se i criteri siano rispettati. Prova però a elencare i principali paesi di provenienza per elencare le comunità linguistiche più rappresentate (rumeni, marocchini, albanesi, cinesi). Chini aggiunge poi alcuni criteri socioculturali:
  • (^) Progetto migratorio definitivo
  • (^) Comunità con stessi riferimenti culturali
  • (^) Creazione di istituzioni Secondo le ricerche, sembrano in parte rispettati da poche comunità: paesi di lingua araba, Cina, America Latina, Filippine, potenzialmente Albania e Romania. Chini cita poi il grado di concentrazione nel territorio. Ci si chiede se sia possibile parlare della stessa minoranza linguistica per gruppi immigrati in condizioni e numeri diversi in diverse regioni italiane (es. cinesi in Toscana o Milano 8,4% vs. a Bolzano 1,6%). Per le valutazioni sono fondamentali dati empirici. Le ricerche di articolano in due aree:
  1. Censimento della diversità linguistica per stabilire le minoranze più presenti (più di 100)
    • (^) Ricerca basata su paesi di provenienza
    • (^) Ricerca basata su lingue native
  2. Sistematizzazione in repertori delle lingue sulla base delle scelte d’uso nelle diverse situazioni sociali Chini propone di tenere in considerazione solo le lingue ufficiali del paese di provenienza, non i dialetti. Questo però potrebbe portare a trascurare alcune minoranze (es. caso dei migranti da
  • (^) Evitare di sottolineare qualcosa che era stato esasperato dal nazionalismo fascista Questa mancanza non è solo italiana e non è necessario un riconoscimento costituzionale. Nell’articolo 6 non ci sono distinzioni tra le minoranze e questo si collega al principio dell’uguaglianza sostanziale (articolo 3): la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli che impediscono lo sviluppo della persona e la partecipazione politica, economica e sociale. La 482/1999 lo contraddice in parte: da un lato interpreta le minoranze come alloglossie, dall’altro presuppone che i diritti linguistici delle minoranze nazionali vadano estesi a quelle storiche, ma pretendendo tutela solo per queste ultime (che sono 12). Inizialmente erano 13 includendo il Romanì, ma viene tolto come condizione dell’opposizione per far passare la legge. La legge pecca di semplificazione:
  1. Nelle lingue, trattate come equivalenti nei rapporti con l’italiano, compatte all’interno, simili per funzioni e standardizzazione.
  2. Nella comunità, sottostimandone la diversità interna e ignorando i rapporti italiano-lingue minoritarie.
  3. Nel territorio, trattato come unico e compatto, impendendo tutela di individui fuori territorio. Altri limiti sono visibili nel confronto con normative regionali, che dimostrano una maggiore conoscenza. Le prime regioni a promulgare leggi sono quelle a statuto speciale (1970). In Piemonte con lo Statuto (1970) e poi la legge 2005 vengono tutelati il patrimonio linguistico piemontese (incluse parlate piemontesi) e le minoranze occitana, franco-provenzale e walser. Restano fuori varietà lombarde e liguri. Abrogata poi per un’altra legge che ha portato a molte iniziative. La legge 482/1999 non si applica nel caso ci siano già altre norme in vigore per la protezione di gruppi, come in Alto Adige per tedesco e ladino e in prov. Gorizia e Trieste per sloveno. Non si applica per il francese in Valle d’Aosta perché la protezione non è garantita per lingue effettivamente quotidianamente parlate. 3.2 Aspetti problematici e limiti della legge Ci sono diverse criticità e limiti nella legge 482/1999. In primis la potenziale confusione data dai criteri di storicità e territorialità, che limita a lingue di antico insediamento e territorializzate. Sono escluse le eteroglossie interne, nonostante rispondano a entrambi i criteri, e la LIS. Il criterio di territorialità è molto diffuso nella gestione del plurilinguismo e ha a che fare con il carattere geografico del concetto di minoranza: si può essere minoranza solo in un territorio ben definito. Gli aspetti positivi della legge sono:
  • (^) Applicazione articolo 6
  • (^) Estensione tutela
  • (^) Attivismo enti locali e associazionismo
  • (^) Sviluppo iniziative didattiche e universitarie

3.2.1 Formulazione

La legge distingue tra “ popolazioni albanesi, catalane, germaniche, ecc.” e “ parlanti francese, francoprovenzale, ecc.” C’è quindi un duplice e ambiguo criterio di classificazione: il primo su base etnica, il secondo linguistica. Popolazione fa pensare a una diversa appartenenza nazionale e a un legame con uno stato estero che non sempre è presente nelle comunità insediate storicamente. Definire parlanti il francese è abbastanza semplice per via dell’inequivocabilità del codice. Ma chi parla il franco-provenzale in realtà parla una varietà.

Risulta poi evidente l’eterogeneità dei glottonimi adottati. Per esempio la legge riunisce sotto “popolazioni germaniche” gruppi non omogenei fra loro per cultura e lingua. Si tratta di un termine equivoco e insufficiente. Al tempo stesso distingue tra francese e franco-provenzale nonostante il francese sia la lingua tetto dei dialetti franco-provenzali. C’è poi un problema legato all’uso del termine occitano , che ha implicazioni politico-culturali, al quale si era chiesto di sostituire provenzali.

3.2.2 Lingue escluse dalla tutela

La legge prevede un catalogo chiuso di lingue tutelate, senza motivare i criteri di selezione:

  1. Secolare radicamento sul territorio
  2. Sentimento di autoidentificazione dei parlanti con un’etnia distinta
  3. Alterità delle strutture linguistiche rispetto a italiano e lingue italo-romanze Si è preferita un’enumerazione precisa piuttosto che lasciare dei criteri che, se applicati, possono portare alla tutela di nuove lingue. Questo indica una volontà di stabilità. C’erano alcune proposte iniziali che avrebbero ampliato la tutela a tutto il patrimonio linguistico regionale e locale, ma non sono state portate avanti. Sono state privilegiate le minoranze linguistiche storico- territoriali preferendo l’omogeneità linguistica del gruppo. Restano escluse minoranze più recenti, come accade anche a livello europeo, minoranze diffuse (nonostante ampia diffusione) e eteroglossie interne, cioè minoranze dentro altre minoranze (che sono sia storiche che territoriali). Sono poi esclusi i dialetti italo-romanzi. Nell’ottica di una corretta dialettica tra sistema linguistico dominante e dominato, in una situazione di diglossia, la lingua dominante è l’italiano e le dominate sono tutte le parlate locali, indipendentemente da storicità e collocazione. Oggi i dialetti sono tutelati solo da leggi regionali o provinciali.

3.2.3 Diritti linguistici e patrimonio linguistico

Nella legge c’è anche un problema di confusione tra minoranza linguistica e minoranza nazionale. Il senso di appartenenza linguistica non porta necessariamente una diversa identità nazionale. Se la minoranza ha un’appartenenza identitaria diversa e uno stato di riferimento, la tutela della lingua ha specifici diritti linguistici inalienabili nei paesi democratici che vanno tutelati. Le minoranze linguistiche che non sono minoranze nazionali hanno diritti linguistici legati alla non discriminazione e all’accesso alla vita sociale, culturale e politica, che non differiscono dai diritti linguistici dei nemesi della comunità nazionale in cui si trovano. Le forme di tutela linguistica dovrebbero quindi riguardare tutti i cittadini e il patrimonio linguistico nazionale andrebbe promosso tutto. È necessario quindi rafforzare presso i parlanti anche la consapevolezza dell’utilità del plurilinguismo in un mondo in cui si tende ad aderire solo a lingue di maggiore estensione e prestigio.

3.2.4 Etnobusiness

Per ottenere la tutela di una lingua sul territorio è sufficiente che facciano richiesta il 15% della popolazione o 1/3 dei consiglieri comunali. Se nessuna di queste due opzioni è valida, è possibile una consultazione a cui si professi favorevole la popolazione residente. Quindi l’attribuzione della tutela non prevede un comitato scientifico e non prende in considerazione la reale competenza attiva della lingua, ma solo l’autorivendicazione dei cittadini, il senso di appartenenza.

Nel 2010 è stata fatta un’inchiesta dal MIUR su pratiche esistenti e andamento dei progetti. I risultati sono stati diversi in quanto le comunità e gli approcci sono diversi, ma ci sono alcune similitudini. Le ricadute positive: a) Rivalorizzazione del territorio per abitanti, inclusi i giovani che hanno iniziato a vedere una possibilità di futuro anche qua (anche per aiuti economici legge) b) Status ufficiale dell’idioma locale con maggiore prestigio c) Valorizzazione dei legami intergenerazionali Gli effetti positivi sono stati più sulla percezione che sulla lingua vera e propria. Dal punto di vista linguistico, la lingua ha visto una minore flessibilità, che la priva della caratteristica di codice in- group equiparandola a materia scolastica, e facendo in parte perdere interesse.

3.3.1 Aspetti dell’insegnamento delle lingua minoritarie tutelate dalla legge

Ci sono aspetti specifici di insegnamento per ogni comunità e alcuni aspetti comuni. Il fatto di aver affidato alle realtà la decisione di cosa e come insegnare consente di trovare un compromesso tra esigenze astratte e condizioni oggettive, ma al tempo stesso il fatto di non avere un programma standard (come per le altre materie) fa sì che la percezione di valore sia inferiore. Inoltre il programma va validato dai genitori, che sono spesso critici (es. i ladini preferivano che ai figli venissero insegnate cose di “cultura alta” e utili per il futuro). Inoltre, docenti e dirigenti si sono sentiti abbandonati, soprattutto con il diminuire di fondi già esigui. La situazione è stata migliora per le provincie supportare da altri finanziamenti oltre a quelli della

I materiali didattici sono stati un altro tema: dove non esistevano materiali standard e riutilizzabili dovevano essere autoprodotti, con conseguente minor prestigio rispetto alle altre materie. La produzione di materiali nuovi, riutilizzabili e duraturi ha un impatto positivo sul rideterminare le potenzialità funzionali della lingua. Alcune comunità sono state agevolate: gli insegnanti di ladino dispongono di materiali e supporto di istituti e organismi dedicati (es. Università di Bolzano), come quelli di friulano con l’ARLeF, che si occupa di formazione insegnanti e certificazioni. Al contrario il sardo non ha risorse utili. Le forme di insegnamento sono diverse, comune è l’incrocio di tre variabili:

  1. Insegnamento formale vs. veicolare: insegnamento della vs. nella lingua (dipende in primis dal livello di conoscenza). Formale: aumenta il prestigio, ma può renderla una materia noiosa e inutile da studiare a memoria. Veicolare: diventa un fattore di normalità, ma c’è il rischio che le lezioni siano percepite come una chiacchierata in dialetto.
  2. Curricolare vs. non-curriculare: nell’orario di lezione oppure extra. Curricolare: preferibile, ma sottrae tempo ad altre materie che possono essere viste come più utili dai genitori. Non- crurriculare: rischio che non sia vista dagli studenti come una vera materia.
  3. Insegnante vs. esperto: il tasso di esperti esterni alla scuola è stato piuttosto alto e sono state apprezzate le lezioni di studiosi competenti; nel caso di esperti locali con competenze limitate, sono state ritenute perlopiù inutili. Sono emersi due punti comuni:
  4. Il problema della formazione degli insegnanti
  5. La sensazione che la scuola crei la cultura più che tramandarle. Nella lezione si costruisce e negozia una cultura da tramandare con partecipazione attiva, il che non è un male, ma il fatto che questo non succeda per nessun’altra materia fa sì che la lingua minoritaria non sia percepita come scuola vera.

3.3.2 Lingua e cultura

Quest’ultimo punto si collega al nesso lingua-cultura esplicitato anche dalla legge. Il testo dice che le attività di sostegno della lingua e di recupero della cultura sono quasi coincidenti. Si apre il problema di cosa si intenda con cultura collegata alla lingua. L’indagine MIUR rivela che per molte scuola la cultura è stata interpretata come cultura del passato, quindi è stata trasmessa la lingua e cultura “dei nonni” con il rischio che i giovani la percepiscano come una verità del passato e quindi inutile. Perché sia percepita meglio, andrebbe munita di valenze positive e innovative, la lingua come strumento per veicolare informazioni nuove nel contesto in cui gli studenti si trovano e troveranno. I comuni che avevano una maggiore conoscenza linguistica di partenza infatti hanno scelto questa opzione (per la maggior parte). Gli altri hanno optato per la versione “storica” meno efficace e vitale.

3.3.3 Minoranze non tutelate a scuola: romanì e tabarchino

Le lingue non tutelate vivono situazioni diverse. La romanì, per esempio, non trova posto nelle scuole. Anzi, molti giovani sinti in Lombardia che hanno come lingua primaria la romanì hanno conoscenze limitate di italiano; queste disparità non sono tenute in considerazione dal sistema scolastico con conseguenze, potenzialmente anche gravi, sull’apprendimento. Il problema dell’introduzione del romanì a scuola non è semplice, anche perché i parlanti sono i primi a non essere pienamente favorevoli perché hanno l’impressione di cedere il principale elemento del proprio autoriconoscimento a un ente terzo, che storicamente non si è mai mostrato interessato della loro cultura. A livello europeo i supporti scolastici maggiori al romanì sono in Romania. Al contrario il tabarchino dagli anni 2000 ha visto l’intervento di istituzioni scolastiche per definire ortografica e compilare una grammatica e le opere derivanti da questa iniziative permettono l’utilizzo scolastico del tabarchino, se sollecitato dai genitori. È anche stato finanziato con fondi regionali un progetto di formazione linguistica per dipendenti pubblici e privati, cittadini e insegnanti.

3.3.4 La tutela delle nuove minoranze in contesto scolastico

Secondo i dati MIUR nel 2019-20 gli studenti con cittadinanza non italiana sono il 10% (in aumento). Di questi, in aumento gli alunni nati in Italia ma non in possesso di cittadinanza (65%). Di solito questi bambini imparano fin dalla prima infanzia anche l’italiano, oltre alla lingua di origine dei genitori, con il rischio però di diventare Heritage speakers = parlanti di una lingua che hanno interrotto l’apprendimento e quindi non raggiungeranno mai la piena competenza. La lingua nativa, però, ha un ruolo essenziale nella costruzione della personalità di un individuo. Uno dei compiti della scuola dovrebbe essere quello di supportare nello sviluppo di queste lingue, accanto all’italiano. Le linee guida del MIUR dicono che la competenza della lingua d’origine sviluppata in famiglia va tenuta in considerazione perché aiuta a combattere l’insicurezza linguistica e ad apprendere i meccanismi di lettura e scrittura dell’italiano. Nelle scuole però è frequente un discrimine tra bilinguismo dall’alto (con lingue straniere ritenute prestigiose) e bilinguismo dal basso (con lingue non ritenute prestigiose, tra cui moltissime lingue d’origine). La perdita della lingua della tradizione familiare può avere impatti negativi in ambito affettivo e cognitivo. 3.4 Oltre la legge 482/ Sono passati più di 20 anni da questa legge ed è ovvio ormai come sia insufficiente. Nel 2011 la Corte Costituzionale ha sottolineato che la legge a tutela delle minoranze storiche non esaurisce le esigenze di tutela del pluralismo linguistico e culturale, ricordando le “lingue regionali e

  1. Diacrolettia = la lingua minoritaria più essere usata in tutti gli ambiti, anche ufficiali, insieme all’italiano, con quest’ultimo prevalente in ambiti più alti. Es. valli del Trentino Alto-Adige: Badia e Gardena hanno Alto: italiano, tedesco e ladino - Basso: italiano, ladino e sudtirolese. Fassa: Alto: italiano, ladino - Basso: italiano, ladino, veneto/trentino.
  2. Diglottico = regole rigide di collocazione funzionale delle lingue con italiano formale e lingua minoritaria informali (es. area occitana piemontese). In molti di questi però il confine non è più così netto e le situazioni di vera e propria diglossia sono poche (> sono aree montane del Friuli e aree interne Sardegna).
  3. Dilalia = italiano come unico codice scritto e formale, ma presente anche in domini B insieme a lingua minoritaria. l’IT è lingua primaria di socializzazione. Es. aree urbane e suburbane Sardegna, aree lingua franco-provenzale, catalana, grika, albanese, slovena prov. Udine, tedesca Piemonte, Veneti, Friuli, Trentino. I friulani riportano repertori da diglossia a dilalia, con desiderio di una dilalia con friulano letterario. Non c’è presenza rilevante di dialetti italo-romanzi qui. Sul confine con il Veneto se ne sente la pressione, è diffusa la triglossia e ha portato alla perdita di tratti peculiari. In Sardegna, a Settimo San Pietro (Cagliari) c’è una dilalia italiano A/sardo B ma si desidera una diglossia con presenza sporadica del sardo nello scritto. Ad Arzana (Nuoro) gli adulti percepiscono una diglossia, i giovani una dilalia. Anche in questo caso si aspira a una diglossia. In generale il contatto tra italiano e sardo è molto alto e presente in tutti i domini, restringendo l’uso della lingua minoritaria. Il tabarchino, simile al sardo, è da esso supportato dato che la vicinanza a questa lingua gli da prestigio. Questa situazione porta a un bilinguismo senza diglossia, essendo la vicinanza delle due lingue percepita come naturale. Nella comunità Sinta il dialetto piemontese copre usi endocomunitari, l’italiano usi esocomunitari. Prima dell’Unità il repetorio era romanì dentro la comunità e piemontese di koinè fuori in una situazione di dilalia (funzioni diverse ma sovrapponibili). L’italiano è andato a sostituire il dialetto e questo è andato a occupare il ruolo del romanì con un processo di sostituzione linguistica. I Sinti lombardi, al contrario, hanno un buon mantenimento della romanì come codice endocomunitario, anche se ai bambini viene insegnato anche l’italiano come L1.

4.2.1 Il ruolo dei dialetti italo-romanzi

In diverse comunità minoritarie sono presenti anche dei dialetti italo-romanzi. Quasi ovunque, l’italiano è lingua dei contesti formali, ma è anche presente in quelli informali. Ne consegue che le lingue minoritarie sono spesso considerate dialetti, intesi come codici intrinsecamente subordinati a un altro in una certa area, adatti al parlato e in declino. Si crea così una competizione con i dialetti italo-romanzi, in particolare nei domini bassi. C’è quindi un’altra macrodistinzione: a) Comunità integrate nel repertorio sociolinguistico (in relazione diretta con IT) ➡ panorama sociolinguistico simile ad altre parti, la minoranza spesso copre un territorio compatto b) Comunità in cui c’è almeno una varietà italo-romanza ➡ competizione

4.2.2 Il caso delle minoranze nazionali

Le minoranze nazionali non hanno comportamenti tra loro omogenei. Francese in Valle d’Aosta: italiano e francese parlate da tutta la popolazione, anche se francese imparato perlopiù a scuola e meno usato nella quotidianità. Modellizzazione: rapporto triglossico italiano-francese (A) + patois franco-provenzali (Medio) + piemontese (B).

Alto Adige: bilinguismo separativo italiano-tedesco. La comunità italiana usa l’italiano per tutto, la comunità tedesca usa il tedesco per domini formai e dialetti austro-bavaresi per usi bassi. La conoscenza dell’italiano è sufficiente perché la comunità tedesca possa interagire con quella italiana, ma non vice versa. Modellizzazione secondo 3 tipi:

  1. Alto: italiano (tedesco) | Basso: italiano (dialetti italo-romanzi)
  2. Alto: tedesco, italiano | Basso: tirolese (italiano)
  3. Alto: italiano (tedesco) | Basso: tirolese, trentino, italiano Sloveni in Venezia Giulia: bilinguismo separativo, l’italiano è considerato una lingua secondaria o straniera. Sloveno standard (A), dialetti sloveni (B); dialetti veneti come L2 o mesoletto, italiano come L2 o acroletto. 4.3 Repertori linguistici delle nuove minoranze Le lingue delle nuove minoranze sono in rapporto dinamico con gli altri codici e trovano modi di sopravvivere ed espandersi. Gli studi in merito sono censimenti delle lingue parlate e sistematizzazione in repertori. Ci sono poi analisi degli atteggiamenti linguistici e delle rappresentazioni della lingua. Il primo punto è la definizione di comunità linguistica, che bisognerebbe capire se è applicabile alle minorane immigrate. Chini ipotizza che sia valida l’etichetta nei casi dei paesi più rappresentati (garantendo criterio condivisione repertorio). Sul tema ci sono moltissimi dati, ma poche riflessioni teoriche. Le principali sono quella di Miloni, che studia i repertori dei migranti dell’Africa sub-sahariana, che parlano le seguenti lingue secondo la seguente schematizzazione:
  4. Bassa: una o più lingue locali
  5. Media: una o più lingue franche + eventuale varietà
  6. Alta: esolingua (lingua europea coloniale, es. francese o inglese) L’altro studio è quello di Chini che individua quattro tipi di repertorio:
  7. Lingua nazionale + varietà/dialetto locale (o più di uno) - diglossia | comunità arabofona
  8. Lingua nazionale + eventuali varietà locali + lingua di minoranza | comunità marocchine (arabo moderno standard + varietà marocchina + berbero), minoranze ungheresi e tedesche
  9. Esolingua (europea) + una o più lingua vernacolari o franche + lingue nazionali e dialetti locali | ex colonie europee in Africa e Asia
  10. Due lingue di grande comunicazione + varietà locali (talvolta) | parlanti colti di Marocco e Tunisia (arabo standard + francese + varietà locali arabo) La ricostruzione di repertori si basa quasi sempre su questionari. Le indagini di osservazione delle abitudini linguistiche in una comunità sono meno. Un caso esemplare è quello della comunità Ghanese a Bergamo di Guerini. Ne risulta il repertorio:
  • (^) Alta: Ghanaian English + italiano
  • (^) Media: akan (lingua della famiglia nigercongo) + twi (lingua vernacolare franca del paese) + dialetto bergamasco (?)
  • (^) Basso: dialetto bergamasco (?) + lingue e vernacoli ghanesi + Ghanaian Pidgin English Siebetcheu fa invece uno studio sulle comunità del Camerun in Italia:
  • (^) Alto: francese + italiano + inglese
  • (^) Basso: francese + italiano + lingue locali camerunesi + camfranglais (varietà camerunese da contatto tra EN, FR e lingue immigrate) + pidgin English + dialetti italiani + altre lingue africane Ci sono poi degli studi sui parlanti di seconda generazione, svolti perlopiù a livello di scuole. Quasi sempre in questi casi c’è una piena integrazione dell’italiano, che è tra le lingue di socializzazione primaria ed educazione scolastica. C’è un periodo breve in cui il bambino sente solo la lingua d’origine, ma man mano che si introduce l’italiano l’uso di questa cala. Così si ha