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Riassunto completo e dettagliato del libro Sociolinguistica delle minoranze di Ilaria Fiorentini, per il corso di Sociolinguistica delle minoranze (magistrale) con il prof. Riccardo Regis, UniTO.
Tipologia: Sintesi del corso
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Il plurilinguismo in Italia c’è da sempre ed è una realtà complessa. Negli ultimi decenni ha incluso anche le lingue portate dai parlanti immigrati creando il cosiddetto neoplurilinguismo italiano. Lo spazio linguistico italiano include:
1.2 Il problema del riconoscimento non è posto tanto dagli stati quanto dalle pressioni delle popolazioni o di altri stati. Ci sono diversi fattori che possono favorire processi di riconoscimento, come la vicinanza alla lingua ufficiale e la tradizione di usi colti e scritti. Per questo spesso accade che i parlanti abbandonino la propria varietà per adeguarsi a una norma, esistente o creata. Nel caso di norme esistenti, non è detto comunque che soddisfino le reali esigenze di comunità minoritarie. Non tutte le lingue possono rapportarsi con le lingue di maggioranza nello stesso modo. In Italia c’è un contesto diglossico (due lingue conservano ruoli sociali differenti e gerarchizzati) o dilalico (forma di bilinguismo affine alla diglossia, ma con una differenziazione meno netta degli ambiti d’uso) (italiano come lingua-tetto eterogenetica). Hanno caratteristiche diverse dalle varietà standard. Classificazione nel sistema italico:
Ma il francese non è mai stato lingua di socializzazione primaria, lo erano le varietà franco- provenzali. Oggi non ci sono comunità che hanno il francese come lingua primaria. Lo 0,99% ha il francese come lingua madre, il 71,5% l’italiano e il 16,2% il patois o franco-provenzale. Il francese è più legato alla scuola, i bilingui sono pochi, più i plurilingui che in contesto familiare adottano franco-provenzale. Anche in Piemonte (area valdese e Val di Susa) il francese è stato lingua di cultura. Ma nel XX sec. è entrato in crisi. Non è trasmesso come lingua materna di comunità e non è protetto dalla legge. C’è stata un’autocertificazione di alcune amministrazioni comunali.
Territorio altoatesino = provincia di Bolzano migliori forme di tutela. Ma le comunità tedescofone sono più recenti. Dopo la prima guerra mondiale Trentino (italofono) e Alto Adige (tedescofono) vanno all’Italia. Nel fascismo c’è un’italianizzazione forzata. Con gli accordi De Gasperi-Gruber viene istituita una Regione a statuto speciale che comprende anche il Trentino. Quando però il governo italiano non rispetta gli accordi ci sono rivolte che portano a un nuovo statuto speciale per Trentino-Alto Adige che dà autonomia politica e culturale. Qui gli italiani sono il 26%, i tedeschi il 69,5% e i ladini il 4,5%. Si parla di bilinguismo solo nei centri urbani, dove ci sono più parlanti italiani. Il tedesco ha usi formali e istituzionali ma anche informali e familiari. Si è creata una discriminazione verso il gruppo italiano. Anche perché la “proporzione etnica” viene usata per assegnare posti di lavoro e affitti secondo la proporzione di gruppi linguistici. A scuola si insegna il tedesco standard anche se ci sono molti dialetti locali e koinè austrico- tirolesi. Anche gli italofoni devono scegliere tra lingua standard e dialetti. Per gli italiani, invece, l’italiano standard è la lingua di comunità effettiva. Il tedesco standard è per usi formali, la comunicazione quotidiana è affidata ai dialetti.
Sono idiomi che rientrano nel continuum linguistico sloveno e sono insediati nel Friuli Venezia Giulia. Le comunità di lingua slovena sono divise in 6 aree e ognuna ha caratteristiche linguistiche, geografiche, culturali, storiche ed economiche diverse. Questo perché nelle aree rurali fin dal Medioevo ci sono state popolazioni slovene, mentre a Gorizia e Trieste si sono insediate nel 1800 per flussi migratori. Con il fascismo c’è stata la repressione e dopo il riconoscimento e tutela. Organizzazioni culturali di vario tipo diffondono lo sloveno, ci sono editori, quotidiani e trasmissioni radio e tv. La popolazione di questo gruppo linguistico non è chiara: le stime vanno da 53mila a 100mila. In Friuli è molto diffuso anche il friulano che fa da codice di comunicazione sovralocale insieme all’italiano.
Con la legge 482/1999 vengono riconosciute come lingue minoritarie anche tre varietà romanze prive di lingua tetto: friulano, sardo e ladino. Sono state definite lingue regionali per il legame con il territorio e il carattere autoctono (non c’è la stessa lingua in altri paesi). Già da tempo sardo e friulano sono considerate diverse dall’italiano. Si aggiunge un senso di appartenenza legato alla lingua.
Le varietà ladine sono parlate sulle Dolomiti. Insieme a friulano e romanicio sono il gruppo retoromanzo. Le varietà di ladino sono 5 , ognuna con particolarità fonologiche, morfologiche, lessicali e sintattiche. Non hanno una lingua tetto, che è stata quindi creata per la comunicazione ufficiale e scritta. È chiamato Ladin dolomitan / sellano / Ladin standard. È ufficiale nell’Unione generale dei ladini delle Dolomiti, ma non in Province e Regioni. Il ladino è considerato a rischio, con 20mila parlanti ma in lieve crescita. Ci sono diverse associazioni per la tutela e lo sviluppo (la prima è stata l’Union Ladina di Innsbruck, 1905). Ci sono dizionari e grammatiche, settimanali, canale televisivo e anche un’interfaccia online per lo studio del lessico tradizionale. Nelle scuole è insegnato come lingua strumentale, insieme a tedesco e italiano. Solo in Val di Fassa è inserita nel curricula scolastico.
Primi documenti nel XIII sec. In Friuli è a contatto con tedesco, sloveno e italiano ➡ bilinguismo e trilinguismo. I parlanti di varietà friulane sono circa 600mila, la maggior parte a Udine, Pordenone e Gorizia. La situazione è stabile e vitale nonostante la pressione degli altri dialetti veneti confinanti. Le varietà dialettali non impediscono la comprensione. Ci sono 4 gruppi:
È la più arcaica e conservatrice (isolamento), ma anche la più consistente in Italia con circa 1 milione e 300mila parlanti. È vitale ma si è ridotta la trasmissione in famiglia + la migrazione ha spinto a vedere l’italiano come garanzia comunicativa. Negli anni ’90 è stata dichiarata in pericolo di estinzione, ma i numeri sono incoraggianti: il 68% parla sardo. Anche qui c’è una frammentazione dialettale in macroaree:
Penisola linguistica = continuità dialettale transfrontaliera (Toso) in Piemonte e Valle d’Aosta. Riguarda gli idiomi franco-provenzali, che convivono con francese (loro lingua tetto) e italiano. Franco provenzale ➡ Valle d’Aosta e provincia di Torino
Negli anni ’70 è insorto un sentimento di appartenenza che in passato non c’era ➡ iniziative di tutela e valorizzazione scolastica.
Popolazioni germaniche tutelate da legge 482/1999 ci sono anche comunità in Trentino, Veneto e Friuli. Provincia di Trento: mòcheno, dialetto bavarese arcaico, da stanziamenti nel 1300-1400. Nome da verbo machen (fare) usato come intercalare. Circa 2K di parlanti in Trentino, 0,5%. Esiste un Istituto dedicato alla salvaguardia delle popolazioni germanofone, poi scisso in due di cui uno per lingua Mochena. Creazione di una grammatica descrittiva e una scolastica, documento per la standardizzazione, banca dati online. Sono spariti atteggiamenti negativi vs. mòcheno, spazio per recupero anche tra i giovani. Altro dialetto è il cimbro, province di Vicenza, Verona e Trento, stanziamenti 1200-1300, nome da Tzimbarer (boscaiolo) come erano chiamati nelle zone montane italiani i bavaresi o austriaci. Anche in questo caso c’è Istituto cimbro e ci sono iniziative per la tutela e un dizionario online. Friuli, area carnica: Sapadda: sapaddino, parlata pustero-carinziana, vitale e ben conservata, usata anche come attrazione per turismo. Ci sono corsi di lingua e una grammatica per un dialetto quasi solo orale. Sauris (Udine): parlata di origine tirolese, vitale, parlata dal 70%, materia obbligatoria a scuola, grafia ufficiale riconosciuta dall’Accademia austriaca. Timau (Udine): timavese, tipo carinziano, da colonizzatori, iniziative a tutela (periodici) ma manca insegnamento. Tutte le parlate germaniche in Friuli rientrano nella tutela del patrimonio linguistico di regione.
Varietà di greco in “Grecìa salentina” = provincia di Lecce in Salento ➡ griko 4 comuni Bovesìa, versante meridionale Aspromonte, Calabria ➡ grecanico Anni ’20 i parlanti erano 19-20mila, oggi stimati 10mila Salento + 2mila Aspromonte. Le origini sono dibattute. Ellenici colonizzano Sicilia e coste meridionali stabilmente nell’antichità. Ci sono due teorie:
Varietà di franco-provenzale: Faeto e Celle San Vito, provincia di Foggia. Origini non chiare: a) Stanziamento dopo persecuzioni religiose dei valdesi (protestanti) in Piemonte 1200- b) Politica di ripopolamento di Carlo d’Angiò per contrastare presenza arabi 1200
Varietà arcaica provenzale: Guardia Piemontese, prov. Cosenza. Da stanziamento dei valdesi 1200-1300. Faeto ha 92% degli abitanti che parlando franco-provenzale + forte orgoglio. L’idioma resta comunque in forte regresso, nonostante le iniziative come pubblicazioni, sportelli comunali, gruppi e associazioni.
Si parlano varietà di origine slava (croata) in tre comuni del Molise, prov. Campobasso:
Varietà arabësh in Italia meridionale: Calabria, Basilicata, Puglia, Campania, Molise e Sicilia. Sono varietà della lingua albanese, riconosciute dalla 482/1999, risalgono alla variante tosca (meridionale) dell’albanese. Sono parlate dal 75-80% della popolazione (tot. 100mila abitanti), non in modo continuativo sul territorio ma per isole, anche molto distanti. Questo perché la lingua deriva da stanziamenti avvenuti nel 1400, poi intensificati con l’invasione turca in Albania, e proseguiti fino al 1700. La frammentazione ha avuto effetti anche sulla lingua, che è comprensibile ai parlanti albanesi perché affine alla koinè letteraria del paese, ma il grado di comprensione tra due varietà è vario. Tra le minacce per queste varietà c’è la pressione della lingua maggioritaria, il declino demografico e lo spopolamento di alcuni centri. C’è poi un dilemma: adottare l’albanese come lingua standard o crearne una a partire dalle varianti? La comunità è attiva per la salvaguardia, con uno sportello linguistico (grazie alla legge) e centri di albanologia molto attivi nell’Università della Calabria e in quella di Palermo. Ci sono riviste accademiche, in Sicilia un centro e un istituto dedicati.
Alghero, costa nord-occidentale Sardegna. Per 150 anni dominazione catalana, la porta ad essere realtà separata dal resto dell’isola. L’uso del catalano resta anche dopo il passaggio sotto i Savoia. Il catalano di Alghero (o algherese) si distingue per alcuni tratti conservativi (fonetici) e altri innovativi. Soprattutto in usi scritti c’è la tendenza a marcare tratti vernacolari, segno di un’esigenza di raccordo con i centri culturali catalani, che supportano molto la valorizzazione della lingua.
Ci sono radio locali e produzione letteraria + studi e iniziative dell’Università di Catania, ma nessun riconoscimento legislativo. In Basilicata, provincia di Potenza, ci sono parlate galloitaliche riconducibili al Monferrato (forse punto di partenza anche dei coloni di Sicilia). Queste varietà tendono ad essere assorbite dai dialetti lucani e i tratti più settentrionali si sono smussati nel tempo. Anche in questo caso ci sono produzione letteraria e iniziative di valorizzazione, ma nessuna legge.
Ci sono altre varietà italo-romanze in contesti alloglotti che rappresentano minoranze nelle minoranze. In Sardegna ci sono le parlate sardo-corse, sassarese e gallurese, di origine corsa su substrato logudorese, nella fascia settentrionale. Hanno caratteri specifici che le legano alla Corsica. Sono considerati distinti dal sardo, ma al tempo stesso non del tutto estranei (come avviene per algherese e tabarchino). Sono parlati da circa 200mila persone (12%). Sono riconosciute dalla legislazione regionale. In Friuli Venezia Giulia ci sono comunità con parlate di tipo veneto, conseguenza del prestigio di queste varietà e del radicamento in alcune aree marginali della regione. Sono varietà vitali con grande senso di appartenenza, ma non riconosciute nemmeno a livello regionale. 2.3 Varietà non territorializzate Ammissione a tutela dipende anche dal legame tradizionale con il territorio. Per questo sono escluse diverse varietà non stabilmente radicate. Per esempio quella rom e sinta, in Italia da diversi secoli:
Di recente si è aggiunto che andrebbero inclusi anche i dialetti italiani, in quanto diversi dall’italiano e in condizione di subalternità, e le minoranze diffuse e/o migranti, eteroglossie interne e nuove minoranze del immigrati. Si sta quindi valutando di poter accomunare le comunità di immigrati con le alloglossie storiche. Questo perché anche le comunità immigrate di recente possono diventare nuovi contesti minoritari sociolinguisticamente interessanti. Si parla di nuove minoranze, nuove alloglossie, nuove comunità alloglotte, minoranze diffuse o non territoriali. Di recente si è introdotto anche lingue immigrate. Queste varietà sono escluse da tutele europee oltre che italiane, dove non sono considerate parte del patrimonio linguistico. Negli anni ’90 e 2000 è sorto un maggiore interesse della comunità scientifica che ha avviato convegni e progetti di ricerca. Uno dei punti chiave della discussione è se applicare la definizione di minoranza linguistica agli immigrati in Italia come primo passo verso l’attribuzione di uno status di minoranza effettiva. Secondo diversi studiosi come Vietti è auspicabile una tutela di queste lingue, ma per averla deve esistere un piano migratorio di lunga durata insieme alla volontà di conservare lingua, cultura, religione e identità di origine. Un primo passo in questa direzione è distinguere lingue migranti e lingue immigrate.
La legge distingue tra “ popolazioni albanesi, catalane, germaniche, ecc.” e “ parlanti francese, francoprovenzale, ecc.” C’è quindi un duplice e ambiguo criterio di classificazione: il primo su base etnica, il secondo linguistica. Popolazione fa pensare a una diversa appartenenza nazionale e a un legame con uno stato estero che non sempre è presente nelle comunità insediate storicamente. Definire parlanti il francese è abbastanza semplice per via dell’inequivocabilità del codice. Ma chi parla il franco-provenzale in realtà parla una varietà.
Risulta poi evidente l’eterogeneità dei glottonimi adottati. Per esempio la legge riunisce sotto “popolazioni germaniche” gruppi non omogenei fra loro per cultura e lingua. Si tratta di un termine equivoco e insufficiente. Al tempo stesso distingue tra francese e franco-provenzale nonostante il francese sia la lingua tetto dei dialetti franco-provenzali. C’è poi un problema legato all’uso del termine occitano , che ha implicazioni politico-culturali, al quale si era chiesto di sostituire provenzali.
La legge prevede un catalogo chiuso di lingue tutelate, senza motivare i criteri di selezione:
Nella legge c’è anche un problema di confusione tra minoranza linguistica e minoranza nazionale. Il senso di appartenenza linguistica non porta necessariamente una diversa identità nazionale. Se la minoranza ha un’appartenenza identitaria diversa e uno stato di riferimento, la tutela della lingua ha specifici diritti linguistici inalienabili nei paesi democratici che vanno tutelati. Le minoranze linguistiche che non sono minoranze nazionali hanno diritti linguistici legati alla non discriminazione e all’accesso alla vita sociale, culturale e politica, che non differiscono dai diritti linguistici dei nemesi della comunità nazionale in cui si trovano. Le forme di tutela linguistica dovrebbero quindi riguardare tutti i cittadini e il patrimonio linguistico nazionale andrebbe promosso tutto. È necessario quindi rafforzare presso i parlanti anche la consapevolezza dell’utilità del plurilinguismo in un mondo in cui si tende ad aderire solo a lingue di maggiore estensione e prestigio.
Per ottenere la tutela di una lingua sul territorio è sufficiente che facciano richiesta il 15% della popolazione o 1/3 dei consiglieri comunali. Se nessuna di queste due opzioni è valida, è possibile una consultazione a cui si professi favorevole la popolazione residente. Quindi l’attribuzione della tutela non prevede un comitato scientifico e non prende in considerazione la reale competenza attiva della lingua, ma solo l’autorivendicazione dei cittadini, il senso di appartenenza.
Nel 2010 è stata fatta un’inchiesta dal MIUR su pratiche esistenti e andamento dei progetti. I risultati sono stati diversi in quanto le comunità e gli approcci sono diversi, ma ci sono alcune similitudini. Le ricadute positive: a) Rivalorizzazione del territorio per abitanti, inclusi i giovani che hanno iniziato a vedere una possibilità di futuro anche qua (anche per aiuti economici legge) b) Status ufficiale dell’idioma locale con maggiore prestigio c) Valorizzazione dei legami intergenerazionali Gli effetti positivi sono stati più sulla percezione che sulla lingua vera e propria. Dal punto di vista linguistico, la lingua ha visto una minore flessibilità, che la priva della caratteristica di codice in- group equiparandola a materia scolastica, e facendo in parte perdere interesse.
Ci sono aspetti specifici di insegnamento per ogni comunità e alcuni aspetti comuni. Il fatto di aver affidato alle realtà la decisione di cosa e come insegnare consente di trovare un compromesso tra esigenze astratte e condizioni oggettive, ma al tempo stesso il fatto di non avere un programma standard (come per le altre materie) fa sì che la percezione di valore sia inferiore. Inoltre il programma va validato dai genitori, che sono spesso critici (es. i ladini preferivano che ai figli venissero insegnate cose di “cultura alta” e utili per il futuro). Inoltre, docenti e dirigenti si sono sentiti abbandonati, soprattutto con il diminuire di fondi già esigui. La situazione è stata migliora per le provincie supportare da altri finanziamenti oltre a quelli della
I materiali didattici sono stati un altro tema: dove non esistevano materiali standard e riutilizzabili dovevano essere autoprodotti, con conseguente minor prestigio rispetto alle altre materie. La produzione di materiali nuovi, riutilizzabili e duraturi ha un impatto positivo sul rideterminare le potenzialità funzionali della lingua. Alcune comunità sono state agevolate: gli insegnanti di ladino dispongono di materiali e supporto di istituti e organismi dedicati (es. Università di Bolzano), come quelli di friulano con l’ARLeF, che si occupa di formazione insegnanti e certificazioni. Al contrario il sardo non ha risorse utili. Le forme di insegnamento sono diverse, comune è l’incrocio di tre variabili:
Quest’ultimo punto si collega al nesso lingua-cultura esplicitato anche dalla legge. Il testo dice che le attività di sostegno della lingua e di recupero della cultura sono quasi coincidenti. Si apre il problema di cosa si intenda con cultura collegata alla lingua. L’indagine MIUR rivela che per molte scuola la cultura è stata interpretata come cultura del passato, quindi è stata trasmessa la lingua e cultura “dei nonni” con il rischio che i giovani la percepiscano come una verità del passato e quindi inutile. Perché sia percepita meglio, andrebbe munita di valenze positive e innovative, la lingua come strumento per veicolare informazioni nuove nel contesto in cui gli studenti si trovano e troveranno. I comuni che avevano una maggiore conoscenza linguistica di partenza infatti hanno scelto questa opzione (per la maggior parte). Gli altri hanno optato per la versione “storica” meno efficace e vitale.
Le lingue non tutelate vivono situazioni diverse. La romanì, per esempio, non trova posto nelle scuole. Anzi, molti giovani sinti in Lombardia che hanno come lingua primaria la romanì hanno conoscenze limitate di italiano; queste disparità non sono tenute in considerazione dal sistema scolastico con conseguenze, potenzialmente anche gravi, sull’apprendimento. Il problema dell’introduzione del romanì a scuola non è semplice, anche perché i parlanti sono i primi a non essere pienamente favorevoli perché hanno l’impressione di cedere il principale elemento del proprio autoriconoscimento a un ente terzo, che storicamente non si è mai mostrato interessato della loro cultura. A livello europeo i supporti scolastici maggiori al romanì sono in Romania. Al contrario il tabarchino dagli anni 2000 ha visto l’intervento di istituzioni scolastiche per definire ortografica e compilare una grammatica e le opere derivanti da questa iniziative permettono l’utilizzo scolastico del tabarchino, se sollecitato dai genitori. È anche stato finanziato con fondi regionali un progetto di formazione linguistica per dipendenti pubblici e privati, cittadini e insegnanti.
Secondo i dati MIUR nel 2019-20 gli studenti con cittadinanza non italiana sono il 10% (in aumento). Di questi, in aumento gli alunni nati in Italia ma non in possesso di cittadinanza (65%). Di solito questi bambini imparano fin dalla prima infanzia anche l’italiano, oltre alla lingua di origine dei genitori, con il rischio però di diventare Heritage speakers = parlanti di una lingua che hanno interrotto l’apprendimento e quindi non raggiungeranno mai la piena competenza. La lingua nativa, però, ha un ruolo essenziale nella costruzione della personalità di un individuo. Uno dei compiti della scuola dovrebbe essere quello di supportare nello sviluppo di queste lingue, accanto all’italiano. Le linee guida del MIUR dicono che la competenza della lingua d’origine sviluppata in famiglia va tenuta in considerazione perché aiuta a combattere l’insicurezza linguistica e ad apprendere i meccanismi di lettura e scrittura dell’italiano. Nelle scuole però è frequente un discrimine tra bilinguismo dall’alto (con lingue straniere ritenute prestigiose) e bilinguismo dal basso (con lingue non ritenute prestigiose, tra cui moltissime lingue d’origine). La perdita della lingua della tradizione familiare può avere impatti negativi in ambito affettivo e cognitivo. 3.4 Oltre la legge 482/ Sono passati più di 20 anni da questa legge ed è ovvio ormai come sia insufficiente. Nel 2011 la Corte Costituzionale ha sottolineato che la legge a tutela delle minoranze storiche non esaurisce le esigenze di tutela del pluralismo linguistico e culturale, ricordando le “lingue regionali e
In diverse comunità minoritarie sono presenti anche dei dialetti italo-romanzi. Quasi ovunque, l’italiano è lingua dei contesti formali, ma è anche presente in quelli informali. Ne consegue che le lingue minoritarie sono spesso considerate dialetti, intesi come codici intrinsecamente subordinati a un altro in una certa area, adatti al parlato e in declino. Si crea così una competizione con i dialetti italo-romanzi, in particolare nei domini bassi. C’è quindi un’altra macrodistinzione: a) Comunità integrate nel repertorio sociolinguistico (in relazione diretta con IT) ➡ panorama sociolinguistico simile ad altre parti, la minoranza spesso copre un territorio compatto b) Comunità in cui c’è almeno una varietà italo-romanza ➡ competizione
Le minoranze nazionali non hanno comportamenti tra loro omogenei. Francese in Valle d’Aosta: italiano e francese parlate da tutta la popolazione, anche se francese imparato perlopiù a scuola e meno usato nella quotidianità. Modellizzazione: rapporto triglossico italiano-francese (A) + patois franco-provenzali (Medio) + piemontese (B).
Alto Adige: bilinguismo separativo italiano-tedesco. La comunità italiana usa l’italiano per tutto, la comunità tedesca usa il tedesco per domini formai e dialetti austro-bavaresi per usi bassi. La conoscenza dell’italiano è sufficiente perché la comunità tedesca possa interagire con quella italiana, ma non vice versa. Modellizzazione secondo 3 tipi: