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Riassunto dei saggi di Clelia Martignoni e Ricciarda Ricorda su Guido Piovene.
Tipologia: Sintesi del corso
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Sandro Gerbi: Tempi di malafede. Il titolo è preso in prestito da un pamphlet politico del ’53 di Nicola Chiaromonte contro i “comunisti dilettanti”, ma è anche ben congeniale a Piovene e intimo al suo sistema, poiché della “malafede” Piovene si era fatto nei romanzi giovanili ambiguo interprete ed esegeta. Gerbi mette a fuoco, sulla base di documenti e testimonianze inedite, il sodalizio, breve, intenso, drammatico, tra Piovene e l’intellettuale antifascista ed ebreo Eugenio Colorni. Figure diversissime, persino esemplari nella drastica opposizione. L’uno, Piovene, di origine veneta, aristocratica e cattolica (elementi indelebili della sua formazione), dall’itinerario ideologico variabile ma sempre consenziente con il potere: all’adesione al fascismo subentrano infatti le simpatie per la sinistra. L’altro, Colorni (1909-44), di ottima famiglia ebraica, borghese e colta , studioso di filosofia e poi di matematica, fu presto assorbito con passione totalizzante nella militanza socialista e antifascista , che gli costò il carcere, il confino, e la morte precoce in un agguato fascista a Roma nel ’. L’ambiguità continua dell’uno si oppone alla chiarezza dell’altro, le oscillazioni all’estremo rigore, la ricerca dell’opportunità e dell’affermazione personale alle generose tensioni ideali e utopiche.
Si potrebbe dire che lo stesso sistema narrativo di Piovene, complesso ma unitario, sia strettamente connesso con le sue attitudini personali, i suoi inquietanti rovelli psicologici e le incoerenze pubbliche, che alimentano senza tregua le labirintiche e ossessive problematiche della “malafede”.
Ripercorriamo ora la loro singolare e tempestosa amicizia: Il sodalizio nasce nel ’28 nelle aule dell’Università statale di Milano, facoltà di lettere , grazie ad una forte intesa intellettuale, intorno a fascinose figure di grandi maestri come Borgese e Martinetti, entrambi ostili al fascismo. Ma si scontra presto e pesantemente con le infide sortite antisemitiche di Piovene sull’ Ambrosiano del ’31. In particolare, non poté piacere a Colorni un ironico-sprezzante ritrattino di un giovane intellettuale ebreo dalle convinzioni socialiste. Dunque, un tradimento, che come tale fu probabilmente recepito. Le strade dei due infatti si separano nettamente. Nello sciagurato ’38, mentre Colorni è arrestato a Trieste (dall’anno dopo finirà in confino) in seguito alle leggi razziali, Piovene pubblica altri duri attacchi antisemiti sul Corriere. Con queste premesse, suona davvero enigmatico il riavvicinamento del ’41 per iniziativa di Colorni (a Milano per una breve licenza dal confino), dopo l’uscita del primo romanzo di Piovene, Lettere di una novizia , romanzo singolarmente impegnato a gestire in forma narrativa, con perversa e spinosa seduzione, i fantasmi della “malafede”. È uno dei momenti più indecifrabili del rapporto , e neppure la spiegazione di Gerbi, per solito così convincente, che ipotizza una sorta di “perdono” laico da parte di Colorni, dissipa del tutto il complesso mistero psicologico dell’episodio. Purtroppo non resta traccia, secondo la ricerche di Gerbi, della lettera di Colorni a Piovene che avrebbe segnato la magnanima ripresa dei rapporti e che, forse, ne avrebbe meglio illuminato la posizione. Gerbi ha però scovato la risposta di Piovene, imbarazzata, evasiva, enigmatica, eppure senz’altro commossa, dove Piovene confida: Mio caro Eugenio, se quel mio libro non avesse servito ad altro che a farmi ricevere una tua lettera, sarei contento di averlo scritto solo per questo. Erano anni che desideravo una simile occasione. Ti ho già scritto una volta e so di aver avuto torto; questa coscienza acuiva in me il rimpianto dell’amico perduto. Terza e ultima fase del singolare rapporto: Piovene e Colorni si ritrovano nella corrusca Roma occupata dai nazisti prima dell’arrivo degli alleati (tra ’43 e ’44). Questa volta i due sono schierati dalla stessa parte poiché, Piovene, caduto Mussolini, si è messo a collaborare con la resistenza, in particolare ospitando clandestini in difficoltà. Colorni , fuggito rischiosamente dal confino, fervidamente immerso nella militanza socialista, allora redattore capo dell’ Avanti clandestino, attivissimo coordinatore di azioni militari con il nome di battaglia di Angelo, sarà ferito a morte nel maggio ’.
Nel libro di Gerbi, attraverso il doppio ritratto dei protagonisti e il drammatico intreccio di due percorsi tanto dissimili, si disegnano più in generale epoche, snodi, contraddizioni cruciali della storia novecentesca e dei suoi orrori. In particolare, ne riceve luce ulteriore il sempre problematico rapporto intellettuali/potere , al centro ovviamente di violenti conflitti durante il regime e nel successivo fragile passaggio alla democrazia. La pratica permanente del compromesso perseguita da Piovene, la sua adattabilità ai tempi, le repentine conversioni politiche, la continua lusinga del potere con i mezzi più spregiudicati come l’allineamento del giornalista su posizioni antisemitiche, certo non sono fatti che riguardano solo Piovene, ma altri protagonisti maggiori e minori della storia culturale.
Il libro di Gerbi riprende in esame e rianalizza puntualmente le roventi polemiche degli anni ’60 che coinvolsero Piovene , a partire dalle dure accuse di antisemitismo avanzate nel ’61 dall’intellettuale Guido Ludovico Luzzatto. Piovene allora rispose con la singolarissima testimonianza difensiva della Coda di paglia (inizio ’63) , a sua volta suscitatrice di infinite discussioni. La vicenda portò (agosto ’63) alla travagliata sconfitta al premio Viareggio per Le furie.
Punti focali dell’introduzione alla Coda di paglia : Piovene rifiuta di difendersi dalle accuse appellandosi a una sua “buona fede” fascista del passato, cioè a un’adesione originaria al fascismo poi rientrata o convertita e riscattata (è naturalmente l’itinerario anche pubblicamente noto di molti intellettuali del tempo). Al contrario, insiste sull’esercizio della “menzogna consapevole e inconsapevole” praticato negli anni del regime, cioè sulla pratica della “malafede”, che definisce in generale tipica dei “periodi di dittatura”. La “malafede” fu addirittura l’oggetto privilegiato dei suoi primi romanzi elaborati ed editi tra la fine degli anni 30 e l’inizio dei 40 ( Lettere di una novizia , La gazzetta nera ). Piovene descrive così una condizione intellettuale durante il fascismo, collettiva oltre che sua propria, di “sdoppiamento” : da un lato il bieco pagamento di “pedaggi” al regime (pagamento assolto con la pratica giornalistica del consenso); dall’altro la gestione di “una parte pulita” circoscritta all’operazione letteraria inventiva. Quest’ultima sarebbe stata delegata a esprimere in forme artistiche lo “sdoppiamento” stesso, svelando un intrico di inquietudine, malessere e nevrosi.
Si individua già in una conferenza del ’58, Sulla letteratura italiana contemporanea : La maggioranza degli scrittori italiani si accomodò rispetto al fascismo e anche pagò attraverso i giornali, l’elogio obbligatorio. Quando, pagato quel tributo, gli scrittori si mettevano davanti alla pagina, e mettevano in moto la loro fantasia e i loro sentimenti, non riuscivano a dare letteratura fascista. […] A chi pensa Piovene? Certamente a sé stesso e lo dice, ma anche a Moravia, che cita più sotto e a cui gli piace accomunarsi; come pure evoca il caso di Ungaretti e dei suoi pubblici omaggi al regime in contrasto con la grandezza intima e sofferente della sua poesia.
Il discorso implicito e allusivo avanzato nel ’58, nel ’62 cade. Diventa necessario, dopo le dure accuse pubbliche, difendersi in prima persona. Perciò la prefazione alla Coda di paglia eredita dal testo del ’58 il tema dello “sdoppiamento” generazionale connesso al regime, ma si concentra sul caso personale e ne accentua in generale i toni.
Con abile tecnica auto-aggressiva, al fine di spuntare le armi dei molti e agguerriti avversari di allora, Piovene per primo espone la propria “malafede” e si appella anche alla sua esperienza narrativa che fu da sempre contrassegnata da una vischiosa e torbida ambiguità. Insomma, Piovene associa e gestisce ad armi pari, sullo stesso tavolo, in totale osmosi il discorso dell’invenzione letteraria e quello dell’azione pratica e giornalistica. La “malafede”, o ambiguità, con tutte le sue maschere e patologie sentimentali, può essere giocata senza alcuno scandalo nella finzione narrativa, dove fantasmi, incubi e mostri, contraddizioni e impulsi negativi hanno liberamente corso. Altra cosa è che questi fantasmi circolino legittimamente a corrompere la pratica della vita civile e sociale e invadano il mestiere giornalistico, dove è giusto invocare misure di igiene e decenza.
Se si considera l’ambito delle narrazioni di Piovene, appare chiaro che l’ambiguità in varie declinazioni vi gioca da subito un ruolo primario. È il dominio dell’ambiguità che delinea quel caratteristico clima mentale e psicologico tortuoso, opprimente, turbato, percorso da forze potentemente negative: reticenza, contraddizione, sospetto, che addirittura si scatenano verso la tentazione o la realizzazione omicida. Tutto ciò vige almeno sino a una certa data ( Falsi redentori , 1949). Dopodiché è noto che si interpone una non casuale pausa (ben 14 anni di silenzio del narratore!), riempita fittamente dai saggi e dai libri di viaggio. Certo fu anche una pausa di rimeditazione e di alleggerimento delle tensioni interne, cui seguì un notevole (ma non totale) rinnovamento, senza che le Furie potessero essere davvero estinte.
Le coordinate psicologico-culturali dei primi romanzi furono senz’altro determinate dalla sottile esperienza dell’insegnamento cattolico e in particolare dalla discettazione morale gesuitica 700esca, con le dottrine della restrizione mentale e della dissimulazione.
La problematica della “malafede” vi trova il suo capriccioso e insolito trionfo. Con tanto rilievo che Piovene la “teorizzò” addirittura in testi celebri come la prefazione a Lettere di una novizia : la malafede è l’arte di non conoscersi, o meglio di regolare la conoscenza di noi stessi sul metro della convenienza. Un uomo è sempre, o mai, in malafede ; la malafede non è uno stato dell’animo, è una sua qualità. Ma anche nella prefazione alla Gazzetta nera non si scherza: La gazzetta nera vuol essere un libro di inclinazione cattive e l’arte non può che raccontare il male. Siamo evidentemente nel pieno di oscure e violente pulsioni interiori, di devastanti conflitti. Il conflitto, la contraddizione sono segni distintivi del lavoro di Piovene.
È costante nei romanzi di Piovene l’incrocio di elementi fantastici con la tendenza analitica e riflessiva, tanto che molti lettori autorevoli non stentano a ritenere che il Piovene più felice risieda, più che nei romanzi, nei saggi o tra le numerose pagine di viaggio. A proposito dell’inclinazione saggistica, i primi due romanzi sono introdotti da complicate prefazioni di taglio argomentativo , dove l’autore si preoccupa di ribadire il nesso della parte riflessiva con il movimento fantastico del libro. E che la scrittura inclini verso il saggio appare evidente, in forma variata, in tutti i romanzi di Piovene. Se nei primi
Piovene è scrittore realista ferocemente aderente al dato concreto e personale, all’autobiografia sentimentale e familiare e geografica, e non smette mai di restarvi attaccato; ma insieme partecipa della qualità dello scrittore visionario , che risottopone tutto al vaglio della sua divorante approvazione, reinventa, reinterpreta, altera, ritrascrive, traveste. La bivalenza si compendia nell’acuta e bellissima autodiagnosi presente nelle Furie : sono un visionario di cose vere****.
Infine, dobbiamo considerare il tenace legame con il paesaggio e l’ambiente veneto e l’adesione al venetismo culturale e paesaggistico e famigliare , che si scontrano con le esperienze pionieristiche del viaggiatore giramondo. Il cosmopolita Piovene ha in fondo una regressiva e ciclica necessità, per scrivere le sue pagine narrative, di tornare proprio in quella casa, in quella città, su quei colli, tra quei fantasmi, a interrogare sé stesso e le sue antiche, primitive, esperienze nei suoi luoghi d’origine , certo per inseguirvi qualcosa che somigli a una difficoltosa e chimerica pace e sicurezza.
RICCIARDA RICORDA GUIDO PIOVENE TRA NARRATIVA E SAGGISTICA
Lo scrittore riconosceva, a ragione, pari dignità alle proprie pagine saggistiche e giornalistiche e a quelle narrative ; in precedenza invece, si era espresso in modo non univoco sia intorno al problema più ampio della dialettica dei generi, sia sulle modalità e i risultati del ricordo, per quanto lo riguardava, a diverse tipologie di scrittura.
Si era infatti registrata da un lato una persistente tendenza, da parte sua, a dislocare la produzione non narrativa sul piano dell’occasionale, che finiva per comportare un sospetto di inautenticità o comunque di estraneità rispetto al nucleo più vero e più vivo della sua vocazione , dall’altro, al contrario, la consapevolezza della contiguità dei diversi generi e la loro reciproca integrazione.
Per quanto riguarda la prima direzione, si possono ricordare le famose pagine introduttive della Coda di paglia , laddove lo scrittore, ripercorrendo criticamente modi e tappe del suo “viaggio attraverso il fascismo” e tentando di spiegare il perché dei suoi articoli di propaganda, parlava di letteratura e di scrittori “sdoppiati”, durante il regime, per cui “sporca era l’attività giornalistica, pulito lo stretto recinto riservato alle cose “nostre”, i racconti, i romanzi, i saggi e gli articoli letterari in cui decidevamo: qui lavoro per me” ; in questo caso, la linea di demarcazione, e la conseguente gerarchizzazione dei valori, distingueva il giornalismo militante da altre forma di scrittura a vario titolo definibili come “letterarie”.
Che comunque lo “sdoppiamento” comportasse anche una valutazione differenziata delle diverse tipologie di scrittura trova conferma nel fatto che un’analoga bipartizione è proposta da Piovene in riferimento a un periodo ben successivo della sua produzione, ormai al di fuori dei condizionamenti del regime: rievocando infatti il travaglio che lo aveva portato alla composizione delle Furie , dopo la lunga pausa narrativa seguita ai Falsi redentori (1949), liquidava sbrigativamente la feconda attività giornalistica e saggistica di quegli anni (basi ricordare i due densi libri di viaggio De america , del 1953, e Viaggio in Italia , del 1957) come “palliativo-distraente”, ambito cui sarebbe approdato per sfuggire all’impegno di quel romanzo che rifiutava di farsi scrivere.
Egli crede che la convergenza tra giornalismo e letteratura sia il fatto più importante della vita letteraria d’oggi. Individua inoltre proprio nella maggior vicinanza della scrittura giornalistica alla concretezza del quotidiano la sua marca distintiva, ma anche la sua utilità per scrittori come lui sempre tentati dalla fuga nell’irrealtà.
Piovene ha analizzato le reciproche interazioni tra romanzo e saggio e ha ammesso da un lato di essere forse un saggista fuorviato nelle ambizioni narrative, certo non un romanziere nato, nel senso della persona che trova un naturale piacere nel raccontare i fatti, che vede il mondo come un vivaio di storie. Per lui il vero e grande romanzo moderno soppianta il sistema filosofico e ne compie la funzione. È filosofia sul concreto, sull’esperienza. Per lui, il romanzo non è un saggio, ma una tastiera di saggi, che collega tra di loro i vari aspetti della realtà e consente così di valutarli adeguatamente; dall’altro, vi aggiunge un “di più”, in quanto riesce a captare l’emozione lirica, cioè anche la parte più soggettiva, più individuale dell’uomo, alternando pagine di abbandono poetico a quelle di impasto saggistico- ragionativo. Dunque, il romanzo 900esco si apre al saggio e mantiene una sua intima valenza lirica, mentre non può più abbandonarsi ai piaceri della narrazione pura, come avveniva nell’800: costatazione secca da parte dello scrittore vicentino, che potrebbe però non escludere una qualche nostalgia per ipotesi altre, in cui al romanziere, in una diversa situazione comunicativa e informativa, erano richieste cronache immaginarie.
A un narrare segnato da una fondamentale esigenza di perspicuità logica ed etica corrispondono pagine saggistiche animate dal piacere dell’affabulazione.
Tutte le pagine dello scrittore vicentino, indipendentemente dal registro di scrittura di volta in volta prescelto, appaiono caratterizzate dalla ripresa di un numero, abbastanza ristretto, di immagini e di motivi costanti, che appartengono senza dubbio al nucleo più intimo del suo immaginario.
È noto che uno dei nuclei fondamentali della produzione pioveniana è costituito dal riferimento al paesaggio vicentino , e più in generale veneto , della sua infanzia : dalla morbidezza di un panorama collinare che determina e rispecchia l’ambiguità sentimentale di chi vi abita agli aspetti particolari di una terra che sente gli opposti richiami del mare e delle montagne, di un Nord freddo e limpido e di un oriente sfumato ed esotico, dai caratteri di un’architettura di matrice classica alle tracce di una 700esca civiltà della villa. Nell’abbondanza delle immagini che veicolano tale tematica, sono numerosissimi gli esempi suggestivi; così un’insistita mediazione figurativa caratterizza la rappresentazione, davvero topica, del paesaggio subito fuori della città, intorno al celebre Santuario di Monte Berico. Si assiste al rimbalzare delle medesime immagini, anche con puntuali prelievi lessicali, dai contesti narrativi alla pagina saggistica e al configurarsi di una vera e propria metafora ossessiva.
La medesima immagine può trasmigrare dal romanzo al saggio senza subire metamorfosi , scheggia dotata di una sua compattezza, ma l’inserimento in contesti diversi vale a risemantizzarla e ad arricchirne il significato , consentendo allo scrittore di spiegarne l’origine o, quanto meno, di collocarla in una rete di riferimenti che ne favoriscano – ma anche ne orientino – la comprensione. In questo senso è come se l’autore stesso si impegnasse a identificare nelle proprie opere quelle reti di associazioni di immagini che dovrebbero consentire di risalire al mito personale, per poi confrontarlo con esperienze biografiche determinanti: potrebbe essere una via percorsa più o meno consapevolmente da Piovene per ricondurre sotto il proprio controllo, per così dire, procedimenti di genere preconscio e tutelarsi così dalle analisi troppo acute delle zone pericolose dell’animo.
Ricco repertorio lunare. Luna rappresentata come elemento del paesaggio, colto in un quel momento del giorno che vede spegnersi i colori del tramonto e affacciarsi, con un movimento dal basso verso l’alto, dalla pianura ai colli, l’astro notturno. Più o meno intensa, la luce lunare può offuscare o rispettare lo splendore delle stelle, ma di certo la sua assenza rende un cielo pur fittamente stellato quasi opprimente, conturbante; è infatti proprio la luce lunare a indurre sensazioni di benessere, di pace, ponendosi come punto di riferimento, sorta di principio d’ordine, in una smisurata dimensione cosmica. Ampia gamma di aspetti che la luna può assumere in diversi momenti della giornata, in condizioni atmosferiche e ambientali differenti. Versione più saggistica di queste immagini, in cui la viva accensione coloristica e la sensibile tendenza fantastico- visionaria lasciano il posto a un linguaggio più marcatamente referenziale.
L’impegno a catalogare i molteplici aspetti del reale, cui nel romanzo del 1970 il protagonista approda una volta constata l’impossibilità, per l’uomo contemporaneo, di interagire fattivamente con il mondo, alludere forse, in filigrana, al metodo di lavoro dello stesso Piovene, da sempre tormentato dal problema di come rapportarsi alle cose, dall’esigenza di appropriarsene imponendo loro un ordine e insieme dalla consapevolezza della complessità sempre sfuggente della magmatica realtà: si potrebbe infatti immaginare l’autore, reale questa volta, intento a schedare gli elementi della natura fondamentali per il suo immaginario, non limitandosi ad appuntare vari nuclei tematici, ma anche i modi per dirli, le espressioni più adatte a significarli, giungendo così a costituire un repertorio di immagini e di annessi stilemi a cui avrebbe sempre potuto attingere in seguito. È come se, una volta messa a punto la forma adeguata a rappresentare un particolare aspetto del reale, mantenerla immutata potesse introdurre un principio d’ordine all’interno della molteplicità stessa : nel caso specifico della luna, la grande varietà dei suoi volti è fissata con la ricorrenza dei medesimi termini, segnata da permanenze lessicali nel divenire delle immagini. Neppure in questo caso il trasmigrare di un nucleo tematico da una forma di scrittura a un’altra comporta metamorfosi sul piano delle scelte linguistico-stilistiche: a risemantizzare almeno in parte le immagini concorre semmai, anche questa volta, il contesto , per cui nella pagina saggistica possono essere fornite coordinate spaziali lasciate indeterminate invece nella pagina narrativa.
In numerose occasioni, l’appassionata contemplazione della luna da parte di un personaggio si conclude con una sorta di immedesimazione in essa, con la conseguente, vertiginosa sensazione di condividerne l’astrale cammino. Preme però sottolineare che le appassionate descrizioni nei romanzi, la ripetuta immagine del volo astrale individuano con la loro ricorrenza un vero e proprio mito personale che lo scrittore stesso tenta di decifrare riprendendole e inserendole in un contesto saggistico (es. Viaggio in Italia + La coda di paglia ). L’incanto lunare finisce così per essere definitivamente collegato agli anni magici dell’adolescenza e alla suggestiva situazione in cui lo scrittore ha realizzato la sua prima, ma fondamentale conoscenza del mondo.