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Riassunto Umanesimo., Appunti di Letteratura

Riassunto generale dell'Umanesimo

Tipologia: Appunti

2025/2026

Caricato il 29/06/2026

aliice18
aliice18 🇮🇹

4.7

(20)

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L’UMANESIMO
Il movimento intellettuale dell’Umanesimo fiorì nel XV sec. Furono gli stessi umanisti a introdurre la nozione
di “medio evo” come età di decadenza, mentre il presente riportava la “luce” dopo secoli oscuri. Il nuovo
sapere era imperniato sulla riscoperta della classicità. La cultura dell’Umanesimo seppe elaborare una
visione integrale dell’uomo, volta a esaltarne la centralità a tutti i livelli di esperienza. Si fecero strada:
Un nuovo senso della storia e una nuova filosofia (dove fu determinante l’approccio di Platone);
Un nuovo ruolo dell’intellettuale che, dentro la società, instaurò un rapporto con la politica;
Una nuova filologia e una nuova retorica, legate all’innovativa capacità di lettura e critica dei testi antichi,
latini ma anche greci (che prima venivano ignorati);
Un nuovo proiettarsi della creatività umana nelle arti figurative, riconosciute capaci di rappresentare e
interpretare il reale.
All’origine della parola “Umanesimo” agisce la distinzione classica fra Humanitas e Divinitas; la vita umana,
che per secoli era stata letta in un’ottica religiosa, ora riconquistava la pienezza dei propri diritti. L’uomo,
centro del mondo, veniva rivalutato anche nel suo operare mondano e civile. Gli studia humanitatis furono il
cuore autentico dell’Umanesimo. Il tentativo di recupero della lingua e della cultura della latinità classica
costituì l’esito quasi necessari di questa esperienza. Il termine Humanista è attestato solo verso la fine del
XV sec. come appellativo per il maestro di grammatica e retorica, cui la nuova cultura assegnava il compito
di formare l’individuo nella sua integrità.
Nacquero inoltre grandi Accademie (a Napoli a Firenze e a Roma), spazi privilegiati di incontro ed
elaborazione culturale. Tutte le città più importanti iniziarono a fornirsi di una Biblioteca, pensata per attirare
gli intellettuali e dar lustro alla signoria. Un’altra forma di legame fra potere e cultura si realizzò col teatro,
legato a occasioni festive e celebrazioni promosse dalla Signoria.
Sotto il profilo linguistico, l’opera petrarchesca aveva dato inizio all’esaltazione di una lingua latina, rinnovata
come strumento privilegiato di espressione letteraria. Il volgare pian piano iniziò a subire un processo di
svalutazione agli occhi della gran parte dei dotti e venne relegato agli usi quotidiani e pratici. D’altra parte
però si manteneva una letteratura influenzata dai modelli volgari del 300. Il processo verso la stabilizzazione
della lingua italiana fu lungo ed elaborato e si concluse solo ai primi del 500.
È nella seconda metà del 1400 che il movimento umanistico s’incontra nuovamente con la letteratura
volgare e ci offre i primi grandi frutti anche nel campo della poesia. Fu nel 1441 che Leon Battista Alberti
rilanciò la letteratura in volgare ideando una sorta di “gara” pubblica di poesia per dimostrare quali fossero le
potenzialità della lingua parlata, impegnando i migliori poeti dell’epoca a gareggiare con una composizione
poetica sull’amicizia. Quest’iniziativa ebbe molto successo e viene assunta come data di inizio della ripresa
della lingua letteraria italiana.
La ripresa del volgare fu dovuta a 2 ragioni:
1) Necessità di essere compresi da un pubblico vasto;
2) Persuasione che, mentre era impossibile per i moderni scrivere in un latino che raggiungesse la
perfezione di quello dei classici, essi potevano compiere lo sforzo di portare la loro lingua naturale a un
grado di sviluppo simile a quello a cui gli antichi avevano portato il latino.
D’altra parte la tendenza a una rivalutazione del volgare era favorita dai Principi e in particolare dai Medici
che nell’affermazione del fiorentino vedevano uno strumento della loro egemonia.
Questo ritorno al volgare non significò l’abbandono totale del latino. Gli scrittori di questo periodo
continuarono a usare questa lingua, ma composero anche molte opere in volgare; un volgare non rozzo e
plebeo, ma illustre e raffinato. Il gusto classico rimane ispiratore di questa poesia, anche se in essa si può
trovare una presenza non trascurabile di motivi popolareggianti. L’assunzione di forme e toni popolari fa
parte dell’inevitabile sperimentalismo di una letteratura che va cercando la sua forma definitiva nell’ambito di
una scelta fondamentale, quella del classicismo.

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L’UMANESIMO

Il movimento intellettuale dell’Umanesimo fiorì nel XV sec. Furono gli stessi umanisti a introdurre la nozione di “medio evo” come età di decadenza, mentre il presente riportava la “luce” dopo secoli oscuri. Il nuovo sapere era imperniato sulla riscoperta della classicità. La cultura dell’Umanesimo seppe elaborare una visione integrale dell’uomo, volta a esaltarne la centralità a tutti i livelli di esperienza. Si fecero strada: Un nuovo senso della storia e una nuova filosofia (dove fu determinante l’approccio di Platone); Un nuovo ruolo dell’intellettuale che, dentro la società, instaurò un rapporto con la politica; Una nuova filologia e una nuova retorica, legate all’innovativa capacità di lettura e critica dei testi antichi, latini ma anche greci (che prima venivano ignorati); Un nuovo proiettarsi della creatività umana nelle arti figurative, riconosciute capaci di rappresentare e interpretare il reale. All’origine della parola “Umanesimo” agisce la distinzione classica fra Humanitas e Divinitas; la vita umana, che per secoli era stata letta in un’ottica religiosa, ora riconquistava la pienezza dei propri diritti. L’uomo, centro del mondo, veniva rivalutato anche nel suo operare mondano e civile. Gli studia humanitatis furono il cuore autentico dell’Umanesimo. Il tentativo di recupero della lingua e della cultura della latinità classica costituì l’esito quasi necessari di questa esperienza. Il termine Humanista è attestato solo verso la fine del XV sec. come appellativo per il maestro di grammatica e retorica, cui la nuova cultura assegnava il compito di formare l’individuo nella sua integrità. Nacquero inoltre grandi Accademie (a Napoli a Firenze e a Roma), spazi privilegiati di incontro ed elaborazione culturale. Tutte le città più importanti iniziarono a fornirsi di una Biblioteca, pensata per attirare gli intellettuali e dar lustro alla signoria. Un’altra forma di legame fra potere e cultura si realizzò col teatro, legato a occasioni festive e celebrazioni promosse dalla Signoria. Sotto il profilo linguistico, l’opera petrarchesca aveva dato inizio all’esaltazione di una lingua latina, rinnovata come strumento privilegiato di espressione letteraria. Il volgare pian piano iniziò a subire un processo di svalutazione agli occhi della gran parte dei dotti e venne relegato agli usi quotidiani e pratici. D’altra parte però si manteneva una letteratura influenzata dai modelli volgari del 300. Il processo verso la stabilizzazione della lingua italiana fu lungo ed elaborato e si concluse solo ai primi del 500. È nella seconda metà del 1400 che il movimento umanistico s’incontra nuovamente con la letteratura volgare e ci offre i primi grandi frutti anche nel campo della poesia. Fu nel 1441 che Leon Battista Alberti rilanciò la letteratura in volgare ideando una sorta di “gara” pubblica di poesia per dimostrare quali fossero le potenzialità della lingua parlata, impegnando i migliori poeti dell’epoca a gareggiare con una composizione poetica sull’amicizia. Quest’iniziativa ebbe molto successo e viene assunta come data di inizio della ripresa della lingua letteraria italiana. La ripresa del volgare fu dovuta a 2 ragioni:

  1. Necessità di essere compresi da un pubblico vasto;
  2. Persuasione che, mentre era impossibile per i moderni scrivere in un latino che raggiungesse la perfezione di quello dei classici, essi potevano compiere lo sforzo di portare la loro lingua naturale a un grado di sviluppo simile a quello a cui gli antichi avevano portato il latino. D’altra parte la tendenza a una rivalutazione del volgare era favorita dai Principi e in particolare dai Medici che nell’affermazione del fiorentino vedevano uno strumento della loro egemonia. Questo ritorno al volgare non significò l’abbandono totale del latino. Gli scrittori di questo periodo continuarono a usare questa lingua, ma composero anche molte opere in volgare; un volgare non rozzo e plebeo, ma illustre e raffinato. Il gusto classico rimane ispiratore di questa poesia, anche se in essa si può trovare una presenza non trascurabile di motivi popolareggianti. L’assunzione di forme e toni popolari fa parte dell’inevitabile sperimentalismo di una letteratura che va cercando la sua forma definitiva nell’ambito di una scelta fondamentale, quella del classicismo.