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Tipologia: Panieri
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La legge 20 marzo 1865, n. 2248 , conosciuta anche come legge Lanza , dal nome del ministro dell'interno del Governo La Marmora II che ne fu promotore, Giovanni Lanza,[1]^ oppure come legge Ricasoli , fu una legge del Regno d'Italia unitario rubricata " legge per l'unificazione amministrativa del Regno d'Italia ", emanata il 20 marzo 1865. Il tema dell’unificazione amministrativa aveva impegnato la classe politica liberale fin dai mesi precedenti all’unificazione politica, per la presenza, nei territori annessi, di leggi e di istituzioni diverse, superate o inefficaci, espressione degli antichi regimi. Con la Convenzione di Firenze del 1864 e il trasferimento della capitale da Torino a Firenze si rese ancora più urgente una semplificazione e un ammodernamento dell’amministrazione, rimuovendo gli ostacoli che rendevano complessa, incerta e non uniforme l’applicazione delle leggi. Il 20 marzo 1865 fu varata la legge n. 2248 per l’unificazione amministrativa, che comprendeva sei provvedimenti riguardanti l’amministrazione comunale e provinciale, la sicurezza pubblica, la sanità pubblica, l’istituzione del Consiglio di Stato, il contenzioso amministrativo e le opere pubbliche, un complesso di norme destinate a incidere profondamente sulla vita civile e sull’organizzazione degli organi del governo locale. L’unificazione amministrativa si tradusse in realtà nell’estensione al resto dell’Italia degli ordinamenti piemontesi, caratterizzati da un impianto fortemente centralistico e gerarchico, che consentivano al governo di esercitare, attraverso i prefetti, un ferreo controllo sull’amministrazione locale. Il Regno fu suddiviso gerarchicamente in vari livelli amministrativi (province, circondari, mandamenti e comuni); il comune era retto da un Consiglio comunale elettivo, una Giunta municipale, un segretario comunale e un ufficio comunale. La figura del sindaco era ibrida: definito dalla legge “capo dell’amministrazione comunale e ufficiale del Governo”, era sia il rappresentante della comunità locale che del Governo centrale. Non veniva eletto dai concittadini, ma nominato per decreto regio fra i consiglieri comunali, scelto
Le funzioni del Prefetto furono disciplinate dall'articolo 3 della legge comunale e provinciale 20 marzo 1865 n. 2248 allegato A che è opportuno riportare perché le disposizioni fondamentali sull'istituto prefettizio sono rimaste quasi immutate fino ad oggi. Il Prefetto rappresenta il potere esecutivo in tutta la provincia; esercita le attribuzioni a lui demandate dalle leggi, e veglia sul mantenimento dei diritti dell'autorità amministrativa elevando, ove occorra, i conflitti di giurisdizione secondo la legge 20 novembre 1859 n. 3780; provvede alla pubblicazione ed alla esecuzione delle leggi; veglia sull'andamento di tutte le Pubbliche Amministrazioni, ed in caso d'urgenza fa i provvedimenti che crede indispensabili nei diversi rami del servizio; sopraintende alla pubblica sicurezza, ha il diritto di disporre della forza pubblica, e di richiedere la forza armata; dipende dal Ministro dell'Interno, e ne eseguisce le istruzioni". I compiti più importanti del Prefetto durante il periodo liberale furono il controllo degli Enti Locali e la tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica. Con il trasferimento della Capitale a Roma, l'Unità d'Italia era compiuta. Ugualmente, con l'approvazione della legge 20 marzo 1865 n. 2248 che reca appunto il titolo "Legge per l'unificazione amministrativa", le scelte politiche circa la struttura del nuovo Regno erano compiute. Quindi, il compito principale dei Prefetti, sottoprefetti e consiglieri di Prefettura in servizio in quegli anni, fu quello di indirizzare gli Enti Locali entro i binari della nuova legislazione unitaria. In quel periodo, risolti i problemi dell'unificazione nazionale, si impose la "questione amministrativa" come testimoniano le discussioni parlamentari e il grandissimo numero di scritti pubblicati in quegli anni sulle istituzioni amministrative del nuovo Regno.
La locuzione codificazione del 1865 nel diritto italiano, indica il completamento dell'unificazione legislativa nel Regno d'Italia, avvenuta con il Governo La Marmora I, il 2 aprile 1865. Dal punto di vista normativo, invece, persisteva un'importante frammentazione malgrado l'estensione dello Statuto Albertino da Legge fondamentale del Regno di Sardegna a Legge fondamentale del nuovo Regno d'Italia. Infatti fino al 1865 furono mantenute vigenti le leggi ed i codici della normativa civile dei precedenti Stati pre-unitari, nel Lombardo-veneto si temeva l'abrogazione dei Codici austriaci, mentre in Toscana fu mantenuto in vita l'intero sistema normativo fino all'unificazione legislativa (infatti diritto penale la Toscana manterrà una sua autonomia per altri 30 anni dopo l'unità). L'unificazione, quindi, oltre ad avere una sua "utilità" socio-economica, doveva avere anche una sua valenza "simbolica".
Tra i vari progetti che si susseguirono ricordiamo:Il Codice della marina mercantile del 1865 e Il Codice del Commercio. Ne furono promulgate due "edizioni": il Codice di commercio italiano del 1865 ed il Codice di commercio italiano del 1882 Riguardo alla mancata unificazione nel diritto penale, si decise di sospendere il processo perché la Toscana rifiutava la decisione di estendere il Codice penale sardo sul suo territorio a causa della previsione in quello della pena di morte. In merito la Camera era favorevole all'abrogazione dell'istituto della pena capitale, invece era di parere opposto il Senato, che era tradizionalmente più conservatore, essa era pur sempre un'Assemblea non elettiva. In definitiva dei 6 Codici emanati nel 1865, 3 erano di "nuova produzione" (civile, procedura civile, marina mercantile) ed altri tre di "sarda esportazione" (commercio, penale, procedura penale). I Codici emanati furono:
La parziale (temporanea) estensione della legificazione del Regno di Sardegna, fa ben comprendere che l'opera di unificazione non era ancora completata, anche per la particolare situazione della Toscana la quale mantenne vigente il Codice penale Toscano (che non comprendeva la pena di morte) nelle province dell'ex Granducato di Toscana fino al 1890 (emanazione del Codice penale Zanardelli).
Dopo la proclamazione del Regno d’Italia la prima classe dirigente italiana fu la cosiddetta “Destra Storica”, un gruppo di orientamento liberale moderato che si riconosceva nella politica impostata nelle sue direttrici principali da Cavour (che morì nel giugno 1861). La “Destra” realizzò l’unificazione amministrativa e legislativa del paese, estendendo a tutto il territorio italiano leggi e ordinamenti del Regno di Sardegna (estensione dello statuto Albertino), ispirandosi ad un criterio centralistico e accentratore, che mirava prima di tutto a salvaguardare da ogni tipo di pericolo (reazionario – legittimista o repubblicano – democratico) le neonate istituzioni unitarie. Sul piano economico la Destra seguì una politica liberista che servì a dare impulso al commercio e al settore agricolo, favorendo l’ingresso del nuovo Stato nel contesto economico europeo; importante in tal senso fu anche l’impegno profuso dalla Destra a favore di un consistente incremento della rete ferroviaria e stradale, fondamentale premessa per la formazione di un mercato nazionale moderno. La Destra adottò in questi anni una dura politica fiscale sia per coprire i costi dell’unificazione che per sanare i debiti ereditati dai vecchi Stati in cui era divisa l’Italia; nel 1866 l’imposizione fiscale venne inasprita soprattutto per far fronte alle conseguenze di una crisi economica internazionale ma anche per pagare le spese della guerra contro l’Austria e particolarmente impopolare fu una tassa introdotta nel 1868, la “tassa sul macinato” che causò l’aumento del costo del pane e scatenò agitazioni e proteste popolari. Grazie alla dura pressione fiscale e ad una oculata politica di riduzione delle spese, nel 1876 la Destra potè annunciare di aver raggiunto l’obiettivo del pareggio del bilancio.
I suoi esponenti erano soprattutto grandi proprietari terrieri e le élite cittadine; e, solo secondariamente, il piccolo ceto della industrializzazione nascente. Tra i politici principali sono Ricasoli, Sella, Minghetti, Spaventa, Lanza, La Marmora, Visconti Venosta
Nel discorso di Stradella, Depretis pronunciò qualche parola anche sulla politica estera. Affermò che sarebbe stata sua intenzione non mutare indirizzo, continuare la politica della destra per dedicare tutte le sue energie alle riforme interne. 1876- 1887 Governo Depretis Con la Sinistra furono approvate due leggi che ampliarono le basi politiche dello Stato: la Legge Coppino (1877), che elevava l’obbligo dell’’istruzione elementare gratuita portandola fino ai 9 anni ; la riforma elettorale del 1882 che allargò il corpo elettorale portandolo dal 2 a circa il 7%. Aumentò tuttavia la spesa pubblica e abolì la Tassa sul macinato. In queste circostanze si affermò una linea di sostegno dello Stato all’industria che fu evidente con l’introduzione di due tariffe protezionistiche. Anche in politica estera la Sinistra intraprese una svolta, stipulando la Triplice Alleanza nel 1882 con Germania e Austria.
Il modello di sviluppo economico definito dalla Sinistra Storica su il Protezionismo. Il governo, che fino ad allora aveva proseguito la politica liberoscambista della Destra storica, decise di operare una radicale svolta: nel 1887 vennero introdotte alte tariffe doganali sul grano e su molti prodotti industriali. Inevitabilmente, per il principio di reciprocità che regola i rapporti internazionali, gli altri Paesi alzarono a loro volta le tariffe doganali nei confronti dell'Italia. La crisi economica aveva determinato nel Paese la nascita di un potente blocco, costituito dagli agrari, principalmente del Sud, e dagli industriali del Nord, in grado di condizionare pesantemente la politica economica del governo. La svolta protezionistica ebbe sicuri effetti positivi sulla produzione industriale, ma l'aumento del prezzo del grano (e quindi del pane) determinò un notevole peggioramento delle condizioni di vita delle masse popolari. Aumentarono i conflitti sociali nelle campagne e l'emigrazione risultò per molti l'unica soluzione. Tra il 1881 e il 1901 più di 2 milioni di persone abbandonarono per sempre l'Italia. Inoltre il protezionismo ebbe effetti negativi sull'agricoltura del Sud, in quanto determinò la crisi di quell'agricoltura specializzata che non trovò pi ù sbocco in Europa per la ritorsione degli altri Paesi. E finì per tutelare le tecniche arretrate di coltivazione dei cereali proprie del latifondo.
Con la Sinistra furono approvate due leggi che ampliarono le basi politiche dello Stato: la Legge Coppino ( 1877 ), che elevava l’obbligo dell’’istruzione elementare gratuita portandola fino ai 9 anni ; la riforma elettorale del 1882 che allargò il corpo elettorale portandolo dal 2 a circa il 7%. Ben presto le aspirazioni pi ù riformatrici condivise dalla Sinistra furono messe da parte e proprio con Depretis si avviò una pratica di governo detta del “trasformismo” per cui il sistema politico italiano perdeva il carattere bipartitico, finendo per gravitare intorno ad
un grande centro dal quale erano escluse le ali estreme. La Sinistra aumentò tuttavia la spesa pubblica e abolì la Tassa sul macinato: proprio in questi anni inoltre, anche per le conseguenze di una crisi agraria internazionale che quindi investì anche l’Italia, si verificò il cosiddetto “ decollo industriale” del paese, vanificando l’idea che lo sviluppo dell’economia italiana potesse fondarsi solo sull’agricoltura. In queste circostanze si affermò una linea di sostegno dello Stato all’industria che fu evidente con l’introduzione di due tariffe protezionistiche (1878 – 1887); la via protezionistica si rivelò una sorta di percorso obbligato per l’industrializzazione del paese ma aggravò il divario fra Nord e Sud. Anche in politica estera la Sinistra intraprese una svolta, stipulando la Triplice Alleanza nel 1882 con Germania e Austria, preoccupata soprattutto dal timore dell’isolamento internazionale, dopo lo smacco subito per l’occupazione francese della Tunisia (la Francia vi stabilì un protettorato nel 1881), sulla quale l’Italia nutriva da tempo ambizioni coloniali. La Sinistra avviò anche un’azione di espansione coloniale sul Mar Rosso ma il tentativo italiano di estendersi verso l’interno condusse allo scontro con L’Etiopia (o Abissinia) e all’eccidio di Dogali (1887). TRASFORMISMO Depretis si avviò una pratica di governo detta del “ trasformismo” per cui il sistema politico italiano perdeva il carattere bipartitico, finendo per gravitare intorno ad un grande centro dal quale erano escluse le ali estreme. Il trasformismo indica una pratica politica che consiste nella sostituzione del confronto aperto tra la maggioranza che governa e l'opposizione che controlla con la cooptazione nella maggioranza di elementi dell'opposizione per esigenze tipicamente utilitaristiche. Nella storia della politica italiana il trasformismo emerse dopo il 1880 nel Regno d'Italia, come prassi comune ai gruppi parlamentari, di Destra e Sinistra, di variare le maggioranze in base a convergenze d'intenti su problemi circoscritti anziché su programmi politici a lungo termine.
Diversi e molteplici furono i fattori alla base di questo boom industriale:
I ceti popolari vennero così espulsi, allontanati di fatto dai centri storici, finendo per ammassarsi con i nuovi lavoratori immigrati nelle grandi periferie costruite velocemente, create inglobando nelle città dei villaggi già separati dal centro principale. Nelle città “moderna” la distinzione sociale si faceva sempre più marcata e si traduceva sempre più in separazione fisica, di luogo: tra le periferie operaie sovraffollate, malsane, mancanti di servizi, circondate dai fumi delle fabbriche e i quartieri residenziali dei borghesi, situati in zone verdi e dotate dei primi servizi (acqua corrente, impianti di riscaldamento centralizzato); solo qualche anno prima invece, nelle città, poveri e ricchi abitavano le stesse strade, i ricchi ai piani bassi e i poveri nelle soffitte. Queste enormi trasformazioni urbane avvennero in gran parte senza regole precise, in maniera più o meno spontanea, mentre un’eccezione fu rappresentata da Parigi dove il prefetto George Haussmann, per volere di Napoleone III operò una ristrutturazione del tessuto urbano sulla base di un verso e proprio progetto: il centro medievale fu in gran parte buttato giù, In tutte le grandi città prima delle metropolitane e delle tramvie elettriche, sui percorsi più importanti erano attivi i cosiddetti omnibus, grandi carrozze su rotaie trainate da cavalli.
Nella città risultavano sovvertiti quei contesti e quegli assetti sociali tradizionali che permanevano nelle campagne e che al contadino facevano apparire naturale la sua condizione di soggezione, cosi come altri erano i luoghi della socialità, altri i tradizionali riferimenti culturali e religiosi: accadeva che i lavoratori si trovassero più nelle taverne che nelle parrocchie, dove avevano occasione di parlare, di discutere, di condividere preoccupazioni comuni, così come avveniva nelle fabbriche moderne, dove i lavoratori, a differenza che nelle campagne, si concentravano in gran numero, lavorando fianco a fianco negli stabilimenti, vivendo stipati nei ghetti proletari di periferia, condividendo orari lunghi e duri di lavoro, disagiate condizioni di vita, scambiandosi opinioni sulle loro esperienze comuni. Così all’interno dei luoghi di lavoro, ma anche all’esterno, iniziò progressivamente ad emergere e a maturare una “coscienza di classe” fra i lavoratori, cioè una consapevolezza di vivere una condizione di vita e di lavoro comune insieme ad una volontà di riscatto, di unirsi per cambiare la propria misera condizione di sfruttamento, di subordinazione. Le prime forme di associazioni operaie si erano diffuse in Europa, prima del 1848, associavano i lavoratori più qualificati e pagati, si rifacevano alla tradizione delle antiche corporazioni artigiane e avevano per lo più finalità di cooperazione, di mutuo soccorso fra i soci, escludendo quelle di rivendicazione, rivolte contro i datori di lavoro.
Karl Marx ( 1818, Treviri – 1883, Londra) era nato da famiglia borghese di origine ebraica, aveva studiato a Bonn e a Berlino dove si addottorò in filosofia nel 1841 ed entrò in contatto con un gruppo della “sinistra hegeliana” il cui leader era il filosofo Bruno Bauer. Tra il 1842 e il 1843 collaborò alla “Gazzetta Renana” , un giornale di orientamento liberale che fu soppresso dal governo prussiano dopo pochi mesi. Marx decise quindi di emigrare, si trasferì a Parigi dove, con Arnold Ruge (altro esponente della “sinistra hegeliana”), dette vita ad una nuova rivista gli ” Annali franco – tedeschi”. A Parigi ebbe i primi contatti con le associazioni segrete e i circoli di sinistra che si ispiravano al socialismo utopistico e incontrò Friedrich Engels (1820 – 1895), figlio di un industriale tedesco (renano) del tessile, con imprese anche in Inghilterra. Sempre a Parigi Marx procedette nel suo percorso di analisi critica del pensiero di Hegel, sulla base degli assunti sviluppati da uno dei maggiori esponenti della “sinistra hegeliana”, Ludwig Feuerbach (1804 – 1872). A questa fase si fanno risalire le opere “La Critica del diritto statuale hegeliano e i Manoscritti economico filosofici (pubblicati postumi nel 1927). Fu soprattutto in questi anni che Marx strinse con Engels quei legami di amicizia e di collaborazione che si sarebbero mantenuti per tutto il corso della sua vita, i cui primi risultati furono due saggi, La sacra famiglia (1845) e L’ideologia tedesca (1846), con i quali espose i motivi del suo dissenso dagli hegeliani di sinistra, dai quali venne progressivamente distaccandosi per il carattere più pratico e meno strettamente filosofico
Orientamento filosofico (il materialismo storico) che fu caratteristico di Marx, secondo il quale i rapporti di produzione sono la base della struttura sociale, delle forme politiche e degli orientamenti culturali: la vita reale era quella dell’uomo nella società civile, cioè nel quadro “delle relazioni materiali fra gli individui all’interno di un determinato grado di sviluppo delle forze produttive” La storia, dunque, - secondo Marx- non è che la storia della produzione, o meglio dei rapporti di produzione, e le idee dominanti sono sempre le idee della classe dominante, cioè della classe che ha a propria disposizione i mezzi della produzione materiale: “ Le idee dominanti – scriveva - non sono altro che l’espressione ideale dei rapporti materiali dominanti, sono i rapporti materiali dominanti presi come idee”. La classe dominante “è costretta, non fosse che per raggiungere il suo scopo, a rappresentare il suo interesse come interesse comune di tutti i membri della società ossia a rappresentarle come le sole razionali e universalmente valide”. Anche la classe rivoluzionaria, secondo Marx, non veniva meno a questa logica: “ La classe rivoluzionaria si presenta senz’altro, per il solo fatto che si contrappone a una classe, non come classe ma come rappresentante dell’intera società, appare come l’intera massa della società di contro all’unica classe dominante”. Per cui ne derivava che “Lo Stato è la forma in cui gli individui d una classe dominante fanno valere i loro interessi comuni e in cui si riassume la società civile di un’epoca”. Per questo motivo Marx sosteneva che per abolire le contraddizioni insite nella società borghese, si doveva procedere all’abolizione dello Stato, e quindi delle classi. Il motivo base del materialismo storico consisteva nel fatto che la storia era governata da fattori materiali (struttura) e che questi fattori erano di carattere economico cosicché la storia era basata sull’economia e il resto (relazioni politiche, giuridiche, arte , religione ecc.) costituiva la “sovrastruttura” (o ideologia). STRUTTURA ossatura economica della società modi di produzione (Forze produttive + rapporti di produzione) = base materiale della storia SOVRASTRUTTURA insieme delle produzioni culturali aspetti ideologici della società Tale materialismo storico dichiara che è propria essenza l'attuare e "sviluppare concretamente" il "passaggio dalla teoria alla pratica", tanto mediante la "prassi rivoluzionaria" quanto con la teoria di essa, specificata via via nella storia. I principî di quel materialismo storico sono stati sviluppati da N. Lenin e da G. Stalin sulla base del pensiero di Marx e di Engels, come presupposti generali e principî del metodo direttivo del Partito comunista che costituisce la specificazione storica attuale di esso, come "avanguardia rivoluzionaria cosciente del proletariato" nel periodo
La Lega dei Giusti fu la prima organizzazione internazionale comunista (che aveva sezioni in Germania, Francia, Svizzera, Ungheria, Scandinavia). Era un'organizzazione operaia clandestina tedesca, nata nel 1836 a Parigi il cui obiettivo principe della Lega era quello di instaurare una "repubblica sociale" in Germania, ossia "la liberazione e la rigenerazione della Germania, la fondazione e la conservazione dell'eguaglianza e della libertà politica e sociale, delle virtù civili, dell'unione del popolo. Nel 1847, nel corso del suo II Congresso a Londra La Lega dei Giusti mutò il nome in “ Lega dei comunisti” e conferì a Marx e a Engels il compito di scrivere il Manifesto, un testo nel quale i due attivisti e studiosi riassunsero, in forma semplice e schematica, in linea con gli intenti di divulgazione che il documento doveva avere, il frutto delle loro elaborazioni ideologiche e delle loro esperienze. Marx giunse ad elaborare la sua dottrina (il materialismo storico) attraverso lo studio e la critica delle elaborazioni teoriche più avanzate della cultura del suo tempo: il pensiero di Hegel, gli economisti classici inglesi, e il socialismo francese.
Con Friedric Hegel, Marx condivideva la visione della storia, della realtà come un continuo divenire, come un perpetuo movimento e una perenne trasformazione. Marx da Hegel riprese la concezione per cui la storia era guidata da un principio razionale e che il procedere della storia nei suoi mutamenti continui avveniva secondo conflitti dialettici (Il movimento, cioè il processo è il risultato del conflitto fra opposti : il momento della tesi era seguito da quello della antitesi e infine della sintesi); Marx rifiutava però l’idealismo di Hegel cio è, secondo Marx, il principio razionale che guidava la storia e i suoi mutamenti conflittuali non risiedeva in una provvidenza ideale che guidava gli uomini dominandoli, ma aveva la sua origine ed era strettamente connesso con i rapporti sociali e le strutture economiche alle quali gli uomini, divisi in classi, nella loro vita sociale, nel procedere concreto della storia, avevano dato vita, con il lavoro e attraverso
concludeva Il Manifesto “proletari di tutti i paesi unitevi!”. Marx aveva così tracciato per il proletariato europeo un programma rivoluzionario da concretizzarsi nel breve periodo, teorizzando le prime linee di una nuova concezione di socialismo. Nel Manifesto Marx proponeva e impostava infatti anche un programma politico per il proletariato, soggetto protagonista della rivoluzione, che decretando l’abolizione della proprietà privata, cioè borghese, avrebbe portato ad un nuovo e diverso assetto delle forme della produzione e ad un nuovo, diverso e corrispondente ordinamento sociale.
“ il Capitale” di Marx il cui primo volume uscì nel 1867, mentre gli altri volumi furono pubblicati da Engels, nel 1885 e nel 1894, dopo la sua morte (1883). Il Capitale si presenta innanzitutto come una puntuale descrizione del capitalismo e delle leggi che regolano il funzionamento del sistema di produzione capitalistico. La base della dottrina marxista è la teoria del valore lavoro, che aveva ripreso e sviluppato da Ricardo, giungendo alla conclusione che l’essenza del sistema capitalistico consisteva nello sfruttamento della forza lavoro: il valore delle merci, sosteneva Marx, era dato dalla quantità di lavoro socialmente necessario per produrle; il profitto del capitalista consisteva di una parte di lavoro non pagato che chiamava plusvalore. Nell’appropriazione di questo plusvalore e nella conseguente miseria dei lavoratori, che permettono al capitalista di realizzare ricchezza, Marx individuava “la legge generale dell’accumulazione capitalistica”. La teoria di Marx, rispetto alle precedenti correnti socialiste presentava un’importante novità : era il frutto di un’analisi economica e sociale che voleva caratterizzarsi esplicitamente come scientifica. Nel Capitale Marx : 1) ricostruiva una storia del capitalismo; 2) avanzava una previsione riguardante lo sviluppo del sistema capitalistico; 3) indicava un programma d’azione che, in attesa degli sviluppi del sistema di produzione capitalistico, il nuovo soggetto rivoluzionario , il proletariato industriale, avrebbe dovuto intraprendere. Man mano che si sviluppava, il capitalismo produceva infatti, secondo Marx, i motivi, i fattori che avrebbero condotto al suo dissolvimento. In particolare Marx evidenziava: : 1) la tendenza del capitale a concentrarsi in poche mani era associata alla costituzione di una moltitudine proletaria sempre più consistente e povera; 2) alla tendenza volta all’espansione, propria del capitalismo e del procedere del suo sviluppo (che si traduceva nell’impiego e nella creazione di più macchine, in sempre crescenti investimenti e in dilatarsi della produzione) si manifestava in contrasto l’incapacità da parte del sistema capitalistico stesso di ampliare la sfera di assorbimento dei suoi prodotti (da questa circostanza Marx faceva derivare le crisi periodioche di sovrapproduzione , le cosiddette “crisi cicliche” del capitalismo; 3) mentre le forme della produzione industriale andavano organizzandosi in maniera crescente, in contrasto, le forme della concorrenza assumevano un carattere sempre più anarchico. Quindi Marx concludeva che le stesse leggi, gli stessi meccanismi di funzionamento che regolavano il sistema di produzione capitalistico avrebbero determinato la crisi ultima del sistema capitalistico stesso.
Nel Manifesto Marx tracciava uno schema sulle tappe di realizzazione della rivoluzione: il proletariato, una volta conquistata la supremazia politica, avrebbe tolto alla borghesia tutto il capitale e avrebbe accentrato sotto il controllo dello Stato tutti gli strumenti della produzione. Ciò, in una prima fase, avrebbe comportato la messa in atto di interventi dispotici nel diritto di proprietà e nei rapporti borghesi di produzione; in un secondo momento, una volta venute meno le differenze di classe, si sarebbe dissolto anche il carattere politico del potere pubblico( cioè sarebbe scomparso lo Stato). Al posto della società borghese con le sue classi e i suoi antagonismi di classe, sarebbe emersa una nuova forma di società basata sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione dove il libero sviluppo di ciascuno sarebbe stato la condizione per il libero sviluppo di tutti. Tale società si sarebbe concretizzata come sbocco finale della dinamica stessa, interna alla società capitalistica, sarebbe stata cioè il punto di arrivo necessario della moderna società industriale. Il proletariato, con la propria azione rivoluzionaria condotta su scala internazionale, aveva il compito di provocare la fine della società capitalistica, tuttavia, secondo Marx, almeno in una prima fase della sua lotta, il proletariato avrebbe dovuto collaborare con la borghesia ogniqualvolta quest’ultima avesse intrapreso l’iniziativa di azioni di tipo antiassolutista, antifeudale, antireazionario o di tipo rivoluzionario contro le condizioni sociali e politiche esistenti, e avrebbe dovuto agire per promuovere l’unione e l’intesa dei partiti democratici di tutti i paesi. Lo scopo finale era la distruzione di ogni ordinamento sociale esistente. GIù
Nella Critica al programma di Gotha (1875) Marx tornò ad indicare pi ù chiaramente come intendeva il processo di costruzione della società comunista : il proletariato doveva fare le rivoluzione e abbattere violentemente l’ordinamento sociale borghese esistente “tra la società capitalista e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad essa corrisponde anche un periodo politico di transizione, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato”. La dittatura del proletariato era cioè una fase di transizione in cui il potere politico era nelle mani dei lavoratori impegnati nella costruzione della società senza classi e senza Stato (comunismo). Con il concetto di “dittatura del proletariato” o “dittatura rivoluzionaria del proletariato” Marx ed Engels intendevano una fase politica temporanea
necessaria per la transizione al comunismo compiuto. In questa fase il proletariato detenendo il potere avrebbe assunto la possibilità di agire liberamente nella riorganizzazione dei rapporti di proprietà e di produzione della società capitalistica e avrebbe potuto mettere in atto interventi dispotici nel caso la situazione lo avesse richiesto (espropriazione della proprietà fondiaria, sequestro di aree produttive ecc. ). Questa fase transitoria di poteri straordinari del proletariato sarebbe terminata quando si sarebbero create le condizioni necessarie per la gestione comunista della società. Con la dittatura del proletariato si sarebbe esaurita anche la funzione principale dello Stato concepito nella prospettiva marxista, cioè quella del dominio di una classe sull’altra. Infatti il proletariato, riuscendo ad impadronirsi del controllo dello Stato, per la prima volta nella storia avrebbe realizzato un’oppressione della maggioranza popolare sulla minoranza ( borghesia) continuando a servirsi dello Stato come strumento di oppressione di classe. Una volta dissolte le condizioni che determinavano la divisione in classi della società (cioè il modo di produzione capitalista ) la dittatura del proletariato come dittatura di classe avrebbe cessato la sua ragione di essere, come lo Stato (in quanto strumento di dominio di classe). Questo processo avrebbe portato alla fase del “superamento dello Stato” ed alla sua estinzione, condizione essenziale per il comunismo
Il socialismo scientifico è una forma di socialismo che dal precedente e allora ancora contemporaneo socialismo utopistico, e poi dal socialismo libertario per un'analisi e una comprensione all'epoca considerata scientifica dai suoi maggiori teorici. La teoria di Marx, rispetto alle precedenti correnti socialiste presentava un’importante novità : era il frutto di un’analisi economica e sociale che voleva caratterizzarsi esplicitamente come scientifica. Nell’elaborare la sua teoria del valorelavoro, Marx, come abbiamo detto, riprendeva il larga parte le elaborazioni degli economisti "classici", ma rovesciava il senso delle loro interpretazioni, ne ribaltava le conclusioni. Smith e Ricardo presentavano il modo di produzione capitalistico come un fatto naturale e scontato. Per Marx il capitalismo rappresentava solo una fase definita nell’evoluzione storica dei rapporti di produzione. Una fase avviatasi all’ inizio dell'età moderna e destinata a chiudersi in un tempo ancora non definito ma vicino, quando il sistema capitalistico avrebbe espresso appieno le sue potenzialità e sarebbe crollato sotto il peso delle sue stesse contraddizioni, delle contraddizioni a cui aveva dato luogo. Nel Capitale Marx : 1) ricostruiva una storia del capitalismo; 2) avanzava una previsione riguardante lo sviluppo del sistema capitalistico; 3) indicava un programma d’azione che, in attesa degli sviluppi del sistema di produzione capitalistico, il nuovo soggetto rivoluzionario , il proletariato industriale, avrebbe dovuto intraprendere. Man mano che si sviluppava, il capitalismo produceva infatti, secondo Marx, i motivi, i fattori che avrebbero condotto al suo dissolvimento:
Lo nascita di un movimento operaio organizzato in Italia fu ostacolata dal ritardo registrato nello sviluppo industriale e quindi dalla mancata formazione di un proletariato di fabbrica moderno e numeroso. Fino ai primi anni ‘70 dell’Ottocento il solo tipo di organizzazione operaia con una certa diffusione nel paese era quella rappresentata dalle società operaie di mutuo soccorso , interclassiste, sorte più o meno alla metà del secolo, in parte controllate dai mazziniani (che quindi rifiutavano la lotta di classe, auspicando una solidale collaborazione fra i “ceti produttori” – industriali e lavoratori- che Mazzini, rifacendosi a Saint – Simon, contrapponeva ai “ceti oziosi” –
instaurando la propria dittatura. Marx ispirava la sua proposta di socializzazione dei mezzi di produzione ad una logica di centralizzazione e di pianificazione. Bakunin invece considerava ogni forma di Stato come una forma di oppressione e riteneva quindi che anche la dittatura del proletariato si sarebbe alla fine rivelata un inganno messo in atto da parte di una nuova casta di dominatori. Egli si opponeva ad ogni forma di autoritarismo e centralismo (all’insegna del motto anarchico “né Dio, né padrone, né patria”) e aveva elaborato una teoria della rivoluzione che individuava nello Stato e nella religione, e non nei rapporti di produzione, i principali mezzi dell’oppressione di classe e quindi gli ostacoli primi all’emancipazione delle classi lavoratrici, sfruttate. Accusava i marxisti di voler fondare una nuova forma di potere statale ispirata però da un identico motivo di dispotismo di carattere politico tecnocratico. Bakunin era quindi fautore di una forma di organizzazione della società risultante dalla libera federazione di gruppi di produttori o di comuni autogestiti che avrebbero reso superflua qualsiasi forma di autorità centralizzata e coercitiva perché più rispondente alle esigenze naturali dei lavoratori e all’istinto volto alla collaborazione sociale che li ispirava. La prospettiva di azione di cui era sostenitore era insurrezionale, consistente nell’attività di una rete di società segrete che attraverso metodi di lotta armata e cospirativa avrebbero dovuto avviare il processo rivoluzionario, rifiutando quindi lo strumento del partito politico e l’azione politica legalitaria, di tipo parlamentare.
A partire dal 1871 Bakunin divenne il principale punto di riferimento in Italia delle sezioni dell’Internazionale che iniziarono a diffondersi a ritmo crescente nel paese. La crescita del movimento internazionalista in Italia fu opera soprattutto di alcuni militanti anarchici come Andrea Costa, Carlo Cafiero e Errico Malatesta. Nel 1872 a Rimini si svolse il I Congresso della Federazione Italiana dell’’Associazione Internazionale dei Lavoratori al quale intervennero ben 21 sezioni decisamente schierate sulla linea bakuniana. Costa, Cafiero e Malatesta si attivarono in quegli anni nell’organizzazione di una serie tentativi e moti insurrezionali che si rivolsero soprattutto ai ceti contadini ma il cui esito fu fallimentare. Ciò indusse Costa a rivedere la linea seguita fino ad allora, optando per la definizione di un programma più concreto di azione, che anzitutto prevedeva la creazione di un vero e proprio partito.
Proprio questa decisione permise a Andrea Costa, eletto nella circoscrizione di Ravenna, di accettare l’incarico: divenne così il primo deputato socialista nella storia del Parlamento Italiano. Intanto a Milano il gruppo raccolto intorno a “La Plebe” e alla federazione dell’Alta Italia dell’Internazionale convergeva sulle posizioni di Costa in merito all’ipotesi di partecipazione alle prove elettorali. Il Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna rimase sostanzialmente una formazione a carattere regionale, sprovvista di legami con i gruppi operai più consapevoli e maturi che andavano costituendosi per lo più in Lombardia. Qui infatti, a partire dalla metà degli anni ‘70, si erano formati e rapidamente diffusi nei principali centri industriali circoli operai, società di miglioramento e leghe di resistenza (portatrici di istanze di rivendicazione di maggiori salari e di minori orari e che contemplavano tra le loro finalità l’organizzazione di scioperi) che erano andate progressivamente politicizzandosi, oltre ad alimentare il diffondersi dell’attività di rivendicazione economica fra i lavoratori. Nel 1 882 , proprio a Milano, alcune associazioni operaie decisero di costituire il Partito operaio italiano, (POI) che nacque in polemico antagonismo nei confronti delle forze borghesi democratiche e radicali (di democrazia borghese radicale e democratica ). Il POI si presentò infatti come partito , o meglio come federazione di associazioni operaie, rigidamente classista, esclusivista e corporativo:ammetteva infatti nelle sue file solo i lavoratori manuali, escludendo così, aprioristicamente, qualsiasi infiltrazione borghese. Il POI rivendicava la legittimità della lotta di resistenza e dello sciopero, sosteneva inoltre la lotta democratico mazziniana per i diritti civili e politici come il suffragio universale, la libertà di associazione, il riconoscimento giuridico delle società di mutuo soccorso, l’abolizione dell’esercito permanente. Tra i suoi fondatori ci furono il commesso viaggiatore Costantino Lazzari, il guantaio Giuseppe Croce e il tipografo Augusto Dante.
In Germania nel 1863 era stata fondata da Ferdinand Lassalle l’Associazione Generale degli Operai Tedeschi, sulla base di un programma che, diversamente da quanto indicato da Marx (il quale proponeva che il proletariato in una prima fase della sua lotta rivoluzionaria potesse collaborare con la borghesia a fini antireazionari) rivendicava l’autonomia dei lavoratori dalle formazioni politiche borghesi, considerate espressione di una classe, la borghesia, che si riteneva costituire un unico e indistinto blocco reazionario. Lassalle concepiva lo Stato (ancora in contrasto con Marx) come l’istituzione che rappresentava gli interessi generali sovrapponendosi alla società civile e in opposizione alla borghesia liberale propugnava il suffragio
universale. Lassalle nel programma della sua formazione indicava anche la creazione di cooperative di produzione per iniziativa e col concorso dello Stato.
Il passo decisivo che avviò una significativa svolta nell’ambito del movimento socialista, fu compiuto proprio da Andrea Costa, che era stato tra i principali animatori del movimento operaio italiano nella fase insurrezionista – bakuninista. Il 27 luglio 1879 indirizzò una lettera “Ai miei amici di Romagna” , cioè ai suoi compagni internazionalisti anarchici, che fu pubblicata il 3 agosto sulla rivista “La Plebe” , con la quale annunciava di sposare una nuova via e una nuova strategia per continuare a perseguire il mito della nuova società. Nella lettera, ribadì cioè immutata la fede negli obiettivi del comunismo anarchico e quindi nell’irrinunciabile rivoluzione (progetto rivoluzionario), ma indicava la necessità di individuare nuovi strumenti e diverse modalità d’azione per realizzarla. Il ripensamento di Costa traeva origine, non solo dalla considerazione del susseguirsi fallimentare dei tentativi insurrezionali registratisi in Italia, ma anche dalla presa d’atto dei crescenti successi conseguiti da vari soggetti e realtà del socialismo evoluzionista europeo sul piano politico elettorale. Una certa attenzione era indirizzata ad esempio alla socialdemocrazia tedesca, che anche negli anni seguenti sarà un riferimento per il nascente Partito Socialista Italiano.
Intanto nell’aprile 1881 Andrea Costa, insieme ad Anna Kuliscioff, un’esule russa, anarchica- rivoluzionaria e oppositrice dello zarismo, che aveva conosciuto in Svizzera ed era divenuta sua compagna (figura che in seguito si rivelerà importantissima per la nascita del Partito Socialista Italiano) iniziò a pubblicare il settimanale “Avanti!” e nell’agosto dello stesso anno, durante un congresso clandestino svoltosi a Rimini, a cui parteciparono circa 40 delegati romagnoli , dette vita al Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna. Nel programma si confermava l’ipotesi finale della rivoluzione, ma al tempo stesso si proponeva un strategia evoluzionista orientando di fatto l’attività del partito sulla propaganda popolare, sulla promozione dell’organizzazione sindacale e cooperativa dei lavoratori sulla partecipazione alla lotta amministrativa e politica. La composizione sociale del partito era di ceti artigiani, piccola borghesia e lavoratori manuali. La nuova formazione non aveva però i tratti del partito moderno, aveva infatti ancora caratteristiche localistiche, era destrutturato, organizzato in una specie di confederazione fra gruppi diversi ai quali veniva lasciata la possibilità di chiamarsi come loro pareva e di adottare il programma che volevano. La vicenda del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna rappresentò comunque una svolta perch é per la prima volta si ammetteva la partecipazione a competizioni politico elettorali. Questo principio fu ribadito nel corso di un congresso straordinario, svoltosi nel febbraio 1882, quando venne stabilito di accettare la partecipazione di candidati socialisti alle elezioni amministrative e politiche, consentendo però ai singoli gruppi provinciali di decidere se attribuire a queste candidature valenza effettiva o esclusivamente di tipo propagandistico- agitatorio. Slide 5
Bakunin invece considerava ogni forma di Stato come una forma di oppressione e riteneva quindi che anche la dittatura del proletariato si sarebbe alla fine rivelata un inganno messo in atto da parte di una nuova casta di dominatori. Egli si opponeva ad ogni forma di autoritarismo e centralismo. era quindi fautore di una forma di organizzazione della società risultante dalla libera federazione di gruppi di produttori o di comuni autogestiti che avrebbero reso superflua qualsiasi forma di autorità centralizzata e coercitiva perché più rispondente alle esigenze naturali dei lavoratori e all’istinto volto alla collaborazione sociale che li ispirava. Questa concezione si adattò meglio del marxismo a quei paesi e a quegli strati sociali che ancora non avevano conosciuto la fase dello sviluppo industriale. Questo fu anche il motivo per cui in un primo tempo l’internazionalismo socialista si diffuse in Italia con un orientamento ispirato più alle idee di Bakunin che non a quelle di Marx. A partire dal 1871 Bakunin divenne il principale punto di riferimento in Italia delle sezioni dell’Internazionale che iniziarono a diffondersi a ritmo crescente nel paese. La crescita del movimento internazionalista in Italia fu opera soprattutto di alcuni militanti anarchici come Andrea Costa, Carlo Cafiero e Errico Malatesta. Nel 1872 a Rimini si svolse il I Congresso della Federazione Italiana dell’’Associazione Internazionale dei Lavoratori al quale intervennero ben 21 sezioni decisamente schierate sulla linea bakuniana. Costa, Cafiero e Malatesta si attivarono in quegli anni nell’organizzazione di una serie tentativi e moti insurrezionali che si rivolsero soprattutto ai ceti contadini ma il cui esito fu fallimentare. Ciò indusse Costa a rivedere la linea seguita fino ad allora, optando per la definizione di un programma più concreto di azione, che anzitutto prevedeva la creazione di un vero e proprio partito.
Il movimento operaio e socialista continuò ad esistere sul piano internazionale, attraverso l’organizzazione di partiti nazionali di più o meno diretta o indiretta derivazione ideologica marxista che poi la II Internazionale sorta nel 1889 si propose di coordinare. Fino agli anni ‘70 , ’80 dell’Ottocento i movimenti che si ispiravano al socialismo quasi in tutti i paesi configuravano formazioni minoritarie emarginate e anche perseguitate in quanto sovversive, che ambivano a sovvertire l’ordine costituito. Alla fine dell’Ottocento questo quadro mutò: nei principali paesi europei si formarono partiti socialisti che si organizzavano sul piano nazionale e che affiancavano alla propaganda rivoluzionaria anche un’azione legale , che si proponevano di svolgere all’interno delle istituzioni nazionali, con la partecipazione alle elezioni e l’invio di rappresentanti in Parlamento, e anche attraverso la promozione di un’attività d organizzazione e di propaganda sindacale svolta fra i lavoratori. In tal modo furono i partiti socialisti che per primi proposero e dettero forma al modello del “partito di massa” che si sarebbe imposto come forma di organizzazione politica più diffusa nelle democrazie europee. Il modello per tutti fu quello socialdemocratico tedesco nato del 1875 , di cui abbiamo già parlato, che adottò il marxismo come dottrina ufficiale. Il Partito Socialdemocratico di Germania , SPD , è uno dei due maggiori partiti politici tedeschi. L'SPD è il più antico partito politico dell'Europa continentale ancora esistente. Inoltre, può essere considerato in assoluto il "modello di partito 'nuovo', cioè organizzato, classista e di massa", cui si ispirarono i maggiori partiti del XX secolo. l'SPD è il partito più grande (per numero di iscritti) in Germania.
Il movimento operaio e socialista venne dividendosi fra revisionisti e marxisti ortodossi. I “revisionisti” erano coloro che auspicavano una revisione della concezione rivoluzionaria marxista alla luce dei mutamenti verificatisi nella situazione politica e sociale. Essi ritenevano che l’essenza della battaglia socialista consistesse nella mobilitazione e nell’azione operaia per ottenere riforme, mutamenti graduali, spazi crescenti per i lavoratori nelle istituzioni esistenti che servissero a realizzare una democratizzazione di esse. Essi consideravano centrale l’esercizio in forme democratico riformiste dell'azione socialista e conseguentemente rimandavano la realizzazione del socialismo in un tempo futuro e indeterminato; Questi ultimi consideravano inevitabile l’azione di sfruttamento dei borghesi a danno dei proletari nella società capitalistica e quindi ritenevano necessario mantenere l’obiettivo della rivoluzione e della conquista del potere politico da parte della classe proletaria. I “marxisti ortodossi” invece consideravano pericolose queste derive legalitarie e parlamentaristiche rivelate da una parte del movimento operaio; volevano mantenersi fedeli all’ortodossia marxista a quella che ritenevano l’originaria ispirazione rivoluzionaria del marxismo. Consideravano quindi le riforme e le lotte nelle istituzioni esistenti solo come mezzi preparatori all’azione rivoluzionaria vera e propria. Questi ultimi consideravano inevitabile l’azione di sfruttamento dei borghesi a danno dei proletari nella società capitalistica e quindi ritenevano necessario mantenere l’obiettivo della rivoluzione e della conquista del potere politico da parte della classe proletaria. Gli INTERPRETI DEL REVISIONISMO MARXISTA Tra gli interpreti più lucidi della prima tendenza si segnalò il tedesco Eduard Bernstein (Berlino, 1850 – Berlino,
Il tedesco Eduard Bernstein (Berlino, 1850 – Berlino, 1932) che fu tra i primi esponenti socialdemocratici (dal 1872). Teorico del revisionismo del marxismo. (Influenzato dal socialismo fabiano inglese si fece fautore di un indirizzo gradualista e riformista del socialismo. In una serie di articoli, pubblicati tra il 1896 e il 1898 sulla “ Neue Zeit” svolse una significativa opera di revisione della dottrina di Marx , che fu in seguito da lui stesso ripresa e approfondita nel suo lavoro più noto, un volume apparso nel 1899 e intitolato I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia. Per questo fu espulso dalla SPD. Rientrò in Germania nel 1901, fu eletto deputato al Reichstag (1902 – 1906; 1912 – 1918) L’essenza del revisionismo di Bernstein può essere individuata nella sua considerazione che una parte importante della dottrina di Marx non avesse carattere scientifico, cioè non si basasse sulla constatazione di fatti, ma configurasse in realtà un’imponente costruzione teorica nel quale Marx aveva piegato i fatti alle proprie esigenze dottrinarie. Bernstein non assegnava ai fattori economici quella funzione esclusiva e determinante nell’evoluzione della storia e della società , ritenendo che in essa avessero un’influenza significativa anche i fattori morali ed etici; rifiutava la teoria del valore considerato come quantità di lavoro e tendeva ad individuarlo invece nell’utilità dei beni prodotti; respingeva quindi il concetto di plusvalore; constatava poi una serie di fatti che andavano in senso contrario alle previsioni di Marx: la concentrazione del capitale non si realizzava affatto con la rapidità indicata da Marx; il proletariato non si impoveriva, ma migliorava lentamente la sua condizione; e anche il previsto processo di proletarizzazione delle classi medie non trovava corrispondenze nella realtà , anzi si poteva al contrario rilevare la formazione di un ceto medio sempre più cospicuo, anche se legato ai processi di produzione della grande industria; la lotta di classe pertanto, nell’interpretazione di Bernstein non si acutizzava, come prefigurato da Marx ma veniva
piuttosto attenuandosi; la lotta di classe, dunque rimarcava Bernstein era un fatto reale ma non poteva rappresentare il mezzo per trasformare la società; Nella sua elaborazione veniva meno innanzitutto la fase della dittatura del proletariato prevista da Marx. Bernstein rilevava infatti come la visione dello stato elaborata da Marx, vale a dire la concezione dello stato come strumento di dominio e di repressione della classe dirigente borghese, non reggesse di fronte all’irrompere di un fatto che nei tempi moderni veniva affermandosi inesorabilmente : la democrazia. La dittatura del proletariato dunque non solo non era più necessaria, secondo Bernstein, ma si sarebbe risolta in una dittatura di oratori e di letterati che non avrebbe assolutamente portato al dissolvimento impossibile dello Stato.
Karl Johann Kautsky (Praga, 16 ottobre 1854 – Amsterdam, 17 ottobre 1938 ) è stato un filosofo, politologo, economista e politico tedesco, esponente della filosofia marxista e tra i più importanti teorici del marxismo ortodosso, oltreché il suo maggior rappresentante a seguito della morte di Friedrich Engels. Fu inoltre l'editore del quarto volume del magnum opus di Karl Marx, Il Capitale. Dopo la morte di Engels, fu Karl Kautsky ad assurgere al ruolo di massimo teorico del Partito Socialdemocratico tedesco. Engels e Kautsky non contestavano i fondamenti teorici del Capitale e neppure mettevano in discussione gli obiettivi individuati da Marx per la lotta del movimento operaio, ma concentravano una maggiore attenzione sui momenti intermedi del processo rivoluzionario, sulla partecipazione alle elezioni, sulle lotte per la democrazia e per le riforme. Inizialmente i più importanti esponenti del socialismo europeo, dal tedesco August Bebel, all'austriaco Viktor Adler, dal francese Jean Jaurès, all'italiano Filippo Turati (in merito all’evoluzione del socialismo italiano vedi le due lezioni successive) accettarono questa indicazione.
Durante gli ultimi venti anni dell’Ottocento, in Italia, contemporaneamente alla costituzione di diverse formazioni di orientamento socialista, prese corpo un consistente movimento di rivendicazione contadina nelle campagne padane. Soprattutto nella zona di Mantova e del Polesine, tra il 1882 e il 1885, si svolsero agitazioni contadine e bracciantili di notevole intensità che si segnalarono come i primi grandi scioperi agricoli dell’Italia unita. Questo movimento noto come “la boje” esprimeva l’ansia di rivendicazione dei lavoratori agricoli che protestavano per i bassi salari e le disagiate condizioni di vita e di lavoro a cui erano soggetti. Tra questi lavoratori si diffuse largamente la propaganda socialista, che fu all’origine della creazione delle prime leghe bracciantili. Le leghe erano le unità organizzative di base del movimento sindacale agricolo allora in formazione. Persino gli operaisti del POI cercarono di allacciare legami con il proletariato bracciantile della Valle Padana, anche se nello specifico il movimento di “la boje” fu spento di fatto dalla reazione governativa nel 1885. Più di 160 persone furono arrestate e 22 rinviate a giudizio. A difendere gli arrestati furono l’avvocato Giuseppe Ceneri, patriota di orientamento democratico, l’avvocato Ettore Sacchi della Democrazia Radicale e il giovane Enrico Ferri, già affermato giurista. Gli imputati furono infine assolti e il processo stesso si risolse in un’occasione di amplificazione e diffusione della propaganda socialista. In breve tempo il movimento contadino andò sviluppandosi in tutta la Valle Padana e tale fatto fu particolarmente significativo perché distinse il socialismo italiano come un movimento che non incontrò l’avversione e la preclusione da parte delle classi rurali, come invece avvenne in molte altre parti dell’Europa, ma che anzi riuscì in maniera peculiare a farsi interprete del disagio proprio dei lavoratori delle campagne tanto che nel 1901 a Bologna si formò il sindacato nazionale dei lavoratori agricoli : la Federazione Nazionale Lavoratori della Terra (FNLT) il cui scopo finale, assunto a méta ideale, era la “socializzazione della terra” ma i suoi obiettivi concreti erano l'aumento dei salari, la riduzione degli orari di lavoro, l'istituzione di uffici di collocamento controllati dagli stessi lavoratori. Solo in Italia un sindacato nazionale di lavoratori della terra raggiunse fin dall’inizio del secolo consistenza ( mila aderenti) e continuità organizzativa e di indirizzo; sotto tali aspetti la singolarità dell’esperienza italiana si segnalò sul piano internazionale e venne rilevata anche dagli osservatori stranieri. Degno di nota fu poi il fatto che a dirigere la FNLT ,fino al fascismo, fosse una donna: Argentina Altobelli. Si sviluppò l’organizzazione sindacale: fu infatti tra il 1872 e il 1893 che si costituirono nei settori a pi ù alto contenuto professionale (edili, tipografi, ferrovieri) le prime federazioni di mestiere a carattere nazionale che raggruppavano i lavoratori divisi per settore; la prima a costituirsi fu quella dei tipografi che sorse a Roma nel
industriali circoli operai, società di miglioramento e leghe di resistenza (portatrici di istanze di rivendicazione di maggiori salari e di minori orari e che contemplavano tra le loro finalità l’organizzazione di scioperi) che erano andate progressivamente politicizzandosi, oltre ad alimentare il diffondersi dell’attività di rivendicazione economica fra i lavoratori.
Il documento era stato elaborato congiuntamente da Labriola e da Turati che nel gennaio 1891, avviò le pubblicazioni della rivista “Critica Sociale” attraverso la quale riuscì a divulgare il marxismo e alcuni concetti e idee fondamentali tra la classi popolari e i ceti di media borghesia intellettuale. In quegli anni Turati aveva maturato il convincimento che fosse giunto il momento di unire le componenti socialiste esistenti organizzandole in un grande partito nazionale distinto dalle altre forze. Attraverso vari passaggi si giunse all’appuntamento di Genova, dove nel 1892 si riunirono i rappresentanti di circa trecento tra leghe contadine, società operaie, circoli politici e organizzazioni di altra natura. Immediatamente emerse una frattura insanabile fra una maggioranza favorevole alla costituzione di un partito politico socialista e una minoranza, composta di anarchici e di una parte di aderenti al POI attestati su posizioni intransigenti, che invece si opponevano, rifiutando l’esigenza dell’azione politica, che fosse condotta da un partito politico a fini legislativi, seppure ispirata ai principi di classe. Data l’impossibilità di trovare un’intesa, la maggioranza dei delegati con alla testa Turati, e altri esponenti come il reggiano Camillo Prampolini, lasciarono il luogo del Congresso (La Sala Sivori) dandosi appuntamento in un altro luogo, la Sala dei Carabinieri Genovesi. Riunitisi in questo luogo, Turati e i compagni dichiararono costituito Il Partito dei Lavoratori Italiani, approvandone il Programma e lo Statuto. Il programma riportava una netta affermazione del principio della lotta di classe; l'indicazione della meta finale nella socializzazione dei mezzi di lavoro (terra, miniere, fabbriche, mezzi di trasporto ecc. ) e nella gestione sociale della produzione da raggiungersi attraverso la duplice strategia della lotta sindacale, economica, affidata alle associazioni di arte e mestiere, per conseguire i miglioramenti immediati della vita operaia; e la lotta politico elettorale, per conseguire la conquista dei pubblici poteri (Stato, Comuni, Amministrazioni Pubbliche), appannaggio del Partito di classe, distinto dagli altri partiti. A far parte del Partito erano ammesse società, federazioni, consociazioni, società indipendenti con l'unico vincolo dell'accettazione del Programma. La lotta sindacale ed economica era affidata solo alle camere del lavoro e alle associazioni di categoria le quali potevano essere composte e dirette solo da operai. Nel 1893 il partito modificò il nome in Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, per giungere poi a quello definitivo di Partito Socialista Italiano nel 1895.
Filippo Turati (1857 – 1932). Ebbe importanza fondamentale ai fini della nascita del partito socialista Italiano. Appartenente ad un famiglia di alta borghesia lombarda, Turati aveva militato nelle organizzazioni della democrazia radicale. Fondamentale per la sua maturazione politica e ideale era stato l’incontro con Anna Kuliscioff, divenuta poi sua compagna di vita, giovane esule russa, largamente introdotta negli ambienti e nei circuiti del socialismo europeo. Turati di formazione positivistica, sia attraverso tali influenze, sia attraverso il legame diretto con l’ambiente milanese, che si configurava comunque come la realtà più avanzata dal punto di vista sia economico che politico- associazionistico in Italia, era giunto a maturare l’adesione alla dottrina marxista nella percezione che essa possedesse quel più alto grado di elaborazione teorica che la rendeva una guida più adeguata cui ispirare l’azione del movimento operaio; con Labriola convergeva pertanto sull’esigenza di affermare in Italia una cultura socialista ispirata ai principi del socialismo scientifico. Si serravano intanto i collegamenti tra gli esponenti e i nuclei più rappresentativi del mondo socialista (ad esempio quello romagnolo di Costa, quello milanese di Turati, quello di Reggio Emilia raccolto intorno a Camillo Prampolini ecc.) impegnati, nonostante le divergenze, in un medesimo progetto di riunione delle sparse forze socialiste in un movimento nazionale; l’impegno di Turati sul piano politico si faceva sempre più intenso; nel luglio 1889 annunciò a Costa la costituzione di una Lega socialista milanese, sodalizio vicino al POI che raccoglieva i socialisti operaisti e tutti gli altri socialisti, “intesa la parola – spiegava Turati – con una certa larghezza però senza confusionismo”, esclusi gli anarchici. A prendere l'iniziativa fu la Lega socialista milanese di Turati che insieme al Partito Operaio decisero di inviare un indirizzo di saluto al Congresso socialdemocratico di Halle (12 - 18 ottobre 1890) che venne sottoscritto dai maggiori rappresentanti del socialismo italiano. In esso si esprimeva chiaramente l'intento di costruire anche in Italia un unico soggetto partitico socialista sul modello dell'esperienza che i tedeschi avevano sviluppato con la SPD. Il documento era stato elaborato congiuntamente da Labriola e da Turati che nel gennaio 1891, avviò le pubblicazioni della rivista “Critica Sociale” attraverso la quale riuscì a divulgare il marxismo e alcuni concetti e idee fondamentali tra la classi popolari e i ceti di media borghesia intellettuale. In quegli anni Turati proprio con lo stesso Labriola avviò un rapporto di intenso confronto politico culturale che ebbe come tema centrale quello della costruzione di un'organizzazione politica per il socialismo italiano. Attraverso vari passaggi si giunse all’appuntamento di Genova, dove nel 1892 si riunirono i rappresentanti di circa trecento tra leghe contadine, società operaie, circoli politici e organizzazioni di altra natura. Immediatamente emerse una frattura insanabile fra una maggioranza favorevole alla costituzione di un partito politico socialista e una minoranza, composta di anarchici e di una parte che invece si opponevano, rifiutando l’esigenza dell’azione politica, che fosse condotta da un partito politico a fini legislativi, seppure ispirata ai principi di classe. Data l’impossibilità di trovare un’intesa, la maggioranza dei delegati con alla testa Turati, e altri esponenti come il
reggiano Camillo Prampolini, lasciarono il luogo del Congresso (La Sala Sivori) dandosi appuntamento in un altro luogo, la Sala dei Carabinieri Genovesi. Riunitisi in questo luogo, Turati e i compagni dichiararono costituito Il Partito dei Lavoratori Italiani, approvandone il Programma e lo Statuto. Il programma riportava una netta affermazione del principio della lotta di classe; l'indicazione della meta finale nella socializzazione dei mezzi di lavoro (terra, miniere, fabbriche, mezzi di trasporto ecc. ) e nella gestione sociale della produzione da raggiungersi attraverso la duplice strategia della lotta sindacale, economica, affidata alle associazioni di arte e mestiere, per conseguire i miglioramenti immediati della vita operaia; e la lotta politico elettorale, per conseguire la conquista dei pubblici poteri (Stato, Comuni, Amministrazioni Pubbliche), appannaggio del Partito di classe, distinto dagli altri partiti. A far parte del Partito erano ammesse società, federazioni, consociazioni, società indipendenti con l'unico vincolo dell'accettazione del Programma. La lotta sindacale ed economica era affidata solo alle camere del lavoro e alle associazioni di categoria le quali potevano essere composte e dirette solo da operai. Nel 1893 il partito modificò il nome in Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, per giungere poi a quello definitivo di Partito Socialista Italiano nel 1895.
Agostino Depretis morì nel 1887, a sostituirlo alla guida del Governo fu Francesco Crispi, esponente rilevante della Sinistra Storica e ministro dell’Interno nell’ultimo governo Depretis. Egli impresse una direzione autoritaria e repressiva alla politica italiana ma al tempo stesso avviò una significativa e moderna opera di riorganizzazione e razionalizzazione dell’apparato statale attraverso l’adozione di una serie di importanti misure in campo amministrativo, giuridico e giudiziario. Sulla situazione interna del paese in questi anni agivano gli effetti della crisi agraria, con un alto tasso di disoccupazione e il progressivo diffondersi di un clima di crescente tensione sociale che, soprattutto a partire dal 1882, aveva avuto le sue manifestazioni più evidenti in Valle Padana: Crispi, siciliano ma di origini albanesi, fu il primo meridionale a guidare il Governo del paese. Egli aveva una forte personalità caratterizzata da tratti particolari: era massone e fortemente anticlericale, era stato un convinto patriota mazziniano e garibaldino per poi divenire un sostenitore della monarchia in funzione di garanzia per l’Unità nazionale, un acceso ammiratore di Bismarck e un sostenitore della sua politica di conservatorismo autoritario, temperata dall’approvazione di programmi di politiche assistenziali intraprese in chiave di paternalismo sociale.
Queste peculiarità caratteriali e di atteggiamento politico di Crispi si ripercossero in un certo qual modo sulla sua politica che presentò aspetti contraddittori, venendo a conciliare elementi di autoritarismo, di razionalizzazione e di apertura sul piano sociale. Crispi effettivamente si presentò come colui che avrebbe dato nuova forza e vigore allo Stato italiano; perseguì questo obiettivo in senso tecnico, ma anche facendo valere la sua forte personalità, imponendo sul piano politico il suo protagonismo. Da quest’ultimo punto di vista, accentrò sistematicamente su di s é le cariche più importanti, occupando personalmente tutti i ruoli chiave del Governo: assunse infatti, oltre alla guida del governo, quella del Ministero degli Interni e del Ministero degli Esteri. Dal punto di vista tecnico invece, cercò di rafforzare il potere statale, da un lato, ricorrendo al potenziamento del potere dell’esecutivo rispetto al parlamento, dall’altro, procedendo ad una riorganizzazione degli apparati amministrativi centrali e periferici dello Stato in senso ancor più accentrato, avviando fin da subito una vasta iniziativa legislativa in tal senso. Per potenziare il ruolo dell’esecutivo si stabilì la centralità del Ministero dell’Interno, che venne rafforzato e riorganizzato istituendo, con un decreto legge, 4 direzioni generali: quella dell’Amministrazione Civile, della Pubblica Sicurezza, delle Carceri, della Sanità Pubblica. Attraverso un’altra legge del 1888, sul “riordinamento dell’amministrazione centrale dello Stato” si riservò all’esecutivo, su proposta del Presidente del Consiglio, il potere di stabilire il numero, le attribuzioni e l’organizzazione interna dei vari ministeri.
Accentrò sistematicamente su di s é le cariche più importanti, occupando personalmente tutti i ruoli chiave del Governo: assunse infatti, oltre alla guida del governo, quella del Ministero degli Interni e del Ministero degli Esteri. Cercò di rafforzare il potere statale, da un lato, ricorrendo al potenziamento del potere dell’esecutivo rispetto al parlamento dall’altro, procedendo ad una riorganizzazione degli apparati amministrativi centrali e periferici dello Stato in senso ancor più accentrato, avviando fin da subito una vasta iniziativa legislativa in tal senso. Per potenziare il ruolo dell’esecutivo si stabilì la centralità del Ministero dell’Interno, che venne rafforzato e riorganizzato istituendo, con un decreto legge, 4 direzioni generali: quella dell’Amministrazione Civile, della Pubblica Sicurezza, delle Carceri, della Sanità Pubblica. Attraverso un’altra legge del 1888, sul “riordinamento dell’amministrazione centrale dello Stato” si riservò all’esecutivo, su proposta del Presidente del Consiglio, il potere di stabilire il numero, le attribuzioni e l’organizzazione interna dei vari ministeri. Tali provvedimenti furono accompagnati da altri che parvero caratterizzati in senso progressista: fu ad esempio il caso della Legge comunale e provinciale , approvata nel 1888, che allargò il suffragio per le elezioni amministrative (il diritto di voto fu riconosciuto a tutti i maschi maggiorenni che pagassero 5 lire di imposte e