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Il periodo storico e culturale dell'Umanesimo, che caratterizza il XV secolo e precede il Rinascimento. Si parla della riscoperta del patrimonio classico latino e greco, della filologia, della prospettiva antropocentrica e della dignità dell'uomo. Vengono presentati i preumanisti Boccaccio e Petrarca e il loro approccio all'uomo e alla vita. Si evidenzia come l'Umanesimo non sia antitetico al cristianesimo, ma elabori un nuovo modo di vivere la religiosità.
Tipologia: Appunti
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L’Umanesimo è il periodo storico e culturale che caratterizza il XV secolo e che precede il Rinascimento del 1500 (definito così dallo storico ottocentesco Jacob Burckhardt ne “La civiltà del Rinascimento in Italia”) e il Manierismo di fine XVI secolo. Già nel Medioevo è possibile rintracciare degli elementi preumanistici, in particolare negli intellettuali Giovanni Boccaccio e Francesco Petrarca. Il primo, infatti, concentra la sua attenzione sull’uomo e in particolare sulla figura del mercante, non a caso il suo capolavoro letterario è stato definito dal celebre critico Vittore Branca “epopea della mercatura”, poiché i nuovi “eroi” del Decameron sono proprio i mercanti. Francesco De Sanctis annette alla commedia boccacciana l’aggettivo “umana”, perché effettivamente il Decameron mette al centro l’uomo. Francesco Petrarca è considerato il primo poeta lirico della tradizione italiana, egli è un filologo, riscopre i classici e li ritiene non solo maestri di stile, ma anche di vita. Petrarca, come Dante, è pieno di inquietudini, ma a differenza di quest’ultimo le sue rimangono irrisolte: il poeta, infatti, non riesce a rinunciare all’amore per Laura e al desiderio della gloria poetica, che nel Medioevo sono visti come elementi che distolgono dalla figura di Dio, ma che nell’Umanesimo diventano valori importanti. Un altro particolare che fa di Petrarca un preumanista è il fatto che il suo filosofo non è Aristotele, ma Sant’Agostino, appartenente alla filosofia neoplatonica. Il termine “Umanesimo”, entrato nelle terminologia storiografica nel XIX secolo, mette in evidenzia “la scoperta dell’uomo” che caratterizza il XV secolo. La cultura umanistica svincola la vita umana da una lettura troppo religiosa dell’esistenza, è come se finalmente l’uomo si fosse ricordato di se stesso e avesse messo da parte la visione teocentrica del mondo per dare spazio alla propria natura, alla propria arte e al proprio ingegno. Ciò non fa dell’Umanesimo una corrente antitetica al cristianesimo, l’umanista non rinuncia alla fede cristiana, ma elabora un nuovo modo di vivere la religiosità. La riscoperta del patrimonio classico latino e greco, che caratterizza questo secolo, avviene in seguito alla caduta di Costantinopoli nel 1453, quando gli ottomani si impadroniscono dell’Asia minore e della Grecia. Questo evento storico è seguito dalla migrazione di intellettuali greci in Italia, i quali cominciano ad insegnare le lingue classiche proprio nella penisola italica. Rispetto agli studiosi medievali, che leggevano le opere degli antichi in chiave allegorica cercando in esse riferimenti alla spiritualità cristiana (il “puer” della bucolica 4 di Virgilio, per esempio, è stato spesso erroneamente identificato con la
figura del Cristo), gli umanisti leggono i testi antichi collocandoli nella giusta prospettiva temporale. È in questo contesto che nasce la filologia, ovvero la disciplina che, attraverso un attento confronto dei diversi manoscritti della stessa opera, consente di ricostruire il testo in una forma più vicina possibile a quella originale, correggendo gli eventuali guasti, errori e lacune. Importante è lo studio filologico del latinista Lorenzo Valla che, nel trattato “De falso credita et ementita Constantini donatione”, giudica come un falso storico il documento secondo il quale nel IV secolo d.C. l’imperatore Costantino avrebbe donato il primo nucleo dello Stato Pontificio a papa Silvestro. Tali scoperte di testi e codici antichi generano grande entusiasmo tra gli umanisti, come si deduce dalla lettera di Poggio Bracciolini indirizzata a Guarino Veronese dove il mittente esprime la propria contentezza per aver riscoperto l’opera di Quintiliano, grande oratore e maestro di retorica dell’antichità. Il manifesto dell’Umanesimo è il trattato in latino “Oratio de hominis dignitate” di Pico della Mirandola; da questo documento si evince la prospettiva antropocentrica, che caratterizza questo periodo, concretizzata dal concetto della dignitas hominis (“la dignità dell’uomo”). Dio, infatti, una volta creati i cieli angelici, gli angeli e gli animali, plasmò l’uomo perché ammirasse la sua opera. L’essere umano, a differenza delle altre creature, è dotato del libero arbitrio (come concordato anche dallo studioso Erasmo da Rotterdam nell’opera “De libero arbitrio”) e quindi può scegliere il proprio destino. Questa massima libertà è sinonimo anche di massima responsabilità, infatti l’uomo è “faber fortuna sui” (“fabbro della propria sorte”), egli può quindi degenerare nello stato infimo degli “animali bruti” o, al contrario, elevarsi all’altezza delle “creature divine”. Il Dio dell’Umanesimo colloca l’essere umano al centro del mondo e il simbolo di quest’epoca è proprio l’uomo vitruviano, opera emblematica di Leonardo Da Vinci che cerca di verificare il “De architectura” di Vitruvio, dove l’uomo è visto come misura di tutte le cose e in particolare dell’architettura. Quel che caratterizza questa stagione culturale è una nuova visione integrale dell’uomo che ne esalta la centralità. Nell’Umanesimo l’uomo viene rivalutato perché è figlio di Dio e come il Padre anch’egli è creatore e architetto. L’essere umano assume caratteristiche divine: è formato da una parte immortale e divina, ovvero la sua anima, definita da Pico della Mirandola “copula mundi” (anello di congiunzione tra la terra e il cielo) e
Aragona e Firenze che, dopo l’esperienza dei comuni e della Repubblica dei piagnoni, passa al dominio della nobile famiglia dei Medici. Proprio la sopracitata città toscana sarà capitale indiscussa dell’arte e della cultura, le altre signorie gareggeranno con essa non più con le armi, ma con artisti e letterati, seguendo così la corsa al mecenatismo. Questo periodo storico e culturale è divisibile in una prima parte caratterizzata da una produzione letteraria prevalentemente in latino e una seconda parte di produzione in volgare. I generi latini di rilievo sono il dialogo, l’orazione, il genere epistolare, la storiografia e i commenti ai classic, mentre la produzione letteraria in volgare predilige la lirica, il poema cavalleresco, la novellistica e il teatro profano. Importante è la figura di Lorenzo il Magnifico, appartenente alla famiglia dei Medici, che imprime una svolta nella vita culturale di Firenze e riunisce attorno a sé intellettuali di spicco, formando così la “brigata laurenziana”. Due filoni caratterizzano questo cenacolo di intellettuali: il filone popolare, dove si distinguono personaggi come Luigi Pulci, che riceve da Lucrezia Tornabuoni l’incarico di scrivere “Il Morgante”, parodia di un poema cavalleresco e suo capolavoro letterario, e il filone dotto e filosofico, introdotto da Marsilio Ficino, Angelo Poliziano e Cristoforo Landino. Poliziano è autore de “Le stanze per la giostra”, capolavoro in volgare progettato per celebrare la vittoria di Giuliano de’ Medici in un torneo del 1475. Cristoforo Landino, invece, scrive il “Commento sopra la Commedia di Dante”, in cui propone un’interpretazione in chiave neoplatonica della poesia di Dante Alighieri. Lorenzo de’ Medici per il filone popolare compone i “Canti carnascialeschi”, tra i quali troviamo il celebre “Trionfo di Bacco e Arianna”, che è un’esaltazione della gioia di vivere e del carpe diem: l’attimo, poiché fugace, va goduto. I temi centrali della brigata sono l’amore, la sublimazione del desiderio erotico, l’instabilità delle cose terrene, la fugacità del tempo e la rivalutazione del piacere e del corpo. I secoli XV e XVI sono periodi storici di grande fioritura culturale, sono i secoli di illustri personaggi come Leonardo Da Vinci, Sandro Botticelli, Raffaello, Ludovico Ariosto, Donatello, Niccolò Machiavelli, Masaccio, Filippo Brunelleschi, Piero della Francesca, Giannozzo Manetti, etc…, i quali hanno donato ai posteri dei capolavori di straordinaria eccellenza, contribuendo a rendere l’Italia uno dei paesi più ricchi di beni culturali a livello mondiale. Inoltre, la trasmissione del passato, la memoria collettiva, la sensibilità artistica, la consapevolezza linguistica, lo studio dei classici e delle humanae litterae sono notevoli opportunità di crescita individuale e intrapersonale. Discendente diretto di questo contesto culturale è il liceo classico, che a differenza degli altri licei non propone una formazione specifica o uno studio settoriale, bensì,
attraverso lo studio delle humanae litterae, cerca di educare la singola persona e di fornire allo studente una chiave di lettura critica per comprendere al meglio il presente e la realtà.