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Il quadro storico e culturale dell'Italia nel XV secolo, caratterizzato dalla formazione di 5 grandi Stati regionali e dalla diffusione dell'umanesimo. Si parla anche dello scisma d'occidente, delle esplorazioni geografiche e della rivalità tra Spagna e Portogallo per la sovranità delle nuove terre. Viene spiegato il concetto di umanesimo e la sua relazione con il medioevo e i classici latini.
Tipologia: Appunti
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Il quadro storico Nel corso del XV secolo in Italia il quadro geo-politico si semplifica
Il quadro culturale Il Quattrocento è il secolo dell’umanesimo , termine coniato a inizio ‘800 dal latino humanista , coloro che si occupavano delle discipline letterarie, da ‘ studia humanitatis’ , ‘ studi relativi all’umanità’ , discipline necessarie alla formazione del cittadino (grammatica, retorica, filosofia morale, storia e poesia), gli “studi liberali”, addetti agli uomini liberi, che non avevano bisogno di lavorare per vivere, contrapposti agli studi “applicati”, come diritto e medicina, finalizzati a una professione. Il concetto di umanesimo è legato al concetto di medioevo, età di mezzo tra l’antichità e la rinascita degli studi classici iniziata nel ‘400. A usare per primo l’espressione media aetas in questa accezione fu lo storico Flavio Biondo intorno al 1450. L’idea di medioevo barbarica e dominato da una religiosità superstiziosa è stata recentemente rivalutato, così come l’umanesimo, considerato in passato laico, irreligioso e pagano. Durante il medioevo i classici latini erano letti e studiati con l’obbiettivo di far coincidere il messaggio con gli insegnamenti della religione cristiana. Gli intellettuali umanisti invece mirano a riportare alla luce il significato genuino dei classici nel tentativo di riscoprirne i valori intellettuali e morali. Sull’esempio di Petrarca (che aveva riscoperto parte dell’epistolario ciceroniano) i primi umanisti ricercano i testi considerati perduti e compiono scoperte straordinarie. La ricerca è motivata dalla filologia (scienza: amore per la parola), gli umanisti confrontano i vari manoscritti e correggono eventuali omissioni o interpolazioni. Lorenzo Valla nel 1440 dimostra la falsità della Donazione di Costantino (documento del IV secolo con il quale l’imperatore cede a papa Silvestro il primo nucleo di Stato della Chiesa), un falso medievale databile verso la fine dell’VIII secolo e prodotto all’interno della cancelleria pontificia per legittimare il potere temporale della Chiesa. Gli umanisti considerano l’uomo un’entità autosufficiente , le cui scelte non dipendono dalla volontà divina ma dal libero arbitrio. Questo atteggiamento si esprime attraverso l’ideale di homo faber, l’uomo artefice, in grado di costruire un mondo migliore grazie alle sue capacità, che segna il trionfo della vita attiva su quella contemplativa esaltata nel medioevo. Manifesto di tale concezione è l’ Oratio de hominis dignitate di Pico della Mirandola , che celebra la centralità dell’uomo nell’ordine del creato e la sua capacità di orientare il proprio destino verso la forma da lui prescelta. L’uomo è allo stesso tempo “microcosmo” e “macrocosmo”, capace di divenire tutto, in quanto ha potenzialità infinite e di scegliere se degenerare delle cose o congiungersi con Dio, sua meta finale e sua felicità. Leonardo da Vinci incarna l’ideale di ‘uomo universale’: non si pone limiti alla libertà di conoscere. Leonardo è “ omo senza lettere ” ovvero privo di educazione umanistica, si è formato nelle botteghe multidisciplinari, dove impara subito a rompere i confini delle conoscenze, riconoscendo come unico “libro interessante da leggere” il libro della natura, descrivibile solo con il disegno e abbraccia la prima verità dei corpi. Unità e policentrismo dell’Umanesimo italiano L’Umanesimo è un fenomeno unitario e policentrico, i centri propulsori sono le città: capoluoghi come Firenze, Milano, Roma, Venezia, ma anche piccoli centri (es. Mantova, Capri) i cui prìncipi mecenati fanno a gara per attrarre filosofi, artisti e letterati nelle loro corti signorili. Durante il Quattrocento i letterati si spostano tra le corti dei vari signori, e con loro i libri; l’abitudine ad una fitta corrispondenza epistolare fra studiosi garantisce uno scambio continuo di informazioni. Quasi in ogni città sorgono accademie e “cenacoli”, centri di incontro tra gli studiosi. La più famosa è l’accademia platonica , fondata nel 1462 a Firenze da Marsilio Ficino e patrocinata dai Medici , che offrono al filosofo una villa sulle colline per dedicarsi ai suoi studi. Grazie a Lorenzo il Magnifico, Ficino si dedica alla traduzione integrale dell’opera platonica e da questa esperienza nasce il Neoplatonismo, corrente che avrà influenza sull’arte e letteratura successiva.
L’umanesimo ha come novità la visione dell’uomo al centro dell’universo. Temi:
Tra il 1451 e il 1452 Giannozzo Manetti compone un trattato in latino dedicato alla dignità ed eccellenza dell’uomo allo scopo di confutare la pessimistica concezione della vita umana espressa da Papa Innocenzo III nel suo trattato De miseria humanae vitae , un classico del Medioevo dedicato al disprezzo del mondo ( contemptus mundi ). Manetti celebra la dignità e la bellezza della vita.
Nato in una famiglia di ricchi mercanti, cresce nell’ambiente umanistico fiorentino del ‘400. Studiò il greco, il latino e l’ebraico. Si dedicò alla collezione di codici antichi e si specializzò nella collezione di testi ebraici di teologia e filosofia. Quando Cosimo de’ Medici prese il controllo politico su Firenze, Manetti fu esiliato. Nel 1453 si rifugiò presso papa Niccolò V e dal 1455 visse, fino alla morte, a Napoli dal re Alfonso d’Aragona. Tradusse in latino i trattati morali di Aristotele e molte biografie e soprattutto il De dignitate et exellentia hominis (“dignità ed eccellenza dell’uomo”) composto tra il 1450 e il 1451, commissionatogli dal re aragonese e a lui dedicato. Scrive ‘GRANDE BELLEZZA DEL CORPO UMANO’ (1451-1452)
La creatività e la libertà dell’uomo Marsilio Ficino, umanista e filosofo, si rifece al pensiero di Platone e alla sua rivisitazione a opera di Plotino, cercando una conciliazione fra platonismo e cristianesimo. Riconobbe all’anima umana una posizione intermedia tra cielo e terra, tra infinito e finito, cogliendo somiglianza con dio nella sua creatività. Homo faber , signore di tutte le arti, l’uomo, secondo Ficino, condivide con Dio la capacità di creare. Marsilio Ficino (Figline Valdarno, FI, 1433 – Firenze, 1499): Figlio di un medico della casa de’Medici, studiò grammatica e filosofia, approfondì il greco. Nel 1462 Cosimo de’ Medici gli donò proprietà a Firenze in modo che lui si potesse dedicare agli studi. Nella quiete della protezione medicea, Ficino riprese il suo piano di traduzione dal greco, allo scopo di restituire all’Occidente i testi di Platone traducendoli in latino. Nel 1484 terminò di tradurre i dialoghi di Platone, scrivendo commenti ed elaborazioni proprie, lavoro poi dedicato a Lorenzo il Magnifico. Fu fondamentale il Commentarium in Convivium (“Commento al Covivio”, 1469) dove presenta una teoria dell’amore che avrà enorme influenza sulla cultura rinascimentale. SCRIVE ‘L’UOMO INVENTORE DI TUTTE LE ARTI’ (1482)
L’antichità come futuro L’umanesimo rappresenta il caso singolare di una cultura che per imporre le sue novità guarda al passato, è infatti il ritorno alla classicità greca e latina. La nuova filologia. Il primo umanista fu Francesco Petrarca, che lavorava sui testi antichi con la necessità di una conoscenza storica e degli autori Ciò significava innanzitutto un’acquisizione fisica e materiale dei libri (biblioteca di 200 volumi). Successivamente veniva lo studio dei testi per ripristinare la lezione originale e riavvicinarsi alla “voce” autentica degli antichi. Andando verso l’acquisizione di un nuovo, vero, senso storico. Alla caccia dell’antichità perduta: latina… La ricerca continua dei testi antichi, per recuperare le opere perdute e tornare in possesso di nuove e più complete versioni di quelle già note, cercando i vecchi manoscritti nelle biblioteche monastiche e in quelle capitolari, codici copiati durante tutto il Medioevo negli scriptoria dei conventi. Molti di questi manoscritti risalivano all’alto Medioevo, Carlo Magno promosse il recupero del mondo classico e della sua letteratura. e greca… L’antica letteratura greca era ancora ben visibile nel mondo bizantino. I primi umanisti viaggiarono fino a Costantinopoli. Il siciliano Giovanni Aurispa nel 1421 portò 238 codici. Guarino Veronese nel 1403 si recò a Costantinopoli per acquisire la cultura ellenica. Allo stesso tempo pure i letterati bizantini vennero in Occidente, in particolare con la presa di Costantinopoli nel 1453 da parte dei turchi Ottomani. Si può ricordare Bassarione, cardinale, si trasferì a Firenze lasciandogli la sua ricca biblioteca. Altra figura di spicco è Costantino Lascaris, fuggito da Costantinopoli aprì una scuola di greco a Messina. Poggio Bracciolini, filologo detective Scoprì importanti manoscritti latini, durante i suoi viaggi al seguito del cosiddetto antipapa Giovanni XXIII, nel 1417 importante ritrovamento fu il De rerum natura. Una filologia rivoluzionaria I manoscritti per gli umanisti erano un prodotto unico, il loro strumento di lavoro, più ne confrontavano e più si avvicinavano al vero testo originale. Il filologo si occupa pure di ricostruire la storia della trasmissione di un testo , rifarne la storia (senso storico). Dal manoscritto al libro a stampa I manoscritti erano veri e propri capolavori artistici, con preziose miniature e sontuose legature, opere di artigiani professionisti. I volumi erano dunque rari, costosi, elitari, lenti. A metà del Quattrocento fu inventata la stampa a caratteri mobili, rivoluzionaria. Il libro divenne disponibile in quantità illimitate, il costo diminuì e divenne un potente fattore di alfabetizzazione. I primi tipografi furono orefici, in grado di produrre gli stampi delle lettere in piombo. Il primo fu Gutenberg , di Magonza, che stampò nel 1455-1456 la celebre Bibbia, il primo libro stampato al mondo. La stampa si diffuse rapidamente in tutta Europa, la carta sostituì la pergamena e l’Italia si pose all’avanguardia della nuova tecnologia. Per Petrarca i libri dovevano essere messi a disposizione della comunità degli studiosi in biblioteche, fu Coluccio Salutati, cancelliere della repubblica fiorentina, a istituire vere e proprie biblioteche statali. Tra il 1437 e il 1444 Cosimo il Vecchio de’Medici trasformò la raccolta di San Marco nella prima biblioteca pubblica italiana Lorenzo il Magnifico nel 1571, con Angelo Poliziano e Pico della Mirandola, aprì la Biblioteca Laurenziana. A Roma Tommaso Parentucelli, divenuto papa col come di Papa Niccolò V, portò la Biblioteca vaticana ad essere la biblioteca più grande d’Europa. Le grandi biblioteche signorili delle corti italiane invece caratterizzate dalla presenza di libri magnificamente illustrati e miniati, che venivano incontro alle corti lussuose
Il poema di cavalleria in Toscana Risalgono verso la fine del XII sec e l’inizio del XIII sec i primi documenti che attestano la presenza nelle città italiane di cantatores francigenarum ("cantori di cose francesi”) e joculatores ("giullari"). I testi cavallereschi che appartenevano ai due grandi cicli medievali, l'arturiano e il carolingio , hanno un posto di rilievo. Si deve a loro la popolarità dei personaggi delle chansons de geste (come Orlando, Rinaldo, Oliviero) e dei romans francesi (come Tristano, Lancillotto, Galvano). L'affermarsi dell'ottava In Toscana prima che altrove si afferma la forma metrica dell'ottava rima, secondo lo schema ABABABCC. Sin dalla seconda metà del Trecento anonimi canterini toscani usano, infatti, l'ottava rima per versificare spezzoni di testi del ciclo carolingio e di quello arturiano. Si tratta di opere solitamente brevi (di rado superano il centinaio di ottave) e di scarso valore letterario, che gli stessi canterini recitavano in pubblico. A partire probabilmente dal primo Quattrocento cominciano a circolare anche testi di maggior mole afferenti al ciclo carolingio. Quando, all'inizio degli anni Sessanta del Quattrocento, Luigi Pulci inizia la stesura del Morgante , quello cavalleresco è senz'altro il genere più popolare, ma anche meno qualificato sul piano letterario, additato con scherno dagli umanisti più schifiltosi che, sulla scia di un vecchio giudizio di Petrarca, continuano a definire le storie dei cavalieri come favole sciocche, volgare trastullo da propinare al «vulgo errante». Luigi Pulci: riscrivere (scherzando) la storia di Orlando Con Luigi Pulci, si può dire che il genere del cantare cavalleresco esca dalla piazza ed entri “in camera”, pur modellandosi sul genere dei cantari effettivamente recitati nelle piazze, all'aperto, da veri canterini cantimbanchi. Egli compone il suo Morgante come una riscrittura letteraria della popolare storia di Orlando; lo scrive per Lucrezia Tornabuoni, la madre del Magnifico, avendo in mente come destinatario l'ambiente mediceo. Per questo si può dire che il suo poema è “fatto come” un poema di piazza, ma è ormai pensato e scritto per essere ascoltato, goduto, letto, negli spazi privati della più potente famiglia fiorentina. È diventato, appunto, un poema “da camera”. LUIGI PULCI (Firenze, 1432 - Padova, 1484) Luigi Pulci nacque da una famiglia di nobili origini, ma in condizioni alquanto precarie al momento della sua nascita. Dopo aver prestato servizio di segretario presso Francesco Castellano (ricco uomo d'affari), Pulci si avvicinò alla famiglia de' Medici. Nel 1461 su richiesta Lucrezia Tornabuoni, moglie di Piero e madre di Lorenzo; pare che il poeta abbia intrapreso la stesura del Morgante. A causa dei debiti, Luigi e i fratelli furono banditi da Firenze; solo per intercessione del giovane Lorenzo, il poeta venne riammesso in città nel marzo del 1466. Sotto il governo del Magnifico, Pulci svolse diversi incarichi diplomatici. Tra il 1473 e il 1474 Luigi sposò Lucrezia degli Albizzi. Egli in seguito ad alcune aspre polemiche sorte all'interno della cerchia di Lorenzo (principalmente con il prete Matteo Franco e con Marsilio Ficino) si allontanò dall'ambiente cittadino e mediceo in particolare e si legò allora al condottiero Roberto Sanseverino a Milano. Proprio durante un viaggio al suo seguito, Pulci morì a Padova, nel 1484, per febbri malariche. La cultura, le opere Luigi Pulci non è un uomo di cultura elevata; le sue conoscenze si limitano ai rudimenti del latino (appreso sui testi di Virgilio e Ovidio), e le sue letture più approfondite riguardano Dante, Petrarca, e Boccaccio. La fama letteraria di Pulci è legata al suo poema cavalleresco, il Morgante, alla cui composizione lo scrittore dedicò tutta la vita. A Pulci appartiene anche un corpus consistente di rime volgari. Luigi Pulci è anche autore di una novella isolata, quella del Picchio senese, e ci ha lasciato numerose testimonianze della sua corrispondenza epistolare, spesso non meno spassosa delle sue opere ufficiali.
La materia e lo stile Il Morgante si riallaccia alla tradizione epico-cavalleresca del ciclo di Carlo Magno, ampiamente sfruttata dai canterini di piazza e dalle compilazioni popolari trecentesche. In particolare, il testo pulciano segue da vicino un Orlando manoscritto, anonimo , rinvenuto il secolo scorso presso la Biblioteca Laurenziana di Firenze dal filologo Pio Rajna. Gli studi più recenti tendono a supporre, per il Morgante come per l'Orlando Laurenziano, una fonte comune , da cui ambedue le versioni sarebbero derivate. In ogni caso, è evidente che siamo all'interno di una materia tradizionalissima, in cui le stesse storie vengono scritte e riscritte all'infinito: il pregio e l'originalità della scrittura pulciana risiedono dunque non nell'invenzione narrativa, che ricalca trame risapute, ma nel fuoco d'artificio linguistico , nella straordinaria inventività dello stile. Domina tutto il poema, infatti, una scatenata vis comica , una comicità arguta raggiunta per mezzo di esasperazioni continue, spunti buffoneschi, rappresentazioni di figure eccessive, iperboli giocose e parodie del mondo cavalleresco; un ruolo determinante è svolto dai virtuosismi linguistici , i giochi di parole, dall'impiego di un lessico vivace e colorito. Basti citare, per rendere l'idea, due delle più felici trovate di Pulci: il gigante Morgante muore per il morso di un granchiolino; il semi-gigante Margutte muore per un eccesso di risa. IN SINTESI Morgante incontra Margutte ad un crocevia: è un uomo scuro in volto, dalle membra “strane, orride e brutte”. Il nuovo venuto si presenta e spiega di aver voluto diventare un gigante, ma di essersi poi pentito, rimanendo così a metà della crescita. Quando Morgante gli chiede della sua fede religiosa, Margutte sciorina una sua tiritera tanto strampalata e blasfema quanto divertente. Gli articoli di fede che professa, in un acredo» che rovesci parodisticamente quello cattolico, sono infatti il cappone e il burro, la birra e il mosto, il denaro e il vino. Alludendo alla maternità di Maria, dice di credere nella coppia madre/figliuolo costituita dalla torta e dal tortello; mentre la sua fede nel fegatello - che può essere uno, due o tre, e che di sicuro discende dal gato - dissacra il dogma della Trinità, e le discussioni del tempo sui rapporti fra le persone trinitarie, Padre, Figlio e Spirito Santo. Quanto a Maometto, invece, doveva essere un incubo o un mostro, visto che ha vietato di bere il vino; e Apollo un pazzo, e Trivigante una frenesia diabolica. Insomma, Margutte dice di non essere un eretico, ma più semplicemente un ateo, nel quale la fede non può proprio attecchire. Nato in Turchia da una monaca greca e da un sacerdote musulmano, dopo aver tentato una carriera da menestrello, si è dato alla violenza e al gioco (soprattutto dei dadi, dove riesce un abilissimo imbroglione), e accumula tutti i peccati che si possono commettere. Le «virtù cardinali» a cui si ispira sono infatti gola, lussuria, imbroglio e furto. Le virtù teologali, invece, falsità, discordia e bestemmia: Margutte si vanta di poter falsificare la realtà come farebbe con un libro cui cambiasse lettere, pagine, copertina, autore; spergiurare è una necessità ed è un vizio in lui tanto radicato quanto praticato, e sempre con l'intenzione di seminare zizzania. TEMI E L'ESPRESSIONE UN MEZZO GIGANTE MALVAGIO E IMBROGLIONE Il brano si centra su due temi: il credo paradossale di Marguette, e trivialmente ridotto al divieto di beredossade di Margutte (ottave 115-117) e la sua confessione (ottave 119-139). Nell'un caso e nell'altro, il personaggio vuole stupire con la sua sfacciataggine e la sua irriverenza. Il credo infatti allude al Credo cattolico, ma lo ribalta in una professione di fede culinaria. La confessione, a sua volta, mette in mostra la vita morale di Margutte, esagerata e inverosimile nella sua malvagità. E dunque anche questa una confessione alla rovescia, dove i peccati non vengono denunciati per chiedere misericordia, ma sbandierati con orgoglio. IL CREDO DI MARGUTTE Morgante interroga Margutte su quale sia la sua fede, lui la espone in tre ottave: comica parodia della più importante professione di fede cristiana, il Credo appunto. Morgante comincia con il relativizzare ogni credenza religiosa, ridotta all'arbitraria scelta fra due colori qualsiasi («io non credo più al nero ch'a l'azzurro»); continua ribaltando la fede in una esperienza corporea, in una fiducia gastronomica nel «cappone, o lesso o vuogli arrosto», nel «burro», nella «cervogia», nel «mosto, ... ma sopra tutto nel buon vino»; e si badi che, a
proposito del cappone, ci potrebbe essere anche un doppio senso sessuale, visto che nel linguaggio burlesco «lesso» sta per il rapporto eterosessuale, mentre «arrosto» indica invece quello sodomitico. Con la professione di fede nella «torta» e nel «tortello» il credo di Margutte sale ancora un gradino nella scala della parodia, finendo con il rasentare la bestemmia vera e propria. In questi versi, infatti, è impossibile non scorgere un'eco parodistica dei misteri centrali della teologia cristiana. La «torta» e il «tortello», di cui viene detto che «l'una è la madre e l'altro è il suo figliuolo», parodizzano il rapporto Madre/Figlio nel mistero dell'incarnazione cristiana; i numeri «tre, due ed un solo», applicati al fegatello, prendono in giro le ossessioni del pensiero cattolico circa la Trinità. In particolare, nel verso «e diriva dal fegato almen quello», Pulci allude alla questione del Filioque, ovvero della discendenza dello Spirito Santo sia dal Padre sia dal Figlio, che era stata cruciale nel dibattito teologico del Concilio di Firenze del 1439 (almeno in cucina, sembra dire Pulci, siamo sicuri che il «fegatello deriva dal fegato»). Ma non ce n'è solo per la Chiesa cattolica. Ce n'è anche per l'Islam, arbitrariamente rappresentato dalla trinità Macometto/Apollino/Trivigante, e trivialmente ridotto al divieto di bere vino. Conclusione: la fede «è fatta come fa il solletico», ovvero, c'è chi lo patisce e chi no. Ma attenzione. Qusto di Pulci non è soltanto uno scherzo irriverente: è una dichiarata presa di distanza dalla cultura teologica che circolava, tramite Marsilio Ficino, nella cerchia di Lorenzo, e che aveva avuto il suo momento di gloria a cominciare appunto dal Concilio fiorentino e dal ritorno di Platone e del Neoplatonismo. In Margutte, nella sua deformità e nella sua sfacciataggine, Pulci proietta anche la sua protesta verso quel mondo, culturalmente così distante da lui, e dal quale si sentiva emarginato. LA CONFESSIONE ALLA ROVESCIA Il recitativo di Margutte si trasforma quindi in una sorta di catalogo dei vizi peggiori: alle quattro virtù cardinali (giustizia, prudenza, temperanza, fortezza), egli contrappone gola, lussuria, gioco d'azzardo («la gola e 'l culo e 'l dado», per l'esattezza) e furto; alle tre virtù teologali (fede, speranza e carità), egli contrappone la falsità e lo spergiuro, la bestemmia, la discordia. Se Margutte fosse credente, sarebbe una confessione in piena regola; ma, date le circostanze, si tratta, ancora una volta, di una parodia del sacramento della confessione, senza pentimento e senza assoluzione. IL GUSTO DELLA LINGUA Tale intento parodico passa anche attraverso un divertito gusto per il lessico gergale, il cui uso insistito e compiaciuto diventa, per Pulci, una vera e propria dichiarazione di poetica. Qui non ha spazio la lingua selezionatissima di ascendenza petrarchesca che ha, nel Quattrocento, il suo principale campione in Poliziano. Qui la lingua sembra derivare direttamente da quella delle bolge dantesche. Dei peccati, e delle cattive abitudini, si assapora prima di tutto l'impasto linguistico: il gioco dei dadi, per esempio, porta con sé una ottava (122) fitta di tecnicismi legati al campo semantico del gioco, in cui «gattuccia» rima con «buccia» e con «bertuccia», e di termini come «incaco» e «bestrica», «fiamma», «traversin», «spuntone» che valgono tanto per ciò che significano quanto per come suonano, striduli e cacofonici. MARGUTTE, CECCO, CIAPPELLETTO Gli ultimi due versi del brano sono quasi una confessione letteraria: «vorrei veder più fuoco ch'acqua o terra,/ e 'l mondo e 'l cielo in peste e 'n fame e 'n guerra». L'eco dal celebre sonetto di Cecco Angiolieri s'i fosse foco, arderei 'l mondo è indubbia, e serve come un preciso indicatore di ascendenze poetiche. L'eccesso blasfemo del personaggio di Margutte, si riconnette alla poesia comico-realistica del Due-Trecento: alle sue parodie irriverenti, al suo gusto dissacratorio, alla sua lode sovversiva del vizio. Ma dietro Margutte c'è anche un altro “cattivo” famoso. Si tratta di ser Ciappelletto di Boccaccio, anch'egli campione di una moralità rovesciata, personaggio costruito come il calco perfettamente negativo di un uomo per bene. Ma ser Ciappelletto, come si ricorderà, si divertiva a ribaltare la sua negatività assoluta in assoluta positività, attraverso la sua falsa confessione. Qui, con il Margutte pulciano, è come se invece ser Ciappelletto facesse una confessione autentica, offrendo di sé un ritratto veritiero, senza compromessi e senza accomodamenti.
Le date, le edizioni, la ricezione L'Orlando innamorato fu pubblicato per la prima volta tra la fine del 1482 e il principio del 1483. Era un'edizione in due libri, della quale non è sopravvissuto neppure un esemplare. Il terzo libro, steso a rilento e rimasto interrotto, fu, invece, pubblicato a sé stante nel 1495, pochi mesi dopo la morte dell'autore; nello stesso anno, a cura degli eredi di Boiardo, uscì la prima edizione completa dell'opera in tre libri. Neanche di essa è sopravvissuto alcun esemplare. La scomparsa di queste prime edizioni non è casuale: con tutta probabilità, essa dipende dal fatto che il libro fu trattato dai suoi lettori come un'opera di intrattenimento, e quindi non fu conservato con la cura che si dedicava a un classico. Va anche detto che, nonostante l'immediato e straordinario successo, l'opera di Boiardo andò incontro a crescenti difficoltà di ricezione, soprattutto a causa della sua veste linguistica (un toscano profondamente intriso di elementi dialettali padani), che via via sembrerà sempre più fuori moda rispetto all'affermarsi di un toscanismo puro, per questo motivo nel Cinquecento il poema boiardesco sarà sottoposto a vari rifacimenti e riscritture in toscano schietto (di gran successo quella dovuta a Francesco Berni)è in questa veste toscanizzata che l'Orlando innamorato sarà letto fino, si puo dire, all'età moderna, quando cominceranno ad apparire le prime edizioni fedeli al testo originale. Orlando innamorato o Inamoramento de Orlando? Essendo state perdute le prime edizioni del poema, c'è incertezza perfino sul suo titolo originale. Quello divulgato, Orlando innamorato, è stato infatti abbandonato nella più recente edizione critica del poema (1999), che ha preferito sostituirlo con il titolo Inamoramento de Orlando, attestato da alcune delle più antiche stampe. In sostanza, tutt'e due i titoli sono legittimi: «sul piano storico e letterario, entrambe le intestazioni sono da considerarsi autentiche» (N. Harris). Dal punto di vista culturale, tuttavia, i due titoli divergono sensibilmente. Difatti, Orlando innamorato è un titolo di tipo classico, imperniato sul nome del protagonista (come tanti titoli latini e greci: Prometeo incatenato, Edipo re, Ercole furioso ecc.). Inamoramento de Orlando invece sembra ispirato dalla voga degli innamoramenti" canterini: poemetti che ormai costituivano un genere letterario a sé stante e che presentavano anche i più insospettabili paladini soggiogati dalla passione amorosa. La trama del poema La trama intricatissima del romanzo prende avvio con l'arrivo di Angelica, figlia del re Galafrone, alla corte di Carlo Magno. La bellezza senza pari della giovinetta sconvolge i cuori e le menti di paladini e saracini, riuniti a Parigi per la giostra di Pentecoste. Anche il pudico Orlando resta sconvolto e si getta folle d'amore all'inseguimento di Angelica, a sua volta in fuga dalle brame indesiderate di un nugolo di cavalieri. Le avventure dei protagonisti si mescolano e si alternano a quelle che coinvolgono interi eserciti, come quello guidato da Gradasso, un re pagano che giunge in Francia non tanto per intraprendere una guerra di religione, quanto con l'intento di entrare in possesso di Baiardo, il cavallo di Ranaldo, e di Durindana, la spa- da di Orlando; o come quello di Agricane, che intende impadronirsi di Angelica con la forza, e scatena così una vera e propria guerra contro il padre di lei, Galafrone. A rendere più caotiche e avvincenti le avventure dei singoli personaggi contribuiscono maghi e fattucchiere, giardini e fonti incantate, anelli magici e armature fatate, tutti motivi che Boiardo recupera dal patrimonio romanzesco arturiano, insieme al motivo fondamentale del cavaliere innamorato. E così,i paladini boiardeschi non sono più i morigerati milites Christi, i “soldati di Cristo”, ma devoti servi di Amore. Boiardo li trasforma in emuli di Tristano e Lancillotto, in novelli cavalieri erranti, testimoni della forza incoercibile del nobile sentimento amoroso. Comunque, se Orlando dà l'avvio e il titolo al poema, è però sulle avventure di un nuovo eroe, Ruggero, che esso s'interrompe. Ruggero, o meglio Rugiero, discendente addirittura di Astianatte, figlio di Ettore, entra in scena soltanto nel secondo libro e ricopre il ruolo di antenato prestigioso del casato estense. Inizialmente prigioniero dal mago Atlante, che spera di preservarlo dal suo infausto destino, Rugiero, desideroso di provare il proprio valore militare, entra nelle schiere dell'esercito del re pagano Agramante, che ha deciso di muovere guerra all'Occidente cristiano, e si trova a combattere prima contro Orlando, poi contro Ranaldo. Sempre su un campo di battaglia conosce Bradamante, la coraggiosa amazzone sorella di Ranaldo; tra i due nasce l'amore che troverà
compimento, dopo varie peripezie, nel matrimonio. Non sarà, tuttavia, la penna di Boiardo a narrare il felice esito che dà origine al casato estense, bensì quella di Ariosto, nel suo Orlando furioso. Il ritorno dei cavalieri di re Artù Dal titolo stesso del poema, e dalla sua trama, è evidente l'invenzione primaria che lo governa: fare innamorare Orlando, e trasformare il più casto e integerrimo dei cavalieri carolingi, campione di un epos interamente votato alla causa della fede, in un amante cortese. Boiardo stesso rivendica la novità dell'invenzione nel proemio dell'Innamorato («Non vi par (paia] già, signor, meraviglioso / odir cantar de Orlando inamorato...»). Il poeta per primo, insomma, è consapevole che la formula «Orlando innamorato» (sia o non sia il titolo originale del poema) è un ossimoro provocatorio. Lossimoro però non è soltanto psicologico o caratteriale, ma narrativo. Infatti, innamorandosi, Orlando esce dalla scena epica, abbandona fisicamente il paesaggio della guerra, lascia al suo destino Carlo Magno e l'armata cristiana, per entrare in un altro spazio e in un altro paesaggio narrativo: quello bretone della «ventura», disseminato di prove magico-meravigliose. Per questo spesso si dice che l'Orlando innamorato nasce dalla fusione dei due maggiori cicli medievali cavallereschi, quello carolingio e quello bretone arturiano. In realtà la fusione non avviene in modo paritario: nell’Innamorato i personaggi vengono sì dal mondo di Carlo Magno, ma il sistema di valori e di comportamenti, il mondo in cui quei personaggi si muovono, è arturiano. È Boiardo stesso, d'altronde, che dispone le due diverse cavallerie in un rapporto gerarchico preciso (e rivoluzionario). Nel proemio del canto XVIII del libro II, infatti, la gloria dell'antica cavalleria di «Bertagna la grande», ovvero quella bretone di re Artù, è risolutamente anteposta a quella di Carlo, la quale risulta inferiore proprio perché non ha lasciato posto all'amore. Il progetto di Boiardo non potrebbe essere più chiaro di così. Rispetto a una tradizione che tendeva a privilegiare la cavalleria carolingia (epica, seria, cristiana, storicamente fondata) rispetto a quella bretone (romanzesca, di intrattenimento, magico-meravigliosa, amorosa, fantastica), il poeta di Scandiano rovescia la gerarchia consolidata e proclama la superiorità di quest'ultima, e proprio in nome di quella dedizione all'Amore che ne poteva sembrare, invece, il valore più frivolo e deviante. La tecnica narrativa e la simulazione di oralità L'Orlando innamorato inaugura un modello narrativo che, ripreso poi da Ariosto, costituisce uno degli archetipi fondamentali della narratività europea. Tratto caratteristico del modo di narrare boiardesco, infatti, è la struttura a intreccio del racconto, fondata su una continua interruzione e ripre- sa a distanza dei vari fili narrativi. Tutto il poema è continuamente segmentato dalle tipiche formule di transizione narrativa («lassamo»/ «tornamo») che segnano l'abbandono di un personaggio, o di una storia, per seguire un altro personaggio e un'altra storia. Questo sistema dipende dal fatto che il racconto di Boiardo non è un normale racconto scritto, ma vuole sembrare il reportage, in presa diretta, di un racconto orale; un racconto destinato all'ascolto e non alla lettura. Tutto l'Innamorato vive all'interno di questa simulazione di oralità. I canti non sono semplicemente capitoli di una narrazione, ma la registrazione di sessioni di recitazione; il narratore non è uno scrittore, ma un canterino, che declama il testo ad alta voce. Da questa dimensione orale nasce anche l'intreccio delle storie continuamente abbandonate e riprese: perché il continuo timore del canterino è che il suo pubblico si annoi e, magari, si alzi e se ne vada. Di qui le interruzioni continue che, stuzzicando la curiosità dell'ascoltatore e tenendolo sulle spine, dovrebbero assicurarne l'attenzione e il divertimento; superfluo avvertire, infatti, che le interruzioni avvengono sempre in suspense, in un punto di particolare tensione del racconto.
Esercizi T3, pag. 127: