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Caratteristiche dell'Umanesimo.
Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche
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Umanesimo: definizione
Per Umanesimo s’intende quel vasto movimento culturale che, iniziato negli ultimi decenni del Trecento e diffusosi poi per tutto il Quattrocento , ha come caratteristica principale la riscoperta dell’uomo attraverso la ricerca e la lettura dei classici latini e greci: le Humanae Litterae o studia humanitatis, da cui appunto trae origine il termine “Umanesimo”.
Umanesimo: l’uomo al centro dell’Universo
Alla visione medievale della vita, che poneva Dio al centro dell’Universo e imponeva all’uomo una totale sottomissione al volere e al potere della Chiesa, gli umanisti contrappongono una visione in cui l’uomo è posto al centro
dell’Universo ed è considerato artefice, padrone del proprio destino, libero di compiere tutto ciò che progettava. Durante l’Umanesimo si diffonde una grande fiducia nell’intelligenza umana; si esaltano in particolar modo, la dignità dell’uomo, la sua superiorità sugli altri esseri naturali, le sue innumerevoli capacità creative. Durante l’intero arco del Cinquecento , poi, il Rinascimento porterà alla piena maturazione e alla massima diffusione gli ideali di vita e di pensiero dell’Umanesimo.
Umanesimo: la riscoperta e la ricerca dei classici
Gli umanisti erano gli eredi spirituali di un grande toscano vissuto nel Trecento , Francesco Petrarca , il quale oltre a essere un raffinato poeta, aveva dedicato la sua vita a ricercare nei monasteri sparsi per l’Europa i testi che gli amanuensi avevano salvato dalla distruzione, ma che erano rimasti confinati nelle biblioteche dei monaci (per un approfondimento leggi La cultura antica salvata dai monasteri ). Essi contenevano le opere dei classici, cioè degli autori ritenuti di “classe” superiore, come i latini Virgilio , Orazio , Cicerone o come i greci Omero , Sofocle e tanti altri.
Entusiasmati dalle scoperte di Petrarca , molti altri studiosi si dedicarono a queste ricerche, mentre altri ancora cercavano di riportare alla luce una diversa categoria di “classici”, i capolavori della scultura greca che erano rimasti sepolti tra le rovine degli edifici romani. La ricerca dei manoscritti e delle opere d’arte perdute divenne il punto centrale del movimento umanistico: il loro progressivo ritrovamento fu talmente emozionante che fece esplodere il desiderio di trovare nuove forme d’arte, diverse da quelle medievali e capaci di imitare e superare i grandi modelli del passato.
Umanesimo: mecenatismo e potere
L’esplosione senza uguali dell’arte fu resa possibile dall’esistenza delle Signorie e dal mecenatismo dei loro signori. Nulla di quanto oggi vediamo sarebbe stato realizzato senza le enormi quantità di denaro che ciascuno di essi in qualità di mecenate profuse per finanziare la costruzione di chiese e palazzi, decorare i loro interni, compensare gli artisti che vi lavoravano.
I mecenati più famosi furono Cosimo de’ Medici , che commissionò la chiesa di San Lorenzo all’architetto Filippo Bunelleschi che cominciava allora a costruire la cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze. Ma non bisogna dimenticare tutti gli altri: i papi furono tra i più generosi, chiamarono a Roma artisti come Raffaello e Michelangelo Buonarroti , insieme a uno stuolo di architetti che cambiarono il volto della città. Importanti furono anche i duchi di Montefeltro a Urbino,
i Gonzaga a Mantova, gli Estensi a Ferrara, i da Carrara a Padova, i dogi a Venezia, gli Sforza a Milano, gli stessi Aragonesi a Napoli e altri ancora.
Ciò che spinse i signori al mecenatismo fu un sincero amore per la cultura e la bellezza, sempre però affiancato dalla necessità di superare chiunque in ricchezza e prestigio. In un mondo dove imperavano ormai il potere e il denaro, esibire un palazzo magnifico o uno splendido affresco poteva avere un effetto pari a quello di mostrare un esercito in armi.
Umanesimo: l’evoluzione della lingua
Nella prima metà del Quattrocento , con l’Umanesimo, il volgare subisce una grave crisi. Gli umanisti, infatti, riaffermano la validità letteraria del latino , mentre rifuggono costantemente dall’uso del volgare, considerato inferiore e inadatto all’espressione letteraria. Dante stesso, sebbene elogiato per i concetti espressi nella Divina Commedia , è da essi aspramente criticato per aver preferito il volgare al latino.
Però, nella seconda metà del Quattrocento il volgare riprende vigore; torna a essere la lingua della letteratura, arricchito e potenziato dall’esperienza del risorto latino classico. Gli intellettuali, infatti, si rendono conto che il volgare ha la stessa dignità e le stesse doti espressive del latino.
Alla riaffermazione del volgare concorrono alcuni grandi scrittori e poeti, come Leon Battista Alberti, Lorenzo de’ Medici, Angelo Poliziano, Matteo Maria Boiardo, Luigi Pulci, Leonardo da Vinci.