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Saggio "I sommersi e i salvati" Belpoliti, Schemi e mappe concettuali di Letteratura Contemporanea

Riassunto del saggio "I sommersi e i salvati" Belpoliti

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2025/2026

In vendita dal 20/05/2026

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BELPOLITI, I SOM MER SI E I S AL VAT I , IN PRI MO LEVI DI FRON TE E DI
PROFILO
I temi centrali de I sommersi e i salvati emergono, già, in un’intervista del ’78, in cui Levi è
convinto che rivivere l’esperienza del Lager con gli occhi dell’indifferente (35 anni dopo) possa dar
vita a uno studio sociologico interessante, soprattutto per quanto concerne il rapporto tra oppressore e
oppresso. Già nel ’77, Levi aveva scritto un pezzo per la Stampa (“Film e svastiche”) in cui
interveniva sull’argomento del rapporto vittima-carnefice. Per ricostruire la genesi de i sommersi si
deve tornare al ’75, quando Levi traduce per Adelphi La notte dei Girondini di Presser, in cui è
presente una prefazione nella quale esprime il proposito di esplorare «lo spazio che separa le vittime
dai carnefici […] solo una retorica manichea può sostenere che quello spazio sia vuoto; non lo è, è
costellato di figure turpi, miserevoli o patetiche che è indispensabile conoscere se vogliamo conoscere
la specie umana, se vogliamo saper difendere le nostre anime quando una simile prova dovesse
tornare».
I sommersi e i salvati ha avuto una lunga gestazione, e l’idea di scrivere un saggio incentrato
sull’idea della zona grigia nasce proprio dal confronto serrato con la storia del protagonista di La
Notte dei girondini1. Quasi contemporaneamente a I sommersi, Levi scrive anche l’Appendice
all’edizione scolastica di Se questo è un uomo, terminata però nel ’75. Si tratta di una lunga
autointervista costruita attorno alle domande dei suoi giovani lettori: qui, ancora, il tema della zona
grigia non si evince con chiarezza, ma si notato dei nodi tematici che troveranno soluzione
successivamente. Sarà poi dalla volontà di inserire l’Appendice anche nell’edizione letteraria tedesca,
rifiutata, che spingerà Levi a creare un obiettivo di lavoro. L’ipotesi iniziale è quella di creare una
serie di racconti sul campo di concentramento, ognuno dei quali accompagnato da un saggio.
Nel novembre del ’77 Levi pubblica su «La Stampa» un saggio-racconto, il re dei Giudei,
dedicato alla figura di Rumkoowski, il capo del ghetto della città di Lodz; sarà qui che nascerà il
concetto di coscienze grigie e, quindi, l’espressione zona grigia.
Nell’81 uscirà Lilìt con 7 racconti sulla sua esperienza del Lager e il capitolo su Rumkowski, e
l’ipotesi di scrivere dei saggi prenderà vita; questo testo sarà la parte finale del capitolo di I sommersi
e i salvati.
In un testo dell’84, Levi mette in relazione il problema delle gerarchie interne dei Lager, questione su
cui si è interrogato a lungo, con quello della responsabilità; qui accenna alla «fascia grigia dei Kapo e
dei prigionieri insigniti di un grado» e mostra d’intendere tutta la complessità della questione.
Se volessimo un abbozzo di genealogia, potremmo dire approssimativamente che i capitoli
L’intellettuale ad Auschwitz e Lettera di tedeschi sono stati scritti per ultimi, insieme alla
Conclusione. In realtà, lettera di tedeschi risale già al ’61, a seguito della pubblicazione in Germania
di Se questo è un uomo.
Il titolo, I sommersi e i salvati, deriva da una terzina dantesca:
1 La notte dei Girondini di Jacques Presser racconta la storia di Jacques Suasso, un giovane professore ebreo ad
Amsterdam durante l'occupazione nazista che, per salvarsi, si fa internare nel campo di transito di Westerbork. Entrato a
far parte della polizia ebraica interna, si trova a collaborare con i nazisti, gestendo le liste di deportazione verso
Auschwitz, vivendo una crisi di identità profonda.
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BELPOLITI , I SOMMERSI E I SALVATI , IN PRIMO LEVI DI FRONTE E DI

PROFILO

I temi centrali de I sommersi e i salvati emergono, già, in un’intervista del ’78, in cui Levi è convinto che rivivere l’esperienza del Lager con gli occhi dell’indifferente (35 anni dopo) possa dar vita a uno studio sociologico interessante, soprattutto per quanto concerne il rapporto tra oppressore e oppresso. Già nel ’77, Levi aveva scritto un pezzo per la Stampa (“Film e svastiche”) in cui interveniva sull’argomento del rapporto vittima-carnefice. Per ricostruire la genesi de i sommersi si deve tornare al ’75, quando Levi traduce per Adelphi La notte dei Girondini di Presser, in cui è presente una prefazione nella quale esprime il proposito di esplorare «lo spazio che separa le vittime dai carnefici […] solo una retorica manichea può sostenere che quello spazio sia vuoto; non lo è, è costellato di figure turpi, miserevoli o patetiche che è indispensabile conoscere se vogliamo conoscere la specie umana, se vogliamo saper difendere le nostre anime quando una simile prova dovesse tornare». I sommersi e i salvati ha avuto una lunga gestazione, e l’idea di scrivere un saggio incentrato sull’idea della zona grigia nasce proprio dal confronto serrato con la storia del protagonista di La Notte dei girondini^1_._ Quasi contemporaneamente a I sommersi , Levi scrive anche l’Appendice all’edizione scolastica di Se questo è un uomo , terminata però nel ’75. Si tratta di una lunga autointervista costruita attorno alle domande dei suoi giovani lettori: qui, ancora, il tema della zona grigia non si evince con chiarezza, ma si notato dei nodi tematici che troveranno soluzione successivamente. Sarà poi dalla volontà di inserire l’ Appendice anche nell’edizione letteraria tedesca, rifiutata, che spingerà Levi a creare un obiettivo di lavoro. L’ipotesi iniziale è quella di creare una serie di racconti sul campo di concentramento, ognuno dei quali accompagnato da un saggio. Nel novembre del ’77 Levi pubblica su «La Stampa» un saggio-racconto, il re dei Giudei, dedicato alla figura di Rumkoowski, il capo del ghetto della città di Lodz; sarà qui che nascerà il concetto di coscienze grigie e, quindi, l’espressione zona grigia. Nell’81 uscirà Lilìt con 7 racconti sulla sua esperienza del Lager e il capitolo su Rumkowski, e l’ipotesi di scrivere dei saggi prenderà vita; questo testo sarà la parte finale del capitolo di I sommersi e i salvati. In un testo dell’84, Levi mette in relazione il problema delle gerarchie interne dei Lager, questione su cui si è interrogato a lungo, con quello della responsabilità; qui accenna alla «fascia grigia dei Kapo e dei prigionieri insigniti di un grado» e mostra d’intendere tutta la complessità della questione. Se volessimo un abbozzo di genealogia, potremmo dire approssimativamente che i capitoli L’intellettuale ad Auschwitz e Lettera di tedeschi sono stati scritti per ultimi, insieme alla Conclusione. In realtà, lettera di tedeschi risale già al ’61, a seguito della pubblicazione in Germania di Se questo è un uomo. Il titolo, I sommersi e i salvati , deriva da una terzina dantesca: (^1) La notte dei Girondini di Jacques Presser racconta la storia di Jacques Suasso, un giovane professore ebreo ad Amsterdam durante l'occupazione nazista che, per salvarsi, si fa internare nel campo di transito di Westerbork. Entrato a far parte della polizia ebraica interna, si trova a collaborare con i nazisti, gestendo le liste di deportazione verso Auschwitz, vivendo una crisi di identità profonda.

«Di nova pena mi conven far versi E dar matera al ventesimo canto De la prima canzon, ch’è d’i sommersi». (Inf. XX 1-3) Apparentemente, può sembrar strano che Levi, ormai affermato, ritorni al tema dei Lager, ma in realtà si nota che non ha mai smesso di occuparsene, ed è anche logico dato che la sua identità di scrittore è fortemente fondata su quella di memorialista. Il libro I saggi che compongono il volume sono stati redatti in momenti diversi: parte del capitolo La zona grigia , ingloba un testo del ‘77, raccolto poi in Lilìt dell’81, a cui Levi apporta delle correzioni e aggiunge diversi passi nel volume. La prefazione, invece, è tratta da un testo predisposto da Levi per il Congresso delle Comunità ebraiche dell’82. Anche la prefazione presenta numerose integrazioni nella parte centrale. La memoria dell’offesa è stato pubblicato con il titolo Il lager e la memoria nel volume collettivo, Il trauma della deportazione. Il capitolo più complesso, la zona grigia , è stato oggetto di svariate modifiche: Levi lavora su un dattilo scritto che presenta diverse interlinee e numerose correzioni nel passaggio alla versione a stampa, ma si notano solo modifiche formali e mai di sostanza. Levi dichiara di aver scritto La chiave a stella libero dalla macchina, come se glielo avessero dettato, invece, La zona grigia si presenta come un testo in cui le correzioni-variazioni indicano un’elaborazione tormentata, soprattutto sul piano concettuale. I cambiamenti corrispondono all’esigenza di chiarire o di sfumare un’affermazione o di problematizzarla. L’ultima stesura del libro avviene al computer. Il libro reca come copertina un particolare del Giudizio Universale di Memling. LEMMI Zona grigia Titolo del capitolo centrale de I sommersi e i salvati , dove Levi si pone il problema della «tendenza manichea che rifugge le mezze tinte», della posizione secondo cui non esisterebbero realtà intermedie tra vittime e persecutori. Nel lager il nemico non era solo intorno, ma anche dentro. Il cerimoniale del deportato mostra come la sua realtà fosse quella di una guerra senza fine, dove ciascuno lotta per ottenere un privilegio indispensabile alla sua sopravvivenza. La classe dei prigionieri-funzionari costituisce l’ossatura del Lager. Il cap. la zona grigia è un piccolo trattato di antropologia e psicologia del prigioniero, ma le considerazioni sono applicabili a molte condizioni della vita ordinaria. Per questo il caso limite del Lager diventa esemplificativo dell’analisi dei meccanismi del potere nelle comunità umane. Il Lager, come aveva già affermato in Se questo è un uomo , è un laboratorio e la struttura interna della zona grigia è complicata. Levi sottolinea due aspetti: quanto più è ristretta l’area del potere, tanto più ha bisogno di ausiliari esterni; tanto più è dura l’oppressione, tanto più è diffusa tra gli oppressi la disponibilità a collaborare col potere. Nel capitolo esamina anche una serie di figure del Lager, tenendo conto di un aspetto decisivo: la presenza nel nostro patrimonio genetico di animali gregari di una inclinazione al dominio dell’uomo

Le traduzioni Bisogna capire, però, da quale lingua Levi abbia tradotto Presser. Diversi studiosi escludono che Levi abbia usato la versione inglese; in vari casi, addirittura, Levi ha frainteso il testo tedesco, di per sé abbastanza corretto rispetto all’originale olandese. Secondo Insana, la traduzione di Levi segue linee di fondo che accentuano, rispetto all’originale olandese, e anche al testo tedesco di partenza, gli aspetti della responsabilità morale del protagonista e l’elemento testimoniale presente nel libro di Presser; anche lei è convinta che Levi abbia usato l’edizione tedesca per passare all’italiano. De Waart parla di cambiamenti, minimi ma decisivi, rispetto all’olandese ma anche al tedesco, così che quella di Levi diventa proprio una traduzione d’autore, riscrive in parte il testo originale. De Waart non concorda con Insana circa l’accentuazione del conflitto morale interiore del protagonista. Secondo lui, in vari punti della versione italiana, Levi avrebbe trattato con reticenza e pudore i temi sessuali presenti nel romanzo di Presser, dove il sesso appare come mezzo di sopravvivenza nel campo di transito, altro aspetto della zona grigia, su cui Levi, rinchiuso in un campo maschile, ha parlato molto poco. Jean Améry Levi scrive un articolo su «La Stampa» per dare la notizia del suicidio di Améry (pseudonimo di Hans Mayer), filosofo ebreo, catturato, torturato ed internato ad Auschwitz, a cui è riuscito a sopravvivere. Levi si concentra sul tema del suicidio, gesto ritenuto incomprensibile, dato che il suicida stesso non è consapevole della motivazione, oppure «fornisce a sé stesso e agli altri motivazioni volontariamente o involontariamente alterate». L’altro punto focale dell’articolo è anche quello della tortura, che incrina per sempre la fiducia nell’umanità: la tortura come interminabile morte. Sarà Hety a far conoscere le opere di Améry a Primo Levi, da lì inizierà una corrispondenza prima in italiano, poi in francese, poi in inglese e ad un certo punto in tedesco (Hety gli rimandava le lettere corrette). Levi, leggendo le opere di Améry, concorda con l’autore su vari temi, ma non concorda con le sue elucubrazioni metafisiche, dal momento che per lui, a differenza dell’austriaco, essere ebreo è una questione piuttosto semplice. Il capitolo dedicato ad Améry consente a Levi di misurarsi con la visione di un sopravvissuto al Lager e di polemizzare a sette anni dalla sua morte con le sue idee. Dopo aver riassunto la vita di Améry, Levi enuncia le differenze tra di loro: la prima riguarda l’identità ebraica, assunta da Améry come un destino contro cui continuamente si ribella; la seconda l’esperienza della tortura che per il filosofo è decisiva come racconta nel libro Intellettuale ad Auschwitz. Levi focalizza la propria attenzione sul tema dell’intellettuale, si chiede se fosse un vantaggio o uno svantaggio il lager è un’università che insegna a guardarsi attorno e a misurare gli uomini. L’altro aspetto discordante riguarda la concezione del lavoro manuale che, a differenza di Améry, a Levi non appare avvilente o indegno. Si presenta anche l’aspetto linguistico che per Améry è particolarmente sofferto, visto che lui è filologo e soffre a causa di questa lingua comune. Inoltre,

teorizza la morale del “rendere il colpo”, mentre Levi confessa che il carattere e l’educazione glielo impediscono. Differente morale dei due sopravvissuti: Améry è in aperto conflitto con l’ambiente circostante e possiede una concezione agonica del campo; Levi parla di scopi di vita per sopravvivere. Levi parla proprio del campo come di un gigantesco esperimento biologico e sociale: l’uomo è animale; accetta quindi l’aspetto negativo che l’umanità sperimenta nel Lager, ne fa il grado zero da cui ripartire per rifondare un’etica dell’umano. La morte per Améry la morte è inodore, adorna e letteraria; è il più luce di Goethe; per Levi la morte è secondo termine del binomio “amore morte”, tuttavia la morte ad Auschwitz non era niente di questo: era triviale, burocratica e quotidiana, davanti alla morte, e alla sua abitudine, il confine tra cultura e incultura spariva. Hannah Arendt In un’istruttoria del ’60, a Roma, Levi legge una deposizione sulle vicende della sua deposizione. In questa sede, parla di una delle prerogative del nazismo: la corruzione delle coscienze. I tedeschi sono sempre riusciti a trovare traditori e collaboratori, pronti a creare quell’atmosfera di consenso ambiguo, o di terrore aperto, che era necessaria per tradurre in atto i loro disegni. Parla dei lager come di luoghi di corruzione, in cui i deportati e gli ebrei collaboravano coi nazisti. Il punto saliente, però, riguarda la coscienza umana “violentata, offese e distorta”, e i lager erano prova di quanto fosse labile ogni coscienza, di quanto fosse agevole sovvertirla e sommergerla. Levi qui usa un’espressione che ritorna nei I Sommersi e i salvati  “ contagio del male”. Contemporaneamente Arendt fa uscire un reportage filosofico , Eichmann in Jerusalem (la banalità del male), ampiamente discusso nel mondo intellettuale americano e in particolare tra gli ebrei della diaspora. Lo scandalo si incentrava principalmente su:

  1. La banalità del male ovvero, Eichmann non è il rappresentante del male assoluto, bensì un uomo comune. «la coscienza di Eichmann era come un contenitore vuoto; essa non aveva un proprio linguaggio, ma articolava la lingua della società rispettabile».
  2. Il collaborazionismo dei consigli ebraici con i nazisti. Questo fa scatenare il putiferio, con un’ampia parte della comunità ebraica che le si schiera contro. Su questo tema Levi non si esprime nel suo testo, non essendo né uno storico né uno studioso; è un testimone. L’espressione “banalità del male” fa riferimento alla mancanza di grandezza dei criminali nazisti, l’assenza di grandezza del Male in coloro che hanno pianificato e realizzato lo sterminio ebraico; vuole indicare che Eichmann non possiede il profilo di un demone. Non trascende l’umano, ma ne fa parte. Nell’appendice del ’76, Levi parlerà dei carnefici come di diligenti esecutori di ordini disumani che non sono aguzzini nati o mostri, sono uomini qualunque. Si capisce che Levi, probabilmente, leggeva Arendt. paradigma Dostoevskij. Il tratto comune tra i Sonderkommando e Chaim Rumkowski è la volontà di sopravvivere il più allungo possibile. Nell’ultimo libro, notiamo la radicalizzazione della questione: non è più

Sigmund Freud Levi, probabilmente, leggeva Freud in tedesco, e lo definisce “uomo di straordinario acume” e “grande scrittore e poeta”; tant’è che nelle sue opere troviamo diversi riferimenti alla sfera onirica. Ciò che Levi rifiuta è la psicoanalisi come tecnica analitica individuale; la utilizza piuttosto sul piano culturale. Sempre in “la vergogna”, troviamo tematiche freudiane, tra cui il problema dell’angoscia e dei suoi meccanismi. Ma questo è un freud mediato da moralisti classici e da Leopardi. Varlam Ŝalamov (Gulag e campi di concentramento a confronto) Levi esprime un giudizio negativo su di lui e sul suo libro, affermando che i protagonisti hanno debolezza politica e che ciò porta al rafforzamento al loro valore documentario. Levi esprime perplessità sulla traduzione ma anche sul valore letterario dell’opera. Herling, autore di un volume sui gulag, accusa Levi di aver sottovalutato se non ignorato gli orrori dei Gulag staliniani. La tesi è: Levi non capisce Ŝalamov e lo respinge perché, come tutta la sinistra italiana, non riesce a fare i conti con i gulag. Attribuire a Levi questa posizione non è esatto perché Levi non è mai stato comunista (era socialista, partigiano e di stato critico verso i comunisti italiani), sia perché impedisce di vedere due importanti questioni che Herling pare ignorare. Levi è illuminista, illuminismo che non ha attecchito nel mondo slavo, in cui, anzi, soprattutto in letteratura, fluisce quella disperazione che Levi tanto disprezza e respinge. Ovviamente, anche Levi la prova e in alcuni passaggi si nota. Nella recensione a Salomov il dover-essere razionalista di Levi viene fuori: quello inaccettato rimane il nichilismo, quell’assenza di speranza. Questo tratto è innegabile. Ed è questa disperazione ad alimentare le corde letterarie di Salomov. Levi, lettore di Salomov, è prima di tutto un testimone che mette l’accento sulla mancanza di maturazione politica. Levi fornisce una lettura politica dell’opera di Salomov, non per denunciare la mistificazione dei suoi racconti, ma per rimarcare il fatto che la sua debolezza politica dimostra come mezzo secolo di disinformazione forzata possa snervare un’opposizione più del terrore hitleriano. La stessa asfissia che ha degradato il socialismo in URSS ha degradato i suoi stessi oppositori. Levi e Salomov pensano le categorie stesse della politica in due modi diversi: Levi si chiede come sia stato possibile che i tedeschi abbiano seguito Hitler nel genocidio degli ebrei, e la sua risposta oscilla tra una spiegazione che riguarda “lo spirito del popolo” e una che riguarda la biologia, sempre ben consapevole di muoversi su un terreno scivoloso, incerto e discutibile. Per questo motivo, l’uguaglianza Lager-Gulag impedisce di vedere la specificità della questione tedesca; e non rende giustizia neanche alla questione sovietica. Levi non crede nel male, per quanto esiti sulla valenza demoniaca del nazismo. Per Herling, invece, il tema principale è la presenza del male, cui non dà spiegazione. Herling non è interessato a formulare un giudizio storico e a scavare nelle ragioni politiche del regime sovietico. Levi non mette sullo stesso piano gulag e lager appellandosi alla sistematicità e pianificazione dello sterminio hitleriano, assenti per quanto riguarda i Gulag.