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Testo dell'opera "Semantica" di Tullio De Mauro
Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche
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sommario: 1. Il nome della semantica. 2. Le due accezioni fondamentali della parola ‛semantica'. 3. Altre accezioni di ‛semantica'. 4. Una definizione della semantica. 5. Un primo problema: scienza o campo di studi? 6. Un secondo problema: semantica linguistica e semantica semiotica. 7. Semantica e consistenza del contenuto. 8. Termini e nozioni fondamentali per una semantica semiotica. 9. Criteri per una classificazione semantica dei codici semiologici. 10. Linguaggi a segni inarticolati. 11. Linguaggi a segni articolati di numero finito. 12. Linguaggi a segni articolati di numero infinito. 13. Linguaggi a segni sinonimi. 14. Calcolo e linguaggio verbale. 15. Una quinta famiglia di codici e un terzo principio saussuriano. 16. La massa del vocabolario. 17. Accezioni e pluriplanarità. 18. Pluriplanarità e onniformatività semantica. 19. Discorso, testo e carattere aperto dell'interpretazione linguistica. 20. Indeterminatezza, spazio linguistico e spazio culturale.
proposizioni e a organizzare le proposizioni stesse in modo che siano contraddicibili, mettendole perciò in forse attraverso l'esposizione anche dei controargomenti e accettandole per vere solo in quanto non falsificate, allora, allo stato attuale degli studi, data la varietà di accezioni della stessa parola semantica, pare impossibile non aprire una trattazione della materia mettendo anzitutto in discussione l'accezione della sua stessa denominazione. A una trattazione che renda esplicite le condizioni e i limiti di validità dei suoi asserti si suole dare la qualificazione di ‛critica'. La costruzione di una semantica critica non è possibile se non adottando la seconda delle due possibilità prospettate poco più su. In particolare, e in somma, per una semantica critica non è possibile non mettere in discussione anzitutto l'accezione della parola che delimita la materia stessa, atteso che, come s'è accennato e ora vedremo, tale parola si presenta oggi non solo non univoca, ma ricca di accezioni divergenti profondamente implicate nello svolgimento di rami diversi delle scienze sia storico-umanistiche sia esatte.
Buyssens, L. Hjelmslev, L. Prieto. Diventata un settore saggistico alla moda in vari paesi, soprattutto sotto forma di discussioni sull'espressione e le caratteristiche di linguaggi artistici o marginali, la scienza dei segni negli ultimi decenni ha conseguito importanti risultati nello studio matematico e statistico dei sistemi di comunicazione e di codificazione e trasmissione dell'informazione, nello studio della comunicazione animale, oltre che nei più tradizionali settori dei linguaggi formalizzati e del linguaggio verbale.Come si vede, la scissione tra una semantica di taglio storico-umanistico, dominata da studiosi che, in senso lato, possiamo dire letterati, e una semantica di taglio logicomatematico, praticata da studiosi capaci di usare strumenti e metodi matematici, si riproduce e perfino rischia di aggravarsi nella semiotica. L'ingegnere che si occupa di teoria dei sistemi e di trasmissione di segnali resterà probabilmente sorpreso se mai verrà raggiunto dalla notizia d'una stretta affinità tra il suo lavoro e quello di chi si occupa di assonanze e ricorrenze di fonemi nei versi di Baudelaire o del valore di un campo lungo in un film di Pasolini.C'è, certamente, un filo teorico che cerca di cucire insieme queste professionalità così diverse, queste così accentuate divaricazioni dell'osservazione in materie tanto disparate, con metodi (e, qualche volta, senza metodo alcuno) e linguaggi speciali che si presentano privi di evidenti punti in comune. Opere classiche, come i Fondamenti della teoria del linguaggio di Hjelmslev, o l'infaticabile lavoro di raccordo e suggestione prodotto da Roman Jakobson, o il sincretico accumulo di conoscenze condensato nel Trattato di semiotica di U. Eco, rappresentano a vario titolo elementi importanti in questo filo unitario. E certamente vanno in questo senso le ricerche semiotiche di vari studiosi sovietici, di Prieto, di Garroni. Ma, nel complesso, nonostante l'unità degli studi semiotici possa avvantaggiarsi sia di richiami autorevoli a Locke e alle altre speculazioni sui linguaggi elaborate dai maggiori rappresentanti del pensiero europeo tra Sei e Settecento, sia dell'apporto che può venire da opere più recenti, come le Ricerche filosofiche di Wittgenstein, di fatto nel mondo scientifico d'oggi l'unità disciplinare dei campi di studio che si occupano in generale di segni è lontana dall'essere per tutti chiara, evidente. L'ancoraggio (del resto ipotetico, qui suggerito, ma non generalmente condiviso) della semantica alla semiotica, allo stato attuale dell'organizzazione degli studi non serve a garantire l'unità della semantica né porta a rifluire in un unico campo di studi, consapevolmente unitario, tutte quelle ricerche che in un modo o nell'altro vertono su ciò che si indica con quel ‟ catch-all term ", che è, come Chomsky ha giustamente detto, meaning .L'obiettivo di questa trattazione è far valere la coerenza teorica e la produttività conoscitiva d'un punto di vista unitario sui problemi connessi a ciò che diciamo ‛significato'. Il proposito, insomma, è quello di sbozzare, in un modo che sia, come s'è detto prima, critico e autocorreggibile, le linee di una semantica ‛integrata', la quale si qualifichi come parte di una teoria generale dei segni: l'una e l'altra, la parte e l'intero, protese a raccogliere in modo non eclettico contributi che vengono da direzioni oggi assai disparate del sapere scientifico organizzato, quali la filologia e la psicologia, la storia e la logica, la linguistica e la sociologia o la teoria dei sistemi.A questo fine, il primo passo sarà stipulare una definizione di semantica tale da promuovere, già col fatto ch'essa stessa sia messa in discussione, una prima verifica delle sue capacità di proporsi come definizione non solo unitaria, ma coerentemente e utilmente unificante ragioni e conoscenze legate a indirizzi particolari e talvolta unilaterali di ricerca e riflessione.
prima occhiata a quel che ci aspetta. A parte i singoli termini della definizione, di cui poi diremo, la definizione in se stessa, cioè il fatto stesso che una teoria semantica debba oggi muovere da una discussione sul senso e sulla determinazione del suo nome stesso e che una teoria si costituisca stipulando un uso del termine che le dà identità, già questo è degno di riflessione.Naturalmente, ciò che avviene per la semantica avviene in parte anche per altre scienze. Anche l'astronomia o la botanica o la storia bizantina possono partire da una definizione di se medesime. Tuttavia, l'atto di tale definizione né incide sulla materia trattata né tanto meno è uno specifico modo di essere della materia trattata. Di recente, ad esempio, è stato affermato che gli storici, di là del vario e certo non irrilevante orientamento ideologico e metodologico dei diversi indirizzi storiografici, non possono non riconoscere che, in fine, i fatti dell'età bizantina o della Rivoluzione d'ottobre ‛furono quelli che furono'. C'è in ciò qualche rudezza, eccessiva forse per gli animi epistemologicamente più sensibili, ma non mancano anche le buone ragioni. Ma nella semantica, come già abbiamo visto, le diversità non stanno tanto e solo nella varietà di indirizzi ideologici, metodici, teorici: stanno nella stessa materia trattata. Spitzer e Tarski non guardano solo in modo differente, ma guardano cose differenti. Di qui, come già s'è detto, l'importanza di stare attenti ai limiti definitori della materia trattata, l'impossibilità di tuffarsi e nuotare senza avere prima stabilito di che acque si tratta (e, anzi, se acque sono e perfino se ci sono). Ma di qui anche una condizione paradossale, radicalmente problematica, che è peculiare della semantica.Tra i lustige Abenteuer del celebre barone di Münchhausen ce n'è uno che lo vede impegnato a scalare, sotto l'impeto nemico, la torre dove è chiusa la sua bella. Il barone di Münchhausen, per superare le linee nemiche e levarsi all'altezza necessaria, si pone e risolve a modo suo il problema del volo del più pesante dell'aria: si afferra al codino della sua parrucca e, tirandolo verso l'alto, grazie alla sua possanza, si solleva all'altezza voluta. La semantica, come campo di studi, si trova nella medesima condizione del celebre barone: per costituirsi in modo consapevole e critico non soltanto deve mettere in discussione il suo nome, ciò che può accadere anche ad altri rispettabili settori del sapere, ma deve stipulare essa stessa una sua definizione, ossia deve intricarsi subito in un'operazione vertente sulla sua stessa materia. Più o meno come se lo storico bizantino avesse il potere di modificare quella che nella realtà fu la successione degli imperatori e, anzi, dovesse appellarsi a tale suo potere reale per delimitare la materia storica di cui si occupa.Le possibili analogie con questo stato della semantica sono fallaci. Anche l'ortografia, come Wittgenstein ci ricorda, deve occuparsi dell'ortografia della parola ‛ortografia'. Ma le possibili scelte su questo punto non hanno necessariamente incidenza sui limiti della materia di cui l'ortografia si occupa. Anche dei fisici si può e deve dire, come, con maggior evidenza, si è detto degli studiosi di scienze umane, che essi sono parte della materia trattata e che il loro osservare induce modifiche nell'osservato. Ma sunt certi denique fines. Il planetologo non altera il sistema solare (almeno per ora), nè l'economia si costituisce in scienza modificando la realtà dei paesi sviluppati o sottosviluppati.Il semantico è l'unico che, nel mettersi a osservare, non può cominciare se non decidendo di indurre trasformazioni non in un punto qualunque della materia osservata, ma precisamente in quel punto che determina i confini e la quantità e qualità della materia stessa. Se, come Saussure insegnava, il terzo grande compito della linguistica è delimitare e definire se stessa, per la semantica si tratta non d'un terzo compito, ma del primo. Ciò la mette in una condizione di paradossale e perenne primordialità. Per una teoria del significato è decisivo il significato che si dà alla parola ‛significato', per la semantica è decisiva la semantica secondo cui si atteggia la parola ‛semantica'. Ma tale decisivita rinvia a scelte stipulative che deve compiere e compie il teorico, sia pure in nesso con il materiale fattuale e con le acquisizioni conoscitive a esso relative. La teoria, insomma, deve fare leva sulla materia studiata, plasmandola, per costituirsi come teoria.Altre scienze possono costituirsi proprio per liberare e col liberare un campo di discorsi da affaticanti discussioni sulle basi filosofiche delle medesime scienze e possono, secondo un motto di Whitehead, adoperarsi per dimenticare i loro fondatori. Per la materia peculiare di cui si occupa, ciò è negato alla semantica. Essa, sempre che voglia attingere ai caratteri della criticità e autocorreggibilità propri d'una scienza avanzata, è dalla sua materia sempre costretta a ripiegarsi su se medesima mettendosi tutta e radicalmente in discussione e riconoscendosi in uno stato di perenne
una institutio comunemente accettata. E ciò, probabilmente, perché ha agito negativamente un secondo fattore: la divaricazione tra semantica logica e semantica linguistica. Ne abbiamo già fatto cenno e torniamo ora a fermarci più attentamente sui riflessi gravi che tale divaricazione ha sul grado di consenso e convergenza necessario al costituirsi di una disciplina istituzionalmente unitaria. Come già abbiamo ricordato, alla semantica dei logici dobbiamo la concezione più larga dell'ambito di studio della semantica. Essa è lo studio delle ‟relazioni dei segni con gli oggetti ai quali sono applicabili" (Morris, 1938) o dei rapporti tra ‟espressioni e loro designata " (Carnap, Bocheński- Menne).L'ampliamento di orizzonte dovuto ai logici (dal solo linguaggio verbale alla generalità dei linguaggi) è pagato, per dir così, con un'apparente restrizione di oggetto. Il contenuto semantico dei segni o delle espressioni è visto come denotatum , Bezeichnetes , referring. Questa restrizione conferisce certamente nettezza al discorso semantico di logici e metamatematici come H. Scholz. Non c'è dubbio che tra i linguisti meaning e parole equivalenti siano, secondo la già rammentata espressione di Chomsky, ‟ catch-all terms ". In proposito, sono tutt'altro che immotivati i rimproveri venuti ai linguisti da Ogden e Richards e, mezzo secolo dopo, appunto da Chomsky.Questo rimprovero giustificato ha spinto i logici alla restrizione referenzialistica della nozione di significato di cui intendono occuparsi analiticamente. Tra gli stessi linguisti, del resto, molti tra i più sensibili a esigenze di rigore si sono rifatti anch'essi a una nozione di significato come denotatum , come referente oggettivo: la troviamo in Language di Bloomfield, alla base della ‟interpretazione semantica di enunziati" di Chomsky (che afferma di avere mutuato tale nozione di semantica da N. Goodmann), in semanticisti postchomskiani (R. Lakoff, Parisi, ecc.).D'altra parte, se la riduzione del significato a denotato o classe di denotata può presentare vantaggi in rapporto a linguaggi formalizzati, logico-matematici, di calcolo ecc., dobbiamo proprio a molti logici l'avere avvertito a più riprese il carattere non semplice, ma ‟ kompliziert " (Wittgenstein), non schematizzabile, del contenuto semantico delle frasi e parole del linguaggio ordinario, storico-naturale. Già Arnauld e Lancelot avevano asserito: ‟ Un nom [...], outre sa signification distincte , [...] en a encore une confuse [...] qu'on peut appeller connotation " (Grammaire générale et raisonnée , Paris 1660, parte II, cap. 2). Più diffusamente, dopo qualche anno, Leibniz doveva scrivere: ‟ Multae apud Logicos traduntur Regulae consequentiarum [...]. Sed haec omnia in scholis tantum celebrata , negliguntur in vita communi; [...] tum vero in primis , quia scholae solent considerare fere tantum syllogismos , seu ratiocinationes ex tribus propositionibus constantes: cum contra in usu loquendi et scribendi saepe una periodus continet decem syllogismos simplices , si quis eam ad logici rigoris normam exigere velit. Unde solent homines imaginationis vi , et consuetudine ipsa formularum sermonis , et intelligentia materiae quam tractant , supplere defectum logicae. Fatendum est tamen eos saepissime festinatione et impatientia examinandi et verisimilitudine decipi [...]. Difficile vero huic malo mederi secunduni artes hactenus cognitas: nani , cum verbis utantur homines , manifestum est eorum significationes parum esse constitutas " (Modus examinandi consequentias per numeros , in Opuscules et fragments inédits , a cura di L. Couturat, Paris 1903, p. 71).La convinzione della natura fluida e sfuggente del contenuto semantico di parole e frasi è stata più volte ribadita nella storia della logica moderna da J. St. Mill (1843), L. Wittgenstein (1922), A. Tarski (1931 e 1969), C. Ajdukiewicz (1936), R. Carnap (1961).La scissione tra semantica dei logici e semantica dei linguisti è dunque una scelta di materiale diverso di studio connessa a complesse ragioni di fondo. L'esigenza di nettezza e rigore porta i logici a tenersi lontani dalla materia semantica delle lingue, avvertita come irriducibilmente ‟ paruni constituta ". Linguisti che hanno avvertito esigenze primarie di rigorosità, si sono astenuti del pari da indagini semantiche. Linguisti, invece, che hanno avvertito l'assurdità di analisi linguistiche che non dessero conto, in qualche modo, della realtà del significato, hanno avuto innanzi due strade: o farsi beffe delle esigenze di rigore di Bloomfield e altri, ed è il caso, per esempio, di L. Spitzer, o evitare prese di posizione teorica impegnative sui concetti fondamentali della disciplina. Molti si sono tuffati in medias res , per riprendere l'immagine delineata all'inizio, studiando e accumulando fatti senza o con
solo vaghi quadri teorici coerenti di riferimento. La legittimità di ciò ha trovato ancora di recente assertori come G. Berruto. Del resto, perfino in diversi semanticisti postchomskiani, l'accentuato ricorso a grafici e schemi non deve trarre in inganno: è in essi del tutto assente un adeguato impegno definitorio e teorico e, pur lontani le mille miglia da Spitzer per origini e gusti culturali, in Parisi o Lakoff ritroviamo la stessa placida indifferenza circa il determinare se vi sia e quale sia una possibile assiomatica delle loro analisi. Questa rapida esposizione dello stato dell'arte non è dettata da spirito polemico. In effetti, lo stato dell'arte è tale che non una sola goccia d'inchiostro spesa intorno al significato, e magari per negare la possibilità di analizzarlo, può esser disprezzata o lasciata perdere. Per quanto questo o quel particolare possa essere oggetto di polemica e rettifica, divaricazioni e contrasti vanno troppo oltre perché si possa oggi parlare pacificamente della semantica come di una scienza. Ed è per questo che, più cautamente, la definizione da cui siamo partiti si riferisce alla semantica come a un campo di studi e di riflessioni. Noi crediamo che in tale campo vi sia spazio per costruire una scienza istituzionalmente unitaria: ma la costruzione, se è possibile, è ancora solo agli inizi. È possibile, e come, una semantica che abbia le caratteristiche di generalità e di rigore postulate dai logici (e, del resto, perfino da linguisti che in nome d'esse hanno evitato la semantica) e che dia conto e sistemazione anche alla fluida materia del contenuto semantico del linguaggio verbale?
o si dice che vi siano linguaggi nonverbali umani (gestualità, prossemica, mimo) o usati da animali diversi dagli umani. L'idea di Garroni è che non solo noi possiamo sottomettere ad analisi tali linguaggi altri in quanto l'armamentario analitico è tratto, come ogni altra terminologia analitica, dalle cave del linguaggio quotidiano (primato metodologico della verbalità); ma che, ben di più, noi riusciamo a riconoscere i linguaggi altri, riusciamo a ‛viverli' come linguaggi, in quanto su di essi, sulla zona di esperienza che essi sono, a torto o a ragione proiettiamo l'esperienza del linguaggio verbale. La capacità di parola che portiamo in noi come umani non è così solo una matrice metodologica di semiotiche del postverbale e del nonverbale, ma è una matrice vissuta, esistenziale. Solo perché ‟ die Sprache spricht ", secondo il motto di Heidegger, possiamo concepire altresì che, in qualche parte e per qualche aspetto, ‟ dar Nichtsprachliche spricht ".L'impianto della definizione di semantica da cui abbiamo preso le mosse è, agli occhi di chi non conosca lo stato delle questioni, un impianto concettualmente neoaristotelico, di grande moderazione, perfino di piatta scolasticità. Il linguaggio verbale non è altro che uno dei tipi di linguaggio: la sua semantica non è che una delle altre semantiche. Solo all'interno di un complessivo orizzonte semiotico possiamo sperare di coglierne le appropriate caratteristiche, procedendo, nell'individuarle, a proporle, giustificarle e costruirle per genus proximum et differentiam specificam. Ma il lettore è ora fatto accorto. Questa placida, questa piatta scolasticità sorge tra vortici di condizioni radicalmente aporetiche. Nell'indicare i suoi propri limiti, questa trattazione non pecca davvero d'umiltà: nella scelta tra il sottomesso abbandonarsi alle aporie che abbiamo segnalate o l'arrogante ignoranza delle medesime, la nostra neoaristotelica semantica semiotica e perciò anche linguistica sceglie di chiamare a raccolta le difficoltà e aporie, e di sfidarle.
compito di tanta portata è conveniente che la semantica integrata si costituisca e costruisca il proprio apparato di analisi in modo il più possibile indipendente dalle tre grandi opzioni.Ci sforzeremo dunque di costruire una semantica non solo integrata, nel senso detto al cap. 3, ma indipendente dalle opzioni anzidette, tale cioè da reggere all'accettazione o al rifiuto di ciascuna delle tre. Ciò che delineiamo è un insieme di forme teoriche, tali da poter essere adattabili a ciascuna delle tre opzioni, previa l'aggiunta di ulteriori specificazioni. In tal senso, la semantica teorica che delineiamo vuole essere una semantica formale. In vista di questi fini nelle pagine che seguono proporremo un vocabolario teorico: esso chiede d'essere giudicato in funzione della sua rispondenza alle esigenze di una semantica semiotica, integrata e formale.
enumerati nella carta di identità. Ogni volto ha un numero infinito di tratti: ai fini di distinguerlo rispetto ad altri volti, basta al nostro occhio cogliere solo alcuni dei tratti (come insegna la teoria della percezione visiva).Chiamiamo ‛caratteristiche pertinenti' le caratteristiche intrinseche scelte ai fini dell'identificazione di un'entità. E diciamo ‛(operazione di) pertinentizzazione' la scelta di una o più caratteristiche pertinenti.L'operazione di pertinentizzazione è condizionata anzitutto dalle capacità di chi identifica, dai limiti materiali delle sue possibili scelte arbitrarie di delìe e sensi. Se chi identifica non può percepire vibrazioni luminose, la varia luminosità di entità non può essere assunta a caratteristica pertinente; se non può registrare la diversità volumetrica, i diversi volumi non possono essere caratteristiche pertinenti, ecc. In secondo luogo, la pertinentizzazione è condizionata dai fini che si intendono raggiungere dato l'insieme di entità entro le quali si identifica una o più entità. Entro questo doppio limite, la pertinentizzazione di una o più caratteristiche è arbitraria, in quanto non imposta dalla qualità delle caratteristiche intrinseche dell'entità da identificare. All'arbitrarietà della pertinentizzazione diamo il nome di ‛arbitrarietà semiotica formale' per i motivi che ora esporremo. Possiamo dire che ogni operazione di pertinentizzazione divide l'universo in almeno due classi: la classe delle entità che hanno o possono avere tra le loro caratteristiche intrinseche quella assunta a pertinente; e la classe delle entità che non hanno tale caratteristica. Ogni volta che operiamo con un'entità come con ‛la stessa entità' ci riferiamo al riconoscimento del dovuto numero di caratteristiche pertinenti nell'entità in questione, non mai alla inattingibile totalità delle caratteristiche intrinseche. Di conseguenza, ogni operazione di identificazione comporta come condizione necessaria e sufficiente l'inclusione di un'entità in una classe di (potenziali) entità dotate del dovuto numero di caratteristiche pertinenti, e la sua esclusione dalla classe (unica, se una sola è la caratteristica pertinente) o dalle classi (se vi sono più caratteristiche pertinenti) di entità non dotate del numero di date caratteristiche pertinenti.Un insieme di classi siffatto, tale cioè che i rapporti tra le classi siano definibili in termini di presenza o assenza di caratteristiche pertinenti, viene detto ‛sistema'.Le caratteristiche pertinenti, per essere tali, devono di necessità e con evidenza: 1) raggrupparsi in un numero finito per ciascuna entità da identificare; 2) costituire per ogni sistema un numero complessivamente finito (poiché l'operazione di identificazione attraverso caratteristiche pertinenti sarebbe impossibile sia in caso di infinità dei tratti pertinenti di un'entità sia se la lista dei tratti pertinenti da cui trarre quelli possibilmente presenti in un'entità fosse una lista infinita); 3) essere ciascuna identificabile con un numero finito di operazioni, ossia essere assunta: a) come elemento che si definisce e pone come non ulteriormente analizzabile ai fini dell'identificazione delle entità in cui appare o non appare; ovvero b) come elemento (monema: v. cap. 9) che si analizza e si pone come articolato in un subsistema di tratti pertinenti di secondo ordine (deuteremi), a loro volta o non ulteriormente analizzabili ovvero analizzabili in tratti (tritemi, ..., enne-emi) derivati in ogni caso da un numero finito di ulteriori subsistemi.Seguendo l'uso di Saussure e Hjelmslev, diremo d'ora in poi ‛forma' l'insieme delle caratteristiche pertinenti che, con la loro presenza o assenza, definiscono la classe di un sistema. Ogni entità che si identifichi in quanto presenta certe caratteristiche pertinenti è detta ‛replica' o ‛realizzazione' della forma. La descrizione dei rapporti tra una forma (o una classe) e l'insieme delle caratteristiche pertinenti di un sistema è ciò che chiamiamo ‛descrizione strutturale' della forma (o della classe).Entro i limiti materiali di cui già si è parlato, non vi è ragione dipendente dalle sole caratteristiche intrinseche delle entità per cui in esse sia trascelta una o altra caratteristica come pertinente e per cui le caratteristiche pertinenti si raggruppino in sistema in un modo o nell'altro: limiti materiali a parte, ogni sistema di classificazione e ogni forma poggiano su scelte non condizionate, arbitrarie. Tale arbitrarietà di sistemi e forme è ciò che chiamiamo ‛arbitrarietà formale'.Ciò che abbiamo detto consente di precisare la nozione di rapporto semiotico enunziata all'inizio di questo capitolo. Non solo il rapporto semiotico, ma in generale ogni messa in rapporto di due entità particolari, concrete, avviene, per usare le espressioni del vocabolario teorico già introdotte, attraverso la messa in rapporto delle due classi cui le due entità appartengono, delle due
forme di cui esse sono repliche. E, sempre per quanto abbiamo detto, se le classi appartengono a sistemi diversi, ciò comporta la messa in rapporto di due sistemi.Diciamo ‛codice' ogni accoppiamento di due sistemi che serva a mettere in rapporto almeno due entità identificate ciascuna secondo uno dei due sistemi. Se e solo se tale messa in rapporto è un rapporto semiotico, tale da stabilire, come si è detto, un collegamento di una ‛ y ' e una [ x ], sicché i sistemi in questione sono quelli di identificazione di sensi o messaggi e di segnali o delle, il codice può dirsi ‛codice semiologico'.Consegue da quanto abbiamo detto che, perché si possa avere un rapporto semiotico e, quindi, un atto semico e un processo di comunicazione, non è possibile che l'emittente e il ricevente operino solo su entità particolari, sull' hic et nunc : ma è necessario che adoperino un codice semiologico. Ogni rapporto semiotico, per quanto semplice, non è mai immediato, ma implica sempre la mediazione della connessione di due forme e, quindi, di due sistemi di classi.Diciamo ‛significante' la classe cui appartiene un segnale, la forma di cui esso è replica, e diciamo ‛significato' la classe cui appartiene un senso, la forma di cui è replica: denoteremo che una x ha valore di significante scrivendola tra barre oblique, come / x /, e che una y ha valore di significato scrivendola tra doppi apici, come ‟ y ". Un rapporto semiotico [ x ]: ‛ y ' presuppone la messa in rapporto di un significante e di un significato, cioè la messa in rapporto / x / : ‟ y "; tale rapporto tra classi è detto ‛segno'. Denotiamo che la sequenza di uno o più simboli ha valore di segno scrivendola tra due diesis: ♯ z ♯.Date le nostre definizioni, un segno può dirsi anche ‛forma di un rapporto semiotico'. Descrivere i rapporti tra un segno e le caratteristiche pertinenti di un codice semiologico significa darne una ‛descrizione strutturale'.Diciamo ‛piano dell'espressione' l'insieme dei significanti di un codice semiologico e ‛piano del contenuto' l'insieme dei significati. Un codice semiologico, dunque, unisce un piano dell'espressione e un piano del contenuto. Possiamo ridefinirlo come l'insieme dei segni che esso consente di generare o calcolare.Chiameremo ‛semiotica' lo studio delle caratteristiche proprie in generale dei codici semiologici, e ‛semiologia' lo studio di un particolare codice o d'una particolare famiglia di codici.Ogni segno (e ogni codice semiologico) può essere considerato secondo quattro dimensioni: 1) in relazione agli emittenti e ai riceventi che stabiliscono rapporti semiotici secondo i segni del codice: è la dimensione ‛pragmatica'; 2) in relazione alle delìe o ai segnali che realizzano i significanti: è la dimensione che possiamo dire ‛segnaletica', e che diciamo volta a volta, a seconda dei canali fisici impegnati nella produzione e ricezione di segnali, ‛fonetica', ‛fonetico-acustica', ‛grafica' (o ‛grafetica'), ‛mimetica', ecc.; 3) in relazione ai tratti pertinenti che costituiscono e differenziano i segni (che, di necessità, sono sempre almeno due): è la dimensione ‛combinatoria' o ‛calcolistica' o ‛sintattica'; 4) in relazione ai sensi che realizzano il significato dei segni: è la dimensione ‛semantica'.Possiamo ora precisare che la ‛semantica semiotica' è lo studio delle modalità generali secondo cui i sensi si rapportano ai significati; mentre lo studio delle modalità di tale rapporto in un particolare tipo di codici semiologici è una ‛semantica semiologica'.L'obiettivo che ora siamo in grado di proporci è delineare le caratteristiche di alcune semantiche semiologiche al duplice fine di individuare eventuali modalità generali, semiotiche, presenti nella dimensione semantica d'ogni codice, e di far risaltare le peculiarità di quella particolare semantica semiologica che è la semantica linguistica, lo studio, cioè, della dimensione semantica in quella speciale famiglia di codici semiologici (in realtà, come vedremo, metasemiologici) che sono le lingue storico-naturali.
numerico, per esempio ‛sedici', può essere significato con una gran quantità di segni diversi, ♯16♯, ♯17−♯, ♯18−2♯, ♯10+6♯, ♯9+7♯, ♯2×8♯, ♯32:2♯ ecc. La varietà di segni è ancora più grande se aggiungiamo alle quattro elementari altre operazioni: ♯2^4 ♯, ♯4^2 ♯, ♯64/4♯, ♯√ - 2 - 5 - 6♯, ♯√ - 6 - 4+2^3 ♯, ecc.Le sinonimie aritmetiche ora stabilite ci danno esempi di equivalenza, di possibili parafrasi sinonimiche non, o soltanto assai debolmente, condizionate. In linguaggi matematici più complessi dell'aritmetico troviamo sinonimie condizionate. Per esempio, in un piano cartesiano il punto di ascissa ( x ) 2 e ordinata ( y ) 8, cioè il punto (2; 8), può essere considerato uno dei punti di una retta definita dall'equazione ♯ x/y =0,25± z ♯, uno dei punti dell'iperbole generata dall'equazione ♯ x•y =16± z ♯ e, infine, uno dei punti di una parabola cubica definita dall'equazione ♯ y/x^3 =1± z ♯ (in tutti e tre i casi, per z =0). Possiamo dunque parafrasare la descrizione del punto (2; 8) assumendolo come punto sia della retta sia dell'iperbole sia della parabola cubica. Le rispettive equazioni generano come punti delle rispettive linee punti infiniti diversi per ciascuna di esse, ma, a certe condizioni, esse possono individuare e descrivere generativamente uno stesso punto e possono dunque essere, per quel punto comune, sinonime.Nella codificazione del linguaggio napoletano dei gesti, data nel i 832 dal canonico Andrea De Brio, appaiono numerosi sinonimi. Per esempio il senso ‛no' può essere espresso da segni il cui significante è: alzare le sopracciglia; guardare da un'altra parte; volgere la testa alternativamente a destra e a sinistra; spingere appena indietro la testa; sporgere un poco e alzare leggermente il labbro inferiore; puntare le dita (tranne il pollice) contro il mento e spingerle in fuori, ecc.
dodici segni non ci dà solo questo. I segni si susseguono in un ordine preciso. Di un individuo classificato dal segno ???61??? sappiamo non solo che è un ‛ariete', ma che, in quanto tale, è nato in un periodo dell'anno anteriore a quello di un ‛toro' o di una ‛vergine' e posteriore a quello di un ‛acquario'. Le classi sono ordinate in una successione e ciascun senso non è solo collocato nell'insieme di cui è parte, ma, attraverso l'insieme, è collocato in rapporto alla serie completa. Ciò vale anche per parecchi alfabeti: le lettere, intese come significanti, non si limitano a denotare una classe di sensi, cioè, in questo caso, una classe di suoni corrispondente alla classe di grafie rappresentanti la lettera. Tradizionalmente, da tempi remoti, gli scribi, poi i maestri di scuola, hanno ordinato in una certa successione fissa convenzionale le lettere. In un alfabeto come quello greco il segno ♯β♯ non ha come corrispettivo di senso soltanto dei suoni tipo quelli denotati nell'Alfabeto Fonetico Internazionale da [b]; ma indica anche una classe di suoni e di lettere che occupa il secondo posto in una serie che si apre con il segno ♯α♯ e si chiude col segno ♯ω♯. Possiamo rappresentare il significato composito (ma non articolato: v. oltre) del segno ♯β♯ scrivendo: ‟fonema /b/ del greco classico, secondo elemento di una serie aperta da ♯α♯ e chiusa da ♯ω♯". Anche il sistema di cifrazione araba, sia l'usuale in base dieci sia i meno usuali in base due ecc., includono un certo numero di entità di base, dieci (nell'usuale cifrazione in base 10) o due ecc. (nelle cifrazioni d'altra base), che, in sé, possono considerarsi un codice semiologico seriale. Nel caso della cifrazione in base dieci, le dieci cifre di base, da zero a nove, possono considerarsi altrettanti segni ordinati in serie: ♯2♯ ha un significato che è ‟due", ma i sensi appartenenti a tale significato includono tutti un tratto ‛maggiore (o successore) di uno' e un tratto ‛minore (antecessore) di tre'. Dalla collocazione del segno nella serie dipendono i valori che il suo significato può assumere. Parliamo di ‛paradigma' e di ‛rapporti paradigmatici' per designare le serie e i rapporti di un segno con altri della medesima serie, mentre diciamo semplicemente ‛associazione' e ‛rapporti associativi' l'insieme dei segni di un codice semiologico e i rapporti non seriali tra tali segni. Il costituirsi di una serie paradigmatica ha riflessi sulla forma del significato, che, come si è visto, è composito. Osserviamo ora le caratteristiche di questo tipo più semplice di codici. A. I segni sono inarticolati. Nel significante /rosso/ dei semafori non c'è niente che permetta di riconoscere che esso è correlato a un significato opposto a quello correlato al significante /verde/: dobbiamo saperlo prima. Comprendiamo il significato di un segno se lo conosciamo già. L'apprendimento e la conoscenza del codice coincidono con l'apprendimento e la conoscenza dei suoi segni. All'interno del codice i segni hanno tra loro un rapporto di contrapposizione reciproca globale. Ciò ha riflessi semantici: i significanti non si suddistinguono in parti ciascuna portatrice di una parte del significato complessivo. L'intero significante è portatore dell'intero significato. B. I segni sono di numero finito. Due, per lo meno, oppure, come si è visto, tre, quattro, dieci, ecc. Nelle scritture ideografiche i segni possono arrivare a essere anche migliaia. Si tratta comunque di numeri finiti, anche se oscillanti. Un codice semiologico di questo tipo può ammettere solo in linea teorica segni di numero infinito: sarebbe in tal caso utilizzabile soltanto da utenti capaci di memoria infinita e di un numero infinito di operazioni (tante sono necessarie per identificare un segno che si contrapponga in modo globale a un insieme infinito di altri segni siffatti). C. Il rapporto tra sensi e significati è esclusivo: un senso, se rientra nel significato d'un segno, non rientra nel significato di altri. Non è ammesso che un senso possa essere veicolato da più segni. Non c'è sinonimia.
D. I significati, una volta dati per un certo codice, non mutano. L'utente del codice e dei segni non può forzare i limiti dei significati o, più esattamente, può farlo, ma ciò è un errore, è un deviare e uscire fuori dal codice. Una lingua è, abbastanza evidentemente, lontana da questo tipo di codici: le sue frasi sono palesemente articolate e articolati, anzi, sono in generale i suoi vocaboli stessi; molte frasi e vocaboli sono in qualche misura interscambiabili dal punto di vista della trasmissione di un senso, cioè sono caratterizzati da un rapporto che può essere sinonimico, ecc. In complesso, una lingua non offre quelle garanzie di uso certo, automatico, caratteristiche di questo tipo di codici. Pure, come vedremo (v. capp. 16-17), nello stabilirsi delle consuetudini d'uso d'una lingua gruppi diversi di utenti possono conferire a talune sezioni di vocabolario le caratteristiche della certezza: nomenclature commerciali o professionali e terminologie scientifiche riflettono gli sforzi per trasformare alcune parole in termini di insiemi chiusi, finiti, in segni capaci di rapporti semantici esclusivi almeno in ambiti circoscritti e determinati d'uso.