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Testo molto ben scritto sugli autori dell'età imperiale
Tipologia: Dispense
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Nacque in spagna a Cordova da famiglia equestre, padre era retore da qui la sua passione per la letteratura e la filo. Da giovane parte per studiare a Roma e lì affermò la sua personalità con i potenti tanto che lo stesso Claudio lo condannò in esilio in Corsica. Alla morte di Claudio salì Nerone nel 54 Dc che permise a Seneca di tornare a Roma diventando il suo maestro ed “amicus”. Iniziò così il periodo più alto della vita e della carriera politica di Seneca. Pochi anni dopo Nerone lo condannò al suicidio accusandolo di congiura per evitare un processo lungo e scandaloso. S quindi si ritirò in vita priv dedicandosi agli studi filo e letterali. Morì nel 65dc per una morte penosa soffocato per sua scelta in un bagno a vapore.
Seneca fu uno dei maggiori rappresentanti dello stoicismo a Roma. Essa per Seneca la filosofia non consisteva in una riflessione astratta sulla vita ma doveva avere applicazione pratica nel quotidiano: essa era infatti una guida per l’azione. L’obbiettivo di Seneca non era quello di quindi chiudersi nell’otium letterario ma di prendere parte al negotium ovvero la vita politica. Si avvicinò quindi alla filo stoica il cui fine era la saggezza il filo è infatti il sapiens ovvero il saggio quindi la persona il cui animo non è turbato da circostanze esterne. Ciò non significa che il sapiente deve condurre le sue considerazioni nell’isolamento bensì è nell’azione che si raggiunge la saggezza ovvero la consapevolezza dei valori come l’amicizia, il dovere, e il senso del tempo. Uno dei pilastri fondamentali della filo stoica è quello di vivere secondo natura quindi basandosi sulla razionalità e la ragione la cui applicazione si identifica con la filosofia. Uno dei temi fondamentali della filo stoica è il tempo ritenuto unico vero bene del quale l’uomo dispone che non dv essere sprecato in attività inutili ma investito nel miglioramento di sé. Quindi si può ritenere che la mass ambizione di Seneca fosse quella di essere un uomo saggio e di rispettare il mos maiorum, sfida difficile nel periodo in cui viveva, ricordiamo inf che visse nel periodo della dinastia giulio-claudia in part sotto il regno di claudio che lo esiliò e Nerone che lo costrinse al suicidio.
Seneca scrisse diversi tipo di opere in particolare ritroviamo quelle di carattere filo-morale come dialogi, trattati e le epistule. DIALOGI: Anche se chiamati dialogi in ita dialoghi Seneca parla solo in prima persona e rivolgendosi al destinatario dell’opera discostandosi dal dialogo platonico. Sono 10 in tutto e trattano di argomento diverso. DE PROV: si rivolge a Lucilio cercando di spiegare perché anche alle persone buone avvengono cose ingiuste. La spiegazione è tipica della filo stoica in quanto afferma che i buoni affrontano le ingiustizie come prova delle loro virtù e che in ogni caso l’uomo se trova queste sfide insopportabili può sempre scappare suicidandosi.
CONSOLATIONES: raccolta di tre op “ad marciam”,” polybion”, “herliam matrem”, con lo scopo di consolare ed alleviare il dolore delle persone a cui sono indirizzate esortandoli a sopportarlo in quanto il dolore è una fase prerazionale che va combattuta tramite la ragione DIALOGI DI TIPO SPECULATIVO: sono tre in tutto e sono o DE IRA affronta il tema dell’ira e della rabbia. Seneca afferma che la rabbia si prova dopo un’offesa che ci viene arrecata ed essa è frutto dell’irrazionalità ed è un impeto automatico, l’ira subentra quando alla rabbia si ha la consapevolezza e la volontà di far soffrire chi ci ha recato l’offesa. Lo scopo di Seneca con questo trattato è di dimostrare che prima ancora dell’ira il saggio deve rendersi immune alle offese in modo che esse non lo turbino. o DE VITA BEATA afferma che il giudizio di un uomo può essere oscurato dall’ignoranza e l’abbandono agli impulsi che il filo quindi il sap deve imparare a controllare. o DE BREVITATE VITA afferma che il senso della vita non sta nella sua durata, che non dipende dall’uomo, ma dalla sua qualità, che invece dipende dalle azioni dell’uomo, nessuna vita è infatti veramente breve se la si vive a pieno e al massimo delle nostre potenzialità Bisogna quindi non sprecare il tempo in occupazioni inutili ma usarlo per migliorare noi stessi proprio seguendo i precetti della filosofia stoica. TRILOGIA DEI DIALOGHI A SERENO: o DE TRANQULLITATE ANIMI in questo testo Seneca fornisce consigli pratici per raggiungere la serenità interiore come impegnarsi al servizio del bene comune, non andare a caccia di piaceri e allenarsi a poco a poco ad attraversare la morte serenamente. o DE COSTANTIA SAPIENTIS afferma che per essere immuni a qualsiasi turbamento bisogna effettuare un continuo dialogo con sé stessi affidandosi alla ragione per tenere a bada le passioni. o DE OTIO riflette sul problema del negotium (impegno nella vita politica) e l’otium (disimpegno nella vita politica e sociale per dedicarsi a sé stesso). In questo trattato, scritto durante il suo ritiro dalla vita pubblica, Seneca tesse le lodi e giustifica gli intellettuali che si ritirano nella vita privata affermando che se lo stato è troppo corrotto il sap anziché fare sforzi vani cercando di migliorarlo può essere almeno utile a sé stesso se non può essere agli altri direttamente. Migliorando sé steso migliorerà indirettamente anche gli altri che trarranno beneficio dalle sue riflessioni
L’ultima opera di Seneca fu probabilmente un epistolario: le “epistule ad lucilium”, una raccolta di 124 lettere in 20 libri che trattano ognuno di argomenti diversi e non sono collegate fra loro. Sono definite il testamento spirituale di Seneca dove raccoglie tutte le sue riflessioni sui problemi della filosofia morale. Esse sono state ideate per la pubblicazione infatti il dest, Lucilio, è probabilmente fittizio in quanto lo scopo di queste lettere è puramente didattico. Esse sono state scritte durante il periodo del regno di Nerone che ricordiamo come un imperatore dispotico a cui Seneca aveva fatto da maestro, vedeva dunque il suo lavoro con Nerone vano e decise di dare un messaggio di
Per quanto riguarda il suo genere esso è piuttosto difficile da definire in quanti, a primo impatto esso sembrerebbe un romanzo, molto critici però l’hanno definito come una parodizzazione del romanzo greco in quanto presenta molte somiglianze come la trama (amore tra due giovani tra mille peripezie) solo che se quello greco finisce con il coronamento di questo amore il Satyricon tratta di un amore completamente infedele. Un altro genere affine a quello del Satyricon sono le Fabule Milesie, storie d’amore di carattere licenzioso, come quelle del Satyricon. In fine si può rilevare la vicinanza di quest’opera al genere della satira menippea, infatti, è scritta con un’alternanza di versi e prosa secondo la tecnica del prosimetro, l’opera di petronio è inoltre caratterizzata da una lingua varia, un contenuto estroso ed esuberante di intendo parodico.
In una non precisata città greca dell’Italia Meridionale, 2 giovani Encolpio e Ascilto sono entrambi invaghiti del bel Gitone. Nella locanda dove alloggiavano i 2, giunge la Sacerdotessa di Priapo che li accusa di aver commesso un sacrilegio contro il dio e per espiare le proprie colpe li condanna ad un’orgia. Encolpio e Ascilto vengono però salvati da un servo di Agamennone che li invita ad una cena. Inizia qui uno degli episodi più importanti del Satyricon, la cena trimalchionis, dal nome del padrone di casa Trimalchione, un liberto rozzo ma ricchissimo a cui piaceva ostentare la propria ricchezza. Dopo aver partecipato a questo banchetto, Encolpio e Ascilto chiedono a Gitone di scegliere uno dei due, che preferì Ascilto. Encolpio, disperato, si reca in una locanda e conosce Eumolpo, un poeta fallito. Successivamente Gitone supplica il perdono di Encolpio, e i 3 decisero di imbarcarsi su una nave che naufragò nei pressi di Crotone. Lì Eumolpo si finse un ricco e i 2 compagni i servi, ciò permise al trio di farsi offrire cene e banchetti. Il popolo della città inizia a sospettare quindi il poeta decise di scrivere il proprio testamento affermando che la propria falsa eredità sarebbe andata a chi si sarebbe cibato delle sue carni di fronte al popolo. Purtroppo, ciò che ci è rimasto del Satyricon termina qui e non potremo mai sapere come continuerà la storia.
Una delle principali caratteristiche di quest’opera è la scelta dei personaggi: essi, infatti, sono tutti personaggi quasi miserabili e dalla dubbia moralità, nessuno dei suoi personaggi può essere considerato positivo, infatti, nessuno rispetta il mos maiorum su cui l’aristocrazia fondava la sua visione di società. Il poeta, però, non vuole fare nessuna critica a questi ceti così bassi della società vuole semplicemente descriverli ironizzando su essi. Essa, infatti, si basa sulla descrizione di realtà, si può dunque parlare di realismo Petroniano che punta a descrivere il ceto più basso della società. L’originalità in questo tipo di realismo sta proprio nel fatto che Petronio non vuole fare una denuncia di tipo sociale o politico ma vuole semplicemente descrivere e raccontare queste vicende. Non si può dunque riscontrare nessuna denuncia alla società del tempo in quanto il narratore è interno a tutte le vicende, infatti, il narratore è proprio Encolpio. L’opera infatti è pensata come un lungo diario personale, scritto in prima persona dal protagonista Encolpio. Questo artificio narrativo conferisce alle descrizioni un tono estremamente soggettivo, con un conseguente sdoppiamento di prospettiva: il personaggio nel descrivere gli altri descrive inconsapevolmente, con i suoi giudizi e considerazioni, anche sé stesso.
L’episodio forse più celebre di tutta l’opera è proprio la cena trimalchionis, che racconta il banchetto di un liberto arricchito. Si può dire che questo banchetto sia la parodizzazione dei classici banchetti greci in cui si discuteva di temi alti di carattere filosofico, qui (come in tutto il Satyricon) c’è un rovesciamento di questa immagine, infatti, questo banchetto non è di certo un circolo filosofico ma solo un estroso banchetto tra ghiottoni. Già il nome del padrone di casa ci fa capire il personaggio: Trimalchione significa infatti arricchito tre volte in quanto, come racconta petronio, aveva prima ricevuto una cospicua eredità da suo vecchio padrone per poi essersi arricchito autonomamente. Per tanto lo scopo di questo banchetto è l’ostentazione delle sue ricchezze, ricordiamo infatti tra le immagini proposte da petronio, proprio la scena in cui gli antipasti sono serviti in un asino d’argento con un’iscrizione per indicarne il peso (MITO DELLA ROBA). Petronio, descrivendo questo evento, lo si può definire divertito in quanto stata raccontando di una classe sociale (liberti arricchiti) antitetica rispetto alla sua (aristocrazia), raccontando la forte ascesa di questa nuova classe sociale.
Nel Satyricon Petronio alterna linguaggio aulico quindi una lingua molto ricercata, alla lingua volgare latina il sermo vulgaris usata proprio dai liberti. In oltre il testo è ricco di abbreviazioni (tipiche della lingua parlata), di parole greche e di proverbi.
Abbiamo detto che una delle caratteristiche principali dell’opera di petronio è proprio questa descrizione realistica dei problemi economico-sociali dell’epoca: la crisi agricola, il sovraffollamento dell’Urbs, l’emergere dei nuovi ceti sociali. L’originalità del realismo di Petronio sta così non tanto nell’offrirci frammenti di vita quotidiana, ma nell’offrirci una visione del reale che non sottintende nessuna critica di tipo sociale, morale o politica ma non vuole nemmeno documentare come uno storico Roma. Si possono inoltre rilevare alcuni caratteri in comune tra il realismo Petroniano e quello dell’800: narratore interno alla vicenda che dona alla storia un carattere ancora più reale, assoluta precisione per i dettagli come nella descrizione della cena Trimalchionis. A differenza però del realismo 800ntesco, Petronio non usa un linguaggio libero, ma rispetta le rigide regole formali del suo tempo. Anche i temi affrontati sono simili, ritroviamo infatti il tema dell’amore carnale e il tema della critica alla borghesia che nel contesto in cui viveva Petronio era rappresentata dall’ascesa dei Liberti che però Petronio stesso descriveva come rozzi e maleducati.
Molti critici ritennero Petronio un autore realista come il critico Auerbach che ritiene il Satyricon l’opera più realista dell’antichità. Petronio, infatti, tramite una narrazione soggettiva (l’opera infatti è pensata come diario di viaggio di Encolpio) fa una descrizione accurata della vita condotta da una classe inferiore alla sua. Nonostante ciò, la finalità di Petronio, a differenza degli autori dell’800 la sua opera non si pone nessuna finalità documentaria o sociologica né tantomeno può essere interpretato come una denuncia della società del tempo; il suo unico fine è quello di
Tutti questi anni verranno ricordati dagli autori Come anni davvero bui ma verranno descritti come un m necessario in quanto l’idea del ritorno alla Repubblica era ormai un'utopia.
Quintiliano nacque in Spagna da una famiglia in cui il padre era retore e maestro di eloquenza. Condotto presto a Roma studiò dai migliori maestri e una volta completata la sua formazione tornò in spagna per poi tornare nuovamente a Roma, dove iniziò la sua attività di insegnamento ed ebbe la prima cattedra statale di eloquenza, istituita nel 78 da Vespasiano. Conclusa la carriera di insegnamento pubblico, Domiziano gli affidò l’educazione dei due nipoti designati alla successione. Negli ultimi anni della sua vita si dedicò a scrivere la sua grande opera, l’Istitutio Oratoria “La formazione dell’oratore”
Quintiliano scrisse diverse opere che purtroppo sono state perdute, ciò che ci è pervenuto per intero è il suo capolavoro, dedicato a Vittorio Marcello per l’educazione del figlio Geta, l’”Institutio oratoria” “La formazione dell’oratore”. Si tratta di un vero e proprio manuale sistematico di pedagogia e di retorica, in 12 libri. Scrisse questo libro sia per compendiare la sua esperienza di maestro durata circa 20 anni, ma anche per esprimersi su un dibattito che In epoca Flavia fu particolarmente acceso. Si discuteva infatti sui diversi orientamenti dell’oratoria e sulle cause della sua decadenza; tra i diversi orientamenti dell’oratoria abbiamo: l’arcaizzante (che mirava a imitare i modelli letteratura dell’età arcaica), il modernizzante (prosa spezzata ricca di sentenzie quindi frasi brevi e ad effetto come aveva fatto Seneca. Per Seneca il discorso deve movere mentre per Quintiliano deve docere quindi insegnare), il ciceroniano (riprende la prosa di cicerone che si caratterizza per uno stile equilibrato ed armonioso). Per Quintiliano dal punto di vista dei gusti letterario sostenne una reazione classicistica nei confronti dello stile corrotto di cui vedeva in Seneca il principale esponente e responsabile. Infatti, Il modello di oratore che intendeva formare Quintiliano era quello ciceroniano, un uomo di vasta cultura e di solida morale. Egli però afferma anche che la degenerazione dell’eloquenza è dovuta alla generale degradazione dei costumi e nel decadimento delle scuole e dei suoi maestri. Uomini corrotti infatti non potranno che formare alunni corrotti. Egli però avendo una vasta esperienza scolastica, è convinto dell’efficacia dell’educazione e auspica una rinnovata serietà dell’insegnamento. L'institutio oratoria è, pertanto, un programma di formazione culturale e morale, che il futuro oratore deve seguire scrupolosamente dall’infanzia fino all’ingresso nella vita pubblica.
Uno dei principi fondamentali della pedagogia di Quintiliano è la sua visione dell’educazione come processo continuo il cui metodo deve essere graduale. CONTINUO: perché il processo educativo parte sin dalla tenera età e lo accompagna fino alla sua maturità GRADUALE: perché l’educazione deve procedere adeguando le difficoltà alle successive fasi di sviluppo del discente. In merito a questo principio, Quintiliano formulò un efficace esempio: come un vaso che non riesce a riempirsi se il liquido è versato tutto insieme in grande quantità ma si riempirà fino all’orlo
se il liquido è versato a goccia a goccia, così la mente dei bambini si riempirà più facilmente se l’insegnamento è graduale. Proprio per questo Quintiliano riconosce che ogni età ha le sue condizioni, e riconosce che fino a sette anni il fanciullo non deve ancora essere sottoposto a uno sforzo eccessivo, perché ciò potrebbe condurre a fargli odiare lo studio. Il primo studio a cui il fanciullo dovrà dedicarsi è quello del leggere e dello scrivere ma sotto forma di gioco, Quintiliano infatti consigliava per l’insegnamento della scrittura di far ricalcare al bambino le lettere su una tavoletta di argilla già incisa in modo tale che egli possa abituarsi a scrivere gradualmente, una volta che il bambino avrà imparato a scrivere le lettere in autonomia si passerà alle parole e poi alle frasi. Inoltre, il suo concetto di educazione si esprimeva su 3 diverse prospettive: GENERALE: perché abbraccia tutti gli aspetti dell’umanità. INTEGRALE: perché deve formare tutto l’uomo; UNITARIO: perché tutte le varie parti dell’educazione concorrono ad un fine unitario: formare la personalità dell’alunno.
All’interno di questo processo intervengono diversi soggetti tra cui la famiglia a cui Quintiliano affida la prima fase dell’educazione del fanciullo, nella quale, riconosce l’importante compito della madre nella formazione del bambino che deve impegnarsi ad avere una condotta e a dare un esempio positivo, nel linguaggio e nel comportamento, per far sì che già in tenera età il bambino abbia l’opportunità di apprendere. L’ambiente familiare aveva dunque il compito di impartire una prima formazione morale essenziale per la formazione dell’uomo e quindi dell’oratore e, inoltre, quello di curare un corretto apprendimento del linguaggio, con la precauzione di tenere lontano dalle orecchie e dalle labbra del fanciullo ogni linguaggio poco pulito. La preoccupazione di Quintiliano era di non trascurare questo primo periodo della vita, perché il fanciullo fin dalla nascita, osserva, ascolta, e tenta con l’imitazione di riprodurre le espressioni degli altri è dunque fondamentale, per Quintiliano, il possesso di una buona moralità degli adulti che stanno a fianco dei fanciulli.
Per Quintiliano l’atto educativo non è un processo naturale, bensì un atto intenzionale che deve essere affidato a chi sappia guidare il minore nella sua ascesa verso la maturità: questa figura è quella del maestro; figura necessaria, capace di instaurare un nuovo rapporto educativo fondato sul reciproco senso di stima e affetto. Il maestro, dice Quintiliano, tratti i suoi discepoli sempre come piccoli uomini e loro lo considerino un modello da imitare. Egli deve assecondare le propensioni naturali del proprio alunno. Quintiliano disconosce inoltre l’uso dei castighi in genere e, particolarmente dei castighi corporali: inutili e offensivi per la dignità del minore. Il Maestro deve piuttosto trovare dei modi per stimolare gli alunni a fare meglio e deve conoscere, anche, la psicologia dei suoi alunni per permettergli la comprensione del discepolo e adeguare l’opera educativa alla sua personalità e al suo particolare momento psicologico.
Nell’antica Roma, il dilemma era se l’educazione dovesse essere pubblica o privata. Quintiliano aveva sostenuto gli ottimi risultati che può conseguire l’educazione scolastica nella sua collettività rispetto l’inefficacia dell’educazione individuale. Quintiliano afferma infatti che l’insegnamento
le doti morali che deve possedere. Quintiliano si illude di poter rifondare un ideale di oratore guida del senato e del popolo a differenza di Tacito che comprende il ruolo ormai decaduto ed esautorato dell’intellettuale e dell’oratore nello specifico.
Sullo stile di Quintiliano si è espresso il critico Albrecht che afferma come Quintiliano cerchi di emulare l’armonia e la sinteticita dei testi di Cicerone senza riuscirci pienamente. Infatti, se da un lato lui critica le “sentenzie” usate da Seneca, dall’altro non si rende conto che il suo stile è più affine a quello di Seneca che a quello di Cicerone. La lingua della sua opera risente infatti della tradizione letteraria del primo secolo che proponeva uno stile molto ricerca dal punto di vista formale.
Quintiliano, quindi, può essere considerato il precursore latino, della pedagogia moderna che trova fondamento nella psicologia sperimentale e nella misurazione del quoziente intellettivo. Egli infatti nutre molta fiducia nei ragazzi, poiché incita i genitori ad avere buone ambizioni sin dalla nascita in merito al loro futuro e alla loro carriera e pensa che la maggior parte dei giovani abbia tutti i requisiti per apprendere e formarsi al meglio, anche perché l’apprendimento è la dote naturale dell’essere umano. Egli riconosce che effettivamente alcuni ragazzi siano più lenti ad apprendere ma afferma anche che con il giusto impegno e la giusta determinazione, almeno una minima meta si raggiunge sempre. È chiaro che vi saranno ragazzi che otterranno risultati migliori di altri, che comunque non devono essere invidiati, ma presi come esempio. Da Quintiliano possiamo ricavare alcuni riferimenti a quelli che poi diverranno I principi di base dell’attivismo pedagogico; quali ad esempio: profonda convinzione nelle possibilità dei fanciulli tranne quelli disabili che da Quintiliano (come da tutti in quell’epoca) vengono considerati inumani attribuire grande importanza all’esperienza diretta del fanciullo Il riconoscimento della necessità di individualizzare l’insegnamento in base alle differenti capacità dei bambini garantendo così una formazione di base per tutti. Il processo educativo continuo e graduale dalla famiglia fino all’istituzione scolastica
La pedagogia di Quintiliano può inoltre essere descritta come pedagogia della perfezione e della parola: Perfezione: perché per Quintiliano tutti i bambini devono essere considerati perfetti e capaci di tutto, anche quando sbagliano in quanto per formarli basterà individuare un metodo di insegnamento adatto a loro Parola: in quanto il divenire un buon oratore e dunque acquisire “l’arte del ben parlare” è proprio lo scopo degli insegnamenti di Quintiliano.
Binet assume una particolare importanza nell’ambito della psicopedagogia contemporanea,
soprattutto per le sue ricerche dedicate allo studio e alla misurazione dell’intelligenza dei bambini. Ai suoi studi sperimentali si deve, infatti, l’invenzione del quoziente intellettivo, Ciò che spinge Binet a considerare la necessità di conoscere le prestazioni mentali dei bambini è il bisogno di fornire agli insegnanti strumenti nuovi e concreti per organizzare in modo mirato modalità di insegnamento adatte ai propri allievi per andare incontro a chi è in difficoltà L’obiettivo è di fornire al soggetto debole una compensazione affinché possa arrivare allo stesso livello dei suoi compagni. L’educazione tradizionale aveva di solito considerato i bambini deboli come soggetti difficili senza voglia di impegnarsi. Venivano dunque abbandonati a loro stessi senza fare nulla per aiutarli. Binet sostenne già alla fine dell’800 l’importanza della ricerca di nuovi metodi di insegnamento focalizzati all’aiuto dei ragazzi in difficoltà Nella scuola è, infatti, necessario che si presentino dei programmi innovativi per adeguarsi alle esigenze degli alunni. Al richiamo di Binet non si sottraggono gli studiosi italiani come Maria Montessori, che ha iniziato la sua carriera scientifica proprio interessandosi alla problematica dei bambini “frenastenici”. Nonostante tutti questi punti di contatto emerge una differenza profonda con la scuola contemporanea per quanto riguarda i diversamente abili che sono bollati da Quintiliano come “esseri inumani”; infatti i soggetti disabili venivano esclusi dall’ambiente scolastico; al contrario, nella scuola odierna, i disabili e coloro che hanno disturbi specifici di apprendimento meno gravi, come la dislessia o la discalculia, vengono inclusi, sostenendoli nel loro percorso formativo con piani educativi personalizzati, rispettivamente il D.S.A (Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico) e il B.E.S. (Bisogni Educativi Speciali). Attualmente, l’ambiente scolastico è particolarmente attento all’inclusione, nelle singole classi, degli alunni portatori di handicap; ciò contribuisce a far sviluppare nei giovani l’intelligenza emotiva, in quanto la classe cerca di “andare incontro” alle esigenze del compagno e di includerlo appieno nel gruppo. È osservabile che, nel contesto storico in cui viveva Quintiliano sia stato un pedagogista moderno ed innovativo, in quanto proponeva dei modelli e degli ideali condivisibili anche oggi. Proprio per la sua modernità l’opera non riscontrò particolare successo, Si può dunque certamente affermare che Quintiliano nonostante operò solo nel primo secolo DC ebbe idee modernissime e soprattutto pose le basi dell’odierna scuola pubblica.