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trovato su internet! recensione del libro utile per chiarirsi le idee
Tipologia: Appunti
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Michel Serres, osservava Bruno Latour nella prima delle interviste raccolte in questo volume, è "conosciutissimo, ma anche conosciuto malissimo". L'edizione originale risale al 1992, e da allora in Francia le cose sono in parte cambiate: Le Tiers-Instruit è stato qualche anno fa un discreto bestseller, e Serres è stato inoltre per così dire ufficialmente consacrato da quell'autentico rito prestigioso e simbolico che è la chiamata all'Accademia di Francia. Ma in Italia l'epistemologo francese gode ancora soprattutto del dubbio privilegio di una notorietà legata soprattutto alla enigmaticità dello stile e della struttura stessa dei suoi libri, che appaiono per giunta impegnati ad esprimere una ricerca programmaticamente di confine, ciò che rende ulteriormente ardua ogni scontata identificazione disciplinare. Data la sua forma colloquiale, Chiarimenti (titolo senz'altro programmatico) realizza invece un approccio morbido con le idee di Serres, e può pertanto essere considerato al contempo una valida introduzione al suo pensiero così come una galleria di sollecitazioni intellettuali senza dubbio assai stimolanti. Così, ad un quadro generazionale non privo di interesse, che sottolinea le peculiarità delle scelte di uno scienziato-filosofo (e non il contrario: non si tratta di un filosofo attento alla scienza, bensì di un intellettuale di rigorosa formazione scientifica) nella Francia del dopoguerra, si aggiungono spunti specifici che hanno generalmente una capacità di interagire fecondamente con orientamenti anche molto diversi da quelli serresiani nei campi dell'epistemologia e della critica della conoscenza; nell'insieme, viene infine a proiettarsi una notevole luce, retrospettiva ma anche programmatica, sull'opera dell'autore francese. La traduzione è buona, e la postfazione di Mario Castellana offre un ulteriore e prezioso, vista la specificità del contesto serresiano, inquadramento storico-critico. Lo schizzo autobiografico sulla propria formazione è assai utile, in quanto offre un quadro di prima mano e dal di dentro su una tradizione epistemologica solo parzialmente nota in Italia quale quella francese. Si prendano, ad esempio, i rapporti di Serres con Bachelard: egli, che pure ha studiato col grande epistemologo, appare nel corso delle interviste tutt'altro che un suo simpatizzante, anche se Castellana mette in evidenza più di un tema su cui una continuità tuttavia emerge ancora. In qualche misura questa ambiguità già mostra l'irriducibilità alle classificazioni ed alle appartenenze (le "autostrade", così le chiama) di Serres stesso, autore orgogliosamente privo di veri e propri maestri. Sotto questo profilo ulteriori spunti possono essere facilmente rinvenuti, anche perché siamo in un contesto storico-culturale, come è ovvio, tra i più rilevanti del Novecento, collocato come è tra esistenzialismo e fenomenologia, scienze umane ed antropologiche, strutturalismo e poststrutturalismo. In particolare rispetto a quest'ultimo ambito Serres rivendica la matrice matematica dello strutturalismo (infine, della filosofia) che lo interessa: a partire dall'esperienza bourbakista assai più che saussuriana. L'idea fondamentale di una matrice funzionale è in grado di realizzare avvicinamenti ed illuminazioni, tra campi che vengono costantemente ridescritti, e con ciò ripensati. La stessa coappartenenza e reciprocità emerge, d'altra parte, nel rifiuto di qualsiasi distinzione tra lavoro della scienza e lavoro letterario (che è ovviamente il punto focale del dissidio con Bachelard). I n qualche modo ciò introduce alla stessa idea complessiva della filosofia coltivata da Serres: libera, non tecnica, umanistica e narrativa, nutrita della suggestione di un pensiero impegnato a realizzare in continuazione veri e propri cortocircuiti immaginativi.
E con ciò siamo entrati anche nella parte più specifica e suggestiva del testo: quella che introduce le idee teoriche peculiari di Serres, in particolare sotto il lato del metodo , in cui l'avvicinamento di tipo ricorsivo tra autori consegnati abitualmente ad una cronologia spesso assai distante produce effetti di senso notevoli, anche se talvolta sospetti di capziosità; e anche sotto il lato del contenuto , infine quello decisivo, per il quale è in effetti la temporalità stessa ad essere messa in discussione, in una sorta di sua visione sovrapposta ed intersecata (e di sapore esplicitamente bergsoniano). Affidato ad un principio di spostamento obliquo, il tempo mostra la propria non linearità, dunque non è continuo né discontinuo, per rifarsi ad una delle più note distinzioni e polemiche proprie al settore disciplinare cui Serres sembra più vicino; tutt'al contrario è un tempo aleatorio. La turbolenza del tempo atmosferico fornisce la chiave di lettura del tempo storico, che non è un flusso uniforme, bensì una compresenza di sensi, come in uno spiegazzamento complanare che attraversa ogni istante ed ogni azione che compiamo. Non esiste agire completamente arcaico né del tutto contemporaneo: incessantemente ogni istante mostra la compresenza, pensata da Serres anche attraverso immagini che esprimono la variazione e l'oscillazione (il volo dell'insetto, il movimento di piegare/spiegare, etc.). Certo, non è un caso che l'operatore di questi accostamenti sia Ermes, il nume eponimo dell'ermetismo, che, anche nel suo senso deteriore, non è estraneo a questa prospettiva. Ma l'esito discutibile (e, come accenna più di una volta Latour, discutibile de jure , date le premesse, e non solo de facto ) non può essere un argomento per annullare questo approccio: la sua forza sta soprattutto nel tentativo di costruire un pensiero rapido , una continua trasformazione metaforica impegnata nel trasferimento e spostamento del pensiero all'interno di una struttura di tipo matematico. È importante, in questo contesto, la funzione che Serres assegna al lavoro filosofico: esso deve "inventare le condizioni dell'invenzione" (p. 95). Per l'autore francese questa attitudine non fuoriesce dall'ambito della filosofia né dalla sua tradizione: si tratta piuttosto di una strategia di pensiero che di un'intenzione meramente formalistica, strategia che non abbandona il progetto di un ordine, sia pure costruito attraverso una tassonomia delle forme anziché dei contenuti, delle organizzazioni e non degli enunciati. Se questo è, sembra di capire, il senso fondamentale del lavoro di Serres, forse non è inutile ricordare almeno ancora un altro punto, legato ancora una volta alla definizione in parte contrastiva di Serres rispetto alle filosofie dominanti. In particolare, relativamente alle filosofie del sospetto, e più in generale all'atteggiamento moderno teso allo svelamento come alla spiegazione, Serres pronuncia un bell'elogio del lavoro contrario, quello dell' implicare e del rendere oscuro: la conoscenza oscura non è ignoranza, è conoscenza con proprie modalità ancora non sufficientemente pensate né valutate, è conoscenza capace talvolta di proteggere ciò che non può essere posto in luce senza con ciò essere distrutto o deformato. Questo spunto può essere ricondotto al suggerimento latouriano secondo cui la filosofia di Serres non è moderna : nel senso che non è critica (kantiana), in quanto vede che, al di là della criticità, il problema di quello che, con estrema sintesi e banalizzazione, potremmo chiamare il senso dello stesso stare al mondo, resta intatto. Per questo Serres parla anche di una "lunghissima carriera" ancora davanti alla religione (p. 162), e nella conclusione delle conversazioni prospetta, di fronte all'immensa responsabilità che è propria all'uomo nel nostro tempo, un'ipotesi di etica nutrita di studi umanistici (assai più che di scienze umane). Ma bisogna osservare a questo proposito che solo apparentemente questo suggerimento ha un sapore déja vu o "umanistico" nel senso più banale: in realtà l'umanesimo va ripensato all'interno della strumentazione peculiare