Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Multiculturalismo: Critica e Riconoscimento della Differenza, Appunti di Sociologia

Il libro illustra le questioni problematiche poste dalle richieste di riconoscimento della differenza e presenta in modo critico le diverse posizioni che compongono l'attuale dibattito sul multiculturalismo. Ne risulta una guida utile a chiunque voglia affrontare in modo più consapevole l'esperienza quotidiana dell'incontro con la differenza culturale.

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 22/06/2021

lucibrig
lucibrig 🇮🇹

4.3

(3)

6 documenti

1 / 24

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
Società multiculturali
Prefazione
Prima degli attacchi alle Torri gemelle si credeva che le società dovessero inevitabilmente diventare
multiculturali, ma negli ultimi anni il clima generale nei confronti di queste società è fortemente cambiato.
Questo libro appunto analizza questo cambio di prospettiva, della chiusura del multiculturalismo, del vedere
la cultura come un bersaglio del passato che deve essere protetto dalla trasformazione.
Invece più che difendere le differenze il dibattito multiculturale pone la questione di come immaginare una
società più equa, senza perseguire il mito di una comunità pura, omogenea sottratta alla complessità e al
mutamento.
Capitolo primo – Crisi della modernità e tema della differenza
Nuovi modi di essere, di guardare e di narrare Il termine multiculturalismo può prendere
diversi significati in base all’attore che lo utilizza, ma quello che più spesso sentiamo è che il
multiculturalismo sia la presenza, solitamente valutata positivamente, di differenze di abitudini culturali nelle
preferenze e nei valori di gruppi che convivono nel medesimo spazio sociale.
Tali differenze sono considerate i tratti distintivi dell’identità individuale e collettiva; la base
dell’appartenenza.
Il multiculturalismo non è dovuto ad una crescita della differenza ma alla modifica che essa assume nella vita
sociale e politica nel mondo contemporaneo.
Negli Stati Uniti degli anni ’20 e in molti paesi europei negli anni ’60, furono soggetti a flussi migratori
elevati, ma in questi casi la differenza ha costituito un elemento molto evidente della vita sociale con
numerose tensioni ma raramente veniva percepita come un valore da preservare e proteggere.
In questi periodi il modello interpretativo usato era un’ottica illuministica che alla base come valore fondante
aveva l’eguaglianza.
Eguaglianza e progresso trovano la sua tradizione politica con il concetto di melting pot, ovvero l’idea
che le antiche differenze, radicate in una tradizione percepita come un freno alla crescita e allo sviluppo,
sarebbero state fuse nel grande crogiolo della vita moderna per dare origine ad una nuova umanità, migliore
delle precedenti fu la base per un programma politico di integrazione e di assimilazione.
Le vecchie differenze lasciano spazio ad un’eguaglianza fondata sulla visione liberale, il futuro sarebbe
un’umanità unita nel condividere gli ideali e i modelli di vita del mondo occidentale moderno, razionale e
sviluppato.
Zygmunt Bauman la preoccupazione per un mondo ordinato costruisce la base del pensiero sociale, della
scienza e dello stato moderno. Preoccupazione che porta a considerare ogni differenza come una deviazione
dagli standard, come una devianza o un’imperfezione indesiderata che deve essere eliminata.
La crisi dell’universalismo il primo problema per questa visione negli anni ’60 negli Usa, quando le
minoranze iniziano a chiedere più diritti, soprattutto i neri americani. L’uguaglianza prevista dal melting pot
infatti non includeva le persone di colore sottoposte a gravi forme di discriminazione.
La seconda guerra mondiale quindi produca una contraddizione ovvero un’estesa enfasi sul principio di
uguaglianza e la sua mancata applicazione concreta.
Durante la guerra gli afro-americani negli Usa e i cittadini delle colonie in Europa ebbero un forte ruolo nel
conflitto bellico. Retorica bellica uguaglianza, solidarietà, volontà di combattere per una causa comune,
diventano al termine della guerra una crescente richiesta di inclusione sociale che non viene soddisfatta.
Questa visione di uguaglianza portata dalla guerra poi si nota sia solo una facciata, senza un’attuazione
concreta.
Di egual forza è anche il movimento delle donne, per una società che dice di essere paritaria, ma che esclude
le donne nelle attività più gratificanti e relegate al lavoro domestico.
Gli ultimi movimenti sociali furono: quello studentesco, hippie, quello al dissenso cattolico.
Mettono in crisi i presunti ideali universalistici ed egualitari su cui si fondava il pensiero moderno.
Obbiettivo Martin Luther King ho un sogno, il sogno americano di uguaglianza.
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff
pf12
pf13
pf14
pf15
pf16
pf17
pf18

Anteprima parziale del testo

Scarica Multiculturalismo: Critica e Riconoscimento della Differenza e più Appunti in PDF di Sociologia solo su Docsity!

Società multiculturali Prefazione Prima degli attacchi alle Torri gemelle si credeva che le società dovessero inevitabilmente diventare multiculturali, ma negli ultimi anni il clima generale nei confronti di queste società è fortemente cambiato. Questo libro appunto analizza questo cambio di prospettiva, della chiusura del multiculturalismo, del vedere la cultura come un bersaglio del passato che deve essere protetto dalla trasformazione. Invece più che difendere le differenze il dibattito multiculturale pone la questione di come immaginare una società più equa, senza perseguire il mito di una comunità pura, omogenea sottratta alla complessità e al mutamento. Capitolo primo – Crisi della modernità e tema della differenza Nuovi modi di essere, di guardare e di narrare  Il termine multiculturalismo può prendere diversi significati in base all’attore che lo utilizza, ma quello che più spesso sentiamo è che il multiculturalismo sia la presenza, solitamente valutata positivamente, di differenze di abitudini culturali nelle preferenze e nei valori di gruppi che convivono nel medesimo spazio sociale. Tali differenze sono considerate i tratti distintivi dell’identità individuale e collettiva; la base dell’appartenenza. Il multiculturalismo non è dovuto ad una crescita della differenza ma alla modifica che essa assume nella vita sociale e politica nel mondo contemporaneo. Negli Stati Uniti degli anni ’20 e in molti paesi europei negli anni ’60, furono soggetti a flussi migratori elevati, ma in questi casi la differenza ha costituito un elemento molto evidente della vita sociale con numerose tensioni ma raramente veniva percepita come un valore da preservare e proteggere. In questi periodi il modello interpretativo usato era un’ottica illuministica che alla base come valore fondante aveva l’eguaglianza. Eguaglianza e progresso  trovano la sua tradizione politica con il concetto di melting pot, ovvero l’idea che le antiche differenze, radicate in una tradizione percepita come un freno alla crescita e allo sviluppo, sarebbero state fuse nel grande crogiolo della vita moderna per dare origine ad una nuova umanità, migliore delle precedenti  fu la base per un programma politico di integrazione e di assimilazione. Le vecchie differenze lasciano spazio ad un’eguaglianza fondata sulla visione liberale, il futuro sarebbe un’umanità unita nel condividere gli ideali e i modelli di vita del mondo occidentale moderno, razionale e sviluppato. Zygmunt Bauman  la preoccupazione per un mondo ordinato costruisce la base del pensiero sociale, della scienza e dello stato moderno. Preoccupazione che porta a considerare ogni differenza come una deviazione dagli standard, come una devianza o un’imperfezione indesiderata che deve essere eliminata. La crisi dell’universalismo  il primo problema per questa visione negli anni ’60 negli Usa, quando le minoranze iniziano a chiedere più diritti, soprattutto i neri americani. L’uguaglianza prevista dal melting pot infatti non includeva le persone di colore sottoposte a gravi forme di discriminazione. La seconda guerra mondiale quindi produca una contraddizione ovvero un’estesa enfasi sul principio di uguaglianza e la sua mancata applicazione concreta. Durante la guerra gli afro-americani negli Usa e i cittadini delle colonie in Europa ebbero un forte ruolo nel conflitto bellico. Retorica bellica  uguaglianza, solidarietà, volontà di combattere per una causa comune, diventano al termine della guerra una crescente richiesta di inclusione sociale che non viene soddisfatta. Questa visione di uguaglianza portata dalla guerra poi si nota sia solo una facciata, senza un’attuazione concreta. Di egual forza è anche il movimento delle donne, per una società che dice di essere paritaria, ma che esclude le donne nelle attività più gratificanti e relegate al lavoro domestico. Gli ultimi movimenti sociali furono: quello studentesco, hippie, quello al dissenso cattolico. Mettono in crisi i presunti ideali universalistici ed egualitari su cui si fondava il pensiero moderno. Obbiettivo  Martin Luther King  ho un sogno, il sogno americano di uguaglianza.

Black is beautiful: la differenza come valore  Al fianco di questi movimenti di uguaglianza, si formano movimenti più radicali, in cui i concetti di assimilazione e inclusione vengono sempre più criticati e percepiti come forzati e quindi si richiede un riconoscimento della diversità. Rivendicando un valore e una cultura nera, che vuole essere riconosciuta come diversa da quella bianca, perché l’assimilazione non è altro che un diventare bianchi, rinunciando alle proprie specialità. Ma nonostante innumerevoli tentativi che si fanno per omologazione sarai sempre visto come un nero. L’unica possibilità di sottrarsi a questo vincolo è valorizzare la propria specialità rinunciando alla costrizione di essere ciò che non si è. I movimenti giovanili rivendicano il valore di essere diversi, di sperimentare forme di nuova convivenza, di cercare e sviluppare una propria specificità anche in contrapposizione a modelli ritenuti dalla maggioranza come normali. L’integrazione come sconfitta. I movimenti delle donne denunciano che l’uguaglianza è pensata per gli esseri umani di sesso maschile, le donne sono sempre state escluse da tale uguaglianza: gli uomini sono tutti uguali significa dire i maschi sono tutti uguali. Le donne chiedono non solo la parità con gli uomini ma il riconoscimento di un valore della diversità femminile, vedendo l’uguaglianza come omologazione all’uomo. Anche i movimenti omosessuali e delle donne di colore contribuiscono: i primi rivendicano un orgoglio omosessuale, chiedendo che venga riconosciuta la loro differenza, che la famiglia normale è solo una delle possibili visioni del mondo: bianco eterosessuale. Le donne di colore invece propongono la differenza all’interno dello stesso movimento femminista, accusando di rappresentare solo donne bianche. Movimenti ecologisti  ritorno alla natura La crisi dello stato nazione  Altri importanti mutamenti influenzano l’emergere del tema della differenza: o Una prima grande trasformazione è legata al diffondersi del mercato dei beni di consumo e al prevalere del consumismo e dell’individualismo, con questo commercio quindi l’unicità e la novità divengono valori positivi. La libertà è legata al poter scegliere beni diversi e costruire una propria personalità  anni 80 Globalizzazione. Lo stato-nazione diventa meno capace di controllare e regolare il mercato, viene così ad indebolirsi uno dei principi di eguaglianza: l’idea di cittadinanza, e l’appartenenza con una nazione diventa inadeguata. o La seconda trasformazione è la tendenza alla ricerca di nuove forme di identificazione è rafforzata dalla dissoluzione del blocco sovietico, la caduta del muro di Berlino, che da un lato ha fatto rifiorire i paesi dell’Est, ma dall’altro ha sottratto l’identità occidentale. In mancanza di dibattiti politici quindi ci si sposta in questioni socio-politiche, legate alla scelta individuale (aborto, eutanasia, valori familiare). o Un ulteriore elemento è la crescente diffusione dell’informazione in rete e dei mezzi di comunicazione di massa, questo porta ad un’informazione globale. Quindi la comunità è sempre meno definita a priori dalla localizzazione, ma sempre di più dalle nostre scelte. Se in precedenza la migrazione era sinonimo di perdita di contatto, con internet la distanza è sempre meno. Nel complesso i processi di globalizzazione conservano un carattere contraddittorio: da un lato favoriscono un nuovo ecumene mondiale dall’altro rivitalizzano le identità comunitarie e le religioni. Nuove teorie della conoscenza: la crisi della verità  Nel secondo dopoguerra si diffonde anche un nuovo modo di guardare, comprendere, rilevare, la così detta svolta epistemologica, cioè una radicale revisione del valore e della natura della conoscenza, non che hai processi che conducono al sapere scientifico. In opposizione quindi alla epistemologia positiva, la filosofia del linguaggio, l’ermeneutica, la nuova filosofia della scienza sottolineano che il linguaggio non descrive solo ciò che è la realtà esterna, ma che costituisce una forma attiva di costruzione, non universale ma in stretta relazione con il contesto. La realtà e la conoscenza della realtà non sono viste come universi separati, una nuova epistemologia evidenzia che il modo in cui si osserva ha implicazioni su cosa si vede. La conoscenza è parziale. La verità appare strettamente legata alla cultura e ai processi simbolici e interpretativi, cioè ad azioni sociali di attiva attribuzione di significato a eventi ed esperienze.

Sul piano del confronto politico relativo ai parametri che è possibile utilizzare e accertare per riconoscere la legittimità di determinate richieste provenienti da comunità e minoranze nazionali il problema si risolve. Quindi le questioni rimangono aperte su come e quali gruppi hanno diritto e possono essere riconosciuti come minoranza legittimata a rivendicare maggiore autonomia politica; quali sono i vincoli minimali per potersi considerare ancora un’unica nazione. Le minoranze interne marginalizzate  Quando la differenza è dovuta da popolazioni native che sono state colonizzate e in parte sterminate o comunque fortemente discriminate nel processo di formazione dello stato-nazione. Le popolazioni autoctone quindi si trovano in una situazione di doppia discriminazione: fortemente escluse e dominare, occupando posizioni marginali nella vita sociale, politica ed economia, e soggette a continui pregiudizi e rappresentazioni negative che tendono a limitare fortemente la loro possibilità di inserimento e partecipazione. Togliere le barriere formali non basta, si pone un problema di opportunità. La popolazione indigena è spesso considerata uniforme e coerente, ma spesso non è così semplice identificarla in un solo gruppo autoctono, ed è resa ancora più difficile dalle persone che sono discendenti sia dagli autoctoni sia dai conquistatori. Essere membro di un determinato gruppo specifico è il risultato soprattutto di scelte e di particolari costruzioni di significati e non di attributi ascritti in modo netto e modificabile per nascita. Esempio su Apartheid. Un altro esempio è quello dei neri americani che tutt’ora sono fortemente discriminati, sia nel mondo del lavoro, ma anche socialmente, la maggior parte dei carcerati sono neri, e c’è un basso inserimento scolastico. I neri americani continuano a rappresentare ciò che Myrdal aveva definito come dilemma americano: incapacità di integrare i neri ma con la incorporazione invece di altri gruppi minoritari, il livello di inserimento rimane problematico. Si pone il problema di valutare la possibilità di favorire l’eguaglianza della differenza, cioè creare un sistema di quote e di accessi privilegiati che consentano a chi è stato tradizionalmente escluso di partecipare pienamente alla vita politica, economica e sociale. Alcuni movimenti sociali non si limitano solamente alla volontà di introdurre delle quote ma richiedono una revisione dei curricula scolastici, quindi una revisione di linguaggio, dei criteri di decisione e dei principi che regolano la vita comune in modo da smascherare la parzialità funzionale al gruppo dominante, nascosta dietro un velo di apparente universalismo e oggettività. La differenza creata dai processi migratori  Differente è invece la presenza di differenza dovuta a fenomeni migratori. Nel caso dell’emigrazione distinguiamo due modelli:

  1. Modelli coloniali, migrazioni dovute alla conquista di territori da parte di gruppi provenienti da contesti culturali molto differenziati e si stabiliscono in un particolare territorio imponendo le proprie regole attraverso lo sterminio, l’assoggettamento o la discriminazione. L’ideologia dominante era quella del melting pot, l’idea che le nuove terre di immigrazione sarebbero diventati luogo dove tutte le tradizioni sarebbero confluite in una formando una società migliore e più giusta, e naturalmente si riferisce ad un universo ristretto e parziale: quello dei bianchi europei.
  2. Quando nei primi anni ’60 gli europei iniziarono a migrare sempre meno e aumentavano le emigrazione dall’America latina e dall’Asia, l’immigrazione non era più vista come stranieri che si vogliono inserire ma come barbari che minacciano l’unità nazionale, visti come ospiti momentanei o come invasori abusivi, visione che ha influenzato anche l’Europa nel secondo dopoguerra, immigrati visti come lavoratori temporanei, che però poi si dimostrano un elemento strutturale e presente nelle società europee, hanno formato associazioni, comunità, reti familiari che favoriscono la convivenza e l’arrivo nel nuovo paese senza rinunciare all’appartenenza.

Le politiche europee verso gli immigrati  Nel dibattito europeo sull’integrazione degli immigrati sono evidenziati tre modelli: assimilazionista, pluralista e il modello di istituzionalizzazione della precarietà. Modello assimilazionista: muove il presupposto che l’appartenenza alla comunità nazionale debba fondarsi sulla convinzione di ideali e di tradizioni comuni, l’essere membri di una nazione si fonda su una scelta individuale, precisa e responsabile che consiste nell’accettazione delle regole nazionali e impersonali che guidano la vita pubblica. Il percorso di inserimento degli immigrati ha come fine la completa assimilazione, cioè la loro piena e totale accettazione ad agire nella sfera pubblica secondo le regole del paese ospitante, relegando la loro differenza in ambito domestico. La piena libertà individuale, dovuta dall’uguaglianza, è condizione indispensabile per una reale appartenenza. Lo stato ha l’obbligo di favorire la piena uguaglianza dei propri cittadini, immigrati inclusi, ma questa si risolve solo con la piena assimilazione, e quindi accettazione delle regole. Critiche: difficile distinguere pubblico e privato, e poi il multiculturalismo sottolinea che il riconoscimento di differenze sono indispensabili per la stima di sé, l’esercizio di un’effettiva libertà di scelta, quindi l’assimilazione si riduce alla lingua, alla storia e alle tradizioni del paese ospitante, negando spazio di espressione ad altri tratti culturali provenienti da diverse tradizioni. Modello pluralista: ammette e legittima un certo grado di diversità culturale e identitaria. Tutti i cittadini possono mantenere e trasferire nello spazio pubblico le loro specificità e le loro differenze, con l’unico limite del rispetto delle leggi e delle regole stabilite secondo il metodo democratico. L’enfasi è sulla sacralità della regola democratica, il concetto di libertà è strettamente associato a quello di autonomia: i singoli e i gruppi devono avere la libertà di scegliere e di decidere in maniera autonoma, non limitata da eccessivi vincoli collettivi, ma senza mai superare l’invalicabile limite delle regole democratiche e del rispetto della libertà degli altri. Essere membro della nazione è considerato un fatto di volontà e di accettazione, il principio di base dell’appartenenza è lo ius soli. Critiche: data la totale differenza percepita da parte degli stranieri, e dato che l’uguaglianza è impossibile, le differenze devono rimanere tali a meno che non sfugga il controllo, visione etnocentrica. Istituzionalizzazione della precarietà: tende a considerare gli immigrati come ospiti temporanei, quindi rimangono sempre diversi e stranieri, ma rimangono temporanei e diversi e quindi difficili da inserire nella comunità autoctona. Lo stato mira alla tutela della loro diversità in vista di un possibile ritorno in patria, si integra nel mondo del lavoro ma non nella cultura del paese ospitante. Il principio di cittadinanza è legato al ius sanguinis. Critiche: concentrazione della differenza etnica e culturale, vista come qualcosa di essenziale, di naturale e quindi immodificabile. Capitolo terzo – Problemi e contraddizioni del multiculturalismo Usi molteplici della differenza  Nel dibattito sul multiculturalismo riguarda due aspetti fondamentali della vita sociale: una dimensione politica, che interroga circa la possibilità di definire in modo diverso le relazioni di potere e le condizioni di inclusione e di esclusione, e una dimensione culturale, che mette in discussione i codici e i sistemi simbolici che consentono di percepirsi e di definirsi come soggetti capaci di azione sociale consapevole. La dimensione politica (1) rimanda agli effetti dei processi di globalizzazione, alla crisi dello stato-nazione, al declino delle ideologie e al diffondersi delle informazioni, il richiamo alla differenza consente di sostenere rivendicazioni sia di tipo inclusivo sia di tipo difensivo. Le rivendicazioni inclusive sono le richieste da parte di gruppi minoritari di partecipazione a risorse e alla vite politica per avere rilevanza decisionale, ma non fanno richiesta solo per il gruppo in cui sono ma chiedono con l’obiettivo di universalità. Nel caso di rivendicazioni difensive, gruppi chiedono la chiusura e protezione di interessi e privilegi acquisiti; serve a innalzare e rafforzare antiche linee di separazione e difendono interessi materiali e simbolici di un determinato gruppo sociale. Rivendicazioni più sull’autonomia, soprattutto di persone provenienti da zone più industrializzate rispetto a zone più arretrate e povere. La dimensione simbolica (2) rimanda agli effetti dell’individuazione, ovvero ciò che ha reso l’individuo un soggetto creativo caratterizzato dalla libertà di scelta. In questa prospettiva ogni individuo è particolare e

  1. Un primo problema se sia possibili conciliare il riconoscimento dell’importanza della differenziazione con valori universali e democratici. Quali gruppi è giusto e va bene riconoscere e quali sia necessario rifiutare e contrastare.
  2. Se e come è possibile conciliare il riconoscimento dell’importanza della differenza con la convivenza e il legame sociale, le domande principali riguardano la possibilità di mantenere un certo grado di unità sociale, favorendo la tolleranza senza rinunciare alle proprie specificità.
  3. Una serie di questioni coinvolge dimensioni più propriamente cognitive, esiste allora, dato le differenze, esiste una verità indipendente? Paradossi del multiculturalismo  La visione del multiculturalismo non è comunque senza paradossi. Il multiculturalismo cerca di favorire le relazioni e la comunicazione tra questi diversi gruppi, in modo da incrementare la tolleranza e la comprensione reciproca. Quindi le persone devono essere stimolate e interessate alla differenza, vivendo di confronti e credenza di valori differenti. Se i fini sono condivisi le differenze costituiscono una semplice divisione dei compiti fondata sulla specificità e sulle abilità individuali, la presenza di un ampio ventaglio fa sì che ci sia più libertà. Ci sono delle difficoltà:  Porre in evidenza il valore della differenza può portare a forme di etnocentrismo e di sciovinismo culturale. Questo potrebbe portare alla chiusura e piuttosto che una reale comunicazione.  Insistere sulle differenze può portare a cercare gruppi di appartenenza sempre più specifici. I potenziali paradossi però non sembrano rilevanti se prevale una spinta cooperativa, ma dobbiamo capire che la nostra visione è solo una delle tante visioni possibili. Quindi entrare in comunicazione fasi che entrambe le culture poi cambiano, la differenza iniziale verrà posta sullo sfondo, prevarranno gli elementi comuni di riconoscimento, e la differenza che si vorrà salvaguardare verrà eliminata. La differenza dei gruppi marginali e discriminati è spesso imposta, dovuta alla continua esclusione. Questi paradossi segnalano delle dimensioni che è necessario sforzarsi di introdurre nella riflessione relative alla convivenza con culture diverse. L’ambivalenza con la differenza che non può ridursi a completa separazione o totale fusione. I problemi del multiculturalismo vanno affrontati non banalmente. Capitolo Quarto – La differenza come essenza Essenze e costruzioni  Il senso della particolarità della propria identità nasce necessariamente da una qualche forma di confronto con chi è percepito e definito come altro, dalla capacità di costrizione di una distinzione in grado di porsi come una differenza significativa. Classificare, comparare, sono processi che sono alla base della costruzione del senso del mondo. Processi che si basano sulla capacità di costruire distinzioni e confini che separino. (Berger e Luckmann) Questi processi di selezione e di costruzione attiva di similitudini e differenze sono soggetti a processi di reificazione ovvero si pensa siano processi naturali, di leggi cosmiche ma invece sono processi umani. E questo processo di reificazione costituisce una condizione normale della conoscenza umana sia degli esseri umani sia degli scienziati. Un passo successivo sarebbe quello di riconoscere i processi di reificazione e isolarli per poterli osservare e criticare, e questo ci suggerisce che la differenza ha un carattere intrinsecamente relazionale, non esiste isolata, non ha una propria essenza, ma appare unicamente come risultato di un confronto tra due o più entità che consideriamo separate, non esiste un oggettivo assoluto. Quindi la differenza è un’ essenza che tende ad essere maggiormente diffusa e maggiormente influente, non solo nel pensiero comune, ma anche nel dibattito politico e scientifico sul multiculturalismo. I maggiori sostenitori del multiculturalismo considerano la differenza come una base irrinunciabile per la realizzazione degli individui e per partecipare alla vita sociale. Quindi anche la cultura di per se è nostra e ci rende unici e ci assicura identificazione e identità, per questo motivo di solito cultura, differenza e identità tendono ad essere sinonimi. La propria identità è dovuta dalla nostra libertà e autonomia, è data soprattutto dalla cultura che alla base si fonda con una differenza che la rende unica e che costruisce la sua irriducibile specificità.

Paura della differenza  Gli ambiti principali di identificazione collettiva nella società occidentale contemporanea sono la nazione, l’etnia, la religione mentre sembra essere in declino la classe sociale e soprattutto la razza. Mentre la razza si fondava su aspetti biologici e la classe sociali su aspetti culturali, le forme di identificazione attuali si basano sulla cultura. La differenza è dovuta da quell’insieme di regole e valori che definiscono la base di alcuni gruppi sociali, e che fanno trovare agli individui la loro identità. Avere una particolare visione del mondo, in questo modo la cultura tende a essere trasformata in essenza, una sorta di pacchetto uniforme che ciascuno riceve dalla nascita che lo accompagna per tutta la vita e che viene trasmessa da generazione a generazione. La preoccupazione per la protezione della nostra identità e della cultura sembra essere una delle maggiori ossessioni contemporanee, l’attenzione si sposta sul passato, è nel passato che si ricercano elementi di unità e di identificazione, la solidarietà è nelle radici, minacciate dalla velocità dei mutamenti sociali contemporanei. L’alterità si presenta come minaccia alla nostra identità e rappresenta tutto ciò che noi non siamo. L’unico modo per differenziarci è definire la nostra differenza e la loro, definire dei confini, qualcosa da salvare e proteggere. L’idea che tutte le differenze siano incommensurabili e non possano dare origini a paragoni e valutazioni, porta a sostenere un relativismo culturale radicale in cui tutte le culture hanno lo stesso valore e in cui non risulta legittimato alcun intervento o giudizio esterno. La visione essenzialista porta ad avere un gruppo chiuso e l’identità dell’individuo e il legame dei membri sarà particolarmente forte e la minaccia di inclusione particolarmente distruttiva. Questo relativismo culturale porta a pensare che sia la cultura che ci posta a dare un senso al mondo e lo fa secondo modelli unici che le sono propri. I diversi universi culturali sono separati perché ognuno ha sviluppato dimensioni interpretative uniche e particolari che sono ingiustificabili per chi è loro esterno. Ogni cultura ha il diritto di essere ciò che è, entro i suoi confini. Essenza e multiculturalismo  In questa prospettiva la società multiculturale si presenta come un mosaico di diverse unità culturali omogenee e distinte, separate le une dalle altre in modo da garantire la loro unicità. Dato che la cultura porta ad un’identità, fa sì che la persona sia autorizzata ad escludere chi è diverso. Paradossi: la presunta necessità di preservare l’identità si richiama a fattori storici ma il superamento della situazione attuale non può riportare al passato, porta inevitabilmente al futuro, una situazione che viene dopo e ingloba il presente. La visione essenzialista della differenza porta ad un continuo ripetersi, sempre simile a se stesso, del tutto lontano dall’evidenza empirica in un mondo in costante mutamento. [Solo l’antropologia mette in dubbio questa visione una visione essenzialista di cultura come un pacchetto definito, la cultura non è qualcosa di statico ma un processo continuo; è continuamente riprodotta dalle interazioni sociali, è un incessante lavoro di mediazione, confronto e scontro. La cultura non può essere vista come qualcosa localizzato in precisi territori, popolazioni o gruppi: è qualcosa che circola e che non può essere distribuito in modo omogeneo in una località o una collettività. (Appadurai) La cultura non è un insieme di idee imposte ma un insieme di idee e simboli disponibili per l’uso: una risorsa per l’azione sociale, una cassetta per gli attrezzi, più che una struttura che limita.] Il discorso essenzialista rimane un discorso che nasce non nel dialogo ma in un monologo, risultato di un’imposizione. Tale posizione si può mantenere solo se la controparte è lontana, muta o inerme. Ma quando l’alterità è reale, il discorso monologico è un delirio di onnipotenza; non può che mantenersi nella guerra o eliminazione completa dell’altro. Un mondo in cui l’interesse principale è mantenere le barriere, che è destinato a crollare se le barriere vengono meno. La visione essenzialista è parte della realtà con cui il multiculturalismo deve confrontarsi, e confrontarsi con la realtà sociale significa anche confrontarsi con ciò che gli attori sociali credono reale.

Sfera pubblica e sfera privata  Una prima soluzione è la divisione netta tra pubblico e privato. In cui la prima si basa sull’uguaglianza e la seconda su piccoli gruppi di diversità. La sfera pubblica è la vita comune, prendere decisioni per il bene comune e capaci di assumere valore vincolante per tutti i membri della società. E hanno a che fare con tutti i membri che hanno a che fare con la trasmissione, lo sviluppo e la conservazione di una cultura condivisa che consenta un certo grado di identificazione e di sviluppo della società. La sfera privata riguarda la socializzazione primaria, l’apprendimento delle competenze sociali di base, come le aspettative, i gusti, la sensibilità. È sostanzialmente l’ambito domestico e della famiglia che regolano il benessere personale. La tradizione liberale occidentale tende a ritenere che possa esistere assoluta parità di trattamento per tutti gli individui, ogni decisione presa per lo spazio comune deve essere cieca alle differenze, deve cioè essere guidata da ideali di universalismo e uguaglianza. La differenza è relegata nello spazio privato. L’unica cosa che deve fare lo stato è garantire l’eguaglianza individuale delle opportunità, trattando ogni cittadino come singolo, indipendente dalle sue appartenenze e dalla differenza manifestata in privato, deve mostrarsi del tutto indifferente alle specialità esibite nello spazio privato, astenendosi dal finanziare o favorire alcuni gruppi e non altri. Chi accetta le regole democratiche dovrebbe vedersi riconosciuta la cittadinanza, cioè partecipare alle decisioni comuni. Lo stato a sua volta deve essere perfettamente neutrale rispetto agli interessi del singolo e garantire il totale rispetto delle differenze promovendo la conoscenza reciproca e combattendo il razzismo. John Rex definisce multiculturalismo egualitario o democratico, quello che cerca di far fronte alle richieste di riconoscimento delle differenze con i principi di eguaglianza e di universalismo, ribadendo il loro valore e cercando di prevenire a una piena attuazione. Però esistono dei forti limiti, lo spazio pubblico è frequentemente costruito in base ai valori culturali dei dominanti, questo comporta che la maggioranza non avverta la divisione tra pubblico e privato. Per questo non ha alcuna necessità di ribadire la sua identità e appartenenza nella sfera pubblica, come invece si sentono spinte a fare le minoranze. Multiculturalismo liberale  Il multiculturalismo egualitario cerca di portare al suo completo compimento l’ideale moderno dell’eguaglianza ma, così facendo, la differenza rimane qualcosa di problematico e potenzialmente distruttivo. Un’altra strada invece è l’esaltazione della libertà, la democrazia di una società si misura non tanto rispetto al grado di partecipazione quanto all’ampiezza e alla qualità della differenza sociale. La democrazia si nutre della diversità, una società in cui sia presente una molteplicità di valori, giudizi consente maggiore libertà di scelta, amplia la possibilità e le opportunità per i singoli individui. Perché ciascuno possa esprimere le proprie differenze e possa manifestarle apertamente, è necessario garantire un alto grado di libertà individuale. La sfera pubblica deve essere capace quindi di accettare un certo grado di differenza ma che deve essere intesa come un diritto individuale e non come un diritto collettivo, la scelta individuale richiede rispetto. Le richieste di riconoscimento della differenza devono essere accettate nella sfera pubblica, ma deve essere possibile analizzarle e valutarle in modo da determinare la compatibilità con il sistema democratico. David Hollinger  è necessario favorire una prospettiva postetnica, cosmopolita, cioè appassionata alla diversità e simpatetica nei suoi confronti, ma critica, che non rinuncia a prendere posizione e esprimere giudizi di valore. La sfera pubblica deve cercare di favorire e sostenere la libertà individuale di migrare da un gruppo ad un altro. In questo modo la differenza è facilmente accettabile senza radicali modifiche alla tradizione democratica, vengono respinte le richieste di riconoscimento di diritti che figurano un diverso trattamento tra cittadini. Il riconoscimento della differenza individuale e la promozione della libertà del soggetto sono le condizioni necessarie per favorire una reale convivenza tra differenze. Modello democratico come contenitore.

Quindi ci si aspetta di abbandonare il termine multiculturalismo perché troppo carico di ambivalenze, e sostituirlo con multi culturale , si sottolineano le pluralità di scelta all’interno della cultura  società democratica pluralista, in cui le differenze si inseriscono in un quadro unitario che è la democrazia. Se invece si accentua multi culturale si è portati a pensare a universi separati, irriducibilmente differenti, pervasi da un ideale di omogeneità e purezza delle ragioni comunitarie rispetto alla scelta degli individui. Poi sostituire con comunicazione interculturale o interculturalismo e di società policulturale. Riconoscimento dei diritti collettivi  Will Kymlicka ritiene che il principio liberale del riconoscimento dei soli diritti individuali non consente un reale riconoscimento dei diritti fondamentali per i membri delle minoranze. La libertà di scelta individuale è effettiva solo se riconosce l’appartenenza dei soggetti a una cultura, definita da una lingua e una storia, in grado di portare strumenti per la selezione e il discernimento. La cultura insieme a particolari opzioni significative che consente ai singoli di riconoscere, di agire e esprimere la libertà di scelta. Il semplice riconoscimento del diritto di libertà non da indicazioni su quale politica linguistica adottare nelle scuole, così come il riconoscimento del diritto di voto non dà indicazioni sull’opportunità o la necessità di tracciare distretti elettorali o di approntare forme di rappresentanza specifiche che garantiscano l’effettiva presenza delle minoranze negli organi di governo. Decisioni di questo tipo sono affidate al principio di maggioranza, che discrimina e esclude le minoranze. Questo evidenzia come le richieste di riconoscimento delle differenze non possono essere risolte sul piano dei diritti individuali, ma richiedono il riconoscimento dei diritti collettivi. Una società multiculturale deve avere dei diritti universali, diritti collettivi, differenziati per gruppo, in modo da favorire le minoranze culturali. È necessario anche però che questo riconoscimento abbia alcune limitazioni: è possibile differenziare diritti collettivi orientati a creare restrizioni interne e diritti collettivi orientati a garantire tutele esterne. Nel primo caso ci si riferisce a i diritti civili e politici fondamentali dei suoi membri in nome di interessi collettivi. Nel secondo caso invece ci si riferisce al diritto dei membri di un gruppo di poter conservare il loro modo di vivere, purché lo vogliano, proteggendolo da ingerenze od ostacoli causati da persone estranee alla loro comunità. Questo tipo di richieste è del tutto compatibile con la tradizione democratica e fornisce un fondamento reale per la piena libertà perché possano essere accettati devono essere ispirati a garantire la libertà personale all’interno del gruppo minoritario. Rimane comunque problematica la questione dei criteri da adottare per decidere quali gruppi debbano essere tutelati e quali no. Molto spesso le richieste di tutela di un gruppo sono avanzate da specifiche élite politiche, economiche e culturali in posizione dominante all’interno del gruppo minoritario, che puntano in questo modo a proteggere e rafforzare la loro posizione di privilegio. Il riconoscimento dei diritti collettivi rischia di mettersi in difesa dello status quo e della condizione di disparità e di potere all’interno del gruppo. Una nuova solidarietà  È possibile cercare di conciliare riconoscimento della differenza e patrimonio democratico derivato dalla tradizione liberale occidentale ripensando le forme possibili di solidarietà e di fratellanza. Se si vuole evitare che un’accettazione senza riserve di ogni differenza, senza nessun giudizio etico circa il suo valore, trascini nuovi scenari di frammentazione e conflitto integralista, è necessario trovare punti comuni che fungano da collante, da ponti che consentano la continuazione di un dialogo nel rispetto della differenza. Un terreno che porti al dialogo. La crisi del progetto della modernità rende impraticabile l’idea di universali umani, basati sulla conoscenza positiva e su criteri oggettivi o su fondamentali tradizionali di carattere assoluto, che fungano da naturale base di riconoscimento dell’unità umana, ma per garantire un minimo di comunicazione bisogna riconoscere l’esistenza di caratteri universali che favoriscono l’intesa. Senza riconoscimento diventa indifferenza reciproca.

Sottolineando come i processi sociali contemporanei hanno portato la differenza ad assumere un ruolo centrale nella definizione dell’identità individuale e collettiva, implichino e sostengano una vera e propria svolta epistemologica. L’idea dell’esistenza di una serie di verità locali, fortemente legate ai contesti in cui vengono rilevate e agli attori che le proclamano. La realtà sociale appare come un prodotto dell’azione umana più che il necessario risultato di cause determinanti trascendentali, la conoscenza non può per questo essere indipendente dalle caratteristiche sociali degli attori, dal linguaggio. Non esiste un’unica verità, la conoscenza è un fatto politico, legato alle relazioni sociali, economiche e di potere che consentono a una particolare visione della realtà, sostenuta da un particolare gruppo sociale che può imporsi su altre visioni. Ogni gruppo sociale, quindi, ha una particolare visione che non può essere valutata semplicemente sulla dimensione della verità, ma che è il risultato di una particolare posizione occupata nello scenario delle relazioni sociali. Per evitare relativismo radicale, la teoria postmoderna sottolinea l’importanza della relazione e dei processi sociali di costruzioni della realtà, questo consente di vedere la differenza, la cultura e le identità non come essenze, statiche e chiuse, ma come costruzione fluide e aperte. Il multiculturalismo è un campo di confronto e di scambio che supera le singole culture per crearne di nuove, esistono solo processi continui di confronto, di mutamento, di miscelazione e di resistenza. Il multiculturalismo non può favorire una visione essenzialista delle differenze, ma deve favorire le culture. Per questo lo spazio è fondamentale, ma le zone di confine consentono di vivere in un surplus di significato che sarebbe impensabile senza differenza culturale. L’immagine più utilizzata è la diaspora, per segnalare che le differenze, le culture e le identità si costruiscono nella mediazione, nello spostamento, nell’incontro con l’alterità. Esempio Jamaica  cultura africana, europea e americana. Multiculturalismo e potere  Per evitare i pericoli di eccesso della posizione postmoderna, senza però abbandonare la prospettiva epistemologica, ci sono molte proposte di multiculturalismo critico. Sottolineano la necessità di riconoscere l’importanza delle dimensioni del dominio e del potere. Il termine critico si avvicina alla razionalità illuministica che tende a permeare ogni aspetto della vita umana livellando gli individui fino a farli integrare completamente entro la cultura dominante, espressione ideologica dell’élite di potere. Il termine critico segnala sia il tentativo di superare le posizioni genericamente favorevoli alla differenza, ma incapaci di accogliere le questioni e le problematiche che essa solleva, sia il tentativo di superamento di una logica eccessivamente protettiva nella visione della tradizione democratica liberale, accettando la possibilità si accogliere nella sfera pubblica differenze che mettono allo scoperto le contraddizioni e le relazioni di potere che la strutturano. Il multiculturalismo critico tende a considerare ogni differenza e ogni cultura come prodotti e come elementi di produzione di particolari relazioni di potere, si sottolinea come le condizioni di produzione sociale delle identità siano sempre connesse alle condizioni economiche, politiche e sociali che definiscono ciò che possono e non possono fare. Si sottolinea non solo quanto la differenza sia rilevante nella definizione dell’identità individuale e collettiva, ma anche come sia inclusa e collegata alla più ampia totalità sociale costituita da posizioni asimmetriche e da opportunità differenziate. La consapevolezza che la definizione di specialità e differenza è legata al potere porta a non considerare ogni differenza come equivalente, sottolineando che non c’è uguaglianza tra differenze, ma è simpatetica verso i gruppi oppressi. La simpatia nei confronti dei gruppi esclusi consente di sottolineare il vantaggio epistemologico e il potenziale critico di una visione dai margini, porsi ai margini per vedere da una determinata distanza e un certo distacco per superare le apparenze e di raggiungere una comprensione più articolata della realtà. I margini sono luoghi potenziali di resistenza, si ha maggiori possibilità di opporsi alle regole che vincolano l’azione al centro o sottrarsi al controllo. I fautori del multiculturalismo critico sono scettici nei confronti del salvare le basi della democrazia liberale. Il principio dell’assoluta eguaglianza nello spazio pubblico vieni visto penalizzare i gruppi marginali, infatti sono chiamati a entrare in uno spazio dove le regole sono già state definite da altri e a dimostrare la loro

capacità di condividere a seguire tali regole che hanno deciso altri e dimostrare la loro capacità di condividere e seguire tali regole. La supremazia del gruppo dominante appare come un fatto naturale e viene sottratta alla possibilità di contestazione. Portare in evidenza il carattere egemonico dell’etnicità e delle identità bianche consente di rendere evidenti le pratiche che consentono la supremazia dei machi-bianchi-eterosessuali. La normalità assunta dal gruppo dominante ha implicazioni sociali pratiche: posiziona chi è percepito come diverso nell’ambito della devianza. Solo mettendo in discussioni le regole che governano l’accesso alla sfera pubblica e le modalità concrete di funzionamento dei regimi democratici occidentali è possibile pensare di superare le attuali forme di esclusione sociale. Multiculturalismo e impegno etico  Come sostengono i sostenitori del multiculturalismo critico sostengono che le richieste di riconoscimento della differenza siano dovute da: tali domande perseguono e spingono verso una radicale attuazione le aspirazioni moderne di eguaglianza e di partecipazione politica e sociale e veicolano domande più radicali connesse alla revisione delle regole di convivenza sociale e politica delle società occidentali contemporanee. Questo significa che l’Occidente dovrebbe mettere in discussione la propria posizione di dominio e il proprio grado di benessere, spesso ottenuti e mantenuti solo impedendo ad altri di raggiungere livelli di potere e di benessere analoghi. Data la polisemia del multiculturalismo che deve rinunciare a sintesi eccessive, quindi serve un approccio pragmatico che sappia collocare uguaglianza e differenza, incontro e scontro di contesti sociali. Contrastare ogni immagine reificata della differenza e sostituire una logica della contrapposizione tra identità con una logica relazione che può assumere forme dell’ambivalenza. Contrastare una condizione essenzialista della differenza porta a riconoscere che ogni volta che c’è differenza, c’è potere che l’ha creata, perché le differenze sono risultato di decisioni. E le differenze sono da dividere tra quelle scelte e quelle imposte, nel primo caso la differenza è il risultato di una volontà nel secondo è una costrizione, la traccia di una dominazione. In questo caso la differenza può essere vincolo e risorsa: costituisce l’elemento indispensabile per la costruzione di confini e distinzioni che consentono il riconoscimento e la possibilità di dare senso alla realtà sociale, ma costituisce anche la base per forme di esclusione e di dominio. Accettare il confronto con la differenza implica sempre la capacità di affrontare un certo grado di incertezza, comunicare con chi è diverso espone al rischio di vedersi costretti a rimettere in discussione le proprie cedenze più profonde è necessario essere interessati al confronto e disponibili ad aprire il dialogo. Le differenze potrebbero anche vivere ignorandosi oppure cercare di distruggersi reciprocamente, ma perché questo non accada è necessario assumere un primo impegno etico, che faccia della discussione con la differenza un valore e un dovere. La tradizione democratica può essere un buon punto di partenza per il confronto perché invita a percorrere, la via dell’inclusione, dell’ascolto e del dialogo, la strategia dialogica è una strategia feconda e un dovere etico per chi si trova in posizione di potere o vantaggio, ma il multiculturalismo non può essere solo ottimista: questa società non esiste se non nella tirannia più crudele, nell’eliminazione di ogni differenza e di ogni dissenso. E il dialogo rimane uno spazio di contrasto che prevede lo scontro tra diverse posizioni, ci si muove sul piano del potere, non su quello dell’intesa. È necessario che le posizioni vincenti siano disponibili a riconoscere il fondamento di violenza che consente la loro vittoria e la responsabilità che deriva loro per tale potere e di tale violenza. È necessario impegnarsi per rendere le posizioni di potere sempre più instabili, sempre sottoposte a critica, incessantemente chiamate a rispondere della loro potenziale capacità di creare sofferenza, il potente deve sempre cercare di assumersi le responsabilità e fornire spiegazioni delle proprie azioni.

Riconoscere e lasciare libera espressione alle culture minoritarie significa distruggere la nostra cultura perché lo scontro culturale vede contrapporsi visioni del mondo e valori inconciliabili. Il multiculturalismo porta la resa delle culture maggioritarie soprattutto quella occidentale moderna. Un eccessivo rispetto delle culture minoritarie impedisce di criticare apertamente ciò che si ritiene inadeguato e inaccettabile. Queste critiche hanno trovato risonanza nella destra radicale, l’idea di fondo è che dopo il periodo della Guerra Fredda il mondo si stia politicamente riorganizzando secondo faglie di conflitto identitario, esistono identità che si contrappongono perché ognuna di esse ha elaborato una specifica visione del mondo. Le identità si costruiscono sempre in contrapposizione a un nemico, sono costituite mediante scelte alternative rispetto alle preferenze degli altri. Secondo questa prospettiva la minaccia più profonda arriva dalle identità più distanti: quella asiatica e quella islamica. La migrazione massiccia di membri di altre civiltà nel cuore della civiltà occidentale è una minaccia letale perché costituita da individui che rifiutano l’assimilazione e continuano a praticare e tramandare valori in competizione con l’occidente. Le argomentazioni identitarie sono state accusate di promuovere nuove forme di razzismo che sostituiscono le differenze culturali alla differenza biologica, il centro del discorso è la dissoluzione del noi, che è debole e va protetto, rivendicando la nostra identità. L’azione politica riguarda in modo specifico la sicurezza dello stato, per non essere conquistati dall’altro. 2- Argomentazioni nazionalistico-solidaristiche La critica al multiculturalismo insiste sul fatto che il riconoscimento delle differenze ha conseguenze distruttive sulla tenuta della solidarietà sociale, necessaria per una convivenza democratica. Un certo senso di appartenenza comune sono necessari per agire insieme, per interessarsi alla cosa pubblica, per accettare e promuovere politiche di equità e di sostegno per i meno privilegiati. Una comune cultura politica non può sopravvivere senza la condivisione di alcune caratteristiche comuni, l’idea multiculturale che lo spazio pubblico debba essere caratterizzato dalla presenza di diverse abitudini culturali rende difficile ogni forma di azione politica di accordo o sviluppo. Stato liberale cieco alle differenze con la sua identità di cittadinanza universale. Il modello liberale si pone dunque come un sistema di politiche centripete che contrastano le tendenze centrifughe della società e della differenza culturale. I gruppi minoritari creano gruppi paralleli che vivono in modo isolato e si sentono poco interessati all’azione politica comune, per questo non sono interessati a integrarsi. Per favorire l’integrazione quindi bisogna trovare le cose che accomunano più che preoccuparsi di conservare ed esaltare ciò che distingue, solo una società che ha rispetto di sé e possiede tratti caratteristici precisi può sperare di suscitare nei migranti il desiderio di integrarsi. Perché nascano obblighi nella società bisogna che nascano caratteristiche collettive, gli immigrati devono abbandonare una parte della loro cultura. Una sorta di assimilazione, in cui le minoranze si devono integrare alle norme del gruppo maggioritario, senza possibilità di intervento critico. 3- Argomentazioni di equità e giustizia sociale Un terzo filone accusa le politiche multiculturaliste di aver accentuato la dimensione culturale occultando le dimensioni reali, materiali e sociali del problema, un’eccessiva insistenza rispetto alla differenza porta esiti negativi. Da un lato ha trasformato ogni questione di disuguaglianza un problema culturale e dall’altro ha impedito di riconoscere i reali problemi posti dalla presenza di gruppi che hanno riferimenti culturali in aperto contrasto con quelli della società liberali. Il multiculturalismo finisce per celebrare un’illusoria società cosmopolita in cui le differenze materiali e l’esclusione vengono ridotte in scelte culturali. E se i gruppi minoritari si trovano esclusi è solo loro responsabilità, le politiche multiculturali finiscono per fornire solo correttivi di facciata alle disuguaglianze sociali, lasciando inalterati i meccanismi generali che le originano. L’enfasi sul mantenimento delle abitudini culturali ha favorito inoltre il disinteresse reciproco, producendo isolamento e mancanza di senso civico. Lo stato dovrebbe sostenere i valori della libertà e della democrazia, i gruppi minoritari devono far propri i valori di convivenza civile, lo stato dovrebbe aiutare le persone a sentirsi parte della comunità e pretendere che lo diventino prima di concedere loro il riconoscimento e i diritti connessi all’appartenenza sociale.

Una reale politica multiculturalista deve dunque difendere le minoranze dalle discriminazioni ma deve favorire attivamente l’acquisizione di ciò che consente di essere parte della medesima società: deve far si che i migranti imparino la lingua ecc. Una società che punta ad essere realmente equa non può sottovalutare i problemi posti dall’immigrazione: la tensione sociale, la mancata integrazione non possono risolversi da soli. Da questo punto di vista questo modo di pensare non è un neo-colonialismo ma uno strumento reale per contrastare la discriminazione e la disuguaglianza. Chi accetta le regole è incluso se no escluso. Il multiculturalismo danneggia le donne?  Una delle voci si chiede se le politiche di salvaguardia delle differenze culturali non si traducano di fatto in una difesa delle più restrittive che limitano le donne. Una società può dirsi equa se riconosce a tutti i membri lo status di piena umanità, cioè la possibilità di sottrarsi a costrizioni esterne non desiderate. Il patriarcato costituisce la forma di costrizione esterna che maggiormente limita la libertà delle donne, nelle società patriarcali e legate alla tradizione limitano le donne. Le politiche multiculturali tendono a proteggere le società tradizionali, così facendo sostenendo il patriarcato che caratterizza la riduzione dell’autonomia delle donne. La difesa delle minoranze e delle donne sono incompatibili. Salvaguardare le consuetudini tradizionali e religiose che regolano lo statuto personale dei membri del gruppo e le loro relazioni incidono nella sfera domestica configurando oneri e possibilità differenti per uomini e donne. Difendendo queste consuetudini di difende la poligamia, i matrimoni combinati forzati, le pratiche di mutilazione genitale femminile, la sottomissione delle mogli alle volontà dei mariti. La tradizione è così legata al controllo delle donne che quasi si eguagliano. Le culture liberali occidentali sono tra quelle più distaccate dal modello patriarcale, negli stati liberali vengono garantite alle donne delle libertà e delle opportunità garantite agli uomini, in queste famiglie non passa l’idea che le figlie siano inferiori dei maschi. Gran parte delle richieste di riconoscimento e difesa della differenza culturale si risolvono in richieste esplicite di controllo di uomini sulle donne, come l’imposizione del velo e di altre pratiche d’abbigliamento che mortificano la donna. Il risultato è consolidare la donna in appartamento domestico. L’uguaglianza di genere e la difesa dei diritti delle minoranze vengono così a scontrarsi perché la richiesta multiculturale di riconoscere i diritti collettivi presenta almeno due lacune: a. Tratta i gruppi culturali come omogenei, occultano le differenze di genere e le sostanziali distinzioni di potere tra uomini e donne. b. Trascura la sfera privata che è essenziale per la definizione dei rapporti sociali e dello status all’interno del gruppo, concentrando l’attenzione sulla sfera pubblica non riconosce l’importanza alla sfera privata che viene cancellata in nome di un’astratta definizione di identità culturale. Due tipi di critiche: la prima è che si considera in modo semplicistico le culture, e che da per scontato che l’occidente non sia patriarcale. Così facendo produce solo stereotipi non permettendo il dialogo. La seconda critica sottolinea che una posizione eccessivamente universalistica finisce coll’imporre una specifica e storicamente situata visione sull’eguaglianza, le donne dei gruppi minoritari sono viste come passive, e la visione delle femministe liberali laiche diventa l’unica visione possibile. Capitolo Ottavo – Integrazione dei migranti e trasformazione della cittadinanza. Dal riconoscimento delle minoranze culturali all’integrazione degli immigrati  Sostenere i gruppi minoritari a comportarsi in modo autonomo secondo i loro principi viene ora generalmente visto come una minaccia alla vita comune, come un invito alla separazione, alla diffidenza e all’ostilità reciproca: porta alla frustrazione sociale, riduce la possibilità di confronto e di mediazione, esalta gli elementi di distinzione che sono alla base della discriminazione e all’esclusione sociale. La differenza è ritenuta una caratteristica ineliminabile delle società contemporanee, viene incoraggiata, manifestare la propria specificità è la condizione preliminare per la realizzazione personale, ma recentemente il concetto di diversità è stato utilizzato per segnalare uno slittamento semantico dal riconoscimento delle identità collettive al riconoscimento delle distinzioni e delle competenze individuali.

culturale condiviso e omogeneo che caratterizzi le società occidentali. È difficile pensare l’assimilazione come omologazione ad un insieme stabile di valori e di abitudini. Quindi bisogna distinguere assimilazione socio-economica e assimilazione culturale. Mentre la prima costituisce un obiettivo per ogni società democratica e liberale, non necessariamente connessa con la seconda. Al contrario, la possibilità di mantenere forti legami con la cultura di appartenenza può funzionare come promotore di integrazione se si associa ad una contemporanea acquisizione di tratti maggioritari. Famiglie che mantengono un’identità etnica ma allo stesso tempo fanno si che i figli si inseriscano, imparando la lingua e aspetti culturali, del gruppo dominante. Le famiglie che favoriscono questo percorso di assimilazione selettiva sono quelle più unite e più dotate di capitale culturale. Le politiche pubbliche dovrebbero favorire aspetti solidaristici, interni alle minoranze, che funzionano come fattori di protezione e di avanzamento sociale. Un buon equilibrio tra appartenenza specifica e volontà di competere alla pari per le posizioni sociali più ambite garantisce un miglior adattamento psicologico e socioculturale dei membri delle minoranze, aumenta il benessere personale e l’integrazione sociale. Per governare il processo di assimilazione è importante che lo stato sappia attuare una politica selettiva degli interessi in modo da favorire gli individui e i gruppi sociali che hanno maggiore capitale umano. I criteri della cittadinanza devono essere differenziati in base all’utilità sociale dei migranti e al loro grado di assimilabilità, quindi la cittadinanza diventa un meccanismo flessibile che premia chi è utile e ben accetto. Oggi si percepisce l’integrazione come un compito delle minoranze: sono i migranti e i loro figli che devono intraprendere percorsi di cittadinanza per dimostrare la volontà di integrazione. La cittadinanza diventa una ricompensa riservata a chi rispetta le regole comuni, e diviene uno strumento di selezione. Cittadinanza transnazionale e cosmopolita  l’importanza di mantenere aperte più opzioni, acquisendo i codici culturali e sociali utili per muoversi con successo in contesti culturali differenziati, pone in luce nuova la capacità di sviluppare forme plurali di appartenenza. Possedere una doppia appartenenza linguistica, e utilizzare differenti riferimenti culturali porta ad avere delle competenze necessarie per giocare al meglio le proprie possibilità in un mondo che richiede la capacità di vivere nella differenza. I processi di globalizzazione favorisce la nascita del trasmigrante, persona con la capacità di attraversare i confini, l’aggettivo diasporico intende sottolineare che la comunità a cui si sente appartenere non coincide necessariamente con la comunità locale, ma include persone che sono sparse in luoghi diversi, mantenute in stretta connessione dai flussi materiali e comunicativi globali. Comunità fluide che non hanno blocchi stabili e coerenti. I processi di globalizzazione favoriscono dunque almeno due principali trasformazioni nelle identificazioni di appartenenza: in primo luogo i singoli individui vivono l’esperienza della pluri-appartenenza, ogni soggetto è posto nella condizione di costruire le proprie reti di appartenenza con un certo grado di autonomia e sviluppa la capacità di entrare e uscire continuamente dalle diverse comunità diasporiche. In secondo luogo i contesti locali divengono sempre più diversificati, la località non è per forza la comunità con cui ci si identifica, vivere insieme senza essere uguali costituisce il contesto comune dell’integrazione in un mondo globalizzato. Piuttosto che favorire forme di assimilazione dei migranti è necessario favorire forme di flessibilità e l’acquisizione di competenze cross-culturali da parte di ogni membro della società globale contemporanea. Questo aspetto globale erode un po’ la sovranità nazionale, sempre più in difficoltà nell’affrontare problemi di carattere globale, la presunta coincidenza fra stato, territorio nazionale e popolo ha caratterizzato lo sviluppo dell’idea di cittadinanza moderna si fa meno netta. La capacità di convivenza andrebbe promossa, invece dell’assimilazione delle minoranze. Favorire le multi-appartenenze, per comprendere più codici, quindi un superamento dell’identificazione nazionale come base per il riconoscimento dei diritti nonostante la cultura, patriottismo costituzionale, la condivisione delle regole è la base per il riconoscimento della cittadinanza. Lo stato dovrebbe fornire forme

pragmatiche di convivenza garantendo il rispetto delle regole e i contesti istituzionali necessari per la comunicazione. Critiche: evidenziano come i soggetti mobili e globali, presupposti essere il modello degli individui, siano in realtà ritagliati sull’immagine di una élite privilegiata che ha le competenze e le risorse per vivere sganciata dalla propria appartenenza locale. Sganciare il riconoscimento dei diritti della dimensione nazionale significa aumentare la libertà delle élite privilegiate, ma ridurre le garanzie di tutela della maggioranza, perché non è chiaro chi sostituirebbe lo stato nazionale. Inoltre possedere un passaporto di una nazione occidentale è un prerequisito per godere pienamente del diritto alla mobilità. Capitolo Nono – Ripensare il multiculturalismo Il dibattito multiculturale richiama l’attenzione sul significato collettivo delle differenze, sulle modalità di costruzione sociale dei confini che determinano gli spazi di inclusione e di riconoscimento, definendo legittimo le forme di esclusione. Richiama l’attenzione sulla ridefinizione delle regole comuni, sulla posizione di potere del gruppo dominante e sulle responsabilità che ne derivano. Rimane diffusa l’idea del rispetto e della differenza che sono qualità irrinunciabili di una società che si possa definire equa e democratica. Molti autori considerano utile interpretare il multiculturalismo piuttosto che abbandonare completamente le questioni che pone. Un multiculturalismo senza cultura  Le posizioni più progressiste hanno spesso sostenuto la necessità di proteggere e conservare le culture minoritarie al fine di contrastare modelli di egemonia e di colonizzazione che si basano sul misconoscimento e l’oppressione di alcune culture da parte di altre. Quelle conservatrici hanno promosso la protezione delle culture. Il risultato è stato difendere lo status quo, considerando le culture come un bagaglio acquisito in passato. Cultura è diventato sinonimo di identità, come un gruppo viene riconosciuto; perderla significa non poter più essere ciò che si è sempre stati. Questa concezione di cultura ha spinto il dibattito multiculturale in un vicolo cieco, quindi per rimettere al centro il multiculturalismo bisognerebbe rielaborare l’idea di cultura, porre nuovamente al centro il confronto. Benhabib assume una prospettiva costruzionista che considera la cultura come una narrazione continua, essenzialmente controversa e interamente scissa. La cultura è un serbatoio di narrazioni che i soggetti trovano in parte già strutturate e che servono come modelli di base per la costruzione di biografie individuali. La trasformazione continua delle narrazioni avviene nelle interazioni con gli altri pubblicamente. La realizzazione personale è dovuta alla possibilità di dialogare con gli altri in una rete di discussione pubblica. Per l’attuazione di un dialogo multiculturale complesso, l’autore propone un approccio democratico deliberativo, che riprende la teoria dell’agire comunicativo e l’etica del discorso di Hebermas. Una democrazia deliberativa non pone restrizioni all’agenda della conversazione pubblica, colloca la sfera pubblica nella società civile e si interessa alla formazione di opinioni. Le norme e gli ordinamenti sono frutto del dibattito libero e sono gli unici valori universali validi e vincolanti della democrazia. L’attuazione del dialogo è possibile solo con tre condizioni essenziali:

  1. Reciprocità egualitaria: ai membri di minoranze culturali non devono alla base essere riconosciuti diritti inferiori ai membri della maggioranza.
  2. Autoascrizione volontaria: un individuo non deve essere automaticamente ascritto a un gruppo culturale sulla base dell’origine. È necessario che l’appartenenza di un individuo a un gruppo consenta la massima libertà di autoascrizione e di autodefinizione.
  3. Libertà di uscita e associazione: la libertà dell’individuo di uscire dal gruppo ascrittivo deve essere senza limitazioni. Critiche: evidenziano il carattere eccessivamente idealistico attribuito alle situazioni di libero dibattito, sottovalutando le disparità di potere che si oppongono a un confronto effettivamente libero da costrizioni e vincoli per i più deboli.