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Sofocle Il tragediografo dei grandi conflitti Sofocle fu il drammaturgo più amato nell’Atene classica: nelle sue tragedie sono messi in scena personaggi straordinari, come Edipo e Antigone, che simboleggiano gli irrisolti interrogativi dell’uomo di fronte ai grandi problemi della vita e della giustizia Attore dell’Atene classica Nato nel 496 a.C. e morto all’età di oltre novant’anni nel 406 (date certe perché si evincono dal marmor parium), Sofocle attraversò tutto l’emblematico periodo dell’Atene classica, vivendone il progresso e le contraddizioni, i trionfi e le disgrazie. Vide Atene trionfante dopo le guerre persiane e vide Atene decaduta dopo la guerra del Peloponneso. La filologia classica afferma che S. compose 130 drammi, considerandone 7 spuri. Ottenne oltre diciotto vittorie, circa 24 – più di ogni altro poeta tragico antico – nelle numerose competizioni alle quali partecipò, in oltre sessant’anni di carriera. Personaggio introverso, partecipò alla vita pubblica e fu fra gli intellettuali che animarono l’ambiente culturale intorno a Pericle, il grande statista ateniese, insieme allo storico Erodoto, suo amico, e ad altri filosofi e poeti. Non
fu un convinto progressista, consapevole delle contraddizioni cui porta la conoscenza umana e dell’imprevedibilità della sorte. Le tragedie delle contraddizioni e dell’eroe solo Della produzione sofoclea restano solo sette tragedie integre: Aiace , Antigone , Trachinie , Edipo re , Elettra , Filottete , Edipo a Colono. Sono drammi in cui Sofocle fa emergere le contraddizioni dell’uomo e della civiltà, ponendo interrogativi sul destino e sui limiti umani destinati a rimanere senza risposte: in ciò è la tragicità delle opere sofoclee. Quelli di Sofocle sono conflitti insanabili che si presentano nella vita dell’uomo come scelte problematiche che egli non riesce a risolvere: il conflitto tra legge di natura – quella che regola i rapporti familiari – e legge positiva – quella dello Stato – è al centro dell’ Antigone ; il contraddittorio rapporto tra conoscenza raggiungibile dall’uomo e ineluttabile forza della sorte è il perno dell’azione nell’ Edipo re ; lo stridente conflitto tra essere e apparire fa da sfondo all’ Aiace e al Filottete , le due tragedie degli eroi solitari. Compose anche un dramma satiresco: I segugi, conservato su papiro. Sofocle sembra interrogarsi, e interrogare i suoi spettatori di ieri e di oggi, sulla più profonda domanda esistenziale di
una trilogia, introducendo una skene decorata, non mettendo in scena alcuna divinità e concentrando l’attenzione sul singolo personaggio anziché sul mito di una famiglia o città. Ridimensionò il ruolo del coro, che in Eschilo era parte integrante dell’azione scenica, riservandogli la funzione di commentare la vicenda e di trarne tragica morale. La sua fortuna, nel mondo antico come in quello moderno, fu immensa. Aristotele lo apprezzò più di ogni altro, e con la riscoperta della Poetica aristotelica Sofocle divenne, dal Cinquecento al Settecento, il drammaturgo antico più imitato e preso a modello. Aristotele considerò l’Edipo Re la tragedia più perfetta del teatro greco, cosa che pensarono anche nel Rinascimento. Durante il Romanticismo invece venne maggiormente apprezzata l’Antigone, dalla quale Hegel prenderà spunto per spiegare il conflitto tra coscienza individuale e Stato e anche poi successivamente Kirkegard nelle tre forme dell’esistenza la porrà in contrasto con Abramo (legge del cuore e legge sociale ). Il Romanticismo metterà a paragone i tre tragediografi. Eschilo come l’iniziatore dell’arte tragica, Sofocle come colui che ne raggiunse il culmine e infine Euripide come il pensatore di miti, leggende e valori tradizionali che ne anticiparono la decadenza. I protagonisti
Nel dramma sofocleo il protagonista è tutto: esso non è soltanto il centro dell'azione, ma è il centro poetico della tragedia. I personaggi secondari nel contrasto col protagonista trovano la loro ragione d'essere più profonda. I protagonisti si assomigliano tutti: grandi anime, appassionate fortissimamente d'una sola passione, artefici o vittime d'un doloroso destino. Tra l'Antigone e l'Aiace da una parte, gli altri drammi dall'altra, vi è uno stacco. Antigone e Aiace sono eroi che agiscono: il dramma è determinato dalla loro libera, eroica volontà: dalla volontà dell'una di morire per compiere un dovere santo, dalla volontà dell'altro di morire per sfuggire al disonore. Nelle altre cinque tragedie, gli eroi non agiscono più, ma patiscono. Essi non soffrono passivamente, ma il loro è pur sempre un soffrire: vacillano di fronte alla sventura e al dolore. Un eroe perseguitato dalla sventura è sulla scena quasi sempre, dal primo all'ultimo momento; e noi assistiamo alle sue sofferenze che non hanno tregua, anzi lo travolgono in un terribile crescendo. L'azione diventa così un filo sottile che lega insieme le espressioni patetiche di questo suo soffrire. Religione Dei ingiusti, ambigui e nei quali non ripone fiducia. Eschilo parlerà dei PATEI MATOS: conoscere attraverso la sofferenza, mentre per Sofocle la divinità e il fato sono
così lontano dal paese natale e muove guerra al fratello. Creonte ordina però che solo Eteocle venga seppellito, indicando Polinice come traditore della patria. Decide inoltre di punire con la morte chiunque disubbidisca al suo volere e seppellisca il corpo. Antigone in un colloquio con la sorella Ismene si dichiara contraria alla disparità di trattamento dei corpi dei due fratelli e decide di assumersi la responsabilità di seppellire Polinice. Ismene, che al contrario di Antigone è freddamente razionale e rispettosa dell’autorità, cerca di dissuadere la sorella e si rifiuta di partecipare alle esequie del fratello. La scena si sposta quindi presso Creonte, a cui una guardia riferisce che il corpo di Polinice è stato ricoperto di sabbia. Creonte è molto irato ed è convinto che il misfatto sia stato commesso da qualche oppositore, che va rintracciato e condannato. La guardia per scoprire il colpevole disseppellisce il corpo di Polinice e si nasconde per aspettare che qualcuno si faccia avanti a ricoprirlo: si tratta della nipote del sovrano, Antigone. Quando viene portata al cospetto di Creonte, Antigone accusa lo zio di essersi posto con la sua decisione al di sopra degli dei, infatti il rito funebre va concesso a tutti gli uomini per volere delle divinità, neppure un re può opporsi al suo svolgimento. Chiaramente le accuse di Antigone inaspriscono ulteriormente la reazione di Creonte, già furioso per l’affronto subito, che condanna a morte la nipote. Sopraggiunge quindi Ismene, che dichiara di voler condividere il destino di Antigone, la quale reagisce però duramente in quanto ha dovuto compiere le esequie funebri senza nessun sostegno. Le due sorelle vengono quindi arrestate. La popolazione si mostra solidale con la giovane e il figlio di Creonte, Emone, innamorato e promesso sposo di Antigone, prova ad intercedere presso il padre. Il colloquio si conclude in un disastro, Creonte è crudele e irremovibile e Emone, privato di qualsiasi possibilità di
azione, non sa come aiutare l’amata. Creonte si reca quindi da Antigone per comunicarle di aver modificato la sua decisione: uccidere un membro della propria famiglia è un atto contro natura che potrebbe suscitare l’ira delle divinità, quindi il suo destino sarà quello di venir imprigionata in una grotta dove resterà tanto a lungo quanto vivrà. Creonte però si è già macchiato di un crimine contro gli dei: il rifiuto di dare esequie funebri a Polinice. La sua colpa gli viene ricordata dall’indovino Tiresia, che Creonte caccia accusandolo di essere stato corotto. Vediamo poi Creonte che finisce per accettare il consiglio del Coro (che in questo caso rappresenta la polis) Emone si era recato a liberare Antigone, ma la giovane, non immaginando che Creonte potesse ricredersi, si era già data la morte. Creonte, che ha appena dato sepoltura a Polinice, sente le grida del figlio e sopraggiunto nella grotta manca appena l’aggressione di Emone che, folle di dolore, si scaglia contro il padre. Emone così decide di uccidersi e, di fronte a Creonte, si trafigge con la spada. Creonte dopo poco viene a sapere che Euridice, dopo aver saputo della morte di Emone, si è uccisa a sua volta. Il sipario cala così su Creonte che, consapevole delle sue responsabilità nella tragica fine della sua famiglia, supplica gli dei di dargli la morte. Commento Vediamo allora nello svolgersi della tragedia la contrapposizione tra la figura di Antigone, che rivendica una legge di matrice divina fondata sulla famiglia e sulla tradizione, e Creonte, che rappresenta il tiranno arcaico. Nell’ Antigone però Sofocle aggiunge un elemento drammaturgicamente molto rilevante, anche per quanto riguarda le consuetudini ateniesi: la protagonista del dramma è una donna. Una donna che si ribella, che non si sottomette quindi né alle leggi della sua città, né all’autorità patriarcale. Certamente il suo ruolo sociale