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Storia dell india, Appunti di Storia dell'Asia

Breve storia dell'INDIA dalla nascita ad oggi

Tipologia: Appunti

2014/2015

Caricato il 05/02/2015

canegattopappagallo
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STORIA DELL’INDIA
METCALF
1.Sultani, Moghul e India precoloniale
Sulla base di schemi interpretativi elaborati dagli inglesi in epoca coloniale, si suole dividere la
storia dell’India in tre fasi: fino al 1200 troviamo la grande civiltà indù, dal 1200 lo sviluppo
culturale fu arrestato dall’avvento dell’islam dove i monarchi musulmani governarono con
dispotismo e crearono un divario con la plebe indù, la terza fase è quella del colonialismo
britannico, con la sua élite illuminata e il progresso scientifico. Questo schema si riscontra sia nella
letteratura coloniale che i quella nazionalista indù, ma oggi gli studiosi rifiutano queste conclusioni
negative sul periodo musulmano, perché è un periodo che ha messo le basi per le innovazioni che
apportarono poi gli inglesi. Questo capitolo analizza la seconda fase (1206-1707).
Il sultanato di Delhi
È sbagliato interpretare quest’epoca come stagnante, perché di fatto furono introdotte nuove rotte
commerciali, innovazioni nell’agricoltura, innovazioni tecnologiche, e nelle istituzioni politiche e
religiose. Inoltre i sultani non sono da considerare degli “stranieri” poiché le istituzioni politiche e
culturali, si evolsero interagendo con le istituzioni locali. È altresì fuorviante parlare di quest’epoca
come un periodo di dominazione musulmana, perché sembra che non vi siano differenze enormi tra
gli stati governati dai musulmani e quelli governati dai nativi, e non considera che le elite locali
ebbero un ruolo importante nei sistemi politici islamici, (inoltre fa pensare al fatto che si siano tutti
convertiti in massa, cosa che di fatto non avvenne).
DAL 1200 ALLA FINE DEL 1300 IL NORD DEL PAESE VENNE DOMINATO DA UNA SERIE
DI REGNI TURCO-AFGHANI (il cui insieme viene in genere chiamato sultanato di Delhi), che
periodicamente compivano incursioni nelle regioni meridionali. Erano popolazioni che venivano
dai passi montani del nord ovest. Possedevano forme di governo molto simili ai sistemi politici
indiani del tempo: avevano dei subordinati che trattenevano parte del surplus agricolo preso dai
territori in cambio della loro fedeltà; come i sovrani indiani, inoltre, lasciavano ampio margine di
affermazione al singolo grazie alle imprese militari. Le istituzioni militari ed economiche di queste
dinastie non erano quindi tipicamente islamiche. I sultani non erano leader religiosi (non
giungevano al potere grazie a qualità morali, ma attraverso doti militari e capacità governativa) ma
proteggevano si le élite religiose ed intellettuali (sia i conoscitori dei testi sacri che le guide
spirituali delle comunità). Ad ogni modo introdussero delle novità: a partire dal 1206 (anno di
fondazione della prima dinastia a Delhi da parte del mamelucco Aibak), la cultura persiana
cominciò a penetrare nel subcontinente indiano (anche se già era in qualche modo presente);
introdussero inoltre innovazioni governative, culturali, giuridiche, politiche, letterarie e religiose.
introdussero nuove tecniche di guerra a cavallo e metodi di coltivazione ed irrigazione (vd. ruota
persiana), promossero lo sviluppo urbano e ampliarono la rete stradale (tutto questo portò ad una
fioritura dei commerci soprattutto tra i porti dell’oceano indiano e le terre di lingua persiana). Altra
cosa da sottolineare è il multiculturalismo sia tra le elite regnanti, sia tra i sudditi. I sudditi erano
principalmente non musulmani, dovevano pagare delle imposte, ma potevano conservare le proprie
tradizioni e leggi, e non erano soggetti alla coscrizione militare. la legge veniva in genere
amministrata secondo il sistema giuridico delle parti coinvolte, e nel caso appartenessero a etnie
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STORIA DELL’INDIA

METCALF

1.Sultani, Moghul e India precoloniale

Sulla base di schemi interpretativi elaborati dagli inglesi in epoca coloniale, si suole dividere la storia dell’India in tre fasi: fino al 1200 troviamo la grande civiltà indù, dal 1200 lo sviluppo culturale fu arrestato dall’avvento dell’islam dove i monarchi musulmani governarono con dispotismo e crearono un divario con la plebe indù, la terza fase è quella del colonialismo britannico, con la sua élite illuminata e il progresso scientifico. Questo schema si riscontra sia nella letteratura coloniale che i quella nazionalista indù, ma oggi gli studiosi rifiutano queste conclusioni negative sul periodo musulmano, perché è un periodo che ha messo le basi per le innovazioni che apportarono poi gli inglesi. Questo capitolo analizza la seconda fase (1206-1707).

Il sultanato di Delhi

È sbagliato interpretare quest’epoca come stagnante, perché di fatto furono introdotte nuove rotte commerciali, innovazioni nell’agricoltura, innovazioni tecnologiche, e nelle istituzioni politiche e religiose. Inoltre i sultani non sono da considerare degli “stranieri” poiché le istituzioni politiche e culturali, si evolsero interagendo con le istituzioni locali. È altresì fuorviante parlare di quest’epoca come un periodo di dominazione musulmana, perché sembra che non vi siano differenze enormi tra gli stati governati dai musulmani e quelli governati dai nativi, e non considera che le elite locali ebbero un ruolo importante nei sistemi politici islamici, (inoltre fa pensare al fatto che si siano tutti convertiti in massa, cosa che di fatto non avvenne).

DAL 1200 ALLA FINE DEL 1300 IL NORD DEL PAESE VENNE DOMINATO DA UNA SERIE DI REGNI TURCO-AFGHANI (il cui insieme viene in genere chiamato sultanato di Delhi), che periodicamente compivano incursioni nelle regioni meridionali. Erano popolazioni che venivano dai passi montani del nord ovest. Possedevano forme di governo molto simili ai sistemi politici indiani del tempo: avevano dei subordinati che trattenevano parte del surplus agricolo preso dai territori in cambio della loro fedeltà; come i sovrani indiani, inoltre, lasciavano ampio margine di affermazione al singolo grazie alle imprese militari. Le istituzioni militari ed economiche di queste dinastie non erano quindi tipicamente islamiche. I sultani non erano leader religiosi (non giungevano al potere grazie a qualità morali, ma attraverso doti militari e capacità governativa) ma proteggevano si le élite religiose ed intellettuali (sia i conoscitori dei testi sacri che le guide spirituali delle comunità). Ad ogni modo introdussero delle novità: a partire dal 1206 (anno di fondazione della prima dinastia a Delhi da parte del mamelucco Aibak), la cultura persiana cominciò a penetrare nel subcontinente indiano (anche se già era in qualche modo presente); introdussero inoltre innovazioni governative, culturali, giuridiche, politiche, letterarie e religiose. introdussero nuove tecniche di guerra a cavallo e metodi di coltivazione ed irrigazione (vd. ruota persiana), promossero lo sviluppo urbano e ampliarono la rete stradale (tutto questo portò ad una fioritura dei commerci soprattutto tra i porti dell’oceano indiano e le terre di lingua persiana). Altra cosa da sottolineare è il multiculturalismo sia tra le elite regnanti, sia tra i sudditi. I sudditi erano principalmente non musulmani, dovevano pagare delle imposte, ma potevano conservare le proprie tradizioni e leggi, e non erano soggetti alla coscrizione militare. la legge veniva in genere amministrata secondo il sistema giuridico delle parti coinvolte, e nel caso appartenessero a etnie

diverse, ci si basava sulla legge dell’imputato. La vita culturale del tempo era dunque ricca e fiorente.

In questo contesto non era richiesta la conversione all’islamismo (la cosa che gli interessava era estendere i propri domini), ma sicuramente tale fenomeno fu favorito dalla presenza musulmana (diffusione sufismo). Le cause sono controverse: c’è chi dice che ciò accadde per sfuggire al sistema castale indiano, ma in pratica troviamo un sistema gerarchico anche tra i musulmani e inoltre non c’è una correlazione tra le conversioni e le zona con maggiore influenza brahamanica, altre cause furono i matrimoni misti e la presenza di leader carismatici. Per quanto riguarda il fatto che i musulmani avrebbero distrutto templi e luoghi sacri non musulmani, era un simbolo del trionfo e potenza che fu compiuto anche dai sovrani indiani.

La nascita dei regni regionali

Tra il 1400 e l’inizio del 1500 i sultanato si disgregò in una serie di regni regionali.

L’impero moghul

Nel 1526 la dinastia musulmana afghana di Lodi (che regnava sul sultanato di Delhi) fu sconfitta a Panipat da Babur (Moghul) che discendeva da Gengis Khan da parte della madre e da Tamerlano da parte del padre. Babur fu scacciato da Samarcanda (in Uzbekistan) da parte di dei nomadi uzbeki che la invasero e andò in India per rifarsi un regno. Babur aveva una immensa cultura e allo stesso tempo era un abile stratega militare. Dopo i quattro anni di regno di Babur, governò Humayun (suo figlio) che fu poi esiliato. Durante l’esilio governarono i Sur, ma poi Humayun riuscì a riconquistare il regno; dopo di lui ci fu suo figlio Akbar che governò per 50 anni e che allargò l’impero: Kabul e Kashmir al nord, Bengala o Orissa a est, Gujarat e Deccan a sud e il Rajastan (massimo splendore). Akbar seguì la politica multietnica del sultanato, nel quale la cultura persianizzata e la figura del sovrano fungevano da collante ideologico. Il sovrano era considerato una guida spirituale, quasi un dio, e anche se si serviva di simboli islamici, egli non osteggiava affatto le altre religioni (invitava spesso a corte gente di tutti i tipi). Akbar promosse quindi un’intensa fioritura culturale e il sistema amministrativo era molto simile al precedente del sultanato: nobili fidati che riscuotevano imposte. Tuttavia anche un sistema così centralizzato portava dei problemi: in periferia i funzionari di Akbar si trovavano spesso a negoziare il pagamento di questa tassa con esponenti dell’aristocrazia terriera. Sotto c’erano i contadini: avevano in concessione le terre che si tramandavano ereditariamente sotto pagamento di un’imposta (le eccedenze della produzione agricola). C’è chi dice che questa pressione non era opprimente perché se i contadini volevano si potevano spostare in altre terre incolte, e chi dice che la pressione era forte e fu una delle cause delle rivolte del 1600. Dopo Akbar ci fu suo figlio Jahangir che seguì la politica del padre, che fu succeduto da suo figlio Shah Jahan che rivendicò la propria potenza grazie all’architettura (fece costruire per sua moglie il Taj Mahal): opere maestose che lo dovevano porre sullo stesso piano di una divinità. Dopo ci fu Aurangzeb, considerato conservatore, che incoraggiò un islamismo più rigido e ortodosso (provocando rivolte e guerre), in realtà meno di quanto la storiografia ci voglia far credere. Non è certo stato il suo fondamentalismo la causa del declino dell’impero, anche perché infondo non era così drastico (i cortigiani non erano musulmani e i suoi generali più fidati erano indù). Aurangzeb mosse guerra contro dei regni musulmani e l’impero Moghul raggiunse il massimo dell’espansione territoriale e da qui cominciò il suo declino (poiché l’imperatore, la sua corte e il suo esercito –una vera e propria città in movimento- restarono lontani da Delhi per le battaglie e le popolazioni non esitarono ad approfittarne con una serie di

In questo periodo l’impero moghul dovette subire pressioni e attacchi da queste tre popolazioni:

  1. I sikh: fecero una rivolta contadina guidata da Banda Bahadur, che fu definitivamente sconfitto e ucciso solo nel 1715, evento dopo il quale molti sikh si diedero a saccheggi e uccisioni.
  2. I persiani: nel 1739 Nadir Shah uccide 30.000 persone solo a Delhi.
  3. Gli afghani: nel 1748 e 1757 Abdali (che aveva un impero esteso fino al Punjab) attaccò Delhi.

Insomma, a Delhi in questo periodo c’era un bel po’ di casino.

Il nuovo ordine regionale: “fiscalismo militare” e fioritura culturale

Nel complesso, tuttavia, l’India non stava passando un brutto periodo: crescita demografica, scarso aumento dei prezzi, urbanizzazione e creazione di nuovi mercati. Nuovi regni regionali acquisirono sempre più importanza: si dotarono di eserciti potenti ed erano molto efficienti dal punto di vista amministrativo. Una novità fu il reclutamento delle forze di fanteria: erano soldati di professione a tempo pieno (mercenari), anche europei. Mantenere un esercito del genere era molto oneroso e i monarchi ricorsero al “fiscalismo militare”. si ricorreva a banchieri, commercianti e intermediari per l’esazione fiscale, ma a volte i sovrani preferirono riscuotere da soli i tributi per fare più soldi.

In questi stati regionali troviamo una fioritura culturale: poesia, arte, architettura, musica e pensiero religioso.

Nel 1761 ci fu uno scontro decisivo tra gli afghani e i maratti, a Panipat, nel quale prevalsero gli afghani che in seguito si ritirarono perché non riuscivano a gestire un territorio così lontano dalla madrepatria. I maratti dopo la sconfitta di Panipat diedero vita a quattro stati (gestiti da quattro diversi casati militari).

L’ascesa della Compagnia delle Indie Orientali

Fondata il 31 dicembre del 1600 e aveva l’autorizzazione di esercitare le sue attività dalla regina Elisabetta I, si distingueva dalle altre compagnie commerciali in cerca di fortuna in oriente per essere una SPA: in questo modo si condividevano i rischi (il governo e i singoli mercanti, infatti, non si assumevano da soli i rischi di investire). Provarono all’inizio ad inserirsi nel lucroso traffico di spezie delle isole (c’erano già gli olandesi), ma c’era solo il pepe, e poi agli indiani non interessavano i beni (soprattutto vestiti di lana) che gli portavano gli inglesi. Si rivolsero quindi all’entroterra dove furono ben accolti dai moghul (per compensare la presenza dei portoghesi e degli olandesi) e dai mercanti indiani che concludevano buoni affari. La compagnia portava in patria soprattutto: indaco, salnitro e le pregiate stoffe indiane. Per l’impero questo fu un bene anche per gli introiti doganali. Tuttavia, (l’impero sta decadendo) le basi della compagnia erano state più volte vittime di razzie e venne quindi messa in atto una politica di difesa armata che portò allo scontro con le autorità moghul, che inflisse un’umiliante sconfitta alla Compagnia (1686). Comunque già avevano il controllo di Calcutta Bombay e Madras che gli serviranno come trampolino verso l’interno.

La competizione era abbastanza forte: prima con gli olandesi e in seguito anche con danesi e francesi, tanto che si facevano alleanze con i sovrani per avvantaggiarsi nei confronti dei rivali.

La conquista del Bengala

Era una provincia ricchissima e forniva alla compagnia delle indie orientali gran parte del prodotto importato in madrepatria. I commercianti cominciarono ad abusare dei privilegi loro concessi, il casino successe quando decisero di estendere la propria fortificazione a Calcutta per scoraggiare un attacco francese poiché era scoppiata la guerra dei 7 anni (contro la Francia). L’imperatore vide questo come un affronto e il nawab imprigionò tutti gli inglesi che potè. Più di 40 inglesi morirono per asfissia in una cella a Calcutta (non per ordine del nawab), in quello che è definito l’episodio del “black hole”. Il colonnello Robert Clive guidò quindi una spedizione che riconquistò Calcutta ristabilendo i privilegi della Compagnia e dopo un’altra battaglia contro le truppe del re, mise sul trono un re fantoccio: Mir Jafar che gli diede una lauta ricompensa e il permesso alla compagnia di farsi i suoi porci comodi (tanto che i funzionari della Compagnia residenti si meritarono l’appellativo di nababbi per il loro stile di vita dedito al lusso). Il nuovo re, tuttavia, volle ristabilire il controllo almeno nel nord del paese e nel 1764 si arrivò allo scontro finale che portò alla vittoria inglese. La compagnia controllava di fatto la zona e diventò il legittimo delegato imperiale per la riscossone dei tributi in Bengala, Bihar e Orissa, anche se formalmente era ancora una provincia moghul. L’Inghilterra ebbe successo perché: essendo un’isola era economicamente dipendente dai traffici di oltremare, era fomentata dalla rivoluzione industriale, perché controllava la parte più ricca: il Bengala e poteva quindi finanziarsi un potente esercito.

3.Il raj della Compagnia delle Indie Orientali (1722-1850)

Le basi del governo coloniale

Nel 1772 Hastings fu nominato dalla Compagnia governatore dei territori indiani. Egli voleva rimanere fedele ai regolamenti e alla mentalità degli indiani e aveva due convinzioni: 1. Che esistesse un corpo fisso di leggi che andava ripristinato per quello che era in origine, 2. Che esistessero due codici distinti per musulmani e indù. Il governo era organizzato in maniera tipicamente coloniale: con gli esattori che amministravano i vari territori. Hastings però non trovò inglesi abbastanza competenti e dovette affidare questo compito agli indiani. Quando Lord Cornwallis arrivò di definì adirato per il disordine e la confusione che regnavano, per lui i funzionari indiani erano tutti corrotti. Era l’inizio di una politica razzista che avrebbe escluso gli indiani dalla vita pubblica. Nacque l’Indian Civil Service (ICS), ossatura dell’amministrazione indiana.

L’esercito, a partire da quando governava Hastings, divenne uno dei più grandi del mondo: bisognava conquistare il “resto” dell’India e difendere il Bengala. All’esercito si aggiunsero i soldati indiani (sepoy), rajput e brahamani, organizzati logisticamente per evitare scontri di casta (mensa separata ecc.). era ovviamente un esercito di mercenari: avevano una paga e una pensione assicurata, e da un diffuso senso di orgoglio di appartenenza al reggimento (anche se i sepoy non potevano salire di grado).

Hastings fece partire uno studio approfondito dell’India (ricerca illuminista con un velo di razzismo), che porto gli inglesi alla conclusione che gli indiani avessero un glorioso passato, ma che erano ormai entrati in decadenza: gli indù ariani si erano ormai mescolati alle popolazioni indigene “corrompendosi”. Nei primi tempi dell’epoca coloniale, sia a Madras che a Calcutta c’erano zone separate, anche se gli inglesi non si facevano mancare uno stuolo di prostitute indiane.

briganti pericolosi e ne furono arrestati moltissimi, senza seguire le normali procedure giudiziarie. Quando i Thagi furono sconfitti gli inglesi potevano pensare all’India come a una terra pacifica di qui avevano il pieno controllo.

Tradizione e riforme: la società indiana sotto il governo della compagnia

Per i liberali la superiorità dell’Inghilterra era fuori discussione, ma gli indiani potevano essere trasformati con politiche adeguate. Lord Bentinck avviò una serie di riforme come l’abolizione della sati (bruciare le vedove) nel 1829, che tuttavia non era così diffusa. Gli inglesi si impegnarono molto anche nell’istruzione, e a volte le scuole erano di stampo occidentale, il che incuriosì gli indiani, mentre soprattutto dove non erano penetrate le riforme inglesi, ci fu un revival di movimenti estremisti indù e islamici che portarono spesso a rivolte. Questo periodo riformista produsse animati dibattiti, sia in case di personaggi che patrocinavano la cultura e la letteratura, sia tramite la stampa. Con i successivi governatori l’impegno riformista diminuì.

Da un punto di vista strategico, gli inglesi conquistarono la regione del basso Indo (sia perché vi era l’Indo che arrivava in Asia centrale, sia perché permetteva l’accesso all’Afghanistan). Poi scoppiò la prima guerra afghana: una vera debacle per gli inglesi, fu lasciato in vita uno dei 15.000 uomini dell’esercito anglo-indiano, perché raccontasse l’accaduto. I britannici si volsero quindi al Punjab (uno stato fiorente con un esercito forte). Nel 1845 scoppiò la Prima guerra sikh, durante la quale gli inglesi diedero al raja del Jammu il Kashmir musulmano in cambio del suo appoggio (questa cosa dopo creerà non pochi problemi).

4.Rivolta, Stato moderno e sudditi indiani, 1848-

Se nel mondo dal ’48 si fanno rivoluzioni un po’ ovunque, lo stato coloniale teneva a freno le aspirazioni del popolo indiano. Dal 1870-70 poi si diffuse maggiormente il razzismo, come giustificazione all’egemonia politica a tempo indeterminato degli inglesi sugli indiani.

Dalhousie: l’unificazione della sovranità e le reti di comunicazione

Dalhousie (da internet pare un posto!) fece un po’ di cose:

✓ con una spinta unificatrice e conquistò vari territori.

✓ Costruzione di una ferrovia.

✓ Canalizzazione del Gange per irrigare.

✓ Fu introdotto il telegrafo.

✓ Nacque il servizio postale.

✓ Miglioramenti nella progettazione di navi a vapore.

✓ Costruzione di infrastrutture.

Queste innovazioni incentivarono l’unità statale.

1857: governo della Corona e conseguenze della rivolta

La ribellione ebbe inizio con un ammutinamento dei soldati del bengala, stanchi delle misere paghe, delle limitate opportunità di carriera, ecc. la goccia che fece traboccare il vaso fu però l’arrivo dei nuovi fucili con cartucce che venivano trattate con grasso di vacca o maiale. Queste cartucce dovevano essere strappate con i denti e ovviamente era un problema sia per gli indù che per i musulmani. Di fronte al rifiuto di caricare i fucili venivano quindi umiliati, arrestati o radiati, motivo per cui insorsero e massacrarono i residenti inglesi della città (Meerut) e marciarono si Delhi. Qui si unirono altri sepoy, contadini, proprietari terrieri, principi e mercanti, senza una strategia coerente. In realtà alcuni ribelli cercarono solo il proprio vantaggio immediato, cambiando schieramento o dandosi a saccheggi. Riconquistarono buona parte del nord, e qualcosa al centro. Alcuni tuttavia non si unirono alla rivolta: principi che avevano paura di essere spodestati, la elite che aveva ricevuto un’educazione occidentale, i proprietari terrieri che avevano ricevuto vantaggi dagli inglesi, e inoltre i soldati del Punjab non provarono alcuna empatia per i sepoy bengalesi. Gli inglesi si ripresero Delhi e le altre città e l’imporatore moghul venne elisiato e i figli fucilati. I sepoy sospettati di aver partecipato all’insurrezione furono legati alle bocche dei cannoni e fatti saltare in aria. Nel 1858 la corona inglese assunse direttamente il controllo del’India dalla Compagnia, e nel 1876 la regina Vittoria fu incoronata imperatrice d’India.

L’organizzazione del raj: sicurezza, misure sanitarie, ordinamento della società

Dopo la rivolta presero piede la paura e il razzismo: le zone della città erano ben divise. Vennero attuate politiche sanitarie e di sicurezza per evitare la diffusione di malattie ecc. basta pensare che il tasso di mortalità tra i soldati nel 1857 era maggiormente causato da malattie che dalle guerre. Per gli antropologi vittoriani la maniera migliore per distinguere gli indiani era la categorizzazione in caste.

I “leader naturali” e i linguaggi della modernità

Nascita dei consigli municipali in India.-----???

Le elite anglicizzate

Si andava creando una elite anglicizzata per istruzione e modi di vita inglese. Si trattava di:

  • Rappresentanti dei vecchi ceti di professionisti delle varie regioni
  • L’inglese fu un fattore di coesione per persone che provenivano da regioni diverse
  • Entrarono in competizione elettorale con i “notabili tradizionali”

Questa elite spesso contestò la politica inglese, poiché fondamentalmente non poteva prendere parte attivamente alla vita politica.

I dialetti

Erano il veicolo attraverso il quale gli indiani interiorizzavano i modelli occidentali. I mezzi furono la trattistica, la pubblicistica, il giornalismo e soprattutto il romanzo, attraverso cui elite che avevano avuto un’influenza dal mondo inglese analizzavano anche tematiche scottanti come l’inserimento delle donne nella società.

5.Società civile e restrizioni coloniali, 1885-

Krishna, il dio pastore. All’inizio gli attacchi erano quindi più in difesa che per attaccare i musulmani, ma alla fine coinvolse ambiti assai più vasti. Peraltro i musulmani non apprezzavano molto la carne di mucca, che veniva consumata soprattutto dai più poveri e per i sacrifici preferivano usare le capre. Nel 1893 scoppiarono dei disordini che finirono perché comunque si era capito che la legislazione in ambito di macellazione di vacche non sarebbe cambiata, ma portò con sé uno strascico di risentimento tra le due comunità.

Sul finire del decennio ci furono inoltre due calamità: una carestia e un’epidemia di peste bubbonica, entrambe mal affrontate dal governo, che non prese misure adeguate, anzi qualcuno disse che favorirono la diffusione della peste.

Inoltre vi furono dispendiose avventure militari e una situazione di crisi economica (con dazi e cose del genere che sfavorirono gli indiani).

La somma di tutto ciò produsse una decrescita della popolazione, cosa che non si verificava da sempre, e più in generale una situazione disperata soprattutto nelle campagne.

Lord Cruzon e la spartizione del Bengala

Era difficile governare una provincia vasta come il Bengala, quindi Cruzon lo divise in: una parte orientale + l’Assam (31 milioni di abitanti) e resto del Bengala, Bihar e Orissa (50 milioni di abitanti circa). Erano comunque zone molto vaste, e nella parte orientale divennero la maggioranza i musulmani, nell’altra i non bengalesi. Ovviamente molti non furono d’accordo, perché era stata divisa l’amata patria, e iniziarono qualche protesta (boicottaggio di merci inglesi) e atti terroristici. Con le elezioni il nuovo segretario di stato per l’India diventò Morley, che attuò una politica repressiva (limitazione della libertà di stampa, cariche sulla folla ecc.). alla fine la provincia fu riorganizzata: Assam, Bihar e Orissa furono dichiarate province autonome, il Bengala orientale o occidentale furono riuniti. (troppo riassunto? Cerca in internet).

Prima guerra mondiale, nuovi obiettivi, nuove alleanze

Nell’agosto del 1914 la Gb dichiarò guerra alla Germania. L’India vi fu involucrata e i partiti appoggiarono la madrepatria, sperando di ottenere l’autogoverno, visto il principio di autodeterminazione che guidava gli inglesi. L’India fece enormi sacrifici per lo sforzo bellico (sia dal punto di vista umano, che di aumento della tassazione). Nel 1918 ci furono poi una carestia per la scarsità di monsoni, e una pandemia di influenza, cosa che mise in ginocchio la popolazione. Presero nuova linfa i movimenti per l’autogoverno, anche grazie alla stampa, a salotti di lettura ecc., tanto che si arrivò al “patto di Lucknow” tra il Congresso e la Lega musulmana, la cui parte più importante era la richiesta di una rappresentanza minima per la minoranza presente in un dato territorio. Negli ultimi anni della guerra accaddero due eventi che rinvigorirono la voglia di autogoverno: sul fronte indù tornò Gandhi dal Sudafrica, su quello musulmano accrebbe il rancore per come era stato spartito l’impero ottomano (molte aree tra cui luoghi santi dell’islam furono date a governi fantoccio europei).

6.La crisi dell’ordine coloniale: riforme, disillusione, divisione, 1919-

Riforme e repressione

A partire dal 1917 il governo britannico annunciò che avrebbe fatto progressive riforme verso l’autonomia dell’India. In questa prima fase si decise che il governo centrale rimaneva sotto il

controllo britannico, ma nella province, alcune sfere, come per esempio l’agricoltura e l’istruzione, erano sotto a dei ministri indiani. Furono tuttavia emanate le Rowlatt acts (il governo proseguiva con la detenzione e col processo senza giuria) che provocarono la reazione indiana, come per esempio scioperi su scala nazionale con cortei a manifestazioni. Il 13-4-1919 ad Amritsar, in Punjab, il generale Dyer, capo della guarnigione locale, fece aprire il fuoco sulla folla pacifica che si era radunata per protestare illegalmente, facendo circa 400 morti tra cui donne e bambini. Benché quest’atto fu condannato e dyer costretto a dimettersi, egli non era pentito, e in patria fu accolto come un eroe.

L’avvento di Gandhi

Dopo Amritsar si diffuse un clima di sfiducia riguardo alle concessioni dei britannici. Nato nel ’ da una famiglia di commercianti, si recò a studiare in Inghilterra e non essendo riuscito a sfondare come avvocato a New Delhi, andò in Sudafrica. Raggiunse qui un certo benessere economico. Inizialmente prese su di sé lo stile di vita inglese (a quel tempo si pensava che gli inglesi governavano l’India perché erano forti, virile e mangiavano carne). Frequentò quindi bordelli e mangiava carne in segreto. Influenzato però dalla famiglia dedita al jainismo che, assieme alla mentalità dei mercanti, rifiutavano la violenza, e leggendo Tolstoj e Ruskin, cominciò a formulare una propria critica nei confronti del materialismo occidentale: coraggio basato sulla non violenza e la resistenza passiva. Era contro il consumismo occidentale, rappresentato dallo sviluppo industriale, anch’esso da evitare. Gandhi voleva una vita semplice basata sul modello del villaggio indiano tradizionale. Voleva anche un cambiamento morale della società, oltre che politico: l’autogoverno non si poteva quindi raggiungere con la violenza. Questo implicava anche il controllo delle passioni: il vegetarianesimo e l’astinenza dalle pratiche sessuali, abbigliamento semplice e lavoro al telaio. Non fu certo alieno da critiche: il digiuno è, se vogliamo, una forma di coercizione. Desiderava un’India fondata su una coalizione di comunità religiose, anche se lui era comunque imbevuto di induismo.

La forza del nome di Gandhi: sostenitori e oppositori

Già nel 1919 Mahatma Gandhi aveva un largo consenso e la gente per le piazze gli augurava “lunga vita”, solo che anche tra i suoi seguaci molti cercarono di strumentalizzare la sua figura. Tra i seguaci c’erano coloro che provenivano dal suo stesso ambiente sociale: mercanti, professionisti, agricoltori benestanti , soprattutto nel Gujarat, sua terra natale. Gandhi era ormai stato inserito nel pantheon delle divinità indùe gli venivano attribuiti poteri soprannaturali, come essere in grado di eliminare le sofferenze ecc.. I contadini presero a saccheggiare le proprietà dei nobili in nome di Gandhi, e nel 1922 vennero bruciati 22 poliziotti in una stazione di polizia, cosa che fece sospendere a Gandhi le sue attività.

Ovviamente Gandhi non poteva avere consenso da parte di tutti:

✓ i prìncipi erano risoluti a mantenere il proprio potere di fronte alla minaccia nazionalista (favoriti dal fatto che le idee non raggiungevano spesso questi luoghi impervi circondati di giungla!);

✓ gli strati più bassi che erano troppo impegnati a lottare per la propria sopravvivenza;

✓ gli intoccabili, volevano qualcuno che parlasse di loro nello specifico ;

ci pensò una perversa spirale di impoverimento del suolo e crescita demografica. Ci si spostò quindi verso un modello autarchico.

Rafforzamento della prassi democratica.

7.Gli anni ’40: trionfo e tragedia

Il 3-09-1939, scoppiata la seconda guerra mondiale, fu annunciato agli indiani che erano entrati in guerra a fianco della GB, contro la Germania di Hitler. I ministri del congresso delle varie provincie si dimisero in segno di protesta contro questo gesto dispotico, che diede adito al nazionalismo musulmano. Già dagli anni ’30 pareva che ci si stava muovendo verso l’autogoverno dell’india, ma con lo scoppio della guerra gli inglesi pensarono che l’India gli serviva ancora(come risorse umane, materiali e come base): alla fine della guerra la colonia diventò da debitrice a creditrice della madrepatria.

Dal negoziato alla rivolta di agosto

Il Congresso decise di negoziare a caro prezzo la propria collaborazione allo sforzo bellico. Ogni momento di crisi dal punto di vista bellico faceva pendere la bilancia del negoziato a favore dell’India. Si arrivò alla mozione del Congresso chiamata “ quit India ” (abbandonate l’india), un vero e proprio atto di sfida al potere britannico. Fu chiamata la “rivolta di agosto”, in cui studenti e contadini si diedero ad atti di violenza quali abbattimento di stazioni ferroviarie e linee telegrafiche, vennero demolite stazioni di polizia, uffici postali ecc., caddero diverse amministrazioni distrettuali e nel Bengala fu proclamato un governo nazionale. Ciò nonostante gli inglesi rimasero in India, reprimendo la rivolta con mezzi estremi: i leader del congresso furono imprigionati ecc. il movimento assunse negli anni un significato mistico e simbolico di idealismo e sacrificio.

Jinnah e l’idea del Pankistan

La Lega araba si pose come obiettivo politico la creazione del Pakistan (1940), anche se le idee non erano molto chiare (alcuni musulmani ne erano addirittura contrari, i confini non erano ben definiti ecc.). inoltre quest’idea era alimentata dai britannici che magari fecero leggi che li favorivano per tenerseli amici.

Guerra e carestia

L’India era già dilaniata dalla guerra, e nel Bengala ci fu una carestia che uccise 2 mln di persone, aggravata dal blocco delle importazioni di riso dalla Birmania causa presenza dei giapponesi + cereali mandati per sfamare l’esercito. l’immagine del “dorato Bengala”, terra prospera e ricca fu cancellata.

Per esigente belliche l’esercito fu potenziato di indiani, che arrivarono a ricoprire anche posizioni di comando (esercito pronto a guidare il paese verso l’indipendenza).

Il signor Bose, che aveva abbracciato l’ideologia fascista, mise insieme un piccolo esercito composto principalmente dagli indiani prigionieri di guerra in Giappone chiamato Indian National Army (INA), comprendente anche un distaccamento femminile. A parte qualche azione in Birmania contro gli inglesi questo esercito ebbe poca importanza sul piano militare, ma non su quello simbolico. Risvegliò un orgoglio indiano, che scatenò azioni di protesta quando gli inglesi

processarono per tradimento tre ufficiali dell’ INA. Inoltre Bose morì molto romanticamente in un incidente aereo, cosa che alimentò la popolarità della sua figura.

Dalla conferenza di Simla alla missione del gabinetto

Nel 1945 il vicerè Wavell convocò Gandhi, Jinnah e la leadership del congresso a Simla, la capitale estiva del raj. Jinnah mandò a monte la conferenza perché avrebbe praticamente dovuto riconoscere l’autorità del congresso (importanza della Lega araba). Nei mesi che seguirono la GB perse la voglia di controllare gli eventi della colonia. Vi furono due fatti che fecero ben sperare: 1. Attle vinse le elezioni(si aveva l’idea che i laburisti fossero più favorevoli all’indipendenza rispetto a un conservatore come Churchill); 2. La GB era uscita indebolita dalla guerra, e non aveva la forza di imporsi a un India sempre più recalcitrante.

Si arrivò così alle elezioni del 1946, dalle quali uscirono il partito del Congresso e la Lega. Incapaci di mettere d’accordo i due principali partiti politici indiani, i britannici autorizzarono nel 1946 una missione governativa ad alto livello che propose una federazione imperniata su tre gruppi di province: due a maggioranza musulmana (est e ovest) e uno a maggioranza indù (centro e sud). La lega avrebbe in realtà preferito due raggruppamenti (Pakistan e Indostan), a accettò comunque la proposta. Nerhu pensava invece che le province avrebbero dovuto scegliere da quale parte schierarsi.

Massacri e divisione

Jinnah aveva avuto così una “vittoria mutilata” e fece in modo di innescare disordini e massacri a catena che insanguinarono l’avvento dell’indipendenza. Dal 16 al 20 luglio 1946 ci fu il “grande massacro di Calcutta”, con circa 4000 morti di entrambe le comunità. A questa strage seguì l’uccisione di 7000 musulmani nel Bihar e di molti indù. È improbabile che Jinnah volesse una tale carneficina, ma la spirale di odio era ormai innescata. ---

A mezzanotte tra il 14 e il 15 agosto 1947, con un gesto solenne che risvegliò l’orgoglio di tutta la nazione, Nehru nelle vesti di primo premier indiano annunciò all’assemblea costituente che l’India aveva ottenuto l’indipendenza.

L’avvento dell’indipendenza fu però insanguinato da un’ondata di disordini e orrendi massacri che ebbero come tearo soprattutto il Punjab. Lungi dall’essere tutti impazziti dalla sera alla mattina, i massacri non furono privi di regia. Inoltre il Punjab era una terra molto militarizzata con molta gente che aveva partecipato alla guerra (molti dei quali erano sikh che sentendosi danneggiati dalla spartizione compirono atti efferati di violenza). Spesso so prendevano di mira treni, che arrivavano a destinazione pieni di cadaveri. Alcune stime arrivano a parlare di un milione di morti.

Questo provocò una migrazione senza precedenti: nel giro di 3 o 4 mesi circa 5 mln di indù e sikh si spostarono dal Punjab occidentale in India, e 5,5 mln di musulmani andarono nella direzione opposta. Il Punjab divenne quindi per metà musulmano e per metà indiano/sikh. La stessa cosa ma con una portata molto più ridimensionata avvenne in Bengala.

Il consolidamento della nazione: i prìncipi, il Kashmir e il rimpatrio delle donne rapite

  1. i principi: i nuovi regimi decisero per l’annessione dei territori retti da principati. I principi non volevano veder sparire i propri regni dall’oggi al domani quindi chiesero maggiori garanzie ma non se li filò nessuno perché non avevano potere contrattuale nei confronti del

Nerhu promosse uno stato socialista e secolare e il Congresso non favoriva gli indù. Nerhu dovette riorganizzare le province indiane, che l’impero britannico aveva fatto un po’ a caso, incorporando più etnie in una regione ecc. e con la questione dei principi la cosa si era ancor più aggravata. Fu quindi istituita una commissione che divise l’India su basi linguistiche in 14 stati. C’erano poi 3 problemi:

  • Le richieste separatiste di Bombay furono al principio ignorate perché nella stessa capitale erano presenti divisioni, ma viste le pressioni fu diviso in Maharashtra (con capitale Mumbay) e il Gujarat.
  • Un altro problema era quello del Punjab dove c’erano tre popolazioni tra cui i Sikh.
  • Mentre i francesi lasciarono i territori che avevano occuparo, Nerhu fu costretto a mandare a Goa l’esercito, per riprendersela dai portoghesi.

Il nuovo ordine economico

Dal punto di vista economico i grandi latifondisti furono espropriati, anche se con dei compensi e inoltre c’erano delle scappatoie per evitare la confisca. Venne diviso il paese in zone. Ciascuna delle quali aveva a disposizione dei tecnici che davano consigli agli agricoltori su come aumentare la produzione. Vennero poi istituiti una sorta di consigli locali, che avevano il compito di elaborare piani di sviluppo e assegnare i fondi ai progetti più utili. Questi ultimi divennero presto monopolio delle classi terriere dominanti, che dirottavano i fondi dove gli serviva. Nerhu elaborò dei piani quinquennali a partire dal 1950: il primo basato sull’agricoltura, il secondo sull’industria. Questo fece uscire l’India dal ristagno economico (aumento pil, produzione agricola, ecc.) ma il focalizzarsi sullì industria fece crescere i prezzi dei beni di consumo e favorendo i capitalisiti. Ad ogni modo fu una pianificazione solo superficiale, Nerhu non cercò mai di dirigere l’intera economia.

Si fece qualcosa poi per i diritti delle donne, ma il tutto si ridusse in pratica a mere buone intenzioni.

Guerra, carestia e disordini politici

Sul finire degli anni ’50, Nerhu si trovò ad affrontare alcune crisi:

  • La produzione alimentare entrò in una fase di ristagno per poi calare.
  • Conflitto con la Cina: la cina invase il Tibet nel 1959 e il Dalai Lama e molti indiani si rifugiarono in Inndia, Nerhu fece pressioni per cacciare i cinesi, e questi invasero l’India che fu sconfitta. (questa cosa portò la Cina ad avvicinarsi al Pankistan e l’India agli USA).
  • Questione della lingua (’65): fu scelto l’hindi, non senza proteste soprattutto dei Tamil che arrivarono a scene di autoimmolazione. Fu quindi deciso che l’inglese dovesse essere una lingua associata.
  • Guerra col Pankistan: visto il rifiuto da parte dell’india di fare il referendum in Kashmir, il Pakistan fece pressioni lungo il confine con l’India, e alla fine mandò delle truppe in Kashmir. L’India rispose con i carri armati. Dopo tre settimane si ristabilì lo status

precedente lo scoppio della guerra. Ci furono poi successivi scontri e una situazione di generale tensione.

Divenne (dopo Shastri) primo ministro Indira Gandhi (figlia di Nerhu), che si trovò ad affrontare una crisi economica. Il mancato arrivo di monsoni e un periodo di siccità provocò un crollo della produzione agricola, in parte tamponato dagli aiuti USA. Indira si mire quindi a investire a bomba nell’agricoltura (per es con varietà cerealicole ad alto rendimento sperimentate in Messico), la cosiddetta “rivoluzione verde”, che portò a risuiltati straordinari. Anche la produzione industriale cominciò a risalire la china. La rivoluzione verde portò un aumento di disuguaglianze sociali, che Indira provò a colmare durante il suo mandato.

Il raj di Indira

Nel ’67 ci furono le elezioni, ci fu praticamente una disfatta del Congresso e per dei dissapori, fondò un suo partito del Congresso.

Considerata, facilmente manovrabile, simpatizzava per la sinistra. Nazionalizzò quindi le banche, fece alleanze con i partiti tamil e comunista, che le consentirono di rimanere in carica, per 15 anni. Erano gli anni ’70 e c’era abbastanza malcontento per la situazione economica, quindi Indira si appellò direttamente al popolo: “eliminiamo la povertà!”, cosa che le fece vincere le elezioni con il neonato partito del congresso. Fece alcune riforme:

  • Limitò il diritto alla proprietà
  • Nazionalizzò le compagnie di assicurazione e le miniere di carbone
  • Alleanza con l’URSS (1971)
  • Aiutò il Bengala contro il Pakistan, che portò alla nascita del Bangladesh (la ex parte est del Pakistan)

Tuttavia le riforme di Indira contro la povertà non cambiarono la situazione: la povertà continuava ad essere profondamente radicata nel paese (tra le altre anche per corruzione ed evasione fiscale). Ci si mise la crisi energetica del ’74 che generò una spirale inflazionistica, insieme alla disoccupazione e alla mancanza di cibo.

La Corte suprema invalidò l’elezione di Indira del ’71, che in tutta risposta (per mantenere il suo posto), visti gli scioperi e le agitazioni, Indira proclamò lo stato di emergenza: limitazione libertà di stampa, censura, eliminazione avversari politici ecc. fu promosso un certo rigore nel comportamento, quasi fascista, che provocò un certo miglioramento, anche grazie ai monsoni favorevoli e a un calo dell’inflazione.

Vennero poi fatte due cose dal figlio di Indira, che suscitarono risentimento popolare:

  1. Risanamento urbano di Delhi (mandando via tipo 500.000 persone e demolendo un sacco di baracche).
  2. Controllo delle nascite, con sterilizzazioni forzate.

L’intermezzo del Janata Party e il ritorno di Indira