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Elaborato sulla tematica della devianza
Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche
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La devianza è un comportamento non conforme alle norme e alle aspettative culturali di base. E’ raro che i confini tra normale e deviante siano ben definiti. Infatti Emile Durkheim , sociologo e antropologo francese, sostiene che la devianza non sia una caratteristica di un certo comportamento, ma dipenda fondamentalmente dal significato e dalla definizione che una comunità dà a questi atti. Egli affermava che il crimine, e più in generale un comportamento deviante, può essere definito soltanto in relazione alle norme sociali che esso viola. Durkheim spiegò che ‘‘non bisogna dire che un atto urta la coscienza comune perché è criminale, ma che è criminale perché urta la coscienza comune’’. Quindi un comportamento deviante dipende dal contesto socioculturale in cui questo si manifesta: un atto può essere malvisto all’interno di una società, mentre in un’altra può essere addirittura considerato positivamente (poligamia). Possiamo quindi parlare di una concezione relativistica della devianza, cosa considerare normale o deviante varia nel corso del tempo e da una cultura all’altra. In ‘’Le regole del metodo sociologico’’ Durkheim afferma che la devianza può essere funzionale alle strutture sociali in tre modi:
facilitare la crescita e il cambiamento delle strutture sociali. Molte idee e comportamenti che oggi riteniamo scontati un tempo erano considerati devianti (democrazia, diritto di voto delle donne).
Il primo sociologo ad esprimersi su questo fenomeno, in una visione un po’ limitata, anche se condivisa da altri pensatori del suo tempo, è stato Cesare Lombroso. Egli considerava la morfologia del fisico, e del viso in particolare, come la principale causa di criminalità. Sosteneva che il delinquente avesse lineamenti simili a quelli dell’uomo primitivo e che questi gli rendessero difficile l’inserimento all’interno della società e di conseguenza lo spingessero a commettere reati, comportamenti devianti.
Teoria secondo la quale la devianza è il risultato di come gli altri interpretano un comportamento e gli individui etichettati come devianti spesso interiorizzano questo giudizio come parte della propria identità. Il sociologo Kai Erickson spiega: ‘’la devianza non è una caratteristica innata di qualsiasi tipo di comportamento; è una proprietà assegnata ad un comportamento dalle persone che vengono a contatto diretto o indiretto con esso’’, perché lo considerano tanto pericoloso da richiedere particolari sanzioni. La teoria dell’etichettamento sottolinea gli aspetti interattivi della devianza, cioè l’interazione fra comportamento e risposta a esso. Il comportamento è deviante solo se viene etichettato come tale. Chi viene etichettato come deviante deve affrontare lo stigma sociale associato a quell’etichetta. Lo stigma sociale si riferisce alla vergogna associata a un comportamento o a uno status considerati socialmente inaccettabili o screditanti; può essere motivo di disuguaglianza perché spesso chi viene stigmatizzato subisce un isolamento o una discriminazione che possono ridurre la sua reputazione sociale, economica o politica. Etichettare una persona come deviante potrebbe farla cadere nella cosiddetta devianza secondaria , un comportamento deviante adottato in risposta alle conseguenze negative dell’etichettamento.
Teoria che mette in evidenza la tensione o pressione sperimentata da coloro che non hanno i mezzi per raggiungere obiettivi culturalmente definiti e che sono quindi portati a seguire strade devianti nella loro ricerca del successo. La devianza quindi nasce da un contrasto fra la struttura culturale e quella sociale. In questa prospettiva la non-conformità è causata in primo luogo dalla disuguaglianza insita nella struttura sociale. Un eccesso iniquo di denaro, potere, istruzione, porta alcuni a un comportamento deviante volto a perseguire questi beni sociali. Per raggiungere i propri obiettivi gli individui possono adottare cinque forme di comportamento: Il primo è la conformità (quindi l'accettazione delle regole). Quando tutte le opportunità convenzionali sono bloccate, le persone escogitano diversi sistemi per sopperire alla disparità fra obiettivi e mezzi, e alcuni di questi possono portare ad un comportamento non conformista. Il secondo è l' innovazione quando non si ha accesso ai mezzi legittimi ma si accettano obiettivi con un valore culturale (rubando, imbrogliando, truffando); la terza è il ritualismo quando si ha accesso a mezzi legittimi per raggiungere il successo ma si respingono gli obiettivi apprezzati dalla propria cultura; la quarta è la rinuncia che si ha quando una persona non ha accesso ai mezzi e respinge gli obiettivi (mendicare o vivere di espedienti); infine la ribellione che comporta la creazione di nuovi obiettivi e l’adozione di nuovi mezzi. Ad eccezione del primo, gli altri sono tutti comportamenti devianti.
Secondo questo filone di sociologi un individuo commette un reato o adotta un comportamento deviante, poiché è cresciuto e si è sviluppato moralmente all’interno di una subcultura criminale , che ha valori e norme diverse da quelli del resto della società. Quindi rubare, assumere alcool, droga, ad esempio, possono essere visti come qualcosa che viene trasmesso all’interno di determinati ambienti. I primi studi intrapresi in questa direzione furono quelli di Clifford Shaw e Henry McKay , che nel 1929 effettuarono una ricerca sul tasso di delinquenza nella città di Chicago. Dopo aver suddiviso la città in cinque zone concentriche, Shaw e McKay calcolarono il rapporto tra il numero di coloro che avevano commesso reati e la popolazione totale della zona considerata. Dalla ricerca emergeva che il tasso di delinquenza così ottenuto diminuiva quanto più ci si allontanava dal centro cittadino. Qui risiedevano in prevalenza immigrati di diverse provenienze, mentre nelle aree semiperiferiche risiedevano gli operai specializzati e, in quelle ancora più esterne, i ceti medi.
Secondo i due sociologi la spiegazione andava ricercata nei diversi contesti valoriali presenti nelle aree. In alcuni quartieri erano infatti presenti regole e valori favorevoli a certe forme di devianza, che venivano di volta in volta trasmessi ai nuovi membri del gruppo. Riprendendo questo tipo di analisi, Edwin Sutherland ha elaborato la teoria dell'associazione differenziale secondo cui la devianza è appresa attraverso l’interazione con altre persone coinvolte nel comportamento deviante. Secondo tale prospettiva le persone si socializzano in una subcultura deviante cioè accompagnandosi ad altri anticonformisti imparano a essere devianti e a criticare le convenzioni sociali. Tutta via alla subcultura deviante , cioè un gruppo che pretende da tutti i membri l’impegno a sostenere specifiche credenze o comportamenti non conformisti, si contrappone la devianza individuale , che consiste in attività devianti che un individuo compie senza il sostegno sociale di altri partecipanti. Ad esempio uno studio condotto su chi compie atti di autolesionismo ha scoperto che questi individui hanno pochi contatti tra loro, è raro che condividano informazioni sulle proprie attività autolesioniste e, in genere, cercano di nascondere le proprie ferite.