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Traduzione di alcuni testi di Catullo
Tipologia: Esercizi
Caricato il 11/09/2023
2 documenti
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Cui dono lepidum novum libellum arida modo pumice expolitum? Corneli, tibi: namque tu solebas meas esse aliquid putare nugas iam tum, cum ausus es unus Italorum omne aevum tribus explicare cartis doctis, Iuppiter, et laboriosis. quare habe tibi quidquid hoc libelli qualecumque; quod, o patrona virgo, plus uno maneat perenne saeclo. A chi dopo il nuovo grazioso libretto Or ora levigato con l’arida pietra pomice? A te, Cornelio: infatti tu eri solito Ritenere che le mie cosucce fossero qualcosa Già allora quando osasti solo fra gli italici Spiegare la storia di tutti in tre carte Dotti, per Giove, e faticosi. Perciò prendi a te questo libro quale esso sia E come che sia; che possa, vergine protettrice, Durare perenne per più di una generazione.
Ille mi par esse deo videtur, ille, si fas est, superare divos, qui sedens adversus identidem te spectat et audid dulce videntem, misero quod omnis elidit sensus mihi: non simul te, Lesbia aspexi, mihi est super mi vocis in ore; lingua sed torpet, tenuis sub ertus clon demovet, sonitu suopte tintinant aures, genita teguntur lumina nocte. Otium Catulle tibi molestum est, otio exultasminiumque gestis; otium et veges prius et beatos perdidit urbes. Quegli mi sembra simile a un dio, quegli, se è lecito dirlo, mi sembra superare gli dei, che seduto davanti a te può spesso vederti e ascoltarti mentre dolcemente sorridi: felicità che a me sventurato rapisce l’uso di tutti i miei sensi: come infatti ti vedo, o Lesbia, non mi resta poi neanche un filo di voce, la lingua s’intorpidisce, una sottile fiamma s’insinua nelle mie membra, un ronzio, interno ottunde il mio udito, una duplice, tenebra offusca i miei occhi. L’ozio, o Catullo, ti tormenta; nell’ozio ti esalti e in eccesso folleggi! L’ozio in passato perdette anche re E fiorenti città.
Vivamus, mea Lesbia, atque amemus, rumoresque senum severiorum omnes unius aestimemus assis. Soles occidere et redire possunt; nobis cum semel occidit brevis lux, nox est perpetua una dormienda. Da mi basia mille, deinde centum, dein mille altera, dein secunda centum, Viviamo, mia Lesbia, e amiamo, e le chiacchiere dei vecchi troppo severi ritenendole soltanto moneta senza valore. I giorni possono tramontare e risorgere; noi, una volta tramontata la nostra breve vita, dobbiamo dormire una sola notte eterna. Dammi mille baci, poi cento, poi altri mille, poi ancora cento,
deinde usque altera mille, deinde centum; dein, cum milia multa fecerimus, conturbabimus illa, ne sciamus, aut ne quis malus invidere possit, cum tantum sciat esse basiorum. poi sempre altri mille, e poi cento; poi, quando ne avremo totalizzati molte migliaia, li rimescoleremo, per non sapere, o perché nessun maligno possa gettarci il malocchio, sapendo che ci sono tanti baci.
Nulla potest mulier tantum se dicere amatam Vere, quantum a me Lesbia amata mea est. Nulla fides ullo fuit umquam in foedere tanta, quanta in amore tuo ex parte reperta mea est. Nessuna donna può dire di essere stata amata così sinceramente, quanto la mia Lesbia fu amata da me. Nessuna fedeltà a un patto fu mai così grande, come quella insita da parte mia nell’amore per te.
Dicebas quondam solum te nosse Catullum, Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem. Dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam, sed pater ut gnatos diligit et generos. Nunc te cognovi: quare etsi impensius uror, multo mi tamen es vilior et levior. "Qui potis est?", inquis. Quod amantem iniuria talis cogit amare magis, sed bene velle minus. Dicevi un tempo di conoscere solo Catullo, Lesbia, e per me di non voler l’abbraccio Giove. Ti amai allora, non come il volgo l’amante, ma come il padre ama i figli e i generi. Adesso ti ho conosciuta: perciò brucio più intensamente Tuttavia mi sei più spregevole e insignificante. Com’è possibile? chiedi. Perché tale tradimento obbliga l’amante ad amare di più, ma di voler meno bene.
Odi et amo. Quare id faciam , fortasse requiris. Nescio , sed fieri sentio et excrucior. Odio e amo. Forse tu chiedi, perché io faccia ciò? Non so, ma sento che accade e mi mette in croce.
Miser Catulle, desinas ineptire, et quod vides perisse perditum ducas. Fulsere quondam candidi tibi soles, cum ventitabas quo puella ducebat amata nobis quantum amabitur nulla. Ibi illa multa tum iocosa fiebant, quae tu volebas nec puella nolebat. Fulsere vere candidi tibi soles. Nunc iam illa non volt: tu quoque inpote‹ns noli›, nec quae fugit sectare, nec miser vive, sed obstinata mente perfer, obdura. Vale, puella. Iam Catullus obdurat; nec te requiret nec rogabit invitam; At tu dolebis, cum rogaberis nulla. Infelice Catullo, smetti di agire da stolto, e ciò che tu vedi finito ritieni perduto. Rifulsero un tempo per te luminose giornate, quando accorrevi dovunque al richiamo amata da te quanto mai sarà amata nessuna. Ed erano allora le mille confidenze gioiose Volute da te, cui l’arresa fanciulla cedeva. Davvero rifulsero per te luminose giornate. Ella non vuole già più; pure tu, che non puoi, non inseguire chi fugge, non vivere in pena, soffri con animo fermo, sopporta, resisti. Addio, fanciulla. Catullo ha imparato a resistere, non ti cerca, né più ti rivolge sgradite preghiere;