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appunti di tragedia greca e introduzione
Tipologia: Dispense
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Il teatro di Epidauro
Storia del Teatro Occidentale
La tragedia greca è un genere teatrale nato nell'antica Grecia, la cui messa in scena era, per gli abitanti della Atene classica, una cerimonia di tipo religioso[1]^ con forti valenze sociali. Sorta dai riti sacri della Grecia e dell'Asia minore, raggiunse la sua forma più significativa nell'Atene del V secolo a.C. Precisamente, la tragedia è l'estensione in senso drammatico (ossia secondo criteri prettamente teatrali) di antichi riti in onore di Dioniso, dio della natura. Come tale fu tramandata fino al romanticismo, che apre, molto di più di quanto non avesse fatto il Rinascimento, la discussione sui generi letterari.
Il motivo della tragedia greca è strettamente connesso con l'epica, ossia il mito, ma dal punto di vista della comunicazione la tragedia sviluppa mezzi del tutto nuovi: il mythos (μῦθος, parola, racconto) si fonde con l'azione, cioè con la rappresentazione diretta (δρᾶμα, dramma, deriva da δρὰω, agire), in cui il pubblico vede con i propri occhi i personaggi che compaiono come entità distinte che agiscono autonomamente sulla scena (σκηνή, in origine il tendone dei banchetti), provvisti ciascuno di una propria dimensione psicologica.
I più importanti e riconosciuti autori di tragedie furono Eschilo, Sofocle ed Euripide, che affrontarono i temi più sentiti della Grecia del V secolo a.C.
Il termine greco trago(i)día τραγῳδία deriverebbe dall'unione delle radici di "capro" (τράγος / trágos ) e "cantare" (ᾄδω / á(i)dô ) e significherebbe dunque «canto dei capri», in riferimento al coro dei satiri[2], o "canto per il capro". Nella prima accezione del termine dunque i capri sarebbero gli attori mascherati da capri, mentre nella seconda l'animale (sia esso capretto o agnello) sarebbe da intendersi come primizia da offrire, come bene del quale l'uomo si priva in un momento sacro (sia che esso venga offerto al dio stesso come vittima sacrificale, e si ricordi che il capretto è animale sacro a Dioniso, sia che esso sia premio consegnato al vincitore dell'agone tragico che si svolgeva durante le feste in onore di Dioniso).
Una teoria più recente (J. Winkler) fa derivare "tragedia" dal vocabolo raro traghìzein (τραγὶζειν), che significa "cambiare voce, assumere una voce belante come i capretti", in riferimento agli attori. A meno che, suggerisce D'Amico, tragoidía non significhi più semplicemente «canto dei capri», dai personaggi satireschi che componevano il coro delle prime azioni sacre dionisiache[3]. Altre ipotesi sono state tentate, in passato, tra cui una etimologia che definirebbe la tragedia come un'ode alla birra[4].
Il genere sarebbe nato in Attica e avrebbe affondato le proprie radici in alcuni particolari riti del culto locale di Dioniso.
Una teoria sviluppata da William Ridgeway in The origin of tragedy with special reference to the Greek tragedians collega l'origine della tragedia alle danze in onore degli eroi.
Alcuni studiosi, tra cui Walter Burkert[6], Walter Friedrich Otto[7], Karl Kerényi[8]^ e Mario Untersteiner[], hanno sottolineato il rapporto che lega Dioniso, il sacrificio e la nascita della tragedia greca. Anche i "Ritualisti di Cambridge", un gruppo di studiosi inglesi attivo all'inizio del XX secolo all'Università di Cambridge, si interessarono alla derivazione della tragedia dal rito dell'uccisione del eniautos daimon o "dio annuale"[9].
Scrive Aristotele nella Poetica che la tragedia nasce all'inizio dall'improvvisazione, precisamente "da coloro che intonano il ditirambo"[10]^ ( ἀπὸ τῶν ἐξαρχόντων τὸν διθύραμβον , apò tōn exarchòntōn tòn dithýrambon[11]), un canto corale in onore di Dioniso. All'inizio queste manifestazioni erano brevi e di tono burlesco perché contenevano degli elementi satireschi; poi il linguaggio si fece man mano più grave e cambiò anche il metro, che da tetrametro trocaico, il verso più prosaico, divenne trimetro giambico. Questa informazione è completata da un passo delle Storie (I, 23) di Erodoto e da fonti successive, in cui il lirico Arione di Metimna è definito inventore del ditirambo.
Dioniso attorniato da satiri
Il ditirambo, in origine improvvisato, assume poi una forma scritta e prestabilita. Il coro s'indirizzava al thymele ( θυμέλη ), l'ara sacrificale, e cantava in cerchio, disponendosi intorno ad essa.
Gli studiosi hanno formulato una serie di ipotesi riguardo al modo in cui si sia compiuta l'evoluzione dal ditirambo alla tragedia. In generale, si ritiene che ad un certo momento dal coro che intonava questo canto in onore di Dioniso il corifeo, ossia il capocoro, si sarebbe staccato e avrebbe cominciato a dialogare con esso, diventando così un vero e proprio personaggio. In seguito sarebbe stato aggiunto un ulteriore personaggio, che non cantava ma parlava, chiamato hypocritès ( ὑποκριτής , ossia "colui che risponde", parola che in seguito prenderà il significato di attore). Probabilmente, il dialogo che in questo modo nacque tra attore, corifeo e coro diede vita alla tragedia. Da canto epico-lirico, il ditirambo diventa teatro[12].
Mentre nasceva e si strutturava la tragedia vera e propria, lo spirito più popolare dei riti e delle danze dionisiache sopravvisse nel dramma satiresco[13].
La tradizione, supportata da un esiguo numero di reperti storici quali il Marmor Parium , attribuisce la prima rappresentazione tragica, avvenuta nel 534 a.C. nell'ambito delle feste chiamate Dionisie (istituite da Pisistrato), a Tespi[14]. Si presuppone che questi fosse attico, appartenente al demo di Icaria, ma delle sue tragedie sappiamo ben poco, se non che il coro era ancora formato da satiri e che fu certamente il primo a vincere il concorso drammatico che proprio quell'anno (a quanto pare) si celebrava per la prima volta; Aristotele sostiene che introdusse l'attore (ὑποκρίτης) che rispondeva al coro[14]. Inoltre Temistio, scrittore del IV secolo a.C., riferisce che sempre secondo Aristotele, Tespi avrebbe inventato il prologo e la parte parlata (ῥῆσις). Altri drammaturghi dell'epoca furono
Cherilo, autore di probabilmente centosessanta tragedie (con tredici vittorie), e Pràtina di Fliunte autore di cinquanta opere di cui 32 drammi satireschi; di tali opere però ci sono pervenuti solo i titoli. Da quel momento i drammi satireschi affiancarono la rappresentazione delle tragedie.
Di Frinico cominciamo ad avere maggiori informazioni. Aristofane ne tesse le lodi nelle sue commedie, presentandolo nelle Vespe come un democratico radicale vicino a Temistocle. Oltre a introdurre nei dialoghi il trimetro giambico e ad utilizzare per la prima volta personaggi femminili, Frinico inventò il genere della tragedia ad argomento storico ( La presa di Mileto ). Introdusse inoltre una seconda parte alle sue opere: ci si avviava, quindi alla trilogia, che sarà definitivamente adottata da Eschilo e dai suoi contemporanei. La sua prima vittoria in un agone è documentata tra il 511 e il 508 a.C., ed è certo che ne riportò almeno un'altra nel 476 a.C., quando presentò le Fenicie avendo come corego Temistocle.[15][16]
Per approfondire, vedi Eschilo.
Sarebbe stato Eschilo a fissare le regole fondamentali del dramma tragico. Da Aristotele[17]^ gli viene attribuita l'introduzione del secondo attore, che rese possibile la drammatizzazione di un conflitto, e della trilogia legata, che attraverso tre tragedie raccontava un'unica lunga vicenda.
Le opere di Eschilo a noi pervenute sono tutte dell'ultimo periodo della sua produzione, eppure confrontando le tragedie risalenti agli esordi con quelle degli ultimi anni, notiamo un'evoluzione e un arricchimento degli elementi propri del dramma tragico: dialoghi, contrasti, effetti teatrali[18]. Questo è dovuto anche alla concorrenza che l'anziano Eschilo aveva nelle gare drammatiche, soprattutto dal giovane Sofocle, che introdusse un terzo attore, rese più complesse le trame e sviluppò personaggi più umani, nei quali il pubblico potesse identificarsi.
Eschilo si mostrò almeno in parte recettivo nei confronti delle innovazioni sofoclee, introducendo a sua volta il terzo attore, ma rimase sempre fedele ad un estremo rigore morale e ad una religiosità molto intensa, che ha il suo perno in Zeus (che in Eschilo è sempre portatore del modo corretto di ragionare ed agire)[19]. Musicalmente Eschilo resta legato ai nomoi, strutture ritmico-melodiche sviluppatesi in età arcaica.
Per approfondire, vedi Sofocle.
Plutarco, nella Vita di Cimone , racconta il primo trionfo del giovane talentuoso Sofocle contro il celebre e fino a quel momento incontrastato Eschilo[20]. Le innovazioni che Sofocle introdusse, e che gli guadagnarono almeno venti trionfi, riguardarono molti aspetti della rappresentazione tragica, dai dettagli più insignificanti (come i calzari bianchi e i bastoni ricurvi) fino a riforme più dense di conseguenze. Introdusse un terzo attore, che permetteva alla tragedia di moltiplicare il numero dei personaggi possibili, aumentò a quindici il numero dei coreuti, ruppe l'obbligo della trilogia, rendendo possibile la rappresentazione di drammi autonomi, introdusse l'uso di scenografie.
Rispetto a Eschilo, i cori tragici sofoclei si defilano dall'azione, partecipano sempre meno attivamente e diventano piuttosto spettatori e commentatori dei fatti. Sofocle tentò di togliere l'enfasi ( ónkos / ὄγκος) ai suoi personaggi, per restituir loro completamente la drammaticità, in un mondo descritto come ingiusto e privo di luce. Nell 'Edipo a Colono , il coro ripete «la sorte migliore è non nascere». Gli eventi che schiacciano le esistenze degli eroi non sono in alcun modo spiegabili o giustificabili, e in questo possiamo vedere l'inizio di una sofferta riflessione sulla condizione umana, ancora attuale nel mondo contemporaneo.
L 'Edipo a Colono messo in scena al Teatro greco di Siracusa (2009).
Gli argomenti principali trattati nelle tragedie sono quelli della mitologia greca, dal cui enorme corpus venivano attinte le storie narrate sulla scena. Si tratta spesso di eventi luttuosi, in cui il protagonista si trova davanti ad un fatto terribile,[26]^ o si trova a dover scegliere tra alternative entrambe dolorose e sconvolgenti.[27]^ Tuttavia non mancavano tragedie dal tono più leggero, o caratterizzate dal lieto fine.[28]^ I miti più ricorrenti erano soprattutto la guerra di Troia[29], le imprese di Eracle, il ciclo tebano (in particolare la dinastia di Edipo)[30]^ e la famiglia degli atridi[31].
Questa ricorrenza di temi mitici, che a prima vista farebbe pensare ad una certa ripetitività e mancanza d'inventiva, veniva risolta dagli autori tragici con il ricorso alle numerose varianti del mito stesso, oppure semplicemente distaccandosene per dare alla vicenda sviluppi inattesi. Ad esempio le uccisioni di Clitennestra e di Egisto non seguono lo stesso ordine nei tre tragici, e mentre in Eschilo Elettra non prende parte all'assassinio, in Sofocle è alleata del fratello Oreste, mentre in Euripide è l'artefice della morte della madre. Lo stesso vale per il personaggio di Elena, che in due opere dello stesso Euripide viene descritta prima come una donna di facili costumi ( Le troiane ), poi come una donna fedele che soffre per la lontananza del marito ( Elena ).
Nonostante la pluralità dei soggetti rappresentati si possono enucleare alcuni motivi che ricorrono più volte nelle tragedie. Uno di questi è certamente la vendetta, sentimento cardine non solo della Medea di Euripide, in cui Medea per vendicarsi del marito uccide i propri figli, ma anche della citata Orestea di Eschilo, in cui si affaccia anche un altro tema ricorrente nelle tragedie, ovvero il nesso indissolubile tra la colpa commessa e l'espiazione, tema presente anche nell' Antigone sofoclea o nell' Ippolito euripideo[32]. Da notare peraltro che non sempre la presenza di una punizione prevede una precedente "colpa" in senso moderno, vedi ad esempio l' Edipo re , in cui il protagonista subisce la sorte tragica nonostante avesse fatto tutto il possibile per evitarla (e in ciò consiste, in effetti, l'aspetto più propriamente tragico della vicenda). Altri motivi ricorrenti sono quelli della supplica (presente nelle Supplici di Eschilo e nell'opera omonima di Euripide, così come anche nelle Eumenidi e negli Eraclidi ) e della follia ( Le Troiane , Eracle e Le Baccanti di Euripide, Aiace di Sofocle)[33].
In effetti, secondo Aristotele, il tipo di trama più adatta alla tragedia è quello di un protagonista, privo di qualità eccezionali, la cui condizione di felicità cessa non a causa della propria malvagità, ma per un errore. Questo mutamento può avvenire a causa di una peripezia o di un riconoscimento, oppure di entrambi, cosa che avviene ad esempio nell' Edipo re di Sofocle, che in questo modo rappresenta uno degli esempi paradigmatici dei meccanismi di funzionamento della tragedia greca.[34]^ Il tema del riconoscimento è del resto presente in numerose altre opere, per esempio Le Coefore di Eschilo, l' Elena e lo Ione di Euripide.
In tutto il corpus delle tragedie greche a noi note, solo una non tratta un argomento mitico, ma storico: I Persiani di Eschilo. Venne rappresentata nel 472 a.C. ad Atene, otto anni dopo la battaglia di Salamina, quando la guerra con la
Persia era ancora in corso: la voce di Eschilo fu così un forte strumento di propaganda, e non a caso il corego dei Persiani fu Pericle[35].
Per approfondire, vedi Struttura della tragedia greca.
La tragedia greca è strutturata secondo uno schema rigido, di cui si possono definire le forme con precisione. La tragedia inizia generalmente con un prologo[36]^ (da prò e logos , discorso preliminare), in cui uno o più personaggi introducono il dramma e spiegano l'antefatto; segue la parodos (ἡ πάροδος), che consiste in un canto del coro effettuato mentre esso entra in scena attraverso i corridoi laterali, le pàrodoi ; l'azione scenica vera e propria si dispiega quindi attraverso tre o più episodi ( epeisòdia )[37], intervallati dagli stasimi, degli intermezzi in cui il coro commenta o illustra la situazione che si sta sviluppando sulla scena (o, più raramente, compie delle azioni); la tragedia si conclude con l'esodo (ἔξοδος), in cui si mostra lo scioglimento della vicenda[38].
Maschera di cortigiana al Museo del Louvre
Tutti i ruoli, senza eccezione, erano interpretati da uomini adulti. Nelle tragedie a noi note, gli attori sono sempre due o tre[39], ognuno dei quali interpreta uno o più ruoli. Poteva anche capitare che un personaggio venisse interpretato da più attori a turno[40]. L'attore principale ("protagonista", ossia proto-agonista , "primo competitore") aveva in genere la maggiore visibilità, ma anche gli altri due attori ("deuteragonista" e "tritagonista") avevano spesso ruoli di una certa importanza. Gli attori portavano una maschera, generalmente in tessuto o intagliata nel legno, che copriva il viso e gran parte della testa, compresi i capelli, mentre erano libere le aperture per gli occhi e la bocca. Le maschere variavano per l'interpretazione di ruoli diversi ricoperti dallo stesso attore e per la percezione delle emozioni espresse sul volto. La dotazione era completata da un costume ornato e dagli attributi del personaggio (lo scettro del re, la spada del guerriero, la corona dell'araldo, l'arco di Apollo, ecc).[41]
La caratteristica principale dell'attore era senza dubbio la sua voce, che richiedeva possanza, chiarezza, buona dizione, ma anche la capacità di riflettere le modifiche vocali per esprimere caratteri o emozioni varie.
Nell'antica Grecia gli attori erano retribuiti dalla Stato e potevano ottenere privilegi e riconoscimenti, tra i quali quello di ambasciatore.
I dialetti greci utilizzati sono l'attico (parlato ad Atene) per le parti parlate o recitate, e il dorico (dialetto letterario) per le parti cantate. Sul piano metrico, le parti parlate utilizzano soprattutto i ritmi giambici (trimetro giambico), giudicati i più naturali da Aristotele[49], mentre le parti corali ricorrono ad una grande varietà di metri, mescolando sovente giambi e dattili[50].
Della grande produzione tragica dell'Atene democratica ci sono rimaste solamente alcune tragedie di tre soli autori: Eschilo, Sofocle ed Euripide.
Eschilo
Di Eschilo sono noti i titoli di 79 opere (su circa una novantina di opere[51]), fra tragedie e drammi satireschi; di queste ne sopravvivono 7, fra cui l'unica trilogia completa pervenutaci dall'antichità, l 'Orestea , e alcuni frammenti papiracei:
Sofocle
Secondo Aristofane di Bisanzio, Sofocle compose 130 drammi, di cui 17 spuri; il lessico Suda ne annoverava 123[52]. Di tutta la produzione sofoclea, sono pervenute integre 7 tragedie:
Euripide
Di Euripide si conoscono novantadue drammi; sopravvivono diciotto tragedie (di cui una, il Reso , è generalmente considerata spuria) e un dramma satiresco, Il ciclope.
I drammi superstiti sono:
Un'altra festività nella quale venivano rappresentate opere tragiche era quella delle Lenee, che si tenevano nel mese di Gamelione (gennaio). Anche qui le rappresentazioni avvenivano al teatro di Dioniso, ma il pubblico era esclusivamente ateniese, a causa delle condizioni climatiche invernali, avverse ai viaggi. Inizialmente alle Lenee si rappresentavano cinque commedie, poi, nel tardo V secolo, si cominciò a rappresentare anche tragedie: due autori presentavano due tragedie a testa[61].
Le Dionisie rurali erano feste che si svolgevano in inverno nei demi intorno ad Atene. Al loro interno, si facevano rappresentazioni teatrali di importanza minore. Recandosi nei vari demi, un appassionato poteva assistere a numerose rappresentazioni l'anno[62].
Mimesi e catarsi
Per approfondire, vedi Poetica (Aristotele).
La Poetica di Aristotele
Come è già stato detto, il primo studio critico sulla tragedia è contenuto nella Poetica di Aristotele. In esso troviamo elementi fondamentali per la comprensione del teatro tragico, in primis i concetti di mimesi (μίμησις, dal verbo μιμεῖσθαι, imitare) e di catarsi (κάθαρσις, purificazione )[63]. Scrive l'autore nella Poetica : "La tragedia è dunque imitazione di una azione nobile e compiuta [...] la quale per mezzo della pietà e della paura provoca la purificazione da queste passioni"[64]. In altre parole, gli eventi terribili che si susseguono sulla scena fanno sì che lo spettatore si immedesimi negli impulsi che li generano, da una parte empatizzando con l'eroe tragico attraverso le sue emozioni ( pathos ), dall'altra condannandone la malvagità o il vizio attraverso la hýbris (ὕβρις - Lett. "superbia" o "prevaricazione", i.e. l'agire contro le leggi divine, che porta il personaggio a compiere il crimine). La nemesis finale rappresenta la "retribuzione" per i misfatti, punizione che fa nascere nell'individuo proprio quei sentimenti di pietà e di terrore che permettono all'animo di purificarsi da tali passioni negative che ogni uomo possiede. La catarsi finale, per Aristotele rappresenta la presa di coscienza dello spettatore, che pur comprendendo i personaggi, raggiunge questa finale consapevolezza distaccandosi dalle loro passioni per raggiungere un livello superiore di saggezza[65]. Il vizio o la debolezza del personaggio portano necessariamente alla sua caduta in quanto predestinata (il concatenamento delle azioni sembra in qualche modo essere favorito dagli dèi). La caduta dell'eroe tragico è necessaria, perché da un lato possiamo ammirarne la grandezza (si tratta quasi sempre di persone illustri e potenti) e dall'altra possiamo noi stessi trarre profitto dalla storia. Per citare le parole di un grande grecista, la tragedia «è una simulazione», nel senso utilizzato in campo scientifico, quasi un esperimento da laboratorio:
« La tragedia monta un' esperienza umana a partire da personaggi noti, ma li installa e li fa sviluppare in modo tale che [...] la catastrofe che si produce, quella subita da un uomo non spregevole né cattivo, apparirà come del tutto probabile o necessaria. In altri termini, lo spettatore che vede tutto ciò prova pietà e terrore, ed ha la sensazione che quanto è accaduto a quell'individuo avrebbe potuto accadere a lui stesso. »
(Jean-Pierre Vernant[66])
Diversa fu però la posizione anticlassicista, frutto della polemica romantica contro la poetica aristotelica che veniva considerata priva di sentimento e distante dai tempi moderni: succede allora che l'elemento di pathos sia esaltato talvolta eccessivamente e che il personaggio tragico appaia come vittima di una sorte ingiusta: l'elemento psicologico tende a giustificare il cattivo, malvagio perché solo e incompreso dalla società e ad esaltarne le qualità prometeiche ed eroiche. L'eroe tragico tende da questo punto ad avvicinarsi sempre di più alle classi sociali medio-basse e quindi ad assumere il tono della denuncia politica.[67]
Le tre unità
Per approfondire, vedi Unità aristoteliche.
La famosa questione delle cosiddette tre unità aristoteliche, di tempo, di luogo e d'azione ha oggigiorno interesse puramente storico. Aristotele aveva affermato che la favola deve essere compiuta e perfetta, deve in altre parole avere unità, ossia un inizio, uno svolgimento ed una fine. Il filosofo aveva anche asserito che l'azione dell'epopea e quella della tragedia differiscono nella lunghezza "perché la tragedia fa tutto il possibile per svolgersi in un giro di sole o poco più, mentre l'epopea è illimitata nel tempo"[68]. A partire da queste considerazioni, verso il XVI secolo vennero quindi elaborate le tre unità: di tempo (la vicenda si svolge in un giorno), di azione (deve esserci un solo tema portante) e di luogo (l'ambientazione deve essere una sola per tutta l'opera). Tali unità sono state considerate elementi fondamentali del teatro fino ad un paio di secoli fa, benché le stesse tragedie greche non sempre le rispettino[69]. In ogni caso, l'uso delle unità è sempre stato alquanto discontinuo, infatti autori del calibro di Shakespeare, Calderón de la Barca e Molière non ne fanno assolutamente uso. Come data convenzionale della fine dell'utilizzo delle tre unità può essere preso il 1822, anno in cui Alessandro Manzoni pubblica la sua Lettre à monsieur Chauvet sur l'unité de temps et de lieu dans la tragédie.
Per approfondire, vedi La Nascita della Tragedia.
Fu Friedrich Nietzsche alla fine del XIX secolo a mettere in evidenza il contrasto tra due elementi principali: da un lato quello dionisiaco (la passione che travolge il personaggio) e quello apollineo (la saggezza e la giustizia, l'elemento razionale simboleggiato appunto dal Dio Apollo)[70]. Nella cultura greca antica, afferma Nietzsche, « esiste un contrasto, enorme per l'origine e i fini, fra l'arte plastica, cioè l'apollinea, e l'arte non plastica della musica, cioè la dionisiaca »[71].
« [...] Questi due istinti così diversi camminano uno accanto all'altro, per lo più in aperto dissidio, stimolandosi reciprocamente a sempre nuove e più gagliarde reazioni per perpetuare in sé incessantemente la lotta di quel contrasto, su cui la comune parola di "arte" getta un ponte che è solo apparente: finché in ultimo, riuniti insieme da un miracolo metafisico prodotto dalla "volontà" ellenica, essi appaiono finalmente in coppia e generano in quest'accoppiamento l'opera d'arte della tragedia attica, che è tanto dionisiaca quanto apollinea. »
(La nascita della tragedia[72])
[38] Claudio Bernardi, Carlo Susa (a cura di), Storia essenziale del teatro , Milano, Vita e Pensiero, 2005 ISBN 8834307615 [39][39] Con l'occasionale utilizzo, ma solo ipotetico, di un quarto attore. [40] Questo, a quanto pare, fu il caso dell UNIQ-nowiki-4-662f38f1ceee65fa-QINU Edipo a Colono , in cui i tre attori si alternavano nell'interpretare Edipo. [41] Harold Caparne Baldry, The Greek Tragic Theatre , Cambridge University Press, 1951 [42][42] Poetica, 1456a [43][43] Da notare che in quest'opera il coro è in effetti l'unico vero protagonista della storia [44] Contrario all'esistenza del palco, vedi Di Benedetto, pag. 11. Favorevole, vedi Bernhard Zimmermann, La commedia greca , Carocci, 2010. ISBN 978-88-430-5406- [45] Carlo Fatuzzo, La musica nella tragedia greca (http:/ / www. mondogreco. net/ tragedia. htm) [46] Generalmente il coro entrava in scena in tre file composte da cinque persone, anche se non mancano esempi di gruppi separati come nelle Eumenidi di Eschilo [47] Harold Caparne Baldry, The Greek Tragic Theatre , Cambridge University Press, 1951 [48] Jacqueline de Romilly, La Tragédie grecque , PUF, 2006 [49] Poetica 1449a [50] Per uno studio metrico dettagliato, si veda Philippe Brunet, La naissance de la littérature dans la Grèce ancienne , Paris, Le Livre de Poche, 1997, p. 140-146. [51] Secondo il lessico bizantino Suda , Eschilo compose novanta drammi; cfr.. [52][52] Alcuni studiosi fanno coincidere le due fonti ipotizzando un errore di Aristofane, che così avrebbe voluto dire 7 anziché 17; cfr.. [53] Non per niente Paolo Emilio Giudici, nel suo Storia del teatro in Italia (http:/ / books. google. it/ books?id=MjA2AAAAIAAJ& pg=PA18& dq=teatro+ greco& hl=it& ei=USYZTdT4A8PGswbL9sHaDA& sa=X& oi=book_result& ct=result& resnum=4& ved=0CDwQ6AEwAw#v=onepage& q& f=false), sottolinea come la costruzione dei teatri necessitava di una certa ampiezza per contenere tutti i liberi cittadini di Atene e non solo. Cfr. pag. 18 [54] Abbiamo la certezza che le donne fossero ammesse a teatro nel IV secolo a.C., ma per il V secolo si tratta solo di un'ipotesi. [55] Plutarco. Vite Parallele , "Vita di Pericle", 9.1. [56] Claude Mossé, Il cittadino nella Grecia antica , Armando Editore, 1998 ISBN 8871448774 [57] Durante la guerra del Peloponneso, forse per motivi economici, le commedie furono ridotte a tre, da rappresentarsi una al giorno alla fine delle tetralogie [58] Fabrizio Festa, Silvia Mei, Sara Piagno, Ciro Polizzi, Musica: usi e costumi , Edizioni Pendragon, 2008 ISBN 8883426169 [59] Nazzareno L. Todarello, Le arti della scena (http:/ / books. google. it/ books?id=1cNj1VCL0YAC& pg=PA26& dq=tavolette+ vincitori+ tragedia& hl=it& sa=X& ei=ZiweUc7PF-mC4gSZjYGoBg& ved=0CFQQ6AEwBw#v=onepage& q=tavolette vincitori tragedia& f=false), Latorre, 2006 ISBN 8890320206 [60] Erika Simon, The Ancient Theatre (http:/ / books. google. it/ books?id=UcsOAAAAQAAJ& pg=PA5& lpg=PA5& dq=theater+ dionysus+ 14000& source=bl& ots=TrDhAcnySH& sig=uTJ3Ws_PIksyo3bZzgNqcIjnNM8& hl=it& sa=X& ei=HyseUeuHH4qWtQbgvYGgCg& ved=0CFMQ6AEwBA#v=onepage& q=theater dionysus 14000& f=false), Taylor & Francis, 1982 ISBN 0416325300 [61] Giulio Guidorizzi (a cura di), Introduzione al teatro greco , Mondadori, 2003 [62] Vincenzo Di Benedetto ed Enrico Medda. Il teatro antico in La storia del teatro. Einaudi, Torino 1991, p. 7. [63] *Michele Alessandrelli, Catarsi tragica (http:/ / www. chaosekosmos. it/ pdf/ 2008_01. pdf), Chaos e Kosmos , IX, 2008 [64] Aristotele, Poetica , 49b, 6, 24-28. [65] Sulla catarsi nella tragedia: Nicola Festa, Sulle più recenti interpretazioni della teoria aristotelica della catarsi nel dramma. Lettura fatta nella R. Università di Roma il 25 febbraio 1901, Firenze, A. Marini e C., 1901 [66] Jean-Pierre Vernant. Mito e tragedia nell'antica Grecia. La tragedia come fenomeno sociale, estetico e psicologico. Einaudi, Torino 1976. Vedasi anche l' enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche Rai (http:/ / www. emsf. rai. it/ tv_tematica/ trasmissioni. asp?d=376). [67] Per un approfondimento del trattamento della tragedia nell'opera aristotelica cfr. E. S. Belfiore, Il piacere del tragico. Aristotele e la poetica , Jouvence, Roma 2003 [68] Poetica V [69] Solo a titolo di esempio, la tragedia Eumenidi di Eschilo infrange due unità su tre (tempo e luogo). [70] Shelley O'Hara, Piergiorgio Sensi, Nietzsche alla portata di tutti: un primo passo per comprendere Nietzsche (http:/ / books. google. it/ books?id=2dn1FKWpVBkC& pg=PA52& dq=tragedia+ nietzsche+ apollo+ dioniso& hl=it& sa=X& ei=8msfUaivFsWo4ASflYDwCQ& ved=0CE4Q6AEwBQ#v=onepage& q=tragedia nietzsche apollo dioniso& f=false), Armando Editore, 2007 ISBN 886081152X [71] Cfr anche Giovanni Scattone, Introduzione alla filosofia contemporanea. Da Kant a Derrida (http:/ / books. google. it/ books?id=b1hmbeW9lKgC& pg=PA92& lpg=PA92& dq=l'origine+ e+ i+ fini,+ fra+ l'arte+ plastica,+ cioè+ l'apollinea,+ e+ l'arte+ non+ plastica+ della+ musica,+ cioè+ la+ dionisiaca& source=bl& ots=b_v79BcL_n& sig=c2oOsOfahQUDx-FQVXgr5qyVBfA& hl=it& sa=X& ei=OW4fUb2RAqbv4QTNm4CoBw& ved=0CFEQ6AEwBQ#v=onepage& q=l'origine e i fini, fra l'arte plastica, cioè l'apollinea, e l'arte non plastica della musica, cioè la dionisiaca& f=false), UNI Service 2007 ISBN 8861780024 [72] F. Nietzsche. La nascita della tragedia (http:/ / www. emsf. rai. it/ brani/ brani. asp?d=321). In Opere scelte , trad. it. di L. Scalero, Longanesi, Milano 1962, pp. 85 e 173
Fonti e autori delle voci (^19)
Tragedia greca Fonte : http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=61698071 Autori: : %Pier%, Raphael, AKappa, Aepasto, Aki 01, Archeologo, Arepo, Astaroth, Borgil, Centrifuga, Cesalpino, Chemako0606, Cloj, Codas, Cryptex, Demart81, Dispe, El Tarantiniese, Elcairo, Elitre, Emmegienne, Epìdosis, Er Cicero, Eumolpo, F.chiodo, FSosio, Fabiostraz, Federico.Claps, Figiu, Filos96, Flippo, Formica rufa, Franco3450, Frigotoni, Gigiomarchese, Giorces, GiòGiò, Glauco92, Groovenstein, Guidomac, Henrykus, Iarimarino, Il palazzo, Ines, Jalo, Jotar, Kekkomereq4, Kibira, Kjata1313, Larry Yuma, Leporello, Luisa, Lusum, Luxlucis86, MapiVanPelt, Marco966288888, Markos90, Massimiliano Panu, Mau db, Mauro Tozzi, Mazz, Microsoikos, Mizardellorsa, No2, Oile11, OrbiliusMagister, Osk, Paginazero, Pequod76, Phantomas, Piero, Pietrodn, RaminusFalcon, Rollopack, Sigifredobau, SolePensoso, Squattaturi, SuperSecret, Superchilum, Syrio, Truman Burbank, Wikipedius, Winged Zephiro, X-Dark, Xinstalker, Yerul, 77 Modifiche anonime
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