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tragedie di eschilo, Appunti di Greco

appunti sulle tragedie di eschilo (i persiani, sette contro tebe, le coefore, le supplici, eumenidi, prometeo incatenato, Agamennone)

Tipologia: Appunti

2021/2022

In vendita dal 30/07/2022

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ESCHILO - tragedie
I PERSIANI
Si tratta della più antica tragedia pervenutaci di Eschilo, rappresentata ad Atene nel 472 a.C. la
coregia venne assunta da Pericle; l’argomento era già così noto che questo era stato il titolo di
una tragedia di Frinico (Fenice, su vittoria a Salamina con corego Temistocle, ambientata a Susa
in Persia, quindi un avvenimento storico vicino in luogo lontano), con cui tra l’altro vinse nel 476.
Tra le due ci sono alcune dierenze: in Frinico il coro era composto dalle tristi mogli dei Fenici
sconfitti arruolate nella flotta di Serse, faceva annunciare la sconfitta nel prologo, il punto di vista
era quello dei Greci vincitori."
Eschilo, invece, ambienta la tragedia nella reggia persiana di Susa, dove il coro, formato dai
vecchi dignitari, attende con impazienza qualche notizia sulla spedizione condotta da Serse
contro la Grecia. Un sogno di Atossa premonitore, regina madre di Serse e vedova di Dario, al
riguardo non fa presagire nulla di buono: infatti appaiono due donne che si trasformano in puledre
da cui Serse cade, una docile e l’altra ribelle, che si arontano. Serse cerca di domarle e renderle
cavalle da traino. Mentre la persiana si sottomette, l’altra si libera dal morso delle briglie e
rovescia il carro. Il sogno si conclude con l’apparizione di Dario in lacrime, davanti al quale Serse
si strappa le vesti. Le due donne rappresentano la Persia (sottomessa a Serse) e la Grecia (fiera e
indipendente). La scena finale rappresenta un’aquila (la Persia) aggredita da un falcone (Grecia)
che le infligge un supplizio e simboleggia il massacro della flotta di Serse. (E. vuole creare rapporti
di sangue tra greci e persiani, sconfitta dei Persiani e ragurazione simbolica di vera motivazione
diversa cioè la diversa concezione politica, quindi persiani sottomessi). La premonizione trova
conferma nelle parole di un messaggero che sopraggiunge con la notizia della catastrofe persiana
nella battaglia di Salamina (480 a.C., alla quale lo stesso Eschilo prese parte). Incerti e disperati,
Atossa e il coro decidono di evocare l’ombra di Dario per avere notizia sul da farsi. Lo spettro del
Re condanna apertamente l’operato di Serse, che in quell’impresa ha dato prova di tracotanza e
di superbia, e ammonisce a non portare più guerra ad Atene. L’arrivo di Serse, prostrato dalla
sconfitta, che si unisce al lamento del coro (ha le caratteristiche di trenos e stixomuzia, parole si
assottigliano, diventano grida e lamenti) in un canto luttuoso, chiude il dramma."
Gli attori sono 2, come succede tipicamente nella tragedia di Eschilo. "
1) Coro= è il vero protagonista dell’opera ed ha il classico ruolo di commentare gli eventi con
l’aggiunta di un’intensa partecipazione emotiva. Interpreta il gruppo di anziani consiglieri che
esercita temporaneamente il potere al posto di Serse, mentre lui sta combattendo la II Guerra
Persiana. Il suo canto inizia con un elenco dei personaggi illustri in battaglia (soldati fiore della
Persia) ma presto la sua attenzione si sposta sulla tracotanza del re. Durante il corso della
tragedia, infatti, la loro posizione riguardo al re cambia: all’inizio sono sottomessi ai suoi ordini,
invece alla fine ne giudicano negativamente l’operato. Il fatto che siano Persiani è molto
interessante, poiché per la prima volta non abbiamo una visione ellenocentrica dei fatti, ma, anzi,
cogliamo il punto di vista dei nemici sconfitti; inoltre, Eschilo non li schernisce e nemmeno li
disprezza."
2) Atossa= A lei è adata la rappresentazione della tipica madre teatrale che cerca in ogni modo
di proteggere il figlio, anche se alla fine non lo consola, ma invece si unisce al lamento del coro.
La tragedia si apre con il suo sogno premonitore, per cui appare preoccupata. È la regina
persiana, quindi è ricca e vestita in modo sfarzoso e lussuoso. "
3) Il messo= è il testimone oculare della disfatta persiana ed è caratterizzato dalla
compartecipazione emotiva. Annuncia alla regina la sconfitta attraverso una ρησις (monologo)
ricca di dettagli e di pathos. Passa poi ad elencare i morti, parlare del δαιμων αλαστορ (malvagio
demone vendicatore), descrivere la battaglia navale e la conseguente sconfitta con tutti i dolori
che questa comporta."
4) Dario= a lui è adato il compito di parlare della ΰβρις del figlio Serse, il quale ha voluto
compiere un’impresa troppo grande (cercando di unificare 2 continenti) superando i limiti imposti
(aveva già un regno ricco e godeva di olbos), ha sfidato la natura (violandone le leggi, poichè fa
passare l’esercito per mare e la flotta per terra), ha devastato i templi sull’acropoli (empietà
religiosa, violenza verso elementi naturali). Egli critica il comportamento del figlio e, infatti, è
rappresentato come un re giusto, buono ed equilibrato, caratteristiche che appaiono forzate
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ESCHILO - tragedie

I PERSIANI

Si tratta della più antica tragedia pervenutaci di Eschilo, rappresentata ad Atene nel 472 a.C. la coregia venne assunta da Pericle; l’argomento era già così noto che questo era stato il titolo di una tragedia di Frinico (Fenice, su vittoria a Salamina con corego Temistocle, ambientata a Susa in Persia, quindi un avvenimento storico vicino in luogo lontano), con cui tra l’altro vinse nel 476. Tra le due ci sono alcune differenze: in Frinico il coro era composto dalle tristi mogli dei Fenici sconfitti arruolate nella flotta di Serse, faceva annunciare la sconfitta nel prologo, il punto di vista era quello dei Greci vincitori. Eschilo, invece, ambienta la tragedia nella reggia persiana di Susa, dove il coro, formato dai vecchi dignitari, attende con impazienza qualche notizia sulla spedizione condotta da Serse contro la Grecia. Un sogno di Atossa premonitore, regina madre di Serse e vedova di Dario, al riguardo non fa presagire nulla di buono: infatti appaiono due donne che si trasformano in puledre da cui Serse cade, una docile e l’altra ribelle, che si affrontano. Serse cerca di domarle e renderle cavalle da traino. Mentre la persiana si sottomette, l’altra si libera dal morso delle briglie e rovescia il carro. Il sogno si conclude con l’apparizione di Dario in lacrime, davanti al quale Serse si strappa le vesti. Le due donne rappresentano la Persia (sottomessa a Serse) e la Grecia (fiera e indipendente). La scena finale rappresenta un’aquila (la Persia) aggredita da un falcone (Grecia) che le infligge un supplizio e simboleggia il massacro della flotta di Serse. (E. vuole creare rapporti di sangue tra greci e persiani, sconfitta dei Persiani e raffigurazione simbolica di vera motivazione diversa cioè la diversa concezione politica, quindi persiani sottomessi). La premonizione trova conferma nelle parole di un messaggero che sopraggiunge con la notizia della catastrofe persiana nella battaglia di Salamina (480 a.C., alla quale lo stesso Eschilo prese parte). Incerti e disperati, Atossa e il coro decidono di evocare l’ombra di Dario per avere notizia sul da farsi. Lo spettro del Re condanna apertamente l’operato di Serse, che in quell’impresa ha dato prova di tracotanza e di superbia, e ammonisce a non portare più guerra ad Atene. L’arrivo di Serse, prostrato dalla sconfitta, che si unisce al lamento del coro (ha le caratteristiche di trenos e stixomuzia, parole si assottigliano, diventano grida e lamenti) in un canto luttuoso, chiude il dramma. Gli attori sono 2, come succede tipicamente nella tragedia di Eschilo.

  1. Coro= è il vero protagonista dell’opera ed ha il classico ruolo di commentare gli eventi con l’aggiunta di un’intensa partecipazione emotiva. Interpreta il gruppo di anziani consiglieri che esercita temporaneamente il potere al posto di Serse, mentre lui sta combattendo la II Guerra Persiana. Il suo canto inizia con un elenco dei personaggi illustri in battaglia (soldati fiore della Persia) ma presto la sua attenzione si sposta sulla tracotanza del re. Durante il corso della tragedia, infatti, la loro posizione riguardo al re cambia: all’inizio sono sottomessi ai suoi ordini, invece alla fine ne giudicano negativamente l’operato. Il fatto che siano Persiani è molto interessante, poiché per la prima volta non abbiamo una visione ellenocentrica dei fatti, ma, anzi, cogliamo il punto di vista dei nemici sconfitti; inoltre, Eschilo non li schernisce e nemmeno li disprezza.
  2. Atossa= A lei è affidata la rappresentazione della tipica madre teatrale che cerca in ogni modo di proteggere il figlio, anche se alla fine non lo consola, ma invece si unisce al lamento del coro. La tragedia si apre con il suo sogno premonitore, per cui appare preoccupata. È la regina persiana, quindi è ricca e vestita in modo sfarzoso e lussuoso.
  3. Il messo= è il testimone oculare della disfatta persiana ed è caratterizzato dalla compartecipazione emotiva. Annuncia alla regina la sconfitta attraverso una ρησις (monologo) ricca di dettagli e di pathos. Passa poi ad elencare i morti, parlare del δαιμων αλαστορ (malvagio demone vendicatore), descrivere la battaglia navale e la conseguente sconfitta con tutti i dolori che questa comporta.
  4. Dario= a lui è affidato il compito di parlare della ΰβρις del figlio Serse, il quale ha voluto compiere un’impresa troppo grande (cercando di unificare 2 continenti) superando i limiti imposti (aveva già un regno ricco e godeva di olbos), ha sfidato la natura (violandone le leggi, poichè fa passare l’esercito per mare e la flotta per terra), ha devastato i templi sull’acropoli (empietà religiosa, violenza verso elementi naturali). Egli critica il comportamento del figlio e, infatti, è rappresentato come un re giusto, buono ed equilibrato, caratteristiche che appaiono forzate

rispetto alla realtà storica. Prima di scomparire, chiede alla moglie di consolare il figlio e al coro di farlo redimere.

  1. Serse= nonostante questo personaggio sia nominato durante tutta la tragedia, appare sulla scena unicamente alla fine su un’altura (idea di superiorità), nudo, solo e lacero, in preda alle tristi conseguenze delle sue azioni troppo tracotanti. I suoi stracci e la sua faretra vuota, si contrappone al lusso della madre e di tutti i Persiani. Temi:
  2. Il barbaro/ prospettiva rovesciata che sembra annullare ogni trionfalismo L’aspetto innovativo è la scelta di inquadrare un dramma nella prospettiva dei nemici e sconfitti, rinunciando a rappresentare l’uomo persiano come un barbaro da deridere. Eschilo vuole celebrare il ruolo egemonico che la potenza Ateniese aveva assunto tra le città greche, ma anche commiserare la sconfitta dei Persiani, un popolo sofferente per la colpa del proprio capo (vero nemico è Serse), di cui la popolazione è costretta a espiare le sue colpe. Presenta i Persiani non più come un nemico da scongiurare, ma ne evidenzia il loro aspetto umano, anzi prova compassione verso un popolo già predestinato alla sconfitta.
  3. La ὕβρις/Contrapposizione tra Dario e Serse Dario denuncia le colpe di Serse che ha preteso di unire sotto un unico impero i due continenti e ha fatto violenza alla natura durante la spedizione, costruendo un ponte di barche sul Bosforo per far passare la fanteria, traforando il monte Athos in una galleria artificiale. La violazione della natura è sentita come colpa. Perciò Dario spiega che suo figlio ha perso la battaglia di Salamina perché ha violato la μοῖρα, cioè quella parte di destino assegnata a ciascun uomo, commettendo quindi ὕβρις, poiché preso da άτε (=accecamento) per il ολβοσ (=eccessiva felicità). Così cade nel baratro della sconfitta, attirando la τισισ (=punizione divina). Dario rimprovera figlio: “ non deve chi è mortale essere troppo superbo, cumuli di cadaveri fino alla 3° generazione ”, pazei mazos (interessante che non sia il coro ma D stesso), insegnamento è meden agan e non peccare di ubris.
  4. La legge degli dèi Zeus è garante della giustizia (δίκη). Tale forza spiega la causalità degli avvenimenti. La colpa di Serse è quella di valicare le leggi imposte dagli dèi, oltrepassando i limiti dell’essere umano. Ciò suscita l’invidia da parte della divinità (φθόνος τῶν θεῶν) che per ristabilire l’ordine naturale decide di punire l’arroganza dell’uomo. Particolarità sceniche:
  • è la prima tragedia storica che possediamo
  • importanza che riveste il coro
  • l’apparizione di Dario come fantasma è un tipico tratto arcaizzante e mette in luce la bravura nell’usare le macchine teatrali.
  • La comparsa dell’apparente protagonista delle vicende (Serse) solo all’inizio dell’esodo, fra l’altro presentato già nel piano del suo dramma e della sua sofferenza interiore, solo e vestito di stracci e non come un re.
  • Tragedia statica, con discorsi di messaggeri racconta ciò che non si può rappresentare in scena
  • Molto pathos è dato grazie a un espediente: l’annuncio vero e proprio della sconfitta tarda ad arrivare, e questo appunto genere ansia e preoccupazione nei personaggi
  • Particolare anche il rapporto con il pubblico, poiché si fanno continui riferimenti e allusioni ai Greci, e soprattutto agli Ateniesi, che sono nella cavea. Grande capacità di visualizzare e far visualizzare allo spettatore.
  • cura dei particolari tipica di Eschilo, soprattutto nei Persiani: in particolare, le loro vesti sono davvero ricche e sfarzose,;.Anche la faretra vuota è molto importante, poiché rappresenta la mancanza di difensori per la Persia; persino la mancanza dell’arco, emblema della forza dei Re prima di Serse, sottolinea lo stato quasi pietoso in cui si trova l’ex comandante e tutta la regione. Questo mostra uno dei messaggi che Eschilo vuole mandare: quant’è la sofferenza che prova un’intera comunità sotto un capo incapace ed irresponsabile come questo personaggio.
  • Uno degli scopi principali della tragedia è l’esaltazione di Temistocle, che stava perdendo potere, responsabile di vittoria ateniese contro Persia.

che è poi la città, è solo davanti il suo destino di morte, senza scelta. antinomia tra Genos e polis che non si risolve (E come macbeth) Il problema del finale: La parte finale dell'opera, in cui vengono introdotti i personaggi di Antigone, Ismene e dell'araldo, è ritenuta non originale, non scritta da Eschilo. Probabilmente tali versi furono aggiunti dopo la morte dell'autore, in occasione di una replica della tragedia, con l'intento di ricollegarsi ad altre tragedie, ad esempio l'Antigone di Sofocle. Gli indizi, in proposito, sono i seguenti: Nel finale dell'opera si fa riferimento al collegio dei Probuli, un'istituzione che entrò effettivamente in funzione ad Atene, ma solo nel 416 a.C. circa, mezzo secolo dopo la prima rappresentazione dell’opera. L'arrivo dell'araldo avrebbe implicato l'introduzione di un terzo attore. Date le nostre conoscenze storiche, la cosa non è di per sé impossibile, ma pare improbabile che Eschilo abbia introdotto una così grande innovazione al proprio teatro solo nella parte finale dell'opera. Il terzo attore è effettivamente presente in successive tragedie eschilee (la trilogia dell'Orestea e il Prometeo incatenato), ma è utilizzato in maniera assai più sapiente. Come se tragedia fosse divisa in 2 parti, in prima prevale politica ( E salvatore di Tebe), in seconda Tra le diverse tragedie eschilee, il titolo è singolare: noi non vediamo in scena i Sette. Le donne tebane del coro li scorgono da lontano, oltre le mura; il messaggero li ha osservati e viene a riferire; Eteocle li affronterà in battaglia. Ma i Sette campioni argivi rimangono sullo sfondo. La descrizione dei campioni avversari segue un medesimo schema, ripetuto sette volte con minime variazioni: porta attaccata, nome del campione, breve descrizione, scudo, Eteocle che fa una scelta ragionata del tebano da contrapporre, commento del coro, invocazione agli dei perché Tebe prevalga contro il nemico. La tradizione della descrizione delle armi è tipica dell'epica. Ma c'è una differenza tra gli scudi di questi eroi e gli scudi degli argivi: Questi rappresentano un'interpretazione del mondo nei suoi aspetti positivi e negativi. è un elemento di difesa, ma è anche il pezzo più visibile, e che viene presentato al nemico.

  1. Tideo contro Melanippo figlio di Astaco e discendente degli Sparti tebani;
  2. Capaneo contro Polifonte
  3. Eteoclo contro Megareo, figlio di Creonte.
  4. Ippomedonte contro Iperbio 5 Partenopeo
  5. Polinice contro Eteocle
  6. Anfiarao, indovino combatte con i fatti non con le parole, contro Lastene Lo scontro tra tebani e argivi è il simbolo di un conflitto cosmico, in cui i cittadini assaliti sono le forze del bene, del kosmos voluto dagli dei, e gli assalitori i rappresentanti del male. I Sette parlano, si vantano; i tebani sono persone di poche parole e molti fatti, uomini virtuosi, rispettosi degli dei e per questo dagli dei favoriti. Quindi costituiscono il titolo non solo perché sono il motore dell'azione, ma perchè rappresentano la minaccia del caos, del ritorno al disordine che è insito in ogni vicenda umana. Prima gli eroi, e poi i comuni cittadini della Polis devono affrontare queste "forze oscure". Non è solo e non è tanto la tragedia di Eteocle che deve salvare la patria anche a costo di dare un nuovo giro alla ruota della maledizione: è la tragedia di ogni uomo minacciato, che deve scegliere di contrapporsi al male; non è una tragedia sul concetto astratto di colpa, ma sul concetto concreto di pericolo.

LE COEFORE

la seconda tragedia che fa parte della tetralogia dell’Orestea. Il titolo deriva dalle coefore, coloro che portavano le libagioni per i defunti che si recano sulla tomba di Agamennone. È il racconto di come Oreste, dieci anni dopo l'omicidio del padre Agamennone, torni ad Argo e, su ordine di Apollo, porti a compimento la propria vendetta dando la morte alla propria madre ed al suo amante. Il prologo della tragedia presenta Oreste che si trova alla tomba del padre, luogo in cui deposita una ciocca di capelli. Dopo si accorge che sua sorella Elettra si avvicina insieme alle coefore, quindi si nasconde. Nella parodo arrivano Elettra e le coefore, prigioniere Troiane, che non fanno altro che lamentarsi della loro situazione. Esse sono state mandate da Clitemnestra, madre dei ragazzi, per offrire libagioni ai morti. Infatti, ella aveva fatto un sogno in cui partoriva un serpente che l’avrebbe morsa al seno, dal quale sarebbero usciti sangue e latte: sogno interpretato come un segno della collera degli dei. Nel I episodio Elettra è tentata dal non fare queste libagioni, infatti

lascerà libera la sua collera nei confronti di Egisto e la madre, ma a questo punto interviene il coro, che la invita a compiere il rito, assicurandole che sarebbe arrivato un uomo forte a vendicare il padre. Avvicinandosi, Elettra nota una ciocca di capelli. A questo punto entra in scena Oreste; qui avviene l’agnizione, il riconoscimento e Oreste rivela il perché del suo ritorno: un oracolo gli aveva predetto che lui avrebbe vendicato la morte di suo padre, e lui ritorna affinché si avveri questa predizione. Nel I stasimo il coro racconta come l’omicidio di Agamennone fu l’atto più audace mai ispirato da una donna. Nel II episodio Oreste, sotto mentite spoglie come Odisseo, si presenta dalla madre. Clitemnestra, allora, chiede ad una nutrice di chiamare Egisto e di farlo venire con una scorta al suo seguito; prima che la nutrice giunga da Egisto, ella viene fermata dalle coefore, che la convincono a far venire il giovane da solo. Nel II stasimo il coro preannuncia la vendetta. Nel III episodio entra in scena Egisto, che viene prontamente ucciso da Oreste: Sopraggiunge Clitemnestra che, scoprendosi il seno, chiederà pietà al figlio; Oreste vacilla, ma alla fine convinto dal coro e dal cugino Pilade uccide la madre, completando la volontà dell’oracolo. Nel III stasimo il coro esulta, poiché la reggia di Argo è finalmente libera. Nell’esodo viene ritratto Oreste, con accanto i corpi di Clitemnestra ed Egisto, che spiega come sia stata fatta giustizia; a questo punto arrivano le Erinni, personificazioni femminili della vendetta, che vogliono vendicare Clitemnestra.

  • Elementi Teatrali Come elementi particolari dal punto di vista teatrale, la scelta di rappresentare la tragedia ad Argo rappresenta la volontà di celebrare l'alleanza tra Atene e Argo in chiave antispartana nel 461 a.C. Rispetto ad altre tragedie, nelle Coefore ritroviamo il momento identificato nella Poetica di Aristotele come agnizione, che elevava il dramma rispetto agli altri in quanto c'era un arricchimento della vicenda: Oreste, lasciando una ciocca di capelli, permette alla sorella di identificarlo. Importante è anche il luogo dove avviene questo riconoscimento: la tomba di Agamennone, qui infatti il γένος si ricompatta per tramare vendetta. Un altro elemento teatrale è il Grande κομμός, ossia il lungo lamento funebre, eseguito davanti alla tomba di Agamennone da Oreste, Elettra e le Coefore. Questo kommos è in contrapposizione a quello eseguito nei Persiani da Serse e dal coro: qui il morto non ritorna né si manifesta, ma serve solo a chiarire ad Oreste che ormai non può più tirarsi indietro dalle sue azioni Un ultimo elemento significativo lo troviamo nell'esodo, che presenta somiglianze con la scena finale dell’Agamennone: in questa tragedia troviamo Oreste, nella precedente, invece, Clitemnestra. Oreste difende quello che ha fatto ma alla fine non gode appieno di questo suo trionfo, in quanto impazzisce a causa dell’angoscia provocata dalle Erinni, che lo costringono alla fuga. Coro protagonista
  • I personaggi Oreste: La leggenda narra che, all’indomani dell’omicidio del padre, egli venne nascosto da uno zio e lì rimase per circa 7 anni quando, dopo un consulto con l’oracolo, decise di tornare ad Argo per vendicare il padre. Coefore: le portatrici delle libagioni funebri, nella tragedia accompagnano Elettra e Oreste. Esse sono prigioniere troiane, portate ad Argo da Agamennone. Elettra: esorterà Oreste a portare a termine l’ordine dell’oracolo. Clitemnestra: appare come personaggio finto e falso Erinni: divinità vendicatrici dei delitti, preolimpiche, che fanno letteralmente impazzire il protagonista, unico personaggio che riesce a vederle. Sono anche chiamate Eumenidi, ossia dei geni alati che lanciano urla terribili.
  • I Temi la Giustizia divina e la scissione interiore che colpisce Oreste: infatti, se lascia Clitemnestra in vita, non converrà alle leggi della vendetta che regolano la città, mancando di rispetto al padre defunto, mentre, se la uccide, si macchia di un delitto che lo marchierà a vita. Tuttavia, egli sceglierà la seconda opzione, seguendo la via della Dike, la giustizia "umana" e violando la Themis, la giustizia naturale, perchè l'azione è inserita in un contesto in cui viene giustificata, ossia la vendetta per il padre defunto. tema della vendetta e della colpa: l'intera stirpe di Oreste, tutti gli Atridi sono macchiati di una terribile colpa. Eschilo ha come obiettivo la dimostrazione dell'inutilità e dell'atrocità di questo meccanismo. A differenza di quanto accade nei Sette contro Tebe, in cui la colpa si estingue con

Danaidi che minacciano di impiccarsi vuol dire dichiarare guerra agli Egizi, ma non accoglierle vorrebbe dire infrangere l’ospitalità, un valore sacro per i Greci, che causerebbe anche l’ira di Zeus Hikeios protettore dei supplici (come in Iliade tra Glauco e Diomede). Pone la questione all’assemblea popolare con un sistema pseudodemocratico simile a quello di Atene. Espone il suo dilemma morale in un aperto monologo ricorrendo alla metafora del palombaro e immagini della sfera marina. Paragona le Danaidi alle Amazzoni, donne guerriere anche prepotenti. Araldo: egizio, compare nell’ultima scena, cerca di rapire le Danaidi e minaccia di guerra Pelasgo. Coro: vero protagonista 50 ragazze che si ribellano alle convenzioni del matrimonio e dell’amore, rifiutando le nozze coi cugini egizi, forse più per questi motivi che per il divieto di endogamia (matrimonio all’interno della famiglia). Donne forti che da supplici si trasformano in assassine dei mariti forse rivendicando anche la violenza subita da Zeus dalla progenitrice Io, si macchiano così di ubris. La loro resistenza sembra legata a una paura di violenza carnale (: “preferiremmo impiccarci a un laccio mortale, prima che uomini odiosi tocchino il nostro corpo”). Sono donne che vogliono poter scegliere , si comportano con l’angoscia delle supplici ma anche con l’astuzia del riscatto e la fermezza di chi non vuole farsi sopraffare. Descritte come vergini ribelli, si considerano prede, matrimonio è usurpazione della loro persona, non vogliono diventare schiave o essere catturate. Tesi: donne rifiutano in generale matrimonio in quanto è presa di loro identità/ libertà, femministe ante litteram, si sottraggono anche a maternità, si sarebbero suicidate impiccandosi con la loro cintura (simboleggia violenza o maternità). L'opera ha diversi tratti arcaici:

  1. Prima di tutto la centralità del coro, vero protagonista attorno a cui gira la vicenda e di cui condividiamo il punto di vista
  2. ci sono solo 2 attori con 3 personaggi. Il πρωταγωνιστης interpreta sia il ruolo di Danao sia quello dell'araldo, mentre il δευτεραωνιστης il ruolo di Pelasgo
  3. dialoghi brevi
  4. forzature nell'azione drammatica trai i primi due personaggi (es. v.775 Danao lascia sole le figlie in pericolo perchè, dopo l'intervento del Coro, l'attore deve interpretare l'araldo). Ma per altri aspetti, come i movimenti di massa, per esempio l'arrivo delle Supplici o quello dei soldati di Pelasgo, si pensa a una drammaturgia evoluta, un esperimento drammatico in cui i ruoli di Coro e attori sono invertiti: Coro motore dell'azione e un personaggio la funzione del Coro, Danao si appella al σωφρονειν e all'εικειν (il cedere) e dà ammonimenti. Durante l'esodo il Coro si divide in 2, una parte continua a essere costituito dalle Supplici, che ribadiscono l'intenzione di evitare il matrimonio; l'altro dalle ancelle che scortano le Danaidi dentro la città ed esaltano la potenza di Afrodite. Tema asilo Asilo - Immunità concessa anticamente a chi si rifugiava in luogo sacro (edificio, recinto, bosco o monte consacrato alla divinità), costituiva un diritto. luoghi in cui si chiede asilo Sono ‘luoghi di passaggio’ , per entrare i quali è necessario sottoporsi a regole di purificazione, perché per ottenere il diritto di non essere toccati è appunto necessario presentarsi ‘puri’ al dio. Ikesia significa ‘supplica per ottenere ospitalità’: il termine deriva dalla radice di un verbo iketeo che significa ‘pregare’, ‘giungere’. Da qui le due caratteristiche fondamentali dell’ikesia: sono o toccare, arrivando, un luogo sacro, che garantisce l’immunità, oppure inginocchiarsi davanti a colui a cui si supplica aiuto. I gesti dell’ikesia - avere le braccia protese, come anticipazione del ‘toccare’ il luogo sacro oppure la persona da cui ci si attende aiuto, senza osare ancora farlo. Il primo gesto di supplica nella letteratura: Odisseo arriva all’isola dei Feaci, naufrago, nudo e solo in una spiaggia. Sente la voce di fanciulle. Si avvicina a loro, ma con il suo aspetto le spaventa e quelle fuggono. Come nelle Supplici di Eschilo, il gesto e la ritualità dell’ ikesia, della supplica, non garantisce l’asilo. Il supplice si trova per un certo periodo in una ‘terra di mezzo’, in cui contratta la sua accoglienza. Da questa tragedia in poi diventa centrale problema tra supplici e ospiti, in Medea donna da Colchide uccide i figli e viene ospitata da Egeo eroe ateniese, in Edipo a Colono re Teseo accoglie Edipo ma non si capisce se sia giusto o no. attualità politica: argo si allea con Atene in funzione anti spartana: Celebrazione città di Argo Grande teatralità
  • Maschere e costumi esotici
  • Come se tragedia si fondasse su opposizione: società patriarcale e matriarcale, rifiuto matrimonio e trionfo di eros, civiltà egizia e greca, libertà femminile e soggezione abituale di donna all’interno della casa
  • Messaggio è che trionfa amore Omonima tragedia di Euripide mai trovata, stesso tema: gruppo donne madri soldati di 7 contro Tebe si riunisce ad altare di Demetra, supplicano Ateniesi di dare sepoltura ai figli ma tebani lo negano, Teseo ateniese le aiuta

EUMENIDI (power point strino)

458 Nel prologo la Pizia vede Oreste, l’assassino della madre Clitemnestra e del suo amante Egisto, circondato dalle Erinni addormentate: esse sono le dee della vendetta, che dopo il matricidio lo inseguono senza sosta. Apollo promette al supplice di prestargli soccorso, ma gli profetizza un lungo viaggio fino ad Atene, con le Erinni a tormentarlo, sotto la guida di Ermes. Dopo che Oreste ha lasciato la scena, entra nel tempio lo spettro di Clitemnestra, che rimprovera le Erinni per la sua fuga. Nel primo canto il Coro si desta e lamenta l’intervento di Apollo, che ha permesso ad Oreste di sottrarsi al suo controllo. Nel primo episodio Apollo caccia dal tempio il Coro, che quindi lascia l’orchestra. Con un cambio di scena, l’azione si sposta nel tempio di Atena: appare Oreste, che invoca la protezione della dea, e subito dopo entra nell’orchestra il Coro delle Erinni che lo stanno cercando e gli danzano intorno. Nel secondo episodio interviene Atena che sottrae Oreste alla loro persecuzione; il Coro lamenta così la violazione della Giustizia. Nel terzo episodio Atena sottopone Oreste al giudizio del neo costituito Areopago, per i delitti di sangue. Le Erinni lo accusano, Apollo lo difende. Inizia un vero e proprio processo, in cui Oreste confessa la sua colpa e indica come mandante il dio stesso. La parità di voti decolpevolizza e sancisce l’assoluzione per il matricida. Nell’esodo la dea Atena placa Crono, che minaccia l’Attica. Le Erinni a questo punto si sono trasformate in Eumenidi, e offrono protezione e prosperità alla città di Atene. Escono così in processione verso la nuova dimora. Erinni: Aletto Megera Tisifone, si scagliano contro chi si macchiava di matricidio o parricidio, ruolo di natura giuridico-formale, colpevole viene perseguitato fino a quando non impazzisce, alcuni vedono in loro gli spiriti degli uccisi, sui vasi raffigurate come serpenti che nascono da cadaveri Da Erino, nome che compare in resti di Cnosso, in origine divinità, discese a rango demoniaco e collocate sotterranee, omero parla di 1 sola, agisce se qualcuno viola un tabù sociale Raffigurate con chiome di serpenti, fiati ammorbanti, volti simili a cani rabbiosi Chiamate anche potnia/ manie, in Commedia Virgilio le chiama Furie sconfitte da angelo, Virg ha paura che gli possa succedere qualcosa di brutto, citate da Proust, Vivaldi Possono prendere possesso di anima di persona (Medea posseduta da spirito di vendetta di Euripide) Temi: giustizia (che sostituisce la vendetta) e l’Areopago L’impressione che però si ricava dall’opera è che i personaggi sperimentino sulla propria pelle le conseguenze della loro υβρις, ma non facciano in tempo a giungere alla saggezza da sfruttare in esperienze successive. Il πάθει μάθος sembra trascendere il dramma e i suoi personaggi, e valere per gli Ateniesi dell’opera rappresentata e per gli Ateniesi del pubblico. Le Eumenidi introducono per la prima volta il principio “in dubio pro reo”: quando non è possibile stabilire con certezza la colpevolezza dell’accusato costui viene assolto. Oreste nell’Areopago si difende dicendo di aver lavato via il sangue del matricidio sacrificando sull’ara domestica di Febo un verro. Ovviamente, ciò per le Erinni non è sufficiente. Né è sufficiente la difesa che di Oreste fa Apollo dinanzi ad Atena. A parer delle Erinni, stando alle parole di Apollo, Zeus avrebbe più a cuore le sorti dei padri che delle madri, dimenticando, Apollo, che egli stesso aveva incatenato suo padre Crono. Apollo si difende allora affermando comunque la superiorità dei padri rispetto alle madri,Per riparare il torto fatto alle Erinni uscite sconfitte dalla contesa (esce infatti un numero di voti pari, il che scagiona Oreste), Atena dona la sua città alle Erinni, che alla fine accettano di buon grado, trasformandosi nelle “Benevole”, le Eumenidi appunto. Altro tema fondamentale è il tempo. Lo scorrere del tempo scandisce l’azione scenica delle Eumenidi. In questo dramma Oreste è inseguito dalle Erinni. L’inseguimento rappresenta anche un tempo durante il quale Oreste intraprende un percorso di purificazione della propria colpa, che

consiglia di essere meno fiero e ostinato. Nel secondo episodio elenca tutti i benefici che ha arrecato agli uomini a cui ha donato le arti. Ma Prometeo non è la sola vittima del signore dell’Olimpo: ne è prova l’apparizione nel terzo episodio sulla scena di Io, la sacerdotessa sedotta da Zeus e trasformata per gelosia in una giovenca da Era, la quale gli narra le sue vicende. Prometeo la conforta rivelandole che le nozze con una dea, nota a lui solo, priverebbero fatalmente Zeus del suo potere, ovvero Teti. Nell’esodo Zeus invia il dio Hermes da Prometeo perché lo obblighi a svelare quel nome. Il titano però respinge il dio. Per vendetta, Zeus con un terremoto fa sprofondare nelle viscere della terra la montagna cui il ribelle era incatenato. PERSONAGGI: il Prometeo incatenato è l’unica tragedia della letteratura greca dove tutti i personaggi sono degli esseri immortali, lo possiamo già capire dal tema principale, ovvero lo scontro fra il padre degli dei Zeus, e il titano Prometeo. Prometeo: è il protagonista della tragedia. Partendo dal nome, “Prometeo” è un nome parlante, deriva da pro+mèthis, quindi letteralmente significa “colui che pensa prima”, non solo nel senso di colui che prevede il futuro, ma nel senso di colui che prevede il pensiero sia dei comuni mortali, sia degli dei stessi. Prometeo è l’avversario per antonomasia di Zeus, alla cui legge si ribella, ed è il simbolo della condizione esistenziale umana, della sfida alla legge divina ed umana, è quindi anche metafora del pensiero libero. È anche l’eroe, che come Odisseo, segue “virtute e canoscenza”, ma proprio per il fatto di essere un titano, Prometeo è superiore a Odisseo. Prometeo è il dio amico degli uomini e loro benefattore, ha donato loro il fuoco per donare loro anche una nuova dignità. Prometeo quindi è il fiero eroe ribelle alla tirannide divina, dotato di una fede incrollabile nell’uomo. Tuttavia Prometeo, rubando il prezioso elemento, nonostante le più nobili motivazioni, ha comunque alterato l’ordine instaurato dal padre degli dei scatenando la sua furibonda reazione. Fiero tu sei davvero / e non cedi alle acute sofferenze, dice di lui il coro; ma non è solo fierezza: c’è la consapevolezza di essere nel giusto, di essere dunque vittima ingiusta, e soprattutto Prometeo sa che Zeus avrà modo di ricredersi. Oceanine: sono le componenti del coro e hanno un ruolo importante nelle vicende. Sono creature giovani ingenue e leggere sinceramente convinte nei meriti del titano con cui rimangono fino al cataclisma finale. Il coro non cede, partecipa alla condizione di Prometeo: la fedeltà è confermata in risposta alle funeste parole di Ermete, che intima loro di abbandonare quel luogo di sofferenza e punizione per non rischiare di essere coinvolte in prima persona. Il coro continua a invitare alla misura e all’evitare di peccare di ubris. Oceano: rappresenta essenzialmente la voce del senso comune pronta a compromessi, infatti invita il Titano a cedere a Zeus. Dopo aver rimproverato Prometeo, si offre ingenuamente di intercedere presso Zeus. Prometeo rigetta il suo aiuto, pur non potendolo evitare. Agli occhi di Zeus e del mondo, infatti, l’assenso confermerebbe una colpa che il titano rifiuta totalmente. Ma io sapevo questo, tutto questo. / Ho voluto, ho voluto il mio peccato: / e non lo smentirò. Per dare aiuto / a chi moriva ebbi la mia pena. Hermes: possiamo definirlo uno sgherro crudele e cinico, totalmente assertivo agli ordini spietati di Zeus, e ha il compito di farsi rivelare il segreto da Prometeo, attraverso anche minacce. Io: vittima di Zeus, è una creatura trepidante e smarrita, di aspetto deforme con la fronte deturpata da corna. Lei si muove con movimenti frenetici che si contrappongono allo stato immobile di Prometeo. I personaggi, proprio per la situazione rappresentata di Prometeo, potrebbero apparire statici, ma nonostante questo Eschilo non fa mancare alla tragedia elementi spettacolari; ad esempio le Oceanine arrivano nella parodo ma non si sistemano nell’orchestra, ma rimangono come sospese finché il titano non le invita a scendere a terra, oppure oceano arriva sopra il cavallo dal veloce volo / che il pensiero guidava senza il morso, oppure è spaventoso l’arrivo di Io che sta subendo il mutamento e infine si ha nella parte finale un cataclisma formidabile, un elemento che probabilmente era di forte impatto per lo spettatore. LA CONCEZIONE ESCHILEA NEL PROMETEO INCATENATO: Questa tragedia è apparentemente un’eccezione all’interno del mondo concettuale di Eschilo: qui Zeus non è il Dio garante di Giustizia, dike, ma un tiranno ingiusto e persecutore. Come si spiega? Certamente la conoscenza degli atri due drammi perduti ci avrebbe dato la risposta, ma è cosa certa che alla fine, dopo la vendetta, Zeus libererà il Titano, riportando l’equilibrio sulla Terra. Secondo Eschilo il castigo divino non colpisce l’uomo in modo arbitrario, ma è la conseguenza di

una colpa per cui l’uomo perde il senso della misura macchiandosi di hybris (tracotanza, superbia). Quindi la punizione degli dei è giusta e spinge l’uomo a non ripetere l’atto rovinoso. Prometeo sostanzialmente accusa Zeus di non aver tenuto in giusto conto i mortali al momento dell’assegnazione dei poteri. Nessuno osa opporsi a questa ingiustizia, tranne Prometeo. Che a sua volta si rende responsabile di un nuovo atto smisurato ed eccessivo: quello di andare contro il volere di Zeus. Pecca dunque di orgoglio, e questa è la sua hybris. Tutti, nel corso della tragedia lo chiamano folle, pazzo gli intimano di sottomettersi al volere del più forte tra gli dèi. È lo stesso coro di Oceanine, che assiste Prometeo nella sua sventura, a meravigliarsi dell’esistenza di una divinità che è al di sopra di Zeus e di ogni cosa. Il FATO Corifea – E chi regge il timone del destino? Prometeo – Le Moire triplici, le Erinni memori. Corifea

  • Dunque Zeus è più debole di loro? Prometeo – Non potrà mai sfuggire al fato: mai. occorre però osservare che lo scontro tra divinità, tra dei nuovi e vecchi, non risulta estraneo al pensiero religioso di Eschilo- come pure rientra nello “stile” eschileo una tragedia costruita sullo scontro tra personaggi orgogliosi e rigidi come quelli che si affrontano nel “Prometeo”. Il discorso di Prometeo è un altro elemento di modernità rispetto al tradizionale impianto religioso della tragedia eschilea. Un così ampio elogio delle attività manuali e artigiane appare senz’altro insolito in una tradizione letteraria aristocratica e restia a celebrare i valori del lavoro, benché indubbiamente la democrazia ateniese assegnasse alle tecniche un elevato statuto culturale. Il Prometeo si fa dunque interprete di questa nuova consapevolezza nata all’interno dell’evoluta polis ateniese del sec. V. Dunque Eschilo, infatti, non ne esalta la disobbedienza agli dei, piuttosto pone al centro della tragedia la drammaticità della sua solitudine di fronte al volere e al potere divino. TEMI: la tragedia di Eschilo affronta i temi del crimine, dell’astuzia e della legittimità di fronte ai più deboli. In un attualissimo conflitto tra potere e libertà, tra responsabilità e ordine costituito, Prometeo Incatenato è lo scenario della perpetua lotta degli dei per mantenere il dominio in un mondo in cambiamento che sembra aprire la strada all’età dell’oro degli uomini. Il personaggio di Prometeo ha simboleggiato nel tempo la lotta delle forze amiche del progresso umano e della civiltà contro ogni forma di potere, che vuole invece bloccare la crescita civile e tecnologica dell'uomo. La lotta prometeica è ancora oggi simbolo di un'opposizione morale alla tirannide e di una sfida portata avanti verso ogni imposizione reazionaria. La sua ribellione è così nota che oggi si suole definire “prometeico” colui che eroicamente e fino alla morte si batte per una causa che ritiene giusta al punto da mettere a rischio sé stesso. IL PROMETEO INCATENATO NEL TEMPO: Questa tragedia esercitò numerose influenze: per esempio, Nel Quattrocento, Boccaccio la rielaborò nella Genealogia Deorum Gentilium. Boccaccio fa di Prometeo eroe della conoscenza, l’aquila che tortura il titano diventa simbolo dei tormenti del ricercatore. Poi Goethe, fa di Prometeo il creatore di arte e poesia, che scopre la presenza inquietante del demoniaco in sé. nella tragedia Prometheus troviamo una visione romantica del mito eschileo, in cui Prometeo diventa simbolo del genio che si ribella per amore dell’umanità e alla fine non può che confermare che tutto ciò che accade è in mano al destino. Di questo Prometeo ribelle sono esempi anche il Prometeo di Byron e, al picco massimo, Frankenstein di Mary Shelley. Il protagonista del romanzo infatti, sottotitolato “O il moderno Prometeo”, tenta di superare i limiti imposti alla conoscenza, firmando così la sua stessa distruzione.

AGAMENNONE

Fu rappresentato per la prima volta nel 458 ac, durante le Grandi Dionisie, nel Teatro di Dioniso ad Atene. Eschilo vinse con l'Orestea, un’enciclopedia di meccanismi tragici. Essa costituisce il momento di massima maturità di Eschilo, nonché la sua ultima rappresentazione ad Atene prima di trasferirsi a Gela, dove morirà due anni dopo. la summa del suo pensiero. Nell’Orestea, notiamo un'evoluzione e un arricchimento degli elementi propri del dramma tragico: dialoghi, contrasti, effetti teatrali. Tuttavia, anche accettando in parte le nuove innovazioni (tre personaggi compaiono contemporaneamente solo nelle Coefore, e il terzo parla solo per tre versi), Eschilo rimane sempre fedele ad un estremo rigore, alla religiosità quasi monoteistica. Tutte le tragedie dell’Orestea narrano un’unica storia divisa in tre episodi: l’assassinio di Agamennone da parte della moglie Clitennestra, la vendetta del figlio Oreste e la persecuzione del

tribunale in cui si trova Oreste nelle Eumenidi, da divinità preolimpiche a divinità olimpiche, da erinni a eumenidi. Le morti avvengono secondo una successione “genetica”, infatti, la colpa che un uomo si trova a dover espiare può provenire da molto lontano, come accade nella famiglia degli Atridi. E’ fondamentale in questa tragedia, anche il tema del “pazei mazos” tema del potere: Agamennone quando torna a palazzo si interroga sul potere e sui suoi limiti. Il tema del potere si lega a quello politico: con l’assassinio di Agamennone infatti, assistiamo all’instaurazione di un regime autoritario. Figure femminili a confronto: Clitemnestra: Riesce ad ignorare tutte le limitazioni sociali imposte alle donne nella Grecia del tempo, infatti parla e agisce nella dimensione pubblica della polis. Pretende di avere un ruolo nella scena pubblica perché il marito è altrove. Questo è sottolineato non solo dai contenuti dei suoi interventi ma anche dalla sua presenza in scena, molto ampia, e dal linguaggio utilizzato, molto lontano da quello tradizionalmente utilizzato dalle donne. Le armi che utilizza per uccidere Agamennone non sono femminili: non utilizza il veleno ma la parola e la spada. Inoltre già dall’inizio quando i vecchi chiedono cosa stia succedendo Clitemnestra dà la notizia che Troia è stata presa. Questa affermazione fatta da una donna suscita stupore perché nel teatro greco le comunicazioni di questo tipo erano date dagli uomini. Subisce poi un’evoluzione psicologica, si sente vuota dopo omicidio di marito. Clitemnestra riesce a distogliere l’attenzione dal problema grazie all’abilità retorica utilizzando la dusfemia: parola che può evocare il male. Presenta la possibilità che accada qualcosa di negativo anche all’esercito greco e, anzi, dice che anche se l’esercito tornasse salvo in patria potrebbe subire le conseguenze di alcune morti: è un chiaro messaggio subliminale riferito al sacrificio di Ifigenia. Quando l’araldo annuncia l’arrivo di Agamennone gli anziani le chiedono di dire qualcosa in più e lei riporta il discorso diretto di chi l’aveva accusata di non essere credibile e sottolinea il fatto di essere sempre stata sicura di ciò che diceva. Cassandra: figura totalmente femminile, senza il carisma di Clit, ma con un potere grandissimo e doloroso: quello di fare profezie e di non essere creduto avendo rifiutato l’amore di Apollo. Questo, insieme al fattore sociale (era una schiava) sono il motivo per cui ella ricopre un ruolo del tutto marginale. Poiché non ha nulla da perdere, “martire di giustizia”, si sacrifica per la verità. Anche Cassandra utilizza la dusfemia, questa volta però non per nascondere la verità ma per dirla apertamente.Profetizza la morte di Agamennone. Il rapporto tra le due donne è atipico: le due non si parlano, anzi, addirittura quando Clitemnestra le chiede di entrare in casa la serva non risponde. Tutti la prendono per una ignorante ma in realtà non vuole condividere niente con la regina.

  1. Ifigenia: è la figura femminile che rimane in ombra per tutta la rappresentazione. Pur non apparendo mai è sempre presente, infatti è la causa che scatena tutte le vicende. É la vittima innocente che, se pur intimorita, alla fine si lascia uccidere per la Patria, per la buona navigazione del padre. “eroina della patria”: decide di fare gesto eroico (non come in Lucrezio dove appare come vittima ingannata o Euripide con If in Taulide) Altri aspetti: Tragedia costruita su visioni: cittadino di Pirgo (coro) vedovo sanno ciò che succederà, araldo suscita visioni, Cl ricorda dolore di morte per figlia, Egisto vede e ricorda Tutti vedono perché hanno sofferto e ne conservano la memoria, anticipano il dolore stesso Paragoni con animali: A paragonato ad aquila che si abbatte su lepre (Troia), poi toro sacrificato, poi leone; Cl giovenca, poi leonessa, poi cagna per infedeltà (come Elena in Iliade), poi serpe Ricorre molto l’immagine della rete: in esch indica modalità di caccia subdola, preda non può più difendersi, in trappola nella rete, rete che avvolge Troia, Cassandra vede rete di Ade, cl parla di reti delle sciagure e mostra quella con cui ha avvolto il marito