







Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
appunti sulle tragedie di eschilo (i persiani, sette contro tebe, le coefore, le supplici, eumenidi, prometeo incatenato, Agamennone)
Tipologia: Appunti
1 / 13
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!








Si tratta della più antica tragedia pervenutaci di Eschilo, rappresentata ad Atene nel 472 a.C. la coregia venne assunta da Pericle; l’argomento era già così noto che questo era stato il titolo di una tragedia di Frinico (Fenice, su vittoria a Salamina con corego Temistocle, ambientata a Susa in Persia, quindi un avvenimento storico vicino in luogo lontano), con cui tra l’altro vinse nel 476. Tra le due ci sono alcune differenze: in Frinico il coro era composto dalle tristi mogli dei Fenici sconfitti arruolate nella flotta di Serse, faceva annunciare la sconfitta nel prologo, il punto di vista era quello dei Greci vincitori. Eschilo, invece, ambienta la tragedia nella reggia persiana di Susa, dove il coro, formato dai vecchi dignitari, attende con impazienza qualche notizia sulla spedizione condotta da Serse contro la Grecia. Un sogno di Atossa premonitore, regina madre di Serse e vedova di Dario, al riguardo non fa presagire nulla di buono: infatti appaiono due donne che si trasformano in puledre da cui Serse cade, una docile e l’altra ribelle, che si affrontano. Serse cerca di domarle e renderle cavalle da traino. Mentre la persiana si sottomette, l’altra si libera dal morso delle briglie e rovescia il carro. Il sogno si conclude con l’apparizione di Dario in lacrime, davanti al quale Serse si strappa le vesti. Le due donne rappresentano la Persia (sottomessa a Serse) e la Grecia (fiera e indipendente). La scena finale rappresenta un’aquila (la Persia) aggredita da un falcone (Grecia) che le infligge un supplizio e simboleggia il massacro della flotta di Serse. (E. vuole creare rapporti di sangue tra greci e persiani, sconfitta dei Persiani e raffigurazione simbolica di vera motivazione diversa cioè la diversa concezione politica, quindi persiani sottomessi). La premonizione trova conferma nelle parole di un messaggero che sopraggiunge con la notizia della catastrofe persiana nella battaglia di Salamina (480 a.C., alla quale lo stesso Eschilo prese parte). Incerti e disperati, Atossa e il coro decidono di evocare l’ombra di Dario per avere notizia sul da farsi. Lo spettro del Re condanna apertamente l’operato di Serse, che in quell’impresa ha dato prova di tracotanza e di superbia, e ammonisce a non portare più guerra ad Atene. L’arrivo di Serse, prostrato dalla sconfitta, che si unisce al lamento del coro (ha le caratteristiche di trenos e stixomuzia, parole si assottigliano, diventano grida e lamenti) in un canto luttuoso, chiude il dramma. Gli attori sono 2, come succede tipicamente nella tragedia di Eschilo.
rispetto alla realtà storica. Prima di scomparire, chiede alla moglie di consolare il figlio e al coro di farlo redimere.
che è poi la città, è solo davanti il suo destino di morte, senza scelta. antinomia tra Genos e polis che non si risolve (E come macbeth) Il problema del finale: La parte finale dell'opera, in cui vengono introdotti i personaggi di Antigone, Ismene e dell'araldo, è ritenuta non originale, non scritta da Eschilo. Probabilmente tali versi furono aggiunti dopo la morte dell'autore, in occasione di una replica della tragedia, con l'intento di ricollegarsi ad altre tragedie, ad esempio l'Antigone di Sofocle. Gli indizi, in proposito, sono i seguenti: Nel finale dell'opera si fa riferimento al collegio dei Probuli, un'istituzione che entrò effettivamente in funzione ad Atene, ma solo nel 416 a.C. circa, mezzo secolo dopo la prima rappresentazione dell’opera. L'arrivo dell'araldo avrebbe implicato l'introduzione di un terzo attore. Date le nostre conoscenze storiche, la cosa non è di per sé impossibile, ma pare improbabile che Eschilo abbia introdotto una così grande innovazione al proprio teatro solo nella parte finale dell'opera. Il terzo attore è effettivamente presente in successive tragedie eschilee (la trilogia dell'Orestea e il Prometeo incatenato), ma è utilizzato in maniera assai più sapiente. Come se tragedia fosse divisa in 2 parti, in prima prevale politica ( E salvatore di Tebe), in seconda Tra le diverse tragedie eschilee, il titolo è singolare: noi non vediamo in scena i Sette. Le donne tebane del coro li scorgono da lontano, oltre le mura; il messaggero li ha osservati e viene a riferire; Eteocle li affronterà in battaglia. Ma i Sette campioni argivi rimangono sullo sfondo. La descrizione dei campioni avversari segue un medesimo schema, ripetuto sette volte con minime variazioni: porta attaccata, nome del campione, breve descrizione, scudo, Eteocle che fa una scelta ragionata del tebano da contrapporre, commento del coro, invocazione agli dei perché Tebe prevalga contro il nemico. La tradizione della descrizione delle armi è tipica dell'epica. Ma c'è una differenza tra gli scudi di questi eroi e gli scudi degli argivi: Questi rappresentano un'interpretazione del mondo nei suoi aspetti positivi e negativi. è un elemento di difesa, ma è anche il pezzo più visibile, e che viene presentato al nemico.
la seconda tragedia che fa parte della tetralogia dell’Orestea. Il titolo deriva dalle coefore, coloro che portavano le libagioni per i defunti che si recano sulla tomba di Agamennone. È il racconto di come Oreste, dieci anni dopo l'omicidio del padre Agamennone, torni ad Argo e, su ordine di Apollo, porti a compimento la propria vendetta dando la morte alla propria madre ed al suo amante. Il prologo della tragedia presenta Oreste che si trova alla tomba del padre, luogo in cui deposita una ciocca di capelli. Dopo si accorge che sua sorella Elettra si avvicina insieme alle coefore, quindi si nasconde. Nella parodo arrivano Elettra e le coefore, prigioniere Troiane, che non fanno altro che lamentarsi della loro situazione. Esse sono state mandate da Clitemnestra, madre dei ragazzi, per offrire libagioni ai morti. Infatti, ella aveva fatto un sogno in cui partoriva un serpente che l’avrebbe morsa al seno, dal quale sarebbero usciti sangue e latte: sogno interpretato come un segno della collera degli dei. Nel I episodio Elettra è tentata dal non fare queste libagioni, infatti
lascerà libera la sua collera nei confronti di Egisto e la madre, ma a questo punto interviene il coro, che la invita a compiere il rito, assicurandole che sarebbe arrivato un uomo forte a vendicare il padre. Avvicinandosi, Elettra nota una ciocca di capelli. A questo punto entra in scena Oreste; qui avviene l’agnizione, il riconoscimento e Oreste rivela il perché del suo ritorno: un oracolo gli aveva predetto che lui avrebbe vendicato la morte di suo padre, e lui ritorna affinché si avveri questa predizione. Nel I stasimo il coro racconta come l’omicidio di Agamennone fu l’atto più audace mai ispirato da una donna. Nel II episodio Oreste, sotto mentite spoglie come Odisseo, si presenta dalla madre. Clitemnestra, allora, chiede ad una nutrice di chiamare Egisto e di farlo venire con una scorta al suo seguito; prima che la nutrice giunga da Egisto, ella viene fermata dalle coefore, che la convincono a far venire il giovane da solo. Nel II stasimo il coro preannuncia la vendetta. Nel III episodio entra in scena Egisto, che viene prontamente ucciso da Oreste: Sopraggiunge Clitemnestra che, scoprendosi il seno, chiederà pietà al figlio; Oreste vacilla, ma alla fine convinto dal coro e dal cugino Pilade uccide la madre, completando la volontà dell’oracolo. Nel III stasimo il coro esulta, poiché la reggia di Argo è finalmente libera. Nell’esodo viene ritratto Oreste, con accanto i corpi di Clitemnestra ed Egisto, che spiega come sia stata fatta giustizia; a questo punto arrivano le Erinni, personificazioni femminili della vendetta, che vogliono vendicare Clitemnestra.
Danaidi che minacciano di impiccarsi vuol dire dichiarare guerra agli Egizi, ma non accoglierle vorrebbe dire infrangere l’ospitalità, un valore sacro per i Greci, che causerebbe anche l’ira di Zeus Hikeios protettore dei supplici (come in Iliade tra Glauco e Diomede). Pone la questione all’assemblea popolare con un sistema pseudodemocratico simile a quello di Atene. Espone il suo dilemma morale in un aperto monologo ricorrendo alla metafora del palombaro e immagini della sfera marina. Paragona le Danaidi alle Amazzoni, donne guerriere anche prepotenti. Araldo: egizio, compare nell’ultima scena, cerca di rapire le Danaidi e minaccia di guerra Pelasgo. Coro: vero protagonista 50 ragazze che si ribellano alle convenzioni del matrimonio e dell’amore, rifiutando le nozze coi cugini egizi, forse più per questi motivi che per il divieto di endogamia (matrimonio all’interno della famiglia). Donne forti che da supplici si trasformano in assassine dei mariti forse rivendicando anche la violenza subita da Zeus dalla progenitrice Io, si macchiano così di ubris. La loro resistenza sembra legata a una paura di violenza carnale (: “preferiremmo impiccarci a un laccio mortale, prima che uomini odiosi tocchino il nostro corpo”). Sono donne che vogliono poter scegliere , si comportano con l’angoscia delle supplici ma anche con l’astuzia del riscatto e la fermezza di chi non vuole farsi sopraffare. Descritte come vergini ribelli, si considerano prede, matrimonio è usurpazione della loro persona, non vogliono diventare schiave o essere catturate. Tesi: donne rifiutano in generale matrimonio in quanto è presa di loro identità/ libertà, femministe ante litteram, si sottraggono anche a maternità, si sarebbero suicidate impiccandosi con la loro cintura (simboleggia violenza o maternità). L'opera ha diversi tratti arcaici:
458 Nel prologo la Pizia vede Oreste, l’assassino della madre Clitemnestra e del suo amante Egisto, circondato dalle Erinni addormentate: esse sono le dee della vendetta, che dopo il matricidio lo inseguono senza sosta. Apollo promette al supplice di prestargli soccorso, ma gli profetizza un lungo viaggio fino ad Atene, con le Erinni a tormentarlo, sotto la guida di Ermes. Dopo che Oreste ha lasciato la scena, entra nel tempio lo spettro di Clitemnestra, che rimprovera le Erinni per la sua fuga. Nel primo canto il Coro si desta e lamenta l’intervento di Apollo, che ha permesso ad Oreste di sottrarsi al suo controllo. Nel primo episodio Apollo caccia dal tempio il Coro, che quindi lascia l’orchestra. Con un cambio di scena, l’azione si sposta nel tempio di Atena: appare Oreste, che invoca la protezione della dea, e subito dopo entra nell’orchestra il Coro delle Erinni che lo stanno cercando e gli danzano intorno. Nel secondo episodio interviene Atena che sottrae Oreste alla loro persecuzione; il Coro lamenta così la violazione della Giustizia. Nel terzo episodio Atena sottopone Oreste al giudizio del neo costituito Areopago, per i delitti di sangue. Le Erinni lo accusano, Apollo lo difende. Inizia un vero e proprio processo, in cui Oreste confessa la sua colpa e indica come mandante il dio stesso. La parità di voti decolpevolizza e sancisce l’assoluzione per il matricida. Nell’esodo la dea Atena placa Crono, che minaccia l’Attica. Le Erinni a questo punto si sono trasformate in Eumenidi, e offrono protezione e prosperità alla città di Atene. Escono così in processione verso la nuova dimora. Erinni: Aletto Megera Tisifone, si scagliano contro chi si macchiava di matricidio o parricidio, ruolo di natura giuridico-formale, colpevole viene perseguitato fino a quando non impazzisce, alcuni vedono in loro gli spiriti degli uccisi, sui vasi raffigurate come serpenti che nascono da cadaveri Da Erino, nome che compare in resti di Cnosso, in origine divinità, discese a rango demoniaco e collocate sotterranee, omero parla di 1 sola, agisce se qualcuno viola un tabù sociale Raffigurate con chiome di serpenti, fiati ammorbanti, volti simili a cani rabbiosi Chiamate anche potnia/ manie, in Commedia Virgilio le chiama Furie sconfitte da angelo, Virg ha paura che gli possa succedere qualcosa di brutto, citate da Proust, Vivaldi Possono prendere possesso di anima di persona (Medea posseduta da spirito di vendetta di Euripide) Temi: giustizia (che sostituisce la vendetta) e l’Areopago L’impressione che però si ricava dall’opera è che i personaggi sperimentino sulla propria pelle le conseguenze della loro υβρις, ma non facciano in tempo a giungere alla saggezza da sfruttare in esperienze successive. Il πάθει μάθος sembra trascendere il dramma e i suoi personaggi, e valere per gli Ateniesi dell’opera rappresentata e per gli Ateniesi del pubblico. Le Eumenidi introducono per la prima volta il principio “in dubio pro reo”: quando non è possibile stabilire con certezza la colpevolezza dell’accusato costui viene assolto. Oreste nell’Areopago si difende dicendo di aver lavato via il sangue del matricidio sacrificando sull’ara domestica di Febo un verro. Ovviamente, ciò per le Erinni non è sufficiente. Né è sufficiente la difesa che di Oreste fa Apollo dinanzi ad Atena. A parer delle Erinni, stando alle parole di Apollo, Zeus avrebbe più a cuore le sorti dei padri che delle madri, dimenticando, Apollo, che egli stesso aveva incatenato suo padre Crono. Apollo si difende allora affermando comunque la superiorità dei padri rispetto alle madri,Per riparare il torto fatto alle Erinni uscite sconfitte dalla contesa (esce infatti un numero di voti pari, il che scagiona Oreste), Atena dona la sua città alle Erinni, che alla fine accettano di buon grado, trasformandosi nelle “Benevole”, le Eumenidi appunto. Altro tema fondamentale è il tempo. Lo scorrere del tempo scandisce l’azione scenica delle Eumenidi. In questo dramma Oreste è inseguito dalle Erinni. L’inseguimento rappresenta anche un tempo durante il quale Oreste intraprende un percorso di purificazione della propria colpa, che
consiglia di essere meno fiero e ostinato. Nel secondo episodio elenca tutti i benefici che ha arrecato agli uomini a cui ha donato le arti. Ma Prometeo non è la sola vittima del signore dell’Olimpo: ne è prova l’apparizione nel terzo episodio sulla scena di Io, la sacerdotessa sedotta da Zeus e trasformata per gelosia in una giovenca da Era, la quale gli narra le sue vicende. Prometeo la conforta rivelandole che le nozze con una dea, nota a lui solo, priverebbero fatalmente Zeus del suo potere, ovvero Teti. Nell’esodo Zeus invia il dio Hermes da Prometeo perché lo obblighi a svelare quel nome. Il titano però respinge il dio. Per vendetta, Zeus con un terremoto fa sprofondare nelle viscere della terra la montagna cui il ribelle era incatenato. PERSONAGGI: il Prometeo incatenato è l’unica tragedia della letteratura greca dove tutti i personaggi sono degli esseri immortali, lo possiamo già capire dal tema principale, ovvero lo scontro fra il padre degli dei Zeus, e il titano Prometeo. Prometeo: è il protagonista della tragedia. Partendo dal nome, “Prometeo” è un nome parlante, deriva da pro+mèthis, quindi letteralmente significa “colui che pensa prima”, non solo nel senso di colui che prevede il futuro, ma nel senso di colui che prevede il pensiero sia dei comuni mortali, sia degli dei stessi. Prometeo è l’avversario per antonomasia di Zeus, alla cui legge si ribella, ed è il simbolo della condizione esistenziale umana, della sfida alla legge divina ed umana, è quindi anche metafora del pensiero libero. È anche l’eroe, che come Odisseo, segue “virtute e canoscenza”, ma proprio per il fatto di essere un titano, Prometeo è superiore a Odisseo. Prometeo è il dio amico degli uomini e loro benefattore, ha donato loro il fuoco per donare loro anche una nuova dignità. Prometeo quindi è il fiero eroe ribelle alla tirannide divina, dotato di una fede incrollabile nell’uomo. Tuttavia Prometeo, rubando il prezioso elemento, nonostante le più nobili motivazioni, ha comunque alterato l’ordine instaurato dal padre degli dei scatenando la sua furibonda reazione. Fiero tu sei davvero / e non cedi alle acute sofferenze, dice di lui il coro; ma non è solo fierezza: c’è la consapevolezza di essere nel giusto, di essere dunque vittima ingiusta, e soprattutto Prometeo sa che Zeus avrà modo di ricredersi. Oceanine: sono le componenti del coro e hanno un ruolo importante nelle vicende. Sono creature giovani ingenue e leggere sinceramente convinte nei meriti del titano con cui rimangono fino al cataclisma finale. Il coro non cede, partecipa alla condizione di Prometeo: la fedeltà è confermata in risposta alle funeste parole di Ermete, che intima loro di abbandonare quel luogo di sofferenza e punizione per non rischiare di essere coinvolte in prima persona. Il coro continua a invitare alla misura e all’evitare di peccare di ubris. Oceano: rappresenta essenzialmente la voce del senso comune pronta a compromessi, infatti invita il Titano a cedere a Zeus. Dopo aver rimproverato Prometeo, si offre ingenuamente di intercedere presso Zeus. Prometeo rigetta il suo aiuto, pur non potendolo evitare. Agli occhi di Zeus e del mondo, infatti, l’assenso confermerebbe una colpa che il titano rifiuta totalmente. Ma io sapevo questo, tutto questo. / Ho voluto, ho voluto il mio peccato: / e non lo smentirò. Per dare aiuto / a chi moriva ebbi la mia pena. Hermes: possiamo definirlo uno sgherro crudele e cinico, totalmente assertivo agli ordini spietati di Zeus, e ha il compito di farsi rivelare il segreto da Prometeo, attraverso anche minacce. Io: vittima di Zeus, è una creatura trepidante e smarrita, di aspetto deforme con la fronte deturpata da corna. Lei si muove con movimenti frenetici che si contrappongono allo stato immobile di Prometeo. I personaggi, proprio per la situazione rappresentata di Prometeo, potrebbero apparire statici, ma nonostante questo Eschilo non fa mancare alla tragedia elementi spettacolari; ad esempio le Oceanine arrivano nella parodo ma non si sistemano nell’orchestra, ma rimangono come sospese finché il titano non le invita a scendere a terra, oppure oceano arriva sopra il cavallo dal veloce volo / che il pensiero guidava senza il morso, oppure è spaventoso l’arrivo di Io che sta subendo il mutamento e infine si ha nella parte finale un cataclisma formidabile, un elemento che probabilmente era di forte impatto per lo spettatore. LA CONCEZIONE ESCHILEA NEL PROMETEO INCATENATO: Questa tragedia è apparentemente un’eccezione all’interno del mondo concettuale di Eschilo: qui Zeus non è il Dio garante di Giustizia, dike, ma un tiranno ingiusto e persecutore. Come si spiega? Certamente la conoscenza degli atri due drammi perduti ci avrebbe dato la risposta, ma è cosa certa che alla fine, dopo la vendetta, Zeus libererà il Titano, riportando l’equilibrio sulla Terra. Secondo Eschilo il castigo divino non colpisce l’uomo in modo arbitrario, ma è la conseguenza di
una colpa per cui l’uomo perde il senso della misura macchiandosi di hybris (tracotanza, superbia). Quindi la punizione degli dei è giusta e spinge l’uomo a non ripetere l’atto rovinoso. Prometeo sostanzialmente accusa Zeus di non aver tenuto in giusto conto i mortali al momento dell’assegnazione dei poteri. Nessuno osa opporsi a questa ingiustizia, tranne Prometeo. Che a sua volta si rende responsabile di un nuovo atto smisurato ed eccessivo: quello di andare contro il volere di Zeus. Pecca dunque di orgoglio, e questa è la sua hybris. Tutti, nel corso della tragedia lo chiamano folle, pazzo gli intimano di sottomettersi al volere del più forte tra gli dèi. È lo stesso coro di Oceanine, che assiste Prometeo nella sua sventura, a meravigliarsi dell’esistenza di una divinità che è al di sopra di Zeus e di ogni cosa. Il FATO Corifea – E chi regge il timone del destino? Prometeo – Le Moire triplici, le Erinni memori. Corifea
Fu rappresentato per la prima volta nel 458 ac, durante le Grandi Dionisie, nel Teatro di Dioniso ad Atene. Eschilo vinse con l'Orestea, un’enciclopedia di meccanismi tragici. Essa costituisce il momento di massima maturità di Eschilo, nonché la sua ultima rappresentazione ad Atene prima di trasferirsi a Gela, dove morirà due anni dopo. la summa del suo pensiero. Nell’Orestea, notiamo un'evoluzione e un arricchimento degli elementi propri del dramma tragico: dialoghi, contrasti, effetti teatrali. Tuttavia, anche accettando in parte le nuove innovazioni (tre personaggi compaiono contemporaneamente solo nelle Coefore, e il terzo parla solo per tre versi), Eschilo rimane sempre fedele ad un estremo rigore, alla religiosità quasi monoteistica. Tutte le tragedie dell’Orestea narrano un’unica storia divisa in tre episodi: l’assassinio di Agamennone da parte della moglie Clitennestra, la vendetta del figlio Oreste e la persecuzione del
tribunale in cui si trova Oreste nelle Eumenidi, da divinità preolimpiche a divinità olimpiche, da erinni a eumenidi. Le morti avvengono secondo una successione “genetica”, infatti, la colpa che un uomo si trova a dover espiare può provenire da molto lontano, come accade nella famiglia degli Atridi. E’ fondamentale in questa tragedia, anche il tema del “pazei mazos” tema del potere: Agamennone quando torna a palazzo si interroga sul potere e sui suoi limiti. Il tema del potere si lega a quello politico: con l’assassinio di Agamennone infatti, assistiamo all’instaurazione di un regime autoritario. Figure femminili a confronto: Clitemnestra: Riesce ad ignorare tutte le limitazioni sociali imposte alle donne nella Grecia del tempo, infatti parla e agisce nella dimensione pubblica della polis. Pretende di avere un ruolo nella scena pubblica perché il marito è altrove. Questo è sottolineato non solo dai contenuti dei suoi interventi ma anche dalla sua presenza in scena, molto ampia, e dal linguaggio utilizzato, molto lontano da quello tradizionalmente utilizzato dalle donne. Le armi che utilizza per uccidere Agamennone non sono femminili: non utilizza il veleno ma la parola e la spada. Inoltre già dall’inizio quando i vecchi chiedono cosa stia succedendo Clitemnestra dà la notizia che Troia è stata presa. Questa affermazione fatta da una donna suscita stupore perché nel teatro greco le comunicazioni di questo tipo erano date dagli uomini. Subisce poi un’evoluzione psicologica, si sente vuota dopo omicidio di marito. Clitemnestra riesce a distogliere l’attenzione dal problema grazie all’abilità retorica utilizzando la dusfemia: parola che può evocare il male. Presenta la possibilità che accada qualcosa di negativo anche all’esercito greco e, anzi, dice che anche se l’esercito tornasse salvo in patria potrebbe subire le conseguenze di alcune morti: è un chiaro messaggio subliminale riferito al sacrificio di Ifigenia. Quando l’araldo annuncia l’arrivo di Agamennone gli anziani le chiedono di dire qualcosa in più e lei riporta il discorso diretto di chi l’aveva accusata di non essere credibile e sottolinea il fatto di essere sempre stata sicura di ciò che diceva. Cassandra: figura totalmente femminile, senza il carisma di Clit, ma con un potere grandissimo e doloroso: quello di fare profezie e di non essere creduto avendo rifiutato l’amore di Apollo. Questo, insieme al fattore sociale (era una schiava) sono il motivo per cui ella ricopre un ruolo del tutto marginale. Poiché non ha nulla da perdere, “martire di giustizia”, si sacrifica per la verità. Anche Cassandra utilizza la dusfemia, questa volta però non per nascondere la verità ma per dirla apertamente.Profetizza la morte di Agamennone. Il rapporto tra le due donne è atipico: le due non si parlano, anzi, addirittura quando Clitemnestra le chiede di entrare in casa la serva non risponde. Tutti la prendono per una ignorante ma in realtà non vuole condividere niente con la regina.