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Sintesi discorsiva del periodo storico e culturale dell'umanesimo italiano ed europeo e del fenomeno specifico del Rinascimento Italiano
Tipologia: Appunti
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Appartengono ai secoli XV e XVI, e questa età segna il trionfo di una concezione laica e mondana del vivere, il che non significa che si perda il senso del divino, però non è più totalizzante. La cultura non è più teologica, è spiritualistica. L’antropocentrismo è una delle più notevoli rivoluzioni culturali dell’Umanesimo: l’uomo è posto al centro dell’universo, sintesi di natura e spirito, che riflette l’intima struttura della creatura divina. Al dogmatismo medioevale contrappone l’esaltazione della libertà, con la quale l’individuo può essere artefice di sé stesso, forte dell’operosità intesa a plasmare la realtà, a comporla in misura umana, costruendo la sua civiltà e la sua storia. Fondamentale è lo studio delle humanae litterae: attraverso il dialogo con i grandi scrittori dell’antichità, si può godere di un mezzo di comunicazione spirituale che rende possibile e asseconda il comune impegno costruttivo. Si verifica la rinascita della cultura, perché cultura rifondata sull’uomo, presente nella storia con i valori più alti da lui espressi. La nuova formazione umana trova lo strumento, indispensabile per rendere più armonici e meglio armonizzati con gli altri, nelle lettere in generale, negli studia humanitatis – la grammatica e la retorica come scienza del linguaggio e dell’espressione; la filosofia, la storia, che rivelano la sapienza e la capacità costruttiva dell’uomo. Il Medioevo aveva letto e ammirato i classici, spesso piegando, però, i loro testi a significazioni allegoriche per giustificarne il contenuto alla luce della rivelazione cristiana. Gli Umanisti, invece, vogliono interpretarne lo spirito genuino nel loro contesto strutturale e storico, cogliendo il loro significato reale, non allegorico. Gli studiosi percorrono tutta l’Europa per ritrovare le opere dei classici latini e greci rimaste sepolte nelle biblioteche dei monaci. Nasce una nuova scienza, la filologia, che è capire un testo in base al testo stesso, ricostruirlo nella sua integrità, eliminando gli errori accumulati nella tradizione manoscritta, nel corso dei secoli. L’Umanesimo cerca, interpreta e fonda l’esemplarità del classicismo. Non si tratta soltanto di leggere e assimilare, ma di scoprire modelli supremi di vita e di stima: l’esemplarità raggiunta nella scultura, nella letteratura, nella filosofia offre un modello perenne. L’Umanesimo e la società italiana. La struttura del comune si consuma e giunge alla fine: ad un regime concorrenziale e dinamico si sostituisce la fusione tra banche e capitali possesso di poche famiglie associate. La borghesia si chiude nella corte: è lo sviluppo del potere economico-politico delle Signorie. Monopolizzano i traffici eliminando la concorrenza di mercato e il ricambio politico. Si realizzano la formazione di una nuova professionalità intellettuale e l’accentramento nelle corti delle iniziative culturali, concepite a sostegno ed ornamento del potere. Di qui l’ambiguità dell’Umanesimo: l’antropocentrismo rivoluzionario si sviluppa in modo tale da creare la sfasatura storica tra la realtà socio-politica e l’ideologia culturale. Si esalta la dignità umana, la libertà dai dogmi quando l’intellettuale sta diventando cortigiano, servo del potere. Pico della Mirandola, filosofo, fondatore a Firenze dell’Accademia platonica nella seconda metà del ’400, è autore di uno dei testi più significativi della cultura umanistico-rinascimentale – De hominis dignitate. L’uomo ha una missione terrena: creato da Dio per comprendere la ragione e la 3 bellezza dell’universo, posto al centro dell’universo stesso, plasma di continuo la natura ed è libero creatore di sé stesso e del suo destino. In realtà l’intellettuale è in crisi, perché, inserito nel mondo del potere, fa cultura di prestigio, che avrà carattere di uniformità, di imitazione di modelli. I più celebri e accreditati tra i nuovi Umanisti sono corteggiati dai vari signori e la loro carriera si configura come un continuo passaggio da Mantova a Ferrara, a Milano, a Firenze, ad Urbino, a Roma, a Napoli. L’artista rinuncia ad essere coscienza critica del sistema, come invece fa Boccaccio. Deve adeguarsi alla volontà del signore, sottoporsi
alle sue regole, altrimenti se ne va: s’illude di essere libero, in realtà è in fuga. Non può trovare appoggio nella massa, perché la nuova cultura è d’élite, aristocratica e appannaggio di chi lavora su committenza per il ristretto gruppo dei signori. Il Principe detiene il potere assoluto e trova appoggio nella nobiltà e nell’alta borghesia, cui assicura privilegi e ricchezza, mentre il popolo è considerato come una componente da educare alla soggezione al potere. Nella prima metà del Quattrocento, ci sono tentativi, inutili, da parte di alcune signorie più potenti di affermare la loro egemonia sulle altre, ma nella seconda metà del secolo si persegue una politica di equilibrio che procura un periodo di stabilità, di realizzazione di un grandioso patrimonio architettonico, ma segna anche il fallimento di ogni iniziativa di unificazione politico- sociale e linguistica. Gli intellettuali avrebbero dovuto integrarsi organicamente con il popolo, invece ribadiscono il proprio stacco dal volgo: rinunciano, così, a svolgere una funzione progressiva nella società italiana, mentre si pongono all’avanguardia della cultura europea. RINASCIMENTO È considerato da chi l’ha vissuto un periodo di splendore, di rinascita, momento internazionale della cultura italiana. Nasce il mito dell’Italia come culla dell’arte, terra di cultura per antonomasia. La civiltà rinascimentale, però, è complessa e come tale va considerata da diversi punti di vista. Il Medioevo ha una cultura organica: Giotto dipinge e Dante scrive, per tutti, per la salvezza di tutti. Ora il mondo non è più salvato dalla fede, bensì dalla cultura. Questa, però, non è partecipata, come nel Medioevo, ma è di élite: il Rinascimento resta così un fatto ideologico, una rivoluzione in verbis. Sarà Diderot, nella prefazione all’Encyclopédie, ad elogiare e trasformare il Rinascimento in rebus. Il comune entra in crisi, per eccesso di disordine: per ripristinare la pace si deve rinunciare alla libertà. Al regime di libera concorrenza si sostituisce il monopolio: il potere economico e di conseguenza quello politico passano nelle mani di poche famiglie. Istituiscono le Signorie, eliminando la concorrenza di mercato e il ricambio politico. Il nuovo regime fonda la sua essenza su una situazione elitaria, la corte, e monopolizza anche l’arte. È il buongusto, levigato, uniforme a dominare a corte. Anche l’opera dell’intellettuale ha essenzialmente carattere di omogeneità e di encomio nei confronti del proprio signore-committente, che lo gratifica dandogli dignità sociale e prestigio. Sente l’attività artistica la più elevata, così abbandona l’impegno politico, che ritiene degradante e spurio. Non si realizza quindi l’importante rapporto tra potere e cultura, anticipato dal grande imperatore Federico II, e a rimanere è una cultura disimpegnata. Nelle varie, frammentate corti si accentua via via la tendenza individualistica ad isolarsi dalla vita reale e dai problemi concreti. I signori tenteranno invano, tra l’indifferenza del popolo, di arginare le calate conquistatrici delle armi straniere – Sacco di Roma da parte dei barbarici Lanzichenecchi tedeschi inviati da Carlo V nel 1527. 4 Inutilmente Machiavelli mira ad illuminare i prìncipi, a guidarli nella creazione di uno Stato forte e vasto, capace di salvare l’Italia: è avvilita, lacera, corsa da un diluvio di armati, e lui la vuole libera e potente, rimedio alla malizia del mondo. Dal punto di vista economico, il Medioevo vive una fase di sviluppo, di cui Marco Polo è protagonista, quindi l’egemonia culturale italiana nel Duecento e nel Trecento è giustificata perché l’Italia gode di un’espansione superiore a livello europeo. Il Mediterraneo è area privilegiata nel commercio tra Occidente e Oriente, ma, quando i Turchi erodono l’impero bizantino, diventa difficile commerciare con l’Oriente. I mari non sono più sicuri e i mercanti italiani considerano rischiosi gli investimenti. Proprio quando l’Italia realizza la rivoluzione culturale che porta l’Europa fuori dal Medioevo, allo sviluppo succede il ristagno economico. Invece di effettuare reinvestimenti, impiegano i propri capitali in beni immobili e in beni
Roma in Campo dei Fiori – l’universo è infinito e Dio vi si identifica, per cui religione è riconoscere Dio ovunque. Il Rinascimento, dunque, vede sul rogo anche personaggi la cui colpa è difendere le proprie idee.