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in questi riassunti troverete un’ampia preparazione per un interrogazione di italiano
Tipologia: Sbobinature
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Contesto storico
Nel Quattrocento crollano i grandi poteri universali – Chiesa e Impero – mentre in Europa si affermano le monarchie nazionali di Inghilterra, Francia, Spagna e Portogallo. Questi Stati, grazie a un’amministrazione più efficiente e centralizzata, gettano le basi dello Stato moderno e di una coscienza nazionale fondata sull’identificazione tra sovrano e nazione.In Italia, invece, continua la frammentazione politica: la penisola resta divisa in numerosi Stati regionali (Milano, Venezia, Firenze, Stato Pontificio, Napoli) incapaci di unificarsi. La pace di Lodi (1454) porta solo una tregua temporanea, che finisce con la morte di Lorenzo il Magnifico (1492). Nel 1494 la discesa di Carlo VIII di Francia segna l’inizio delle guerre d’Italia e dell’ingerenza straniera, che culmina con il dominio spagnolo sancito dalla pace di Cateau-Cambrésis (1559).L’Italia, pur politicamente debole, vive un periodo di straordinario splendore culturale: il sacco di Roma (1527) e l’incoronazione di Carlo V (1530) simboleggiano la fine della libertà politica italiana e l’inizio della lunga dominazione straniera.L’Umanesimo nasce in questo contesto come un grande rinnovamento culturale e spirituale. Il termine deriva da studia humanitatis, cioè lo studio delle discipline letterarie e filosofiche che formano l’uomo. Gli umanisti, ispirandosi ai modelli dell’antichità classica e agli insegnamenti di Petrarca e Boccaccio, vogliono riscoprire i valori e la dignità dell’essere umano, liberandolo dai limiti imposti dal pensiero teologico medievale.Essi pongono l’uomo al centro dell’universo (antropocentrismo), riconoscendogli una fiducia assoluta nelle proprie capacità razionali e creative. L’uomo è visto come artefice del proprio destino e capace di conoscere e dominare la realtà attraverso la ragione e l’esperienza. La conoscenza non è più subordinata alla fede, ma diventa uno strumento per comprendere il mondo in modo laico e critico. Le discipline classiche – filosofia, storia, arte, letteratura – vengono rivalutate come mezzi per migliorare l’uomo e la società.L’Umanesimo, dunque, segna il passaggio da una visione teocentrica a una visione antropocentrica del mondo, aprendo la strada al Rinascimento e a una nuova idea di civiltà fondata sulla libertà del pensiero, sulla dignità dell’uomo e sulla fiducia nella ragione. gli umanisti mostrano un diverso atteggiamento rispetto alla mentalità medievale verso il mondo esterno e rivendicano il valore e la bellezza dell’esistenza terrena. L’uomo diventa protagonista di un universo liberato da angosciose preoccupazioni teologiche. Una vita felice è possibile anche sulla terra in modo ricco e bello secondo natura e non più come paura del diavolo. Una nuova morale esalta la bellezza giovanile come espressione dei sensi e autorizza il saggio a studiare, apprezzare e imitare l’armonia della natura.se nel medioevo il corpo era oggetto di disprezzo, adesso assistiamo a un capovolgimento della prospettiva: il piacere non solo non deve essere demonizzato, ma va esaltato come un elemento di realizzazione dell’individuo. La ricerca della felicità terrena però non esclude affatto la speranza di ottenere quella celeste e la fede religiosa può convivere con la sapienza insegnata dai filosofi antichi. L’individuo dell’umanesimo prosegue l’lungo l’obiettivo di una beatitudine serena che realizzi le gioie semplici della vita, pur esprimendo riflessioni sulla precarietà dell’esistenza. Nel suo trattato chiamato “de voluptate” Lorenzo Valla sostiene che la tendenza a piacere sia insita nell’essere umano e che i precetti della morale cristiana non siano in contraddizione con il desiderio della bellezza.Erasmo da Rotterdam inoltre sostiene la necessità di un rinnovamento radicale della coscienza cristiana. Di fatto è contro ogni dogmatismo e a favore di una condizione religiosa che si ponga come obiettivo la felicità e non il sacrificio e la privazione. In particolare Erasmo nel “eloggia della follia“ egli condanna la corruzione del clero e la religiosità ridotta a vuoto. L’umanesimo cristiano è quindi lontano dalle posizioni di ateismo, di fatto gli intellettuali dell’umanesimo rivendicano il valore di una nuova sensibilità poggiata su una concezione ottimistica della natura e sull’equilibrio tra razionalità e piacere. I valori del cristianesimo non sono dunque messi da parte bensì sono rinnovati e integrati con i principi dei filosofi classici.in particolare assume un ruolo centrale il pensiero di Platone. Di fatto la traduzione dell’intero corpus dei dialoghi di Platone ha determinato la nascita del neoplatonismo e al recupero del filosofo greco all’interno della prospettiva cristiana.si tratta di una filosofia che vede tutta la natura come una creazione necessaria ed eterna di un principio che viene identificato con il bene.per questa filosofia l’uomo, composto di corpo di anima, è il vero motore dell’universo ed è collocato al suo centro. Grazie a questa concezione si assisterà alla nascita dell’Accademia platonica di Firenze, cioè un cenacolo culturale fondato nel 1462. Durante questo periodo vediamo anche l’affermazione di valori nuovi non più legati ad abitudini e principi della vita cristiana.quindi si deve saper conciliare l’impegno che
l’individuo deve mettere in atto per migliorare se stesso e la partecipazione alla vita sociale.per riuscire a mettere in equilibrio Questi due elementi l’uomo dovrà comprendere che dovrà inseguire l’obiettivo della perfezione in relazione con il prossimo, nella propria comunità.un tema centrale nell’umanesimo è il conflitto tra virtù e fortuna già presente nell’opera di Boccaccio.l’ottimistica fiducia nelle capacità dell’individuo di determinare la propria sorte terrena non entra però in crisi: la volontà e la responsabilità del singolo sembrano ancora un valido modo per contrastare le disgrazie della vita.si tratta tuttavia di una prospettiva positiva destinata a non durare, la dialettica tra virtù e fortuna presenta infatti una progressiva complicazione. Ad esempio, nel Orlando furioso di Ludovico Ariosto l’universo dei personaggi è turbato dall’intreccio di relazioni e circostanze fortuite; il labirinto in cui ciascun cavaliere insegue invano il proprio desiderio diventa la metafora del laico pessimismo dell’autore, che sceglie di fare impazzire il proprio eroe per evidenziare la precarietà della vita di ogni individuo e il destino di smarrimento in una realtà imprevedibile e ingovernabile. di fatto questo dimostra l’impotenza dell’uomo dinanzi alla sorte.la passione degli umanisti per la classicità si riflette nell’addizione della lingua latina per la scrittura. Non va dimenticato che già Petrarca preferiva il latino al volgare e che si aspettava fame gloria eterna non dal canzoniere, bensì dalla produzione latina. Durante il Rinascimento, la questione della lingua da usare nella comunicazione letteraria è al centro di un grande dibattito generazionale a fronteggiarsi durante questo dibattito sono soprattutto tre proposte: quella cortigiana, quella fiorentina, e quella trecentesca. La prima cioè quella cortigiana prescrive il ricorso a una lingua varia, frutto della selezione delle parole più belle e Eleganti. La proposta fiorentina invece si fonda sull’utilizzo del fiorentino contemporaneo.a prevalere alla fine è la soluzione proposta da Pietro Bembo nella sua opera “prose della volgar lingua”: l’autore intende differenziare la lingua scritta da quella parlata. Da questo momento in poi con il successo della proposta presentata da Pietro Bembo si può cominciare a parlare di italiano e non più divulgare. È la lingua fiorentina parlata sarà ridotta a espressione locale eppure lo strumento di comunicazione.nei secoli successivi la letteratura alta sarà solo nell’italiano cristallizzato. Lo scritto è il parlato seguiranno 15 ciascuno il proprio corso: lo scritto sarà uniformato secondo degli ideali; il parlata invece sarà destinato a evolversi con l’uso comune è la comunicazione spontanea. I dialetti tuttavia non scompaiono dall’orizzonte letterario: essi sopravvivono e spesso con grande espressività restano ai margini del canone.
Il poema cavalleresco
Soprattutto in Toscana, nella seconda metà del trecento, il ciclo bretone e il ciclo carolingio cominciano a essere rielaborati in chiave popolare e recitate nella forma dei cantari , cioè narrazioni inversi basate sull’ottava cioè strofa di otto endecasillabi, accompagnate da musica.il pubblico semplice a cui cantare si rivolgono determina anche il superamento della motivazione etica che si trovava alla base del ciclo carolingio delle origini dedicato perlopiù alla nobiltà guerriera. In altri termini, mentre viene meno l’accento religioso, i paladini e i cavalieri si trasformarono i personaggi molto più umani toccati dalle passioni e da vicende tutt’altro che eroiche. Le trame dei cantari sono ripetitive e semplici basate su un susseguirsi di eventi avventurosi, talvolta comici e fantastici.in età umanistica anche il più raffinato ambiente delle corti signorili divenne interessato alle gesta dei cavalieri. Nonostante il concetto intellettuale verso un genere considerato minore, la materia cavalleresca riscuote un grande successo proprio nella corte politicamente ma anche culturalmente considerata di maggior prestigio, cioè quella dei medici. Dalla madre di Lorenzo de’ Medici, Lucrezia Tornabuoni, viene commissionato al poeta Luigi Pulci il poema “Morgante“. Secondo Lucrezia Tornabuoni l’autore doveva trattare di una rielaborazione in chiave religiosa delle imprese di Carlo Magno, Pulci si muove però in tutt’altra direzione.sullo sfondo della guerra il racconto delle avventure dei paladini si trasforma in una parodia del mondo cavalleresco. Il Morgante presenta infatti una lingua originale frutto della contaminazione di componenti colte e popolareschi grazie alla quale il poeta ironizza i valori troppo seri della civiltà umanista. Il poema cavalleresco assume delle caratteristiche diverse alla corte di Ferrara, presso la quale gli Estensi, i signori locali, coltivano il gusto delle storie cavalleresche in particolare quelle legate al ciclo bretone. In particolare, in questo caso si colloca la scrittura, dell’innamoramento di Orlando o l’Orlando innamorato, opera scritta da Matteo Maria Boiardo. In questo poema si trova una somma del ciclo carolingio, con i suoi eroismi, insieme a quello del ciclo bretone, da cui si riprendono gli elementi delle passioni amorose, avventure e incantesimi. In particolare è proprio il
aspettiamo. Ci troviamo in un quadro movimentato di fughe, inseguimenti e di imprese compiute dai paladini sia cristiani che pagani per conquistare la splendida Angelica figlia del re della Cina. ha complicato le circostanze troviamo due fontane dispensatrice di odio e d’amore: il cavaliere di turno può scoprirsi nemico di Angelica proprio mentre questa si innamora di lui e viceversa. In particolare è Orlando a essere folgorato dalla bellezza della principessa al punto da attaccar duello con uno dei suoi innumerevoli pretendenti, cioè Rinaldo.proprio a seguito delle continue distrazioni dei suoi campioni migliori, Carlo Magno promette Angelica a chi tra i due contendenti mostrerà maggior valore nell’imminente battaglia decisiva contro i saraceni che assediano Parigi. A questo punto il poema si interrompe ed è da qui che riprenderà Ariosto. Un posto a parte nell’intreccio è riservato alle avventure di Ruggero, un giovane guerriero pagano che si converte al cristianesimo, sposando Bradamante, eroe cristiana cugina di Orlando: dalla loro unione secondo la leggenda ha tratto origine alla casa d’Este.in tal modo Boiardo realizza un motivo encomiastico associando allo scopo di intrattenere il pubblico, anche quello di lusingarlo con un gratificando omaggio dinastico. Il complesso sviluppo di storie e duelli inganni e amore in realtà risponde all’intenzione dell’autore di raccontare con ironia e simpatia l’esuberanza giovanile dei suoi eroi. dunque, Boiardo decide di fondere gli argomenti tipici del ciclo carolingio (la virtù individuale, il coraggio dei protagonisti, lo sfondo della guerra tra cristiani e musulmani) con quelli che rimandano al ciclo bretone (amore, magia e avventura) in tal modo la facoltà di inventare nuove avventure, situazioni prima mai narrate si accresce infinitamente: Ariosto sfrutterà questa possibilità. Gli eroi di Boiardo possono praticare le virtù cavalleresche pur avendo abbandonato la religiosità che le premeva.anzi la sensibilità per l’amore e la passione li rende ancora più nobili rispetto al modello promosso dalle canzoni di Geste carolingia esclusivamente incentrate sulla devozione e sul valore militare. Del resto i cavalieri che si muovono sulla scena dell’Orlando innamorato sono di fatto uomini rinascimentali, padroni del proprio destino.quest’opera si fa portatrice di una visione del mondo ottimistica in cui l’uomo grazie alle sue virtù riesce sempre ad avere la meglio sui capricci della fortuna. Anche la forma come il contenuto e il risultato di una fusione: da una parte lo stile colto dei poemi in ottave, dall’altro quello popolare aperto a una sintassi molto semplice.
Ludovico Ariosto
Ludovica Ariosto nasce a Reggio Emilia nel 1474, frequenterà legge presso la facoltà dello studio di Ferrara tuttavia però abbandonerà gli studi per dedicarsi alle materie letterarie e classiche. Insomma, Ludovico preferisce lo studio della letteratura a quello della giurisprudenza a cui il padre lo aveva avviato.nel 1497 Ariosto entra ufficialmente al servizio del duca Ercole d’Este, diventando un uomo di corte. Nel 1500 muore il padre e lascia ad Ariosto come primogenito le cure della numerosa famiglia, così Ludovico intraprenderà la carriera militare: e nel 1503 entra al servizio del cardinale Ippolito d’Este. Da questo momento la vita di Ludovico sarà divisa tra due attività: quella di funzionario per il mantenimento della famiglia, e quella di poeta che lo impegna nella stesura di un’opera che sviluppa le vicende dell’Orlando innamorato del poema di Boiardo.nel 1513 Ludovico incontra a Firenze Alessandra Bellucci, moglie di Tito Strozzi , successivamente si innamorerà della donna e costei diventerà la sua musa: nel 1515 alla morte del marito intraprenderà una relazione con lei, ma potrà sposarla solo intorno al 1528 e in segreto. Nel 1516 esce la prima edizione dell’Orlando furioso, un poema cavalleresco in ottave che conosce subito un successo eccezionale in Italia in Europa. Durante la stesura del suo capolavoro Ariosto scrive inoltre le satire e quattro commedie. Nel 1518 dopo la morte del cardinale Ippolito d’Este, Ludovico è alla corte di Alfonso I d’Este duca di Ferrara.Alfonso è meno esigente e lascia Ariosto piuttosto libero. Dopo tre anni passati a governare con l’incarico di commissario Garfagnana Ariosto tornerà a Ferrara. Dove trascorrerà l’ultima parte della sua vita e morirà nel 1533. la sua opera è radicata nella Ferrara Estense quindi va collocata sullo sfondo di crisi drammatiche: crisi dell’epoca storica che investe l’Italia tra la fine del quattrocento e i primi decenni del nuovo secolo, e crisi dell’identità individuale. Ariosto si confronta cioè con una realtà dominata dalle incertezza ed esposta all’irrazionalità del caos in cui i valori non sono più chiari e riconoscibili e il poeta non riveste +1 ruolo di primo piano all’interno delle corti. Egli reagisce a tale crisi esaltando i valori della libertà e opponendo l’ironia al complicato labirinto della vita. Attraverso le avventure dei protagonisti della sua opera Ariosto realizza un modello letterario improntato sulla creatività e sul realismo: un realismo capace di guardare la realtà con occhio critico.in tal senso la letteratura per lui svolge
un compito fondamentale: fornisce uno strumento di conoscenza e di riflessione morale. Ariosto simboleggia appieno la crisi dell’intellettuale cortigiano che si adatta con sempre maggiori difficoltà a farsi cantore del signore da cui è pagato. Per lui la letteratura è, al contrario, esercizio libero e dignitoso.scrivere rappresenta il momento in cui l’uomo di corte rivendica e ricerca la possibilità di costruire qualcosa per sé. Nella seconda ottava dell’Orlando furioso possiamo trovare una dichiarazione d’amore: Ariosto afferma che tratterà nei versi del poema che narra, della follia passionale d’Orlando a meno che egli stesso non impazzisca del tutto per amore a causa di una donna, che egli assottiglia continuamente l’ingegno, questa è considerata una pubblica attestazione del sentimento provato per Alessandra Bonucci la presenza amorosa della sua vita.l’amore costituisce per Ariosto il luogo immaginario in cui si riconosce la propria contraddittorietà di uomo e di poeta che al tempo stesso conquista e perde se stesso: da un lato esse rischia di condurlo a una condizione non troppo diversa da quella in cui è precipitato Orlando, minacciando la stessa realizzazione dell’opera; dall’altro però offre materie di ispirazione costituendo uno dei principali motori della vicenda narrata. nei fallimenti dei cavalieri dell’Orlando furioso che invano tentano di raggiungere l’oggetto del desiderio, si capisce come l’amore sia perlopiù inseguimento inganno: chi vi cede in modo irrazionale finisce per allontanarsi dal vero. La stessa bellezza femminile si rivela spesso una trappola o un incantesimo.
L'Orlando furioso
L’Orlando furioso è un poema con una struttura labirintica nel quale le vicende principali si intrecciano a quelle secondarie. L’Orlando furioso è un poema in ottava endecasillabi che Ariosto inizia a comporre a partire dal 1504 e ne possediamo tre redazioni:
L’uso del volgare fiorentino presuppone un allargamento di pubblico se non a livello nazionale, almeno oltre i confini della corte del Ducato. All’Orlando furioso si possono accostare i cosiddetti “cinque canti” composti probabilmente tra la prima e la seconda edizione essi si formano su un argomento particolare della materia carolingia, il tradimento di Gano di Maganza al passo di Roncisvalle : nel 778 quando Carlo Magno attraversa i Pirenei di ritorno da una spedizione in Spagna contro i mori, la sua retroguardia, guidata da Orlando viene massacrata. I “cinque canti” non sono stati inseriti da Ariosto né nella seconda né nella terza edizione e rappresentano tuttora un problema insoluto della critica di Ariosto: per alcuni vanno letti come una parte del furioso; per altri invece come l’inizio di un nuovo poema. Il pubblico della corte degli Estensi a cui Ariosto si rivolge si era appassionato alle vicende di Orlando, conoscendo prima un Orlando che si era sviluppato più nel lato umano e passionale innamorandosi di Angelica, proprio da dove Boiardo aveva interrotto la sua narrazione nel canto del terzo libro, ottava 26 Ariosto riprende a raccontare le vicende di Orlando che appunto diventa pazzo per amore. Come già Boiardo, Ariosto si ricollega alle materie faringe (il personaggio di Orlando e l’epica cristiana di cui il paladino era protagonista) e alla materia bretone (la tematica amorosa, magica avventurosa) mi renda una fusione di questi due comportamenti. se l’Orlando è innamorato è una delle fonti principali di Ariosto, l’autore tende però contaminarla con diverse tradizioni, come ad esempio la lezione dell’epica classica. L’autore attraverso l’ironia denuncia il tramonto degli ideali cavallereschi fino ad allora celebrati.la trama del poema è piuttosto complessa è difficilmente riassumibile. La caratteristica principale dell’Orlando furioso è infatti una narrazione intricata ma sempre ricca di colpi di scena.tuttavia nell’opera è possibile individuare un argomento prevalente su sugli altri ed è possibile riconoscere tre filoni narrativi principali:
forza e debolezza — e li tratta con sorridente indulgenza.Un ruolo importante ha la fortuna, intesa come forza casuale e capricciosa che governa le vicende umane. Non esiste più una provvidenza divina: gli eventi sono mossi dal caso, e la ragione non basta a dominare la realtà, mutevole e imprevedibile. Questo riflette la crisi dell’uomo rinascimentale, smarrito davanti ai cambiamenti politici e culturali del tempo. Tuttavia Ariosto conserva fiducia nell’arte e nella ragione come strumenti per dare ordine al caos: nella creazione poetica, l’artista può rimediare alle sconfitte della vita, costruendo un universo armonico. Il Furioso è così anche una riflessione sulla letteratura come risarcimento e sulla possibilità umana di comprendere e disciplinare il disordine del mondo. La cavalleria, che in Boiardo rappresentava un ideale ancora vivo, in Ariosto è vista con disincanto e nostalgia: i valori cortesi e cavallereschi appaiono ormai tramontati, e il poeta li tratta con ironia. L’ironia è infatti la chiave di lettura dell’intero poema: Ariosto, da uomo del Rinascimento, osserva con sorriso e distacco il mondo dei paladini, che non sono più eroi epici ma uomini comuni, mossi da passioni e debolezze. A questa ironia si affianca lo straniamento, cioè lo sguardo critico che ribalta i valori tradizionali e induce il lettore a guardare la realtà con occhi nuovi. Il poeta mantiene sempre un atteggiamento laico: Dio è lontano, assente ma non negato, e i personaggi agiscono mossi solo da passioni terrene. Persino l’ascesa di Astolfo sulla Luna non rappresenta un percorso spirituale, ma un’avventura fantastica che conferma la natura immanente del mondo ariostesco.
Il poema è dunque espressione di una visione laica e antropocentrica, in cui l’uomo è al centro della realtà, libero ma fragile, vittima delle proprie passioni. L’universo ariostesco è dominato dal caso e dall’irrazionalità, ma governato dall’intelligenza dell’autore, che attraverso la struttura armonica e il controllo narrativo impone ordine al disordine. Lo stile di Ariosto è fluido e vario: alterna toni epici, elegiaci e comici, senza mai cadere nel tragico. La narrazione si fonda sulla tecnica dell’entrelacement, ossia l’intreccio continuo di episodi interrotti e ripresi, che crea un senso di simultaneità e di movimento incessante. Il narratore onnisciente guida con equilibrio le molte trame, dimostrando la fiducia rinascimentale nel potere dell’intelletto umano di dominare la complessità del reale. Infine, all’interno del poema compaiono anche novelle autonome, che illustrano vizi e virtù — come la gelosia, la fedeltà o l’inganno — e invitano il lettore a riflettere sui temi morali dell’opera.In sintesi, L’Orlando furioso è il ritratto di un mondo caotico e meraviglioso, in cui l’uomo, privo di certezze assolute, vaga inseguendo desideri e illusioni, ma trova nel sorriso, nella ragione e nella poesia l’unico modo per ricomporre l’armonia perduta.
Niccolò Machiavelli
Nicolò Machiavelli nasce a Firenze nel 1469 da una famiglia borghese e riceverà dal padre avvocato una buona educazione umanistica. Nel giugno del 1498. Nicolò comincia la sua carriera politica ed assume il ruolo di segretario della seconda cancelleria dell’Repubblica che si occupava degli affari interni della città in quest’anni gli interessi di Machiavelli sono chiari, cioè la diplomazia e l’esercito ambiti fondamentali della sua futura elaborazione della scienza politica. Nel 1506 fonda i “nove ufficiali dell’ordinanza e della milizia fiorentina “un organismo che ristruttura le milizie della città. In quel periodo il governo repubblicano è minacciato su più fronti: all’interno dove non mancano gli oppositori, all’esterno dove preoccupano le mire espansionistiche di Venezia e dello Stato della chiesa. Nel 1507 riceve da Soderini, governatore del governo repubblicano, il compito di predisporre la leva per la formazione di un esercito cittadino. Repentino, com’era stata la sua ascesa, e però anche la sua caduta. A Firenze infatti per volere della lega santa, i medici tornano al potere nel 1512. È il cardinale Giovanni de’ Medici che con l’aiuto delle truppe spagnole entra in città dopo aver vinto la debole resistenza dell’esercito repubblicano. Per qualche settimana Niccolò spera di essere ancora una voce ascoltata ma nel novembre del 1512 viene rimosso dall’incarico di segretario e condannato all’esilio. La presenza del suo nome in una lista di possibili partecipanti a una congiura contro i medici ne aggrava poi la posizione.viene imprigionato e torturato e poi viene messo in libertà nel marzo del 1513. I primi mesi di esclusione dalla vita politica determinano i Machiavelli un desiderio di dare valore universale alla meditazione sulla politica.da una lettera a Francesco vettori del 10 dicembre 1513 sappiamo che Nicolò ha terminato di scrivere: il principe, per la cui stesura ha interrotto
un’altra opera a cui lavora da mesi cioè i discorsi sopra la prima deca di Tito Livio che riprenderà in seguito.nel 1516 successivamente Machiavelli potrà tornare a Firenze. Nel 1519 Machiavelli viene assunto allo studio di Firenze e l’anno dopo riceve l’incarico del cardinale Giulio de’ Medici di comporre un’opera storica su Firenze. Di fatto la stesura di quest’opera segnala per l’autore la fine dell’ostilità dei medici nei suoi confronti. Successivamente nel 1518 scriverà la sua prima commedia, cioè la mandragola. Il governo signorile intanto è rovesciato e viene nuovamente restaurata la Repubblica. Machiavelli, accusato di essersi compromesso con i medici viene questa volta definitivamente escluso da ogni carica politica. Nicolò Machiavelli morirà il 21 giugno 1527.
Niccolò Machiavelli, con le sue opere — in particolare Il Principe e i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio — si propone di offrire una riflessione politica pratica e concreta, nata dalla crisi dell’Italia del suo tempo, divisa in piccoli Stati deboli e soggetta al dominio straniero. Il suo obiettivo è fornire strumenti utili per superare tale situazione, ponendo le basi per la nascita di uno Stato forte, unitario e indipendente.Tuttavia, la sua opera non ha solo un valore pratico ma anche teorico: Machiavelli è infatti il fondatore della scienza politica moderna, intesa come disciplina autonoma, separata da morale e religione. Egli osserva la realtà in modo realistico ed empirico, basandosi sull’esperienza e sulla conoscenza della storia, convinto che dalle vicende passate si possano trarre insegnamenti utili per il presente. Per lui la storia è maestra di vita (magistra vitae), perché la natura umana resta immutabile nel tempo: gli uomini, mossi sempre dagli stessi “appetiti” e ambizioni, ripetono ciclicamente gli stessi comportamenti.Da questa concezione deriva il principio dell’imitazione del passato, tipico della cultura umanistica. Tuttavia, Machiavelli sostiene che l’imitazione non deve essere passiva o astratta, ma attiva e selettiva: bisogna adattare le esperienze antiche alle condizioni concrete del presente, per trarne strumenti di rinnovamento politico e civile.Quanto alle forme di governo, Machiavelli non ne propone una perfetta in assoluto. Nei Discorsi mostra preferenza per la repubblica, perché più adatta a coinvolgere il popolo e a garantire libertà e partecipazione. Tuttavia, quando la corruzione è troppo diffusa — come nell’Italia del suo tempo — solo un principe forte e indipendente può restaurare l’ordine e la stabilità.Il suo pensiero politico è laico e realistico: Machiavelli separa nettamente politica e morale. Ciò che conta non è il bene o il male in senso etico, ma l’efficacia dell’azione e la capacità di conseguire il fine dello Stato. In questo modo, egli fonda una visione rivoluzionaria della politica come scienza autonoma, basata su leggi proprie e sull’osservazione dei fatti concreti.Al centro della sua riflessione c’è una visione pessimistica della natura umana: gli uomini sono per natura egoisti, ambiziosi, invidiosi e pronti a tradire per interesse personale. Questo pessimismo lo distingue dall’ottimismo umanistico, che esaltava la razionalità e la bontà dell’uomo. Anche nella commedia La Mandragola, Machiavelli rappresenta un mondo dominato da inganni, corruzione e ipocrisia, dove il tornaconto personale prevale sempre.Tuttavia, nonostante questa visione amara, Machiavelli conserva un certo ottimismo nell’individuo: crede nella capacità del singolo di affrontare le difficoltà con intelligenza, forza e determinazione. Da qui nasce il celebre concetto di virtù, intesa non come virtù morale ma come energia, coraggio e capacità di agire in modo efficace, sfruttando le occasioni offerte dalla fortuna.La fortuna, per Machiavelli, non è la Provvidenza divina ma il caso, il destino mutevole che può favorire o ostacolare l’uomo. Tuttavia, grazie alla virtù, il politico capace può dominarla almeno in parte, imponendo la propria volontà sugli eventi.In sintesi, Machiavelli è il primo a concepire la politica come scienza autonoma, fondata sull’osservazione della realtà e sull’efficacia dell’azione. La sua riflessione unisce l’insegnamento della storia, la fiducia nella forza dell’individuo e un lucido realismo che lo rende uno dei pensatori più moderni e influenti di tutta la tradizione occidentale.
Il principe
Il principe è un libro breve che Machiavelli considerava un vero e proprio trattato politico.la composizione di quest’opera è tuttora oggetto di varie critiche.inizialmente l’opera doveva essere indirizzata a Giuliano de’ Medici, ma dopo la sua morte fu dedicata a Lorenzo di Piero de’ Medici, nipote di Lorenzo, il magnifico. L’argomento è la dedica ai medici sono importanti per capire le finalità con le quali il trattato viene composto: Machiavelli intende mettere a frutto tutte le esperienze degli anni precedenti sia quelli del politico, protagonista in prima persona delle scene fiorentine di inizio cinquecento, sia quello dello studioso,
L’azione si giudica dai suoi effetti, non dalle sue intenzioni: “accusandolo il fatto, lo effetto lo scusi”.Il pensiero di Machiavelli non è però freddo o distaccato: dietro la sua analisi rigorosa si nasconde la passione di un uomo impegnato nella sua epoca, profondamente consapevole della crisi dell’Italia del Cinquecento, divisa e sottomessa alle potenze straniere. Da funzionario e osservatore diretto della politica fiorentina, egli elabora una riflessione militante, volta non solo a comprendere, ma anche a trasformare la realtà.Nel celebre capitolo finale del Principe, Machiavelli invita i Medici a farsi promotori dell’unità nazionale e a liberare l’Italia dagli stranieri. È un appello che unisce realismo e utopia: pur consapevole della difficoltà dell’impresa, egli crede che la crisi possa essere l’occasione per la nascita di un “principe nuovo”, capace di riscattare la nazione.In sintesi, Machiavelli inaugura la politica moderna, intesa come ambito autonomo fondato sulla conoscenza dei fatti e sulla razionalità dell’azione. La sua opera non è solo un manuale di potere, ma un manifesto di impegno civile, che vuole scuotere l’Italia dalla decadenza e restituirle dignità e libertà attraverso la forza della virtù e della volontà umana.
La mandragola
La Mandragola, scritta quasi certamente nei primi mesi del 1518, è unanimemente considerata il capolavoro del teatro comico del Cinquecento italiano. Tuttavia, il comico qui riguarda solo il tema: sulla scena si muove un’umanità bassa e volgare, descritta da Machiavelli nella sua cinica immoralità, senza alcuna intenzione di far ridere. Se il riso c’è, nasce non da un’esplosione liberatoria di divertimento, ma dall’amaro sarcasmo con cui l’autore invita a riflettere sull’ipocrisia che guida i comportamenti umani.Per la natura riflessiva dell’opera, è evidente l’influenza del commediografo latino Terenzio, di cui Machiavelli aveva tradotto l’Andria, più interessato a illuminare i tipi umani che a creare situazioni comiche. Non manca però nella commedia il gusto della beffa e dello sberleffo ai danni dello sciocco o del credulone, in una tradizione toscana che trova in Boccaccio il suo interprete più famoso e continua nelle forme più ludiche dell’Umanesimo mediceo, da Pulci a Lorenzo de’ Medici.La vicenda, sviluppata in cinque atti secondo i canoni classici e ambientata a Firenze, vede il vecchio e sciocco messer Nicia sposato con la bella e virtuosa Lucrezia. A innamorarsi di lei è il giovane Callimaco, che, grazie ai suggerimenti del parassita Ligurio, architetta un inganno per conquistare la donna. Poiché i due sposi non riescono ad avere figli, Callimaco, fingendosi medico e sfruttando la dabbenaggine di Nicia, propone un rimedio a base di mandragola, che però comporta la drammatica controindicazione che il primo uomo che giacerà con Lucrezia morirà. Per ovviare al problema, basta che un «garzonaccio» preso a caso per la strada giaccia prima di lui con la donna: questo «garzonaccio» è lo stesso Callimaco, che può così realizzare il suo desiderio. Lucrezia, riluttante all’inizio, viene convinta dalla madre Sostrata e dall’assoluzione preventiva del confessore fra’ Timoteo; alla fine, scoperta la verità, accoglie Callimaco sotto il suo tetto e decide di averlo come amante permanente: «E quel che ‘l mio marito ha voluto per una sera voglio ch’egli abbia sempre».Nel gioco delle parti, è difficile salvare qualcuno. Ogni personaggio insegue uno scopo e non esita a servirsi dei più abietti stratagemmi. Alcuni critici ritengono che solo Lucrezia rimanga indenne: seppur passiva e manipolabile, dimostra una notevole capacità di adattamento alle circostanze, passando dalla difesa dei propri principi alla scelta consapevole di cedere e riscoprire il piacere dei sensi. Mostrando duttilità di fronte alla fortuna, Lucrezia può essere letta come incarnazione del modello di “virtù” che Machiavelli esalta nelle opere politiche.La lingua dei personaggi rispecchia la soluzione teorica dell’autore: il fiorentino vivo, parlato e vernacolare. Ogni personaggio ha un’espressività coerente con la propria personalità: Ligurio parla con allusioni, battute e doppi sensi tipici dell’astuto; Nicia ricorre a luoghi comuni, segnando la sua mediocrità; Callimaco e Lucrezia riflettono rispettivamente l’irruenza giovanile e la compostezza seria. Linguisticamente più interessante è fra’ Timoteo, la cui prosa ricca di malizia e tendenziosità ne fa un vero e proprio cinico artista della parola, piegata con scaltrezza ai propri interessi.
Manierismo e controriforma
l'influenza della Controriforma sulla cultura del tardo Cinquecento, un periodo segnato da un irrigidimento dottrinale e dalla censura ecclesiastica che limitarono significativamente la libertà intellettuale e promossero un'adesione rigorosa al conformismo religioso. Questo clima oppressivo non impedì a figure
audaci come Giordano Bruno di sfidare l'ortodossia dominante, aprendo così nuove prospettive nel campo scientifico e filosofico.il concetto di "nicodemismo", una forma di dissenso celato adottata da coloro che esprimevano pubblicamente adesione alle dottrine ufficiali pur mantenendo segretamente le proprie convinzioni non conformi. Esplora, inoltre, il "tacitismo", una strategia intellettuale utilizzata per armonizzare le esigenze della politica con i principi della morale religiosa in un'epoca di forti tensioni. il Manierismo come una fase di transizione cruciale tra il Rinascimento e il Barocco. Questa corrente artistica si distingue per la rottura con l'armonia classica, privilegiando l'accentuazione della drammaticità, la complessità formale e l'artificio nell'espressione artistica.Nel periodo della Controriforma, emerge un forte senso di malessere e disorientamento. L'imposizione di un "ritorno all'ordine" soffoca l'espressione artistica e intellettuale, portando a un disagio profondo e a una percezione della vanità delle cose umane.La figura di Torquato Tasso incarna questo conflitto. La sua vita e le sue opere sono segnate dall'irrequietezza e dalla follia, riflettendo le contraddizioni e lo smarrimento di un'intera epoca. Le imposizioni controriformistiche cercano di cristallizzare la realtà, ma questa tende a frantumarsi, diventando soggettiva e variabile.Gli intellettuali di questo periodo sono tormentati da conflitti interiori, segnati da contrasti insanabili e da un angoscioso senso del limite e del peccato. Questo si traduce in deformazioni nelle opere artistiche e letterarie, con una rinuncia al decoro rinascimentale.Si fa strada un irrazionale, con il gusto dell'orrido e del macabro che pervade la produzione tragica e novellistica. I paesaggi diventano lunari e si ricerca l'inusuale. L'elemento avventuroso e un esasperato individualismo caratterizzano il genere biografico.Il conflitto tra l'Io e la realtà si manifesta in vari modi: aggressività, paura e soprattutto malinconia, derivata dall'incapacità di conciliare la tensione istintiva con il rigore religioso imposto.Nel Cinquecento, si assiste a una fioritura della biografia e dell'autobiografia. Questo genere letterario riflette le esperienze di personalità bizzarre, insofferenti all'autorità e consapevoli del proprio talento, spesso con tratti narcisistici. Emerge la figura del genio solitario, incapace di trovare un punto di appoggio stabile.Lo stile diventa uno specchio dell'anima, riflettendo la sensibilità e la vita interiore degli autori. Si abbandonano la misura e la compostezza rinascimentali, affermando una scrittura libera da ogni condizionamento. Si ricerca un effetto stravagante e sorprendente, sfruttando al massimo le possibilità offerte dalla tecnica.Trionfano i toni patetici e sentimentali, con una tensione "espressionistica" che porta alla deformazione e a soluzioni bizzarre. Si accumulano figure retoriche, invenzioni e combinazioni mirabolanti, che preludono alla poetica del meraviglioso tipica del Barocco.
Torquato Tasso
Torquato Tasso nacque a Sorrento nel 1544 da madre napoletana e da padre bergamasco, Bernardo, uomo colto e cortigiano al servizio di diversi principi italiani. Dopo la morte della madre nel 1556, seguì il padre nei frequenti spostamenti tra Salerno, Napoli, Roma, Bergamo, Urbino e Venezia, sviluppando fin da giovane una forte passione per la letteratura e tentando di emulare l’attività poetica del padre, impegnato nella composizione dell’“Amadigi”. Inizia a scrivere giovanissimo, componendo il poema “Gierusalemme”, poi interrotto, e pubblicando a diciotto anni il “Rinaldo” (1562). Studia legge a Padova e frequenta l’Università di Bologna, dove è costretto a fuggire a causa di una satira contro studenti e professori. In questo periodo sviluppa la sua produzione lirica, ispirata a figure come Lucrezia Bendidio e Laura Peperara. Nel 1565 Tasso si stabilisce a Ferrara presso il cardinale Luigi d’Este e entra nelle grazie della corte estense, in particolare delle sorelle del duca Alfonso II. La sua posizione di gentiluomo gli garantisce privilegi e una lauta retribuzione, oltre alla possibilità di dedicarsi completamente agli studi e alla poesia, senza altri obblighi, vivendo quella vita ideale che aveva sempre sognato. Gli anni ferraresi sono inizialmente sereni e produttivi, ma presto cominciano invidie e sospetti da parte di altri poeti e cortigiani, specialmente dopo il successo della favola pastorale “Aminta” (1573). All’inizio del 1575 Tasso completa la prima stesura del poema eroico sulla prima crociata, il futuro “Gerusalemme liberata”, allora intitolato “Goffredo”. La sua ossessione per la perfezione e la conformità religiosa dell’opera gradualmente compromette il suo equilibrio psichico: sviluppa paranoie, timori di eresia e allucinazioni. Nel 1577, credendosi spiato, accoltella un servo e viene rinchiuso in un monastero, da cui fugge iniziando un lungo pellegrinaggio inquieto per l’Italia. Dopo vari viaggi e soggiorni, ritorna a Ferrara nel 1579, dove il duca Alfonso lo fa rinchiudere nell’Ospedale di Sant’Anna, mettendolo in catene. Tasso rimane prigioniero per