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Firenze repubblicana, fino alla fine del XIV e inizio del XV secolo, svolse il ruolo di culla e centro di diffusione della cultura umanistica. Nel corso del Quattrocento, la cultura umanistico-rinascimentale si diffuse nel resto della penisola, soprattutto nel vivace policentrismo delle corti signorili del Centro-Nord, che avevano ereditato dalla stagione comunale un modello toscano di cultura, reinterpretandolo secondo le proprie peculiarità.
L’area padana si rivelò particolarmente feconda grazie alle floride condizioni socio-economiche. A Milano, il primo duca “rinascimentale” fu Francesco Sforza, imitato poi da Ludovico il Moro, alla cui corte lavorò anche Leonardo da Vinci. Tra le capitali culturali emersero Mantova dei Gonzaga, dove visse e lavorò Andrea Mantegna, e Ferrara degli Este, che sviluppò una propria scuola pittorica e divenne nucleo di una persistente cultura cavalleresca. Rimini dei Malatesta conobbe un momento di grande splendore sotto Sigismondo Malatesta, mentre Venezia, all’apice della sua potenza, trovò nell’arte figurativa la sua principale espressione, con artisti come Giovanni Bellini, Vittore Carpaccio, Giorgione e Tiziano.
Nell’Italia centrale, oltre a Firenze, la città più vivace fu Urbino, capitale dei Montefeltro. In area meridionale, Napoli visse la sua migliore stagione sotto Alfonso V d’Aragona. A Roma, la capitale della cristianità iniziò a sentire l’influsso della cultura rinascimentale a partire dal pontificato di Niccolò V, promotore dei primi progetti di riassetto urbanistico. Successivi pontefici patrocinarono opere di artisti e letterati: verso la fine del secolo la città rivaleggiò con Firenze, grazie a figure come Donato Bramante, Raffaello Sanzio e Michelangelo Buonarroti, protagonisti della grande epoca d’oro della civiltà romana nei primi decenni del Cinquecento.
L’ingresso nel pieno Rinascimento, tra XV e XVI secolo, fu favorito dalla formazione della società di corte. Fino alla prima metà del Quattrocento, l’entourage dei sovrani era limitato al personale amministrativo necessario. A partire dalla seconda metà del XV secolo, i principi iniziarono ad ospitare una nutrita comunità di nobili, il cui unico compito era dare lustro alla figura del signore attraverso la propria presenza, insieme ad artisti, letterati e intellettuali. In questo modo, il principe legava a sé l’artista e controllava gli umori, ma al contempo, con la presenza di personalità di spicco sul piano artistico e culturale, auto celebrava la propria grandezza e magnificenza.
Essere al vertice di una corte sfarzosa e brillante non era solo prestigio formale, ma un modo per legittimare il potere. Il mecenatismo favorì lo sviluppo e la promozione delle arti figurative, architettoniche e urbanistiche: la corte divenne teatro di feste, ricevimenti, tornei e spettacoli, dove il principe rappresentava la propria autorità (come le scenografie di Leonardo alla corte di Ludovico il Moro a Milano). Si sviluppò una competizione tra le corti per realizzazioni imponenti e costose, e tra gli artisti stessi. Il cerimoniale divenne sempre più complesso. Opere come il Cortegiano di Baldassarre Castiglione (ambientato alla corte di Urbino) definirono i codici di comportamento raffinati e distinti per la società di corte, che all’inizio del Cinquecento divenne un modello esclusivo esportato in tutta Europa.
In pochi decenni il Rinascimento divenne fenomeno europeo, grazie a legami di parentela tra corti italiane e nobiltà continentale, alla mobilità di letterati e artisti, e ai viaggi in Italia per studiare i modelli italiani (considerati superiori). Grandi maestri stranieri operarono in Italia, come a Borgogna sotto Filippo il Buono (con Rogier van der Weyden, Jan van Eyck), in area tedesca (Albrecht Dürer, Hans Holbein, Lucas Cranach), in Francia (Francesco I ospitò Leonardo da Vinci, Benvenuto Cellini, Rosso Fiorentino a Fontainebleau), e in Inghilterra (Enrico VIII sostenne studi all’italiana, con figure come Erasmo da Rotterdam e Thomas More). Il modello italiano divenne presto patrimonio comune europeo.