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riassunto capitolo 3 libro valutazione d'azienda
Tipologia: Sintesi del corso
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3.1 Considerazioni sull’applicabilità dei metodi diretti
I metodi di valutazione delle aziende in sede di prima impostazione del problema, si possono distinguere in
METODI DIRETTI E CONDIZIONI DI APPLICABILITA’ PER LA VALUTAZIONE DEL CAPITALE CONOMICO DI UN’AZIENDA
limiti di tale approccio: sono evidenti quando si considera che il trasferimento di un complesso aziendale costituisca un accadimento economico a se stante e ciò in quanto sono diverse ogni volta non solo le coordinazioni economico –tecniche dell’impresa, ma anche i fini per cui la valutazione viene effettuata, le aspettative degli acquirenti, le condizioni soggettive di valutazione.
andamento economico dell’impresa con titoli quotati e i rispettivi prezzi azionari. Sul tema si confrontano :
Gli economisti che sostengono posizioni deterministiche assumono esplicitamente o implicitamente una serie di ipotesi limitative, simili a quelli postulate in una situazione di concorrenza perfetta:-
In realtà, in particolare quella della borsa italiana appare ben lungi dal vedere realizzate quelle ipotesi: si registra infatti:
Esaminando in un’ottica economico aziendale la composizione del capitale proprio delle società quotate si sono potute evidenziare 3 tipologie di azionisti:
Dopo questa classificazione possiamo dire che IL FLOTTANTE è costituito dagli azionisti speculatori( che si interessano poco di quell’andamento), o al più dagli azionisti risparmiatori(che non dispongono integralmente di quei dati) , cioè proprio da quei gruppi di interesse che si trovano nelle condizioni meno idonee per stimare l’effettivo andamento dell’impresa o la sua redditività prospettica. In conclusione possiamo affermare che i metodi diretti ed in particolare il valore di borsa delle azioni, non possano essere assunti a valido fondamento per la stima del capitale economico di un’azienda in quanto appaioni censurabili sotto il profilo:
(P/k) - è il moltiplicatore di mercato di un campione di imprese simili per caratteristiche qualitative/ quantitative simili a quella oggetto di valutazione, costruito ponendo a rapporto il prezzo di mercato di tali imprese ( ) con la stessa grandezza impiegata nel moltiplicatore dell’impresa valutanda ( )
Da tale formula mediante successivi passaggi algebrici si ottiene che : ….
L’applicazione di tale formula comporta la necessità di stimare:
Una volta identificato il campione di imprese similari a quelle oggetto di valutazione, occorre scegliere il denominatore del moltiplicatore( ) che si reputa più idoneo ai fini della stima del valore economico dell’azienda valutanda. Come è noto il numeratore dei ratio impiegati nella valutazione delle aziende secondo il cd. Equità approach to valutation è sempre costituito dal prezzo di mercato delle imprese facenti parte del campione. A tal riguardo sono molteplici le grandezze ( ) utilizzabili come denominatore del moltiplicatore di mercato( reddito netto, operativo,flusso di cassa….). l’impiego di ciascuna grandezza dà luogo alla definizione di una ratio diverso. I moltiplicatori più usati sono:
Il rapporto (P/E) è quello è più utilizzato soprattutto a motivo della facilità di reperimento dei dati utili, sconta dei gravi limiti riconducibili essenzialmente alla natura astratta del reddito di esercizio, quantità che varia in funzione di ipotesi e congetture. Da ciò deriva che il (P/E) è sensibilmente influenzato dalle scelte operate dagli amministratori in sede di valutazione delle poste di bilancio.
È da sottolinea re che nell’ipotesi in cui il campione di imprese assimilabili a quella oggetto di valutazione sia formato da aziende operanti in paesi aventi ordinamenti contabili differenti si pone l’ulteriore problema che i P/ E delle imprese del campione potrebbero essere differenti per il solo fatto che i criteri di valutazione previsti nei paesi di appartenenza sono tra loro difformi. È per tali ragioni che il rapporto P/E viene sempre più spesso
sostituito dal rapporto tra il prezzo di mercato e l’ EBITD, ovvero dall’EBITDA, grandezze che a differenza del reddito netto subiscono in misura assai minore l’influenza delle valutazioni di bilancio e non sono afflitte dalla questione della diversità dei regimi impositivi esistenti nei diversi paesi.
Il rapporto P/CF che non presenta le problematiche connesse alla valutazione del reddito di P/E risente tuttavia del fatto che di solito i flussi di cassa presentano una variabilità più accentuata dei redditi,sicchè si può commettere più facilmente l’errore di scegliere valori del cash flow non rappresentativi dell’andamento medio normale. Per quanto attiene al P/BV la ratio presenta i medesimi limiti connessi al P/E in considerazione del fatto che il patrimonio netto ricomprende anche l’utile di esercizio e indirettamente riflette tutte le valutazioni di bilancio degli amministratori. L ‘impossibilità di esprimere una preferenza per l’uno o per altro ratio analizzati, pone il problema di scegliere tra i diversi moltiplicatori disponibili ( P/E,P/CF… ) quello che appare più idoneo ai fini valutativi , naturalmente tale scelta dovrà essere fondata su un criterio che sia il più obiettivo possibile; a tal proposito il moltiplicatore prescelto sarà quello che presenta il coefficiente di variazione minore, altri segnalano l’indice relativo di variabilità come lo strumento più idoneo per effettuare una scelta obiettiva del moltiplicatore utile ai fini della valutazione. Si sostiene che il moltiplicatore individuato dovrebbe essere opportunamente rettificato per tenere conto da un parte dell’eventuale minore liquidità dei titoli dell’azienda target ( per definizione non quotata)rispetto al campione di impresa quotate; d’altra parte del fatto che i prezzi di borsa incorporano in sé implicitamente uno sconto di minoranza ( per cui il moltiplicatore andrebbe incrementato per scorporare l’effetto di tale sconto). Una volta definiti gli aspetti relativi alla definizione del campione di aziende simili a quella oggetto di valutazione ed alla stima del moltiplicatore di mercato,occorre soffermarsi sulle modalità estintive della grandezza kt. In proposito va precisato che il fatto che kt sia rappresentato dal reddito netto, dal flusso di cassa o dal patrimonio netto, oppure da altra grandezza ritenuta idonea ad esprimere il valore dell’impresa valutanda, dipenderà dalle scelte operate in sede di individuazione del moltiplicatore.
Dove ai simboli noti si aggiunge VBA, valore dei beni accessori che va sommato al valore risultante dal prodotto tra il price/earning del campione ed il reddito netto medio normale atteso afferente all’attività caratteristica dell’azienda per poter calcolare il valore dell’azienda target.
Anche in questo caso, i valori di flusso si riferiscono ad un arso temporale di almeno 10/15 anni. Il valore economico del’impresa sarà pari a:
. il firm value /earning before interests and taxes (FV/EBIT) ove la grandezza Ks è rappresentata margine operativo netto;
Il firm value/earning before interests, taxes,depreciation and amortization (FV/EBITDA) dove il denominatore è costituito dal margine operativo lordo
3.3 i prezzi di borsa riflettono i fondamentali delle aziende quotate? Un’analisi comparata dei mercati azionari bancari
I mercati efficienti dei capitali: un aspetto di particolare interesse attiene all’analisi di efficienza dei mercati di capitali. I maggiori studi hanno ad oggetto il concetto di efficienza informativa dei mercati, che si verifica nel momento in cui i prezzi riflettono completamente ed istantaneamente tutte le informazioni rilevanti disponibili e sono quindi ottimi indicatori per la scelta dei progetti di investimento. Un rilevante contributo deriva da Fama, il quale ammette che condizioni sufficienti ma non necessarie affinchè un mercato sia informativamente efficiente sono:
Individuiamo 3 forme di efficienza :
Il FAMA nell’identificare tali species presuppone che i rendimenti eccedenti quelli attesi sono nulli. Le ricerche del Fama si fondano su alcune verifiche empiriche:
a. i rendimenti eccedenti quelli medi di mercato dimostrano di essere significativamente positiv
b. se tali extra-profitti si esauriscono rapidamente nel periodo immediatamente successivo a quello di diffusione della notizia stessa.
Salvo alcune eccezioni, da alcune verifiche empiriche è possibile affermare che i mercati dei capitali sono caratterizzati da efficienza semi-forte. Specifiche evidenze hanno determinato la non accoglibilità dell’efficienza i forma forte : in particolar modo il fenomeno dell’insider trading ha dimostrato che l’utilizzo di informazioni riservate permette di battere il mercato e di ottenere rendimento extra-normali. Il Fama in ogni caso nel comprovare la sua teoria ha affermato che il mercato è informativamente inefficiente solo rispetto a pochi casi di informazione. Rubistein e Latham hanno ampliato la definizione di efficienza di mercato. secondo tali autori, il mercato è efficiente con riferimento ad una informazione se questa non causa non causa alcun aggiustamento in portafoglio.
Critiche teoria FAMA: Fondamentale è il contributo di Grossman e Stiglitz i quali sostengono che le condizioni ritenute dal FAMA sufficienti per garantire l’efficienza informativa sono invece necessarie; essi inoltre negano la possibilità di strong form efficiency. Il punto di analisi consiste nell’introdurre tra i fattori determinanti delle funzioni di domanda e offerta, il cosiddetto noise, una componente puramente casuale della domanda e dell’offerta di azioni che viene ad aggiungersi all’influenza esercitata dagli operatori , che possono sud diversi in due categorie: informati e non informati. I due economisti dimostrano che l’imperfetta efficienza informativa è un prezzo necessario per garantire l’esistenza del mercato: se non ci fosse il noise i mercati tenderebbero a scomparire per mancanza di negoziazioni, poiché nessun operatore penserebbe di migliorare la sua situazione tramite lo scambio.
3.3.3 l’efficienza dei mercati azionari bancari: L’analisi si propone di testare in termini econometrici la maggiore o minore efficienza valutativa dei mercati bancari italiani ed esteri. Tale studio si propone di individuare spunti di riflessione sulla capacità dei prezzi di mercato di riflettere i fondamentali delle banche quotate. L’ipotesi chiave sulla quale si focalizza la ricerca è la seguente: se un mercato è efficiente esiste un elevato grado di correlazione tra il prezzo delle imprese che vi operano e alcuni ratios che esprimono l’assetto dell’azienda in termini di dimensione, produttività,grado di indebitamento, redditività del capitale proprio e variabilità dei rendimenti rispetto al mercato. La variabile dipendente è rappresentata dal quoziente PRICE/ BOOK VALUE , cioè dal rapporto tra prezzo di una azione ed il suo valore contabile. Tale indice consente di individuare il premio che gli investitori sono disposti a pagare per acquisire una quota del capitale societario. Le variabili indipendenti sono rappresentate dai seguenti indicatori:
Poiché oggetto dell’indagine è l’efficienza del mercato bancario, è stato selezionato il settore creditizio e dal suo interno sono stati considerati i seguenti paesi: ITALIA, SPAGNA, GERMANIA, STATI UNITI E GIAPPONE. In particolare l’analisi ha per oggetto tutte le quotazioni rilevate dalla Reuters sui mercati principali riguardanti azioni di tipo ordinario. I campioni in assoluto più numerosi sono risultati quelli giapponesi e statunitensi, il minor numero di quotazioni è stato individuato nei mercati tedeschi e spagnoli. Le variabili da sottoporre al test
3.4.2 cosa insegnano la crisi di inizio del XXI secolo: le due recenti crisi dei mercati finanziari hanno riproposto in maniera significativa il tema dell’efficienza in senso valutativo dei mercati, ponendo fra gli altri 2 interrogativi:
- le bolle sono prevedibili e gestibili?? - la distanza fra i risultati derivanti da una analisi di valore basata sui fondamentali e le quotazioni di mercato possono dare informazioni utili per rispondere al primo quesito??
le due recenti crisi si collocano in un periodo di politica monetaria espansiva, di bassi tassi di interesse e di moderate aspettative di inflazione. In questo periodo tanto la decisa sopravvalutazione delle quotazioni azionarie, quanto la rilevante sottovalutazione del rischio di credito negli strumenti di finanza strutturata hanno dato origine a effetti contagio e propagazione della crisi che inizialmente ha toccato settori affini e successivamente è divenuta globale. La prima crisi ha provocato il crollo di tutto il mercato azionario e si è trasferita al mercato del credito con un deciso rialzo dei credit spread e successivamente ha prodotto una sequenza qualitativamente e quantitativamente rilevante di default. La seconda crisi è partita da una sopravvalutazione del mercato immobiliare e da una sottovalutazione del rischio associato agli strumenti sintetici e non sintetici di credito strutturato legato ai mutui immobiliari; successivamente si è propagata a tutto il mercato dei derivati creditizi arrivando a ridurre drasticamente la liquidità del mercato interbancario e provocando infine il crollo del mercato azionario originando una serie di default rilevanti per l’economia globale. Sotto il profilo dell’informativa contabile si è assistito a una diffusione su ampia scala delle tecniche cosmetiche di bilancio adottate dal management per ridurre la percezione esterna della gravità della situazione economica e diminuire il gap tra gli EPS trimestrali e i risultati effettivi. Di converso nella crisi finanziaria legata al settore bancario e del credito strutturato le società di Auting hanno mantenuto un atteggiamento fermo e poco conciliante con le aspettative del management soprattutto in tema di applicazione del principio mark to market. Molte aziende di credito hanno proceduto a svalutazioni limitate o parziali per non erodere in maniera significativa la base patrimoniale e quest0o fenomeno ad una carenza di fiducia tra le banche che ha rarefatto la liquidità sull’interbancario e fatto salire a livelli senza precedenti il differenziale fra i tassi swap e i tassi governativi( swap spread). La dimensione ha assunto forme così rilevanti da indurre il FASB prima e lo IAS poi
a introdurre elementi di flessibilità nella valutazione degli strumenti finanziari. La gravità della situazione ha indotto gli USA e non solo all’applicazione di misure straordinarie e non ortodosse tra le quali ricordiamo:
Se si esamina nel lungo termine il ciclo dei mercati azionari si possono evidenziare le seguenti regolarità empiriche:
Il rapporto prezzo/utile sintetizza una serie di informazione tra le quali il margine di profitto, saggio atteso di crescita ecc… Quando i margini di profitto sono elevati il premio per il rischio di credito e la volatilità delle quotazioni azionarie sono basse e si crea una situazione di mercato “toro”; di converso la volatilità dei premi azionari e il costo del debito aumentano al contrarsi dei margini di profitto e si origina una fase di marcato “orso”. Alla luce di quanto detto, sono da considerarsi fisiologiche le oscillazioni del mercato azionario fin tanto che esse si muovono nell’ambito di una range di rapporto prezzo/utile di 10x-20x. Dalla recente crisi abbiamo tratto due importanti insegnamenti:
3.4.3 LA TEORIA DELL’EFFICIENZA DEI MERCATI E I POSTULATI SUL COMPORTAMENTO UMANO
La teoria dell’efficienza dei mercati e i modelli che ne discendono partono da 3 postulati:
Tali postulati affondano le radici in maniera esplicita nel modello della razionalità obiettiva: ogni decisione si suppone assunta dall’uomo economico, il quale è perfettamente razionale e giunge a scelte ottime che massimizzano la sua funzione di utilità, la teoria dei mercati efficienti è figlia della visione dell’impresa sviluppata nella teoria neoclassica( Walras,Pareto,Marshall, Wicksell). Questi studiosi hanno concentrato la loro