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Antigone e la Giustizia: La Tensione Tra Valori e Convivenza, Dispense di Diritto

La tragedia di antigone di sofocle, analizzando la sua ribellione contro le leggi di creonte e le implicazioni filosofiche e sociali di tale gesto. Anche della importanza di dialogare e confrontarsi per evitare visioni unilaterali e la degenerazione in estremismi. Hans kelsen e carl schmitt vengono citati come filosofi che hanno affrontato questioni simili riguardo alla giustizia e i valori.

Tipologia: Dispense

2019/2020

Caricato il 19/12/2020

simona.rus
simona.rus 🇮🇹

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Hans Kelsen
Che cos'è la giustizia?
Paradigmi L'impiegata che rifiuta la licenza matrimoniale a una coppia gay, il pensionato di Vaprio
d'Adda: un modello ambiguo.
L'appello al volere divino può aentare il fanatismo ma la difesa delle leggi rischia di sfociare nella
tirannia dei valori. Soltanto il dialogo consente la convivenza.
Uno spettro si aggira per l'Europa ma non è quello del comunismo: è quello di Antigone, l'eroina del
mito, la compagna di chi oppone la propria coscienza all'oppressione del potere, la resistente. E un mito
che ha attraversato indenne i secoli e che è esploso nel Novecento, nell'ora dei totalitarismi. Come ad
esempio nella pièce di Bertolt Brecht, che ambientò la tragedia in una Berlino cupa, piena di SS, con i
disertori impiccati per le strade, e Creonte intabarrato in un cappotto militare. Le due guerre erano state
esperienze troppo dure: anche in un racconto di Marguerite Yourcenar le strade di Tebe tremavano al
passaggio dei carri armati. Le forme di oppressione del resto sono molteplici: per il pensiero femminista
Antigone è la rivendicazione dell'alterità femminile, irriducibile alle logiche del potere maschile. Altri
avrebbero potuto celebrarla come la giovane che non accetta di sottostare all'eterno dominio delle
vecchie generazioni.
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La tragedia di Sofocle, il punto di riferimento per tutte queste riprese, racconta però una storia meno
edificante, se si ha la pazienza di leggerla.
C'è stata una guerra. Eteocle ha salvato la città sacrificando la vita in un combattimento mortale con il
fratello Polinice, il traditore della patria. La decisione del nuovo sovrano, Creonte, è prevedibile: il
primo sarà seppellito con tutti gli onori, la memoria del secondo sarà esecrata con la proibizione che sia
seppellito nei confini della città. Tutti quelli che depongono corone di fiori il 25 aprile capiscono
perché; e con loro il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, quando decise che il cadavere di Osama
Bin Laden fosse gettato in mezzo al mare per evitare che la sua tomba diventasse meta di
pellegrinaggio. I morti contano.
Ma Antigone rifiuta e seppellisce il fratello. Perché? Dubbi non ce ne sono. Per Antigone la legge di
Creonte non vale nulla: «Questo editto non Zeus proclamò per me né Giustizia». Il mondo degli uomini,
con i suoi valori e le sue regole, non conta; solo il mondo degli dei conta; le leggi umane non sono
niente rispetto alle «leggi non scritte, incrollabili, eterne, divine».
Mai una volta, in tutta la tragedia, Antigone fa menzione della guerra che ha rischiato di distruggere
Tebe, la sua città: non è cosa che possa interessarla. Antigone è «autonoma», alla lettera: si dà le leggi e
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Hans Kelsen

Che cos'è la giustizia?

Paradigmi L'impiegata che rifiuta la licenza matrimoniale a una coppia gay, il pensionato di Vaprio d'Adda: un modello ambiguo. L'appello al volere divino può aentare il fanatismo ma la difesa delle leggi rischia di sfociare nella tirannia dei valori. Soltanto il dialogo consente la convivenza. Uno spettro si aggira per l'Europa ma non è quello del comunismo: è quello di Antigone, l'eroina del mito, la compagna di chi oppone la propria coscienza all'oppressione del potere, la resistente. E un mito che ha attraversato indenne i secoli e che è esploso nel Novecento, nell'ora dei totalitarismi. Come ad esempio nella pièce di Bertolt Brecht, che ambientò la tragedia in una Berlino cupa, piena di SS, con i disertori impiccati per le strade, e Creonte intabarrato in un cappotto militare. Le due guerre erano state esperienze troppo dure: anche in un racconto di Marguerite Yourcenar le strade di Tebe tremavano al passaggio dei carri armati. Le forme di oppressione del resto sono molteplici: per il pensiero femminista Antigone è la rivendicazione dell'alterità femminile, irriducibile alle logiche del potere maschile. Altri avrebbero potuto celebrarla come la giovane che non accetta di sottostare all'eterno dominio delle vecchie generazioni.

La tragedia di Sofocle, il punto di riferimento per tutte queste riprese, racconta però una storia meno edificante, se si ha la pazienza di leggerla. C'è stata una guerra. Eteocle ha salvato la città sacrificando la vita in un combattimento mortale con il fratello Polinice, il traditore della patria. La decisione del nuovo sovrano, Creonte, è prevedibile: il primo sarà seppellito con tutti gli onori, la memoria del secondo sarà esecrata con la proibizione che sia seppellito nei confini della città. Tutti quelli che depongono corone di fiori il 25 aprile capiscono perché; e con loro il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, quando decise che il cadavere di Osama Bin Laden fosse gettato in mezzo al mare per evitare che la sua tomba diventasse meta di pellegrinaggio. I morti contano. Ma Antigone rifiuta e seppellisce il fratello. Perché? Dubbi non ce ne sono. Per Antigone la legge di Creonte non vale nulla: «Questo editto non Zeus proclamò per me né Giustizia». Il mondo degli uomini, con i suoi valori e le sue regole, non conta; solo il mondo degli dei conta; le leggi umane non sono niente rispetto alle «leggi non scritte, incrollabili, eterne, divine». Mai una volta, in tutta la tragedia, Antigone fa menzione della guerra che ha rischiato di distruggere Tebe, la sua città: non è cosa che possa interessarla. Antigone è «autonoma», alla lettera: si dà le leggi e

i valori (in greco nomos ) da sola (in greco autos ). Nulla può resistere all'urto delle sue convinzioni: l'universo religioso e il mondo della città sono separati nettamente. L'ombra del gesto di Antigone si allunga fino a noi. Sarà forse eccessivo evocare i fanatismi religiosi che insanguinano tanta parte del mondo. Ma è difficile non pensare a tutte le Kim Davis (l'impiegata americana finita in carcere per aver rifiutato la licenza matrimoniale a una coppia di omosessuali) che oppongono la loro fede religiosa alle leggi dello Stato. O alle posizioni di chi, sull'onda di vicende come quella del pensionato che ha ucciso un ladro a Vaprio d'Adda, invoca un diritto assoluto all'autodifesa che sconfina nel farsi giustizia da soli. Anche questo è Antigone, e non è molto rassicurante, per chi pensava che simili conflitti fossero ormai un ricordo del passato. Forse converrebbe togliere a Creonte il cappotto militare e considerare con più attenzione le sue ragioni.

L'obiettivo di Creonte, in fondo, era quello di costruire un mondo in cui gli uomini potessero convivere. Lo sapeva bene il grande filosofo del diritto austriaco Hans Kelsen, di cui l'editore Quodlibet ha appena ripubblicato la lezione di congedo dall'insegnamento, tenuta a Berkeley nel 1952, Che cos'è la giustizia?. Una domanda vitale per uno che a Berkeley era arrivato esule, in fuga dal terrore nazista. La giustizia è il risultato di scelte condivise, che stanno alla base della società umana, non un'imposizione calata dall'alto. Era una proposta che ben si confaceva al nuovo mondo democratico che stava sorgendo dalle ceneri della Seconda guerra mondiale. Gli uomini, scriveva Kelsen, sono sempre stati dominati dal bisogno di credere in verità assolute. Ora, finalmente, stavano imparando a liberarsi da questa ossessione, impossibile da realizzare. Sarebbe bello dividere tra buoni e cattivi, tra bianchi e neri; nel mondo degli uomini, però, tutto è più complicato: la giustizia assoluta è «una delle eterne illusioni dell'umanità» e nessuno può pretendere di possederla. Occorre imparare la tolleranza per costruire uno spazio comune. Anche Creonte ha le sue ragioni. La tragedia di Sofocle, però, andava ancora oltre, sollevava domande ancora più inquietanti. Le idee di Kelsen costituiscono un valido antidoto contro i fanatismi che troppo spesso avvelenano la vita in comune degli uomini. Ma riescono a salvare questo nuovo mondo umano da se stesso, dalla spirale di violenza che sempre può innescarsi? Sofocle racconta non una, ma due storie, entrambe tragiche nella loro solitudine: e su entrambe bisogna riflettere. C'è Antigone, certo, che morirà per il suo gesto di ribellione, e ancora più per il suo ostinato rifiuto del mondo umano: Antigone non si oppone soltanto a Creonte; disprezza la sorella, non parla quasi al fidanzato che per lei si ucciderà. Ma non c'è solo Antigone. Non meno importante è la parabola di Creonte, che da buon politico si trasformerà in tiranno, un despota che per salvare la sua città finirà per distruggerla. Messo di fronte alla sfida di Antigone, per paura che la disobbedienza di una sola persona possa riaprire le porte al caos, Creonte s'irrigidisce nella difesa dei valori della città, diventa intollerante, rifiuta il confronto, si rifugia

A pensarci bene, però, questa tensione non è poi un male, perché ci costringe alla discussione, impedendoci di cadere in una visione unilaterale, e dunque dottrinaria, della realtà. Dialogare, confrontarsi: quello che Antigone e Creonte non sono stati capaci di fare. Del resto, non è proprio questa tensione che fa la specificità della nostra civiltà europea ed occidentale? Fino ad oggi, con alti e bassi, siamo stati capaci di conservare un equilibrio tra queste spinte divergenti. Non era facile. E domani? Questa è la domanda di Sofocle, a cui dobbiamo dare una risposta pratica.