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Il teatro ed Antigone e il diritto
Tipologia: Dispense
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Il testo viene asciugato, un'azione e la relazione sono privilegiate rispetto alla dizione” : con queste parole la regista Laura Sicignano presenta la sua elaborazione dell' Antigone , dramma classico di Sofocle. Ed è soprattutto nel testo che la regista, in coppia con Alessandra Vanucci, interviene con forbici e bisturi a decurtare il testo classico per farne uno spettacolo moderno e al contempo al di fuori da connotazioni temporali, con una drammaturgia animata da musiche eseguite dal vivo e con movimenti scenici a passi di danza.
Nella prima scena scena dell'incoronazione di Creonte nuovo re di Tebe, con la promulgazione delle sue nuove leggi, nel sovrano si scopre un pupo, sorretto e mosso della folla, da un coro che non è di anziani bensì di forzuti guerrieri bardati; e la danza della regina consorte è sospinta e dettata da donne influenti. Dei dell'Olimpo o poteri occulti, i pupari aleggiano subito in scena, a dettare il crudele editto con cui si oltraggia il cadavere del traditore Polinice, vietandone la sepoltura: numi che ispirano leggi, emettono sentenze che a guerra cessata non portano alcuna pacificazione. E' Antigone, figlia di Edipo e sorella dello sconfitto Polinice, a confutare la giustizia della normativa emanata dal nuovo governatore, in nome di una pietas dettata dal diritto divino. Antigone trasgredisce allo zio sovrano e dispensa la caritatevole inumazione del fratello, sancendo la personale condanna a morte.
Laura Sicignano , più che sulla disputa di Sofocle sul diritto, positivo o naturale o divino; più che sulla contrapposizione fra pietas e potere, sembra incentrare la sua drammaturgia su un conflitto generazionale che coinvolge passato, presente e futuro : è il vecchio indovino Tiresia a predire la distruzione di Tebe: se Creonte dovesse dare corso alle condanne emesse, avrebbe sancito lo sterminio della sua stessa famiglia. La profezia di Tiresia sancisce il distacco del re di Tebe dalla legge divina, il distacco generazionale dall'antica indulgenza dei vincitori nei confronti dei cadaveri degli sconfitti, dalla misericordia del culto dei morti. Ma è con la sua stessa discendenza che Creonte spalanca il conflitto sanguinoso: Emone, suo figlio e promesso sposo di Antigone, si uccide dopo la morte della condannata; anche Euridice, sua moglie, si toglie la vita alla notizia della morte del figlio. Un conflitto ben più grave di una guerra ha falcidiato i protagonisti del futuro. La città bruciata e incenerita implode su se stessa.
“Ho punito un traditore, cosa c'è di ingiusto?” : così Creonte si giustifica, anzi si esalta nel ritenersi il custode della legge formale, armatura sotto cui nasconde l'avversione all'opposizione, specie se proveniente da una donna; l'ostilità ad ogni abdicazione, seppur a favore della sua discendenza; l'insofferenza all'antagonismo stoico del contestatore, sebbene si appelli alla consuetudine; l'insensibilità a chi invoca l'equità al posto della giustizia. Summum ius, summa iniura scriverà il commediografo Terenzio circa trecento anni dopo. E' per questo apparente vincolo della legge che Creonte rimane da solo in una città che gli crolla addosso.
Laura Sicignano fonde prologo e parodo, episodi, stasimi e esodo in una rappresentazione concettosa ma di grande effetto per l'impianto scenico e delle luci, per l'esecuzione delle suadenti musiche dal vivo, per la sveltezza della successione scenica. Ma è soprattutto l'interpretazione a rendere questa Antigone molto attraente: chi si aspettava una rappresentazione accademica e di maniera ha avuto la piacevole rivelazione di una recitazione evoluta, sincera, presente, snella. La presenza scenica ben distribuita dalla regista quasi non permette sottolineature di uno o l'altro attore e sebbene il Creonte Sebastiano Lo Monaco e l'Antigone Barbara Moselli hanno suscitato l'applauso più sentito, tutti gli attori si sono dimostrati ottimi interpreti e professionisti seri e hanno meritato il plauso tributato dal pubblico.