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Appunti di latino riguardo Seneca e Petronio dalla prof. Marchetti.
Tipologia: Appunti
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Lucio Anneo Seneca nacque a Cordova probabilmente nel 4 a.c.; fu un filosofo, letterato, politico, maestro e consigliere dell'imperatore. Suo padre era un famoso retore ed apparteneva alla ricca classe dei provinciali che a quel tempo erano molto importanti per Roma, Seneca ricevette un accuratissima educazione letteraria da maestri, filosofi e retori. Egli non si dedicò all’ otium letterario, anzi, si immerse nella vita pubblica ed ebbe il coraggio di vivere e agire in contatto con la dura realtà politica del suo tempo.
L’inizio della sua carriera avvenne nel 31 d.c. diventando questore e poi entrando in senato come uno dei membri più autorevoli, le sue qualità ingelosirono Caligola il quale tentò anche la congiura ai suoi danni, tuttavia una donna gli fece notare che Seneca era già cagionevole di salute e dunque l’imperatore rinunciò nei suoi intenti. Messalina, sposa dell’imperatore Claudio, convinse a esiliare Seneca con l’accusa di essere coinvolto nell’adulterio con la sorella di Caligola; fu mandato in Corsica per otto anni nei quali tentò di riconciliare i rapporti con la corte scrivendo la Consolatio ad Polybium , un’opera piena di elogi rivolti ad un liberto vicino all’imperatore, Polibio. Agrippina Minore, sorella di Lavilla, convinse l’imperatore Claudio a graziare Seneca, così egli nel 49 d.c. ritornò a Roma e fu nominato precettore di Nerone, il giovane figlio di Agrippina, che convinse nuovamente Claudio e nominare come suo successore Nerone.
Agrippina avvelenò l’imperatore Claudio e dunque Nerone divenne imperatore con Seneca come suo precettore, iniziò così per il filosofo il periodo più alto della sua sua vita, dal 54 al 59 il cosiddetto “quinquennio felice”. Tuttavia nel 59 d.c. Nerone fa uccidere la madre Agrippina e allontanò Seneca dalla sua corte perché egli voleva che governasse con prudenza e clemenza, il filosofo dunque si dedicò ai suoi studi. Nel 65 d.c. venne scoperta una congiura ai danni dell’imperatore e Seneca ne rimase coinvolto (non ne faceva parte ma ne era al corrente), dunque Nerone mandò un centurione ad ordinargli il suicidio per evitare un processo infamante e scandaloso. Egli dunque si tagliò le vene, bevette la cicuta, si immerse nell’acqua per favorire l’emorragia, tutto questo davanti agli amici affranti e la moglie Paolina, la quale implorava anch’essa di morire con lui. (La morte venne narrata da Tacito negli Annales XV).
Seneca scrive trattati, epistole, tragedie (filosofia stoica) e satira menippea. TRATTATI: dialoghi
_- De constantia sapientis
EPISTOLE: 120 epistole raccolte in 20 libri indirizzate ad Lucilium in prosa, scritte fra il 62 e 65 d.c. (momento in cui stava notando il suo fallimento educativo con Nerone ed era necessario diffondere un messaggio di speranza). Lucilio era come un apostolo di Seneca, a lui erano indirizzati dunque questi insegnamenti, il filosofo lo aiuta a raggiungere la saggezza che ogni uomo dovrebbe avere. La raccolta è definibile come la sede dove Seneca ripone tutte le riflessioni sulla filosofia morale (anche Platone ed Epicuro lo fecero ma Seneca fu il primo latino a farlo sistematicamente). Gli argomenti sono episodi di vita quotidiana, temi morali elevati (da piccoli eventi a riflessioni generali) otium, tempo, morte; nelle lettere si percepisce che l’anziano filosofo si sente prossimo alla morte, si prepara ad essa attribuendole un significato. Le prime lettere sono brevi fino a diventare dei piccoli saggi, scrittura varia, sorprendente (sententia apre o chiude un discorso); ci sono molte anafore, antitesi, interrogative dirette.
TRAGEDIE: 9 o 10, usate con funzione educativa, fornisce un insegnamento relativo ad un antimodello per Nerone, espressioni delle passioni umane (anche la crudeltà); sono 9 di argomento greco, 1 di argomento romano (praetexta, non autentica: l’octavia). Argomento greco è mitico, Medea (ripudiata dal marito che grazie a lei aveva conquistato il Vello d’oro si vendica uccidendo la promessa sposa del marito e i due figli che aveva avuto con lui) e Phaedra (Fedra, moglie di Teseo, si innamora del figliastro Ippolito e gli dichiara il proprio amore, rifiutata dal giovane, Fedra si vendica accusandolo davanti al padre di averla violentata; teseo maledice il figlio che viene ucciso, allora Fedra distrutta dal senso di colpa confessa tutto e si suicida). Nelle tragedie (eroi tragici) si scatenano tutte quelle passioni che andrebbero tenute a bada, non a caso uno dei temi tipici è il furor (impasto di follia e violenza che si avvicina alla pazzia) spingendo l’uomo a compiere azioni spaventose e disumane, costringendolo all’eterno dolore e sofferenza. Ricorre un personaggio tipico: tiranno (uomo abominevole in cui tutte le passioni si esprimono al massimo livello), anche Platone lo aveva identificato come specie peggiore dell’uomo; annuncia l’uomo che Nerone divenne. Il suo principale modello fu Euripide, amplificando il tono patetico, rendendo i personaggi più cupi (descrive la loro psicologia), usa anche la contaminatio (fonde in un’unica opera
Rivolgendosi al fratello Novato, Seneca associa i sintomi dell’ira a quelli della follia, entrambi cancellano ogni autocontrollo e rendono gli uomini incapaci di ragionare e di distinguere il bene dal male (paragrafi 1-2). Nei (paragrafi 3 e 4) Seneca fa un elenco degli effetti fisici provocati dall’ira: fronte accigliata, volto torvo (triste), andatura concitata, mani sempre in movimento, il colorito alterato, respiro affannoso, occhi arrossati, labbra tremanti, stretti denti e capelli dritti... Alla fine Seneca afferma che è difficile dire se l’ira sia un difetto più detestabile o brutto. Descrizione fenomenologica: non è bella neanche esteticamente Stile: lunghi elenchi, proposizioni coordinate per asindeto, disordine nella descrizione dei sintomi, similitudini, analogie, sentenzia finale (frase ad effetto),
Dialogo in cui Seneca affronta come raggiungere la felicità: essa non consiste nel possesso delle ricchezze ma nel raggiungimento delle virtù, vivendo secondo ragione; (27 capitoli) Vita, si uti scias, longa est : la vita, se sai usarla, è lunga.
Seneca sostiene che studiare i filosofi del passato ci permette di estendere la durata della vita, perché attraverso lo studio degli antichi non soltanto ci si appropria del passato ma si può ricavare giovamento per il futuro (filosofi: socrate, epicuro). Seneca distingue gli occupati (coloro che fanno mille cose senza essere padroni del tempo) e gli otiosi (coloro che si dedicano alla filosofia). Stile: sintassi sostanzialmente lineare e paratattica (coordinate), frasi brevi ed incisive.
Seneca descrive con diversi toni la vita degli occupati , costoro non sono soltanto quelli che si dedicano a molteplici attività e vivono perennemente indaffarati, ma sono anche quelli che riempiono il proprio tempi vuoto con ozio inutile (collezionisti, appassionati di sport), questi ultimi potrebbero essere scambiati come otiosi (uomini che godono del tempo libero e del riposo) ma Seneca dimostra che non lo sono affatto. Seneca esprime alcuni ossimori: otium occupatum (tempo libero affaccendato), desidiosa occupatio (inoperosa attività), iners negotium (faccende oziose), ciascuna di queste espressioni sono intese nella loro accezione più negativa.
Rivolgendosi a Paolino (forse il padre o un parente della seconda moglie di Seneca) Seneca afferma che la maggior parte degli uomini, sapienti o ignoranti, si lamenta della brevità della vita; la vita per Seneca non è breve ma siamo noi a renderla tale perdendo il tempo che ci è stato concesso (non usandolo come si dovrebbe).
Seneca affronta i temi fondamentali della filosofia stoica (tempo, morte, vita secondo ragione, ragione, amicizia, liberta, virtu, schiavitù..)
Rivolgendosi al discepolo Lucilio Seneca vuole indicargli il cammino verso la sapienza che ha inizio attraverso riappropriazione di sé in modo da raggiungere l' autarkeia (dominio delle passioni) senza dipendere dagli altri e dalle cose esterne. Il primo passo di questo cammino è assumere il controllo del proprio tempo.
In questa lettera Seneca affronta il tema della schiavitù, secondo lui gli uomini sono tutti uguali anche se occupano una posizione sociale ed economica diversa e come comportarsi con loro. Famosa l’espressione “Servi sunt. Immo homines” ovvero = sono schiavi, dunque uomini, con cui Seneca sottolinea che tutti (sia liberi che schiavi) condividono la natura comune di uomini. Essi non sono esseri inferiori ed invita i padroni ad un comportamento rispettoso e moderato verso gli schiavi; il filosofo non mette in discussione la presenza degli schiavi nella società romana, ma accetta in quanto istituzione la loro presenza.
Dialogo dedicato interamente a Nerone scritto intorno al 55-56 con l’intento di fornire all’imperatore un modello di sovrano a cui ispirarsi, secondo Seneca la dote principale del princeps deve essere la clementia , ovvero la moderazione nell’esercizio del potere; essere clementi significa tenersi lontani dalle azioni sanguinarie e cruente, sapendo perdonare.
Seneca si rivolge a Nerone rivelandogli l’intenzione di scrivergli sulla clementia e immagina che sia Nerone stesso a parlare di sé. In primo luogo Nerone si sofferma sui suoi poteri, in particolare sul potere di vita e di morte che ha sui sudditi (decidere sulla liberta o sulla schiavitù dei suoi sudditi) successivamente (paragrafi 3-4) Nerone dichiara di voler seguire la strada della clementia e di respingere l’ira e la vana gloria attraverso l’esercizio della pazienza e della misericordia. Importante l’espressione “speculi vice fungi” = fare da specchio con cui Seneca dichiara lo scopo della sua opera: mettere Nerone di fronte a se stesso. Nerone presentato come un sovrano assoluto i cui poteri sembrano simili a quelli degli dei sulla terra. Stile: 1 paragrafo ipotassi (subordinate) e frasi ampie, 2 paragrafo frasi brevi e ritmo incalzante.
L’opera viene intesa come una specie di Odissea Burlesca: divertenti disavventure di un gruppo di strani personaggi, è un romanzo, la narrazione è fittizia ed ha carattere avventuroso, prende spunto da fatti quotidiani per descrivere gli strati più bassi della società. In passato di è sostenuto che l’opera di Petronio fosse una parodia degli antichi romanzi greci, essi raccontavano infatti la storia di due giovani che dopo molte peripezie si ricongiungono in un lieto fine (esaltano fedeltà e purezza); con il Satyricon avviene un rovesciamento comico perché l’intreccio amoroso è rigorosamente infedele (tra Encolpio e Gitone).
MODELLI:
- Fabulae milesiae raccolta di racconti di argomento erotico (100 a.c.) da Aristide di Mileto (pare che da queste storielle derivi la matrona di efeso ). - Satira menippea da qui deriva l’alternanza prosa e versi (di Varrone I sec. a.c.), Petronio a differenza sua non mette riflessioni di carattere morale. - Poemi omerici canto al contrario
PERSONAGGI: Il protagonista è Encolpio (nuovo Ulisse), vaga per terra e mare incalzato dall’ira del Dio Priapo; l’amico Ascilto; l’amato Gitone; lo squattrinato Eumolpo; il pazzo Trimalchione. Sono tutte figure basse e miserabili, gente dedita alla truffa e imbroglio (parassiti, adulatori), liberti arricchiti, volgari e spregiudicati. Petronio non ha un atteggiamento critico, si colloca la di sopra dei suoi personaggi (con sguardo divertito); oltre al registro comico è presente quello grottesco, deformazione esagerata di situazioni e personaggi, non accade mai nulla di tragico: violenza, risse, litigi, vendette, gelosie, tutto si conclude con una risata liberatoria. Episodio più celebre la cena di Trimalchione (letteralmente “tre volte arricchito”), un racconto nel racconto ( Ekphrasis ), un banchetto di cattivo gusto, nella tradizione greca si ambientava le opere nelle sale da pranzo (simposio di Platone).
Abbondanza di diminutivi ( homonuciones anzichè homines ), parole greche, proverbi, paradossi, l’autore cambia il registro in base ai personaggi, per quelli colti utilizza una lingua ricercata ed artificiosa; per i liberti utilizza un linguaggio adeguato a loro “ sermo vulgaris ” (latino basso e colloquiale), in tal modo documenta l’immenso divario che si era creato nel I secolo tra la lingua letteraria e quella parlata dai ceti bassi. Petronio (dopo Plauto) è la testimonianza di quel latino che diventerà volgare.
Encolpio (protagonista narratore), l’amico Ascilto, il giovane Gitone e il retore Agamennone sono stati invitati a cena da Trimalchione, un liberto ricco ma rozzo e ignorante, egli cerca di impressionare i visitatori con un allestimento opulento e di pessimo gusto.Nel corso della cena Trimalchione ostenta la propria ricchezza (iscrizioni, affreschi, trofei) per cercare di imitare le consuetudini delle nobili famiglie romane, ma il risultato è qualcosa di grottesco. Trimalchione è una sorta di self-made man che appare rozzo e privo di gusto.
Giunti alla soglia della sala da pranzo, un servo ordina loro di entrare con il piede destro, un rituale superstizioso che li lascia perplessi. Mentre stanno per entrare, uno schiavo si getta ai loro piedi, supplicandoli di intercedere per lui: è accusato di aver lasciato rubare un vestito di poco valore appartenente al tesoriere. I protagonisti convincono il tesoriere a perdonarlo, e il servo li ringrazia entusiasta, rivelando il suo ruolo importante: è lui a versare il vino al padrone.
Per impressionare gli invitati, Trimalchione fa servire piatti elaborati, presentati con delle scenette che suscitano gli applausi degli invitati. Tra questi spicca una alzata rotonda con attorno i 12 segni zodiacali a cui corrisponde un determinato tipo di cibo (toro: testa di manzo, ceci per l'Ariete, triglie per i Pesci, un'aragosta per il Capricorno).
Durante la cena uno degli ospiti, Nicerote, vecchio amico di Trimalchione, viene invitato a narrare una delle sue ultime avventure (racconto nel racconto, incastro). Nicerote racconta di avere incontrato un licantropo (una notte, mentre camminava con un amico soldato, quest'ultimo si tolse i vestiti, li circondò di urina e si trasformò in un lupo, scappando nel bosco. Terrorizzato, Nicerote si rifugiò dalla sua amante, dove scoprì che un lupo aveva attaccato la fattoria. Il giorno dopo, tornando a casa, trovò il soldato ferito al collo, (capendo che era il lupo mannaro) e tutti gli invitati rimangono sbigottiti. Anche Trimalchione racconta una storia: il furto del cadavere di un bambino da parte di alcune streghe (Trimalchione vuole sempre avere l’ultima parola).
Encolpio ed Eumolpo (poeta squattrinato) si imbarcano su una nave, durante la navigazione Eumolpo racconta una storia erotica del carattere licenzioso (racconto nel racconto), storia della matrona di Efeso: una matrona, famosa per la sua virtù e castità, dopo essere rimasta vedova, decide di lasciarsi morire nella tomba del marito (senza né bere né mangiare). Nel frattempo, vicino alla tomba, vengono crocifissi alcuni ladroni, e un soldato viene incaricato di sorvegliare le croci. Durante la notte, il soldato nota una luce provenire dalla tomba e sente i gemiti della donna. Spinto dalla curiosità, scende nel sepolcro e si trova di fronte alla matrona in lutto. Ammirando la sua bellezza, inizia a consolarla, portandole cibo e vino. La serva cede per prima, accettando il cibo, e poi convince anche la padrona a interrompere il digiuno. Alla fine, la donna, colpita dalle attenzioni del soldato, cede alle sue avances, instaurando con lui una relazione. Quando una notte i parenti di uno dei crocifissi riescono a trafugare il cadavere, il soldato teme la punizione per la sua negligenza. Disperato, si confida con la matrona e si dichiara pronto a suicidarsi per evitare la condanna. La donna, tuttavia, escogita una soluzione: fa appendere il cadavere del marito alla croce vuota, salvando così il soldato.