
SENECA
SCHIAVITU’ A ROMA
Nell’epistola 47 Seneca, pur sottolineando l’uguaglianza sotto il profilo umano tra gli schiavi e gli
altri individui, legittima anche l’esercizio della schiavitù, in quanto è da sempre stata parte della
cultura romana.
All’inizio gli schiavi non era molti, in quanto l’economia delle famiglie era basata su piccole
proprietà, ma con le guerre di conquista molti prigionieri arrivarono a Roma, e al contempo i
latifondi si stavano diffondendo, in quanto Roma si stava espandendo, quindi vi erano molte più
terre da coltivare e curare, e per questo furono impiegati i prigionieri come schiavi per le terre.
Per quanto riguarda la loro condizione giuridica, erano ritenuti oggetti, su cui il padrone aveva il
potere assoluto e poteva decidere se punirli o ucciderli. Inoltre erano considerati come i beni più
preziosi del patrimonio, tanto che potevano essere venduti o trasmessi per via ereditaria.
Anche se in alcuni casi erano considerati esseri umani, ma senza giovamenti… infatti riguardava
per di più i diritti penali degli schiavi. Se uno schiavo commetteva un reato veniva processato al
pari di uomo libero, con la differenza che le pene spesso erano più gravi per lo schiavo, tipo la
morte.
Vi erano dei casi in cui gli schiavi potevano essere liberati da un atto di volontà del padrone che li
rendeva liberti, e quindi essi acquisivano libertà e cittadinanza romana. Anche se differivano dagli
uomini nati liberi: i liberti non potevano accedere alle magistrature e dovevano obbedire all’ex-
padrone.
La condizione degli schiavi migliorò con l’età imperiale, infatti essi iniziarono ad essere trattati
davvero come esseri umani, ponendo dei limiti così ai padroni, per esempio gli schiavi non
potevano essere venduti per combattere nelle arene con le belve, tale combattimento avveniva
solo a seguito di una condanna contro uno schiavo che aveva commesso reato. Poi si pose anche
un freno all’acquisto di schiave per farle prostituire, e se una schiava veniva costretta a ciò
diveniva automaticamente libera. Si mise poi una punizione per i padroni che abbandonavano gli
schiavi malati, e si tutelò gli schiavi che per colpa della crudeltà del padrone cercavano rifugio dalle
statue degli imperatori. In seguito si limitò l’uccisione dei propri schiavi e si considerava un crimine
l’uccisione degli schiavi altrui. Nonostante questi miglioramenti la schiavitù non cessò però di
esistere.
TESTI SENECA
EPISTOLA 47 (schiavitù)
Questa lettera si basa sulla questione dell’interesse per gli altri di Seneca. Egli pensa che vi sia
obbligo di sostegno reciproco tra le persone, per via della loro origine che li porta ad essere uguali.
In tutto ciò Seneca dà particolare importanza alla componente filantropica, e ciò gli concede la
simpatia da parte dei cristiani.
L’epistola affronta il tema della schiavitù, partendo dal trattamento amichevole che Lucilio riserva
ai suoi schiavi. Il testo sviluppa diversi temi, tra cui si può individuare: la denuncia del pregiudizio
da parte dei padroni convinti che se fossero più umani con gli schiavi perderebbero dignità, la
denuncia dell’umiliazione degli schiavi vittime di prepotenza e violenza dei padroni.