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capitolo quarto le elites, Sintesi del corso di Sociologia

riassunto capitolo quarto le elites

Tipologia: Sintesi del corso

2018/2019

In vendita dal 12/10/2021

denish25
denish25 🇮🇹

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4. Le élites
In senso generale un’élite è una ristretto gruppo di persone caratterizzate dal fatto di
occupare la posizione al vertice, ricevendone un riconoscimento di superiorità, dei
di versi assi di cui si compone una società (economico, culturale, scientifico, politico,
ecc).
Gli aspetti che connotano un’élite sono tre:
la ridotta numerosità;
il possesso di abitudini, abilità o risorse, in misura tale da consentire a tale
minoranza di eccellere in un determinato settore;
il riconoscimento sociale della superiorità che quel possesso comporta.
Le élite politiche possono essere considerate come piccoli gruppi di persone che
esercitano il potere e influenza sostanziale sulla sfera pubblica della decisioni
politiche.
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L’espressione classe politica a volte è usata come sinonimo e a volte è differenziata
da classe dirigente e/o governante.
Diversamente dall’uso che fa Marx del concetto di classe dominante, Mosca e
Pareto parlano di classe politica per indicare la minoranza che governa.
In particolare Mosca distingue tra classe politica, intesa in senso stretto, e classe
dirigente, intesa in senso più generale.
La tesi degli elitisti che appartengono alla scuola del realismo politico è che ogni
società sia caratterizzata dalla giustapposizione tra una minoranza di governanti ed
una maggioranza di governati.
!
Si deve a Mosca, Pareto e Michels la ripresa in epoca contemporanea di una
tradizione di studi che verrà battezzata del realismo politico:
Mosca: che è autore di opere quali Sulla teorica dei governi e governo
parlamentare. Studi storici e sociali (1884) ed Elementi di scienza politica (1886), usa
materiali storici ma con metodo positivista andando a cercare le costanti nella storia.
Secondo Mosca, esistono due classi di persone: quella dei governanti (è !sempre la
meno numerosa, adempie a tutte le funzioni politiche, monopolizza il potere e gode
i vantaggi che ad esso sono uniti) e quella dei governati (più numerosa, è diretta e
regolata dalla prima in modo più o meno legale e fornisce i materiali di sussistenza e
quelli che alla vitalità dell’organismo politico sono necessari).
A suo avviso, i motivi che conducono al prevalere della classe dei governanti sono di
volta in volta diversi: la nascita, il valore militare, il merito personale, la ricchezza, la
superiore indole morale.
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4. Le élites In senso generale un’élite è una ristretto gruppo di persone caratterizzate dal fatto di occupare la posizione al vertice, ricevendone un riconoscimento di superiorità, dei di versi assi di cui si compone una società (economico, culturale, scientifico, politico, ecc). Gli aspetti che connotano un’élite sono tre: ● la ridotta numerosità; ● il possesso di abitudini, abilità o risorse, in misura tale da consentire a tale minoranza di eccellere in un determinato settore; ● il riconoscimento sociale della superiorità che quel possesso comporta. Le élite politiche possono essere considerate come piccoli gruppi di persone che esercitano il potere e influenza sostanziale sulla sfera pubblica della decisioni politiche. L’espressione classe politica a volte è usata come sinonimo e a volte è differenziata da classe dirigente e/o governante. Diversamente dall’uso che fa Marx del concetto di classe dominante, Mosca e Pareto parlano di classe politica per indicare la minoranza che governa. In particolare Mosca distingue tra classe politica, intesa in senso stretto, e classe dirigente, intesa in senso più generale. La tesi degli elitisti che appartengono alla scuola del realismo politico è che ogni società sia caratterizzata dalla giustapposizione tra una minoranza di governanti ed una maggioranza di governati. Si deve a Mosca, Pareto e Michels la ripresa in epoca contemporanea di una tradizione di studi che verrà battezzata del realismo politico: ● Mosca : che è autore di opere quali Sulla teorica dei governi e governo parlamentare. Studi storici e sociali (1884) ed Elementi di scienza politica (1886), usa materiali storici ma con metodo positivista andando a cercare le costanti nella storia. Secondo Mosca, esistono due classi di persone: quella dei governanti (è sempre la meno numerosa, adempie a tutte le funzioni politiche, monopolizza il potere e gode i vantaggi che ad esso sono uniti) e quella dei governati (più numerosa, è diretta e regolata dalla prima in modo più o meno legale e fornisce i materiali di sussistenza e quelli che alla vitalità dell’organismo politico sono necessari). A suo avviso, i motivi che conducono al prevalere della classe dei governanti sono di volta in volta diversi: la nascita, il valore militare, il merito personale, la ricchezza, la superiore indole morale.

Ma ciò che si presenta come una costante è l’organizzazione, perché nel fatto è fatale la prevalenza di una minoranza organizzata, che obbedisce ad un unico impulso, sulla maggioranza disorganizzata. Mosca riconosce una sostanziale differenza tra la tendenza democratica e la tendenza aristocratica: nella prima, il ricambio della classe dirigente avviene tramite la sostituzione o il completamento dei suoi membri con elementi provenienti dalle classi dirette o dai governanti (dal basso verso l’alto); nel secondo è il frutto di un processo di cooptazione che opera dall’alto verso il basso. Il suo auspicio era che il ricambio della classe politica fosse aperto a persone di qualità morali e intellettuali superiori; ● Pareto : il problema che si pone riguarda la qualità della composizione dell’èlite ed i meccanismi di ricambio, più o meno aperti o chiusi. Rifacendosi a Machiavelli, egli sostiene che le élite politiche devono avere un mix equilibrato di leoni , per la forza, la solidità delle convinzioni e lo spirito equanime, quanto volpi , per l’astuzia, la flessibilità e la capacità di adattamento. L’attaccamento al potere, però, può progressivamente provocare una diminuzione delle caratteristiche solide dei leoni ed un aumento degli atteggiamenti di furbizia e di cinismo, tipici della volpe; ed in questo caso, nuovi soggetti dotati di forza possono avanzare e spingere per subentrare alla vecchia élite. Nelle società in cui il sistema politico è aperto, il ricambio avviene in modo continuo e regolare. In presenza di élite chiuse e in via di decadimento, il fenomeno della circolazione delle élite può invece effetti dirompenti, tanto che Pareto non manca di ricordare come la storia sia un cimitero di aristocrazie. Anche se la morale resta quella del fiume che scorre e delle piene: ‘tutto cambia perché niente cambi’; ● Michels : nella Sociologia del partito politico nella democrazia moderna, egli enuncia la legge ferrea dell’oligarchia, come tendenza ineluttabile delle organizzazioni, incluse quelle nate per perseguire obiettivi di democrazia. Egli sostiene infatti che:

  1. nei partiti di massa, in cui la forza non è costituita dalla ricchezza di un fondatore ma dal numero degli iscritti, esiste il problema della rapidità e dell’efficacia delle decisioni;
  2. il modo migliore per risolvere tale problema è rappresentato dall’organizzazione;
  3. ma chi dice organizzazione dice tendenza all’oligarchia. Le cause di tale tendenza sono 4:
  4. il sorgere di una differenza oggettiva di conoscenze tra i leader e la base;
  5. l’esistenza di uno squilibrio di potere per il fatto che i leader controllano anche la cassa e la stampa di partito;
  6. la psicologia dei dirigenti nel sentirsi indispensabili;

Mills denuncia il declino dei un’opinione pubblica veramente libera e critica a causa di tre fenomeni:

  1. lo spostamento della vita americana dalla provincia alla grande città;
  2. l’indebolimento del pubblico, ormai diventato massa;
  3. il tradimento di molti intellettuali che, per interesse personale, coprono l’élite. La tesi elitista, rilanciata per la società statunitense da Mills, provoca due diverse reazioni nella comunità scientifica: una serie argomentata di critiche provenienti da più parti, ed uno sviluppo meno pessimistico delle teorie classiche in chiave di elitismo democratico. Le critiche provengono tanto dai fautori della scuola pluralista, quanto da autori di ispirazione marxista, sulla falsariga della posizione gramsciana. Nel primo caso il principale studioso di riferimento è R. Dahl. La critica dei pluralisti può riassumersi in 3 punti: ● così come enunciata, la tesi elitista, in particolare nella versione della convergenza monopolistica di Mills, è semplicistica e riduttiva; ● la sua sostenibilità è possibile solo mettendola alla prova con un rigoroso metodo analitico; ● i risultati di molteplici ricerche empiriche condotte con tale metodo non sembrano giustificare la tesi della prevalenza di una sola élite unitaria, bensì di un quadro poliarchico. Nel secondo caso, la critica all’elitismo di autori marxisti, quali P.M.Sweezy e N.Poulantzan, riporta invece il discorso sull’equivoco della diversa declinazione del concetto di classe. Per costoro, la classe dominante non è riducibile ad una frazione della società identificata sulla base ad elementi psicologici o organizzativi (sovrastrutturali). Sweezy, ad esempio, contesta a Mills l’idea che possano essere considerati classe dominante i militari e i politici di professione. In senso marxiano, per cogliere l’effettiva dimensione e la logica d’azione della classe dominante, occorre piuttosto avere riguardo all’intero sistema del capitalismo monopolistico, tenendo presente che esso funziona e si riproduce a prescindere dal ruolo giocato dalle singole persone. Di tutt’altro genere è la riflessione che si produce sul rapporto tra elitismo e democrazia. Secondo J.A.Schumpeter, la dottrina classica della democrazia con si fonda su basi realistiche.

A suo avviso, la cosiddetta volontà generale è una costruzione ideologica, ed è ottimistico pensare che lo stesso popolo sia composto di individui sempre in grado di compiere scelte razionali. In Capitalismo, socialismo e democrazia, egli ridefinisce la democrazia come possibilità di scelta, da parte dei cittadini, di un élite cui affidare il compito dell’agire politico per conto di una collettività. La condizione della democraticità viene così ad essere riposta nel fatto che sul mercato politico (anche in questa definizione si riconferma la sua ottica da economista) si giochi una vera competizione tra una pluralità di élite. R.Aron suggerisce di studiare di volta in volta: ● l’origine sociale e le modalità di reclutamento dei dirigenti (politici, alti burocrati, intellettuali); ● le qualità apprezzate in loro e i relativi modelli di carriera; ● le concezioni di vita e gli atteggiamenti che essi manifestano; ● il grado di coesione e di solidarietà che si registra nell’intera categoria. Sulla base di tali indicatori, Aron abbozza una classificazione che ha agli estremi due tipi di élite giustapposte: ● una unitaria o unificata, presente nei regimi di partito unico di tipo sovietico; ● l’altra divisa e frammentata, che si correla con i regimi costituzionali pluralistici. Il reclutamento della leadership può avvenire: ● per via ereditaria, ad esempio nelle monarchie; ● attraverso processi di cooptazione, specie nei partiti centralizzati; ● sia tramite elezioni, nei regimi democratici con sistemi elettorali a liste aperte; ● o con sistemi misti di cooptazione-elezione, liste con candidature pilotate. Per i dirigenti della burocrazia pubblica ci si può avvalere tanto di criteri di cooptazione (nomina diretta), quanto di criteri semi-automatici, costituiti da selezioni sulla base di esami e del possesso di titoli vari. Ma è nelle situazioni fuori dal comune che la questione della formazione della leadership assume una grandissima rilevanza. Da un punto di vista teorico generale, meglio ancora del concetto ambiguo e a tratti incerto di leader carismatico (promosso da Weber), la categoria che permette di ricondurre a sintesi più fattori è quella di leader situazionale. Secondo M.Edelman la leadership non va intesa come una qualità che un individuo ha o non ha. Essa viene sempre definita da una situazione specifica e si riconosce nella risposta dei sostenitori alle parole e gli atti di un individuo.