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Il pensiero pedagogico di Comenio, Locke e Rousseau: un confronto tra natura e cultura, Appunti di Scienze Umane

Appunti di pedagogia su Comenio, Locke e Rousseau

Tipologia: Appunti

2018/2019

Caricato il 31/03/2019

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J. A. KOMENSKY (COMENIO) -
1. Jan Amos Komensky (Niwnitz, Moravia, 1592-1670), o alla latina Comenius, detto i il
Bacone dell’educazione,, «il Galilei della pedagogia, ecc., si può considerare il vero
fondatore della pedagogia moderna, perché diede la prima formulazione organica e
scientifica dell’azione educativa.
Egli appartenne alla Unione dei Fratelli Boemi, una comunità religiosa che, come tante
altre, aveva spianato la via alla Riforma con l’esaltazione della primitiva purezza
evangelica.
Figlio di un mugnaio, e rimasto orfano in giovane età, frequentò una scuola latina, che gli
lasciò un triste ricordo.
Consacrato sacerdote della sua comunità e divenuto insegnante, ebbe occasione di
applicare il metodo del Ratke, del quale era entusiasta.
Scoppiata la terribile guerra dei Trent’anni, che sconvolse il suo paese e perseguitò i
Fratelli Moravi, fu costretto ad andare in esilio in Polonia, dove insegnò in un Ginnasio e
potè attendere alla compilazione delle sue principali opere pedagogiche.
Nominato vescovo, ebbe anche la sorveglianza degli studi della gioventù.
Nel 1641 fu chiamato a Londra dal Parlamento inglese per riformare le scuole del regno;
l’anno seguente fu chiamato in Svezia per lo stesso scopo, e l’ordinamento didattico da
lui proposto fu approvato e conservato per ben due secoli.
Nel 1651 fondò in Ungheria una scuola modello, che chiamò Schola pansophica, ossia di
sapienza universale, per la quale preparò anche libri di testo.
Tornato in Polonia, dovette assistere alla dispersione della sua comunità in seguito alle
persecuzioni religiose.
Morì ad Amsterdam nel 1670.
Scrisse ben 142 opere di varia mole, in lingua latina, polacca, greca, tedesca. Le più
importanti sono:
la Didactica magna, pubblicata in ceco nel 1632 e in latino nel 1640, l’opera
maggiore.
Essa rivela, anche nel sottotitolo (Trattato dell’arte universale d’insegnare tutto a tutti),
l’ideale pansofico e la fede scientifica del secolo XVII.
la Ianua linguarum reserata (La porta delle lingue aperta) (1631), che è una raccolta
di 8000 vocaboli latini, con la traduzione in volgare, divisi in 100 titoli, col duplice scopo
di fornire una graduale nomenclatura latina, e, nel tempo stesso, le principali nozioni di
tutte le scienze e di tutte le arti.
l’Orbis rerum sensualium pictus (Il mondo delle cose sensibili figurato) (1650),
primo esempio di libro scolastico illustrato, nel quale, secondo il metodo intuitivo, la
lingua viene insegnata accompagnando il nome con l’immagine della cosa.
Queste opere, tradotte nelle principali lingue europee, contribuirono molto a rinnovare
l’insegnamento elementare e lo studio del latino, che fino allora era fatto
pedantescamente mediante l’apprendimento mnemonico delle regole.
2. Comenio, che unisce in sè lo spirito mistico della sua comunità e la fede baconiana
nella potenza educatrice della scienza, nutrì sempre la ferma speranza di essere stato
destinato da Dio a compiere una grande opera di riforma dell’umanità (allora dilaniata
dalle lotte fratricide) per mezzo della scuola.
Egli inizia la Didactica magna, dichiarando che il fine ultimo dell’uomo è la vita eterna,
ma, perchè l’uomo possa rendersi degno dell’eternità, gli occorrono l’istruzione (che è
mezzo alla virtù), la virtù (che è mezzo alla religione), e la religione.
Egli, partendo dal presupposto neoplatonico dell’uomo microcosmo, ritiene che l’uomo, in
quanto creazione divina, rechi in sè il germe di tutte le cose, e che quindi l’educatore deve
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J. A. KOMENSKY (COMENIO) -

  1. Jan Amos Komensky (Niwnitz, Moravia, 1592-1670), o alla latina Comenius, detto i il Bacone dell’educazione,, «il Galilei della pedagogia, ecc., si può considerare il vero fondatore della pedagogia moderna, perché diede la prima formulazione organica e scientifica dell’azione educativa. Egli appartenne alla Unione dei Fratelli Boemi, una comunità religiosa che, come tante altre, aveva spianato la via alla Riforma con l’esaltazione della primitiva purezza evangelica. Figlio di un mugnaio, e rimasto orfano in giovane età, frequentò una scuola latina, che gli lasciò un triste ricordo. Consacrato sacerdote della sua comunità e divenuto insegnante, ebbe occasione di applicare il metodo del Ratke, del quale era entusiasta. Scoppiata la terribile guerra dei Trent’anni, che sconvolse il suo paese e perseguitò i Fratelli Moravi, fu costretto ad andare in esilio in Polonia, dove insegnò in un Ginnasio e potè attendere alla compilazione delle sue principali opere pedagogiche. Nominato vescovo, ebbe anche la sorveglianza degli studi della gioventù. Nel 1641 fu chiamato a Londra dal Parlamento inglese per riformare le scuole del regno; l’anno seguente fu chiamato in Svezia per lo stesso scopo, e l’ordinamento didattico da lui proposto fu approvato e conservato per ben due secoli. Nel 1651 fondò in Ungheria una scuola modello, che chiamò Schola pansophica, ossia di sapienza universale, per la quale preparò anche libri di testo. Tornato in Polonia, dovette assistere alla dispersione della sua comunità in seguito alle persecuzioni religiose. Morì ad Amsterdam nel 1670. Scrisse ben 142 opere di varia mole, in lingua latina, polacca, greca, tedesca. Le più importanti sono: — la Didactica magna, pubblicata in ceco nel 1632 e in latino nel 1640, l’opera maggiore. Essa rivela, anche nel sottotitolo (Trattato dell’arte universale d’insegnare tutto a tutti), l’ideale pansofico e la fede scientifica del secolo XVII. — la Ianua linguarum reserata (La porta delle lingue aperta) (1631), che è una raccolta di 8000 vocaboli latini, con la traduzione in volgare, divisi in 100 titoli, col duplice scopo di fornire una graduale nomenclatura latina, e, nel tempo stesso, le principali nozioni di tutte le scienze e di tutte le arti.

— l’Orbis rerum sensualium pictus (Il mondo delle cose sensibili figurato) (1650), primo esempio di libro scolastico illustrato, nel quale, secondo il metodo intuitivo, la lingua viene insegnata accompagnando il nome con l’immagine della cosa. Queste opere, tradotte nelle principali lingue europee, contribuirono molto a rinnovare l’insegnamento elementare e lo studio del latino, che fino allora era fatto pedantescamente mediante l’apprendimento mnemonico delle regole.

  1. Comenio, che unisce in sè lo spirito mistico della sua comunità e la fede baconiana nella potenza educatrice della scienza, nutrì sempre la ferma speranza di essere stato destinato da Dio a compiere una grande opera di riforma dell’umanità (allora dilaniata dalle lotte fratricide) per mezzo della scuola. Egli inizia la Didactica magna, dichiarando che il fine ultimo dell’uomo è la vita eterna, ma, perchè l’uomo possa rendersi degno dell’eternità, gli occorrono l’istruzione (che è mezzo alla virtù), la virtù (che è mezzo alla religione), e la religione.

Egli, partendo dal presupposto neoplatonico dell’uomo microcosmo, ritiene che l’uomo, in quanto creazione divina, rechi in sè il germe di tutte le cose, e che quindi l’educatore deve

limitarsi a stimolare dall’esterno lo sviluppo di questi germi (cfr. poi Locke, Rousseau, Fichte, Pestalozzi, Froebel, ecc, fino alla moderna scuola attiva). Comenio, rendendosi poi interprete del principio protestante dell’istruzione universale obbligatoria, afferma che, essendo tutti nati per uno stesso fine, l’educazione è necessaria a tutti, uomini e donne, ricchi e poveri, principi e sudditi:

Tale educazione deve essere impartita nelle pubbliche scuole, perchè, se la cura dei figliuoli spetta propriamente ai genitori, questi non sempre hanno la possibilità di attendere lodevolmente al loro compito:

Da tali premesse teologiche ed universalistiche derivano i due grandi principi della dottrina pedagogica di

Comenio:

a) si deve insegnare tutto a tutti (o pansofismo), non già nel senso che tutti debbano acquistare conoscenza di tutte le arti e di tutte le scienze, ma nel senso che tutti devono imparare a conoscere la ragione e il fine di tutte le cose principali. Ne consegue che l’istruzione non avrà più soltanto carattere letterario ed umanistico, ma si estenderà a tutte le scienze della natura, senza esclusione di alcuna di esse (istruzione realistica). Soltanto in tal modo la scuola diventerà veramente fficina di uomini , cioè formatrice di caratteri e di coscienze. Con questo ideale « pansofico,, già perseguito da Campanella e da Bacone, Comenio si illudeva di vincere il frazionamento dell’istruzione che veniva impartita nelle scuole del tempo.

b) l’educazione deve imitare la natura, perchè la struttura e le leggi dell’uomo

sono le stesse che la struttura e le leggi della natura.

Comenio illustra questo principio, che sta a fondamento di tutta la Didactica magna, mediante una prolissa e spesso ingenua esemplificazione, tolta dalla vita della natura, particolarmente da quella degli uccelli e delle piante. Come la natura, per compiere le sue opere, attende il tempo favorevole (l’uccello, ad es., nidifica solo in pri 0 0 1 Fmavera), così il maestro deve saper cogliere il tempo op 0 0 1 Fportuno per il suo insegnamento (la fanciullezza, le ore del mattino, ecc.); come la natura prepara la materia prima di mettersi a darle una forma (l’uccello, ad es., fa il nido, poi le uova, e infine le cova), così il maestro deve preparare il materiale didattico, far imparare le lingue prima della grammatica, fornire gli esempi prima delle regole, ecc. Ma le leggi educative più importanti, che Comenio ricava dal principio generale della conformità alla natura, sono:

l’insegnamento intuitivo, cioè fondato sull’esperienza e sul contatto diretto con la natura. istruire non vuoi dire riempire la memoria di una quantità di parole, di frasi, di sentenze, di opinioni raccolte negli autori, ma aprire l’intelletto per mezzo delle cose. Bisogna dare ai gio 0 0 1 Fvani non già l’ombra delle cose, ma le cose stesse che impressionano i sensi e l’immaginazione. L’istruzione deve cominciare da una osservazione delle cose e non da una descrizione verbale”

l’insegnamento ciclico , che consiste nel graduare gli studi, in modo che, nei diversi

gradi di scuola non si insegnino “cose diverse, ma le stesse cose un modo diverso” ( o, in altre parole, si amplifichino e si approfondiscano quelle nozioni che, in ogni ordine dello

pensiero pedagogico (scuola attiva, metodo intuitivo, Metodo ciclico, ecc.); ma presenta anche il grave difetto. di voler studiare l’educando non in se stesso, nella sua natura psicologica ed umana (cfr. poi Locke, Rousseau, ecc.), ma attraverso la natura degli animali e delle piante. Comenio ebbe inoltre il merito di offrire per primo un esempio di organizzazione scolastica moderna, fissando i compiti dell’educazione della prima infanzia, proponendo l’istituzione di una scuola vernacola comune a tutti, ecc. Ebbe infine il merito di aver rinnovato i singoli insegnamenti, come quello delle scienze, che fu fondato su basi più ampie e sperimentali; quello delle lingue, che fu fondato sull’apprendimento diretto degli oggetti, cominciando dai più prossimi e familiari a quelli più lontani, ecc- Le idee di Comenio trovarono un’applicazione pratica nel 1642, quando Ernesto I, detto il Pio (1601-1675), duca di Sassonia, incaricò Andrea Reyher, seguace di Comenio, di riformare l’insegnamento popolare del ducato. Reyher stabili il principio dell’istruzione elementare obbligatoria per tutti i fanciulli; prescrisse la lettura e la scrittura nella lingua nazionale; impose su larga scala il metodo intuitivo e l’apprendimento delle scienze e delle cose più utili alla vita.

John LOCKE.

  1. Locke è il più grande rappresentante dell’empirismo. Egli incomincia con l’operare la critica dell’innatismo cartesiano, affermando che, se le idee fossero innate, tutti gli uomini dovrebbero avere le medesime idee; mentre, poiché non sono innate, ma derivano dall’esperienza, i bimbi, i selvaggi e gli ignoranti, la cui esperienza è più limitata, mancano di parecchie idee. Le idee derivano dunque dall’esperienza, e, più particolarmente, da due fonti: a) il senso esterno, o sensazione , mediante la quale lo spirito conosce le cose materiali;

b) il senso interno, o riflessione , mediante la quale lo spirito, riflettendo (ossia ripiegando) sulle proprie operazioni, conosce i fatti di coscienza, come il percepire, il pensare, il volere, ecc. Tutte le idee, a loro volta, sia che derivino dal senso interno o dal senso esterno, si dividono in idee semplici, cioè non decomponibili in idee più semplici (come ad es. l’idea di estensione, di colore, ecc.), e in idee complesse, cioè risultanti dalla fusione di idee semplici (come ad es. l’idea di sostanza, risultante dalla fusione dalle idee semplici di peso, colore, forma, ecc.), Tale fusione è opera dell’intelletto, il quale, benché sia una tabula rasa , interviene attivamente ad elaborare le idee semplici in idee complesse mediante sue particolari operazioni. Le idee non si devono confondere con le qualità dei corpi, alcune delle quali sono primarie od oggettive (estensione, ecc.), altre e secondarie o soggettive (calore, odore, ecc.). Le qualità primarie, oltre ad essere idee, esistono realmente anche fuori di noi, in sè medesime. Locke è anche importante perché, in base alla sua teoria sulla genesi delle idee, fece per primo la critica dell’idea di sostanza, precorrendo Kant e l’idealismo moderno. Egli afferma che l’idea di sostanza, sia materiale che spirituale, è un’idea complessa, risultante da un processo di astrazione, per cui, separando una serie di qualità costantemente coesistenti (es. peso, colore, forma, grandezza, ecc.), congetturiamo che esista un «sostrato» in cui quelle qualità ineriscano, mentre in realtà noi conosciamo soltanto le qualità, non la sostanza sottostante. La sostanza è quindi inconoscibile, e ogni metafisica (teologia, psicologia, cosmologia) è impossibile. Tuttavia Locke, ricorrendo al concetto empiristico della passività dello spirito e al principio di causa, ristabilisce una metafisica: vi sono in noi sensazioni non prodotte da noi, e quindi devono esistere fuori di noi i corpi che ne sono la causa; noi, che esistiamo, non abbiamo prodotto noi stessi, e quindi deve esistere fuori di noi una causa che ci ha prodotti, ossia Dio.

  1. Locke espose le sue idee pedagogiche nei Pensieri sull’educazione (1693), che non sono un’opera organica, ma una serie di lettere indirizzate ad un nobile inglese, Edoardo Clarke, che l’aveva pregato di alcuni consigli per l’educazione dei suoi figli; la Guida dell’intelletto (1697), specie di appendice al e Saggio sull’intelletto umano; i Pensieri sulla lettura e lo studio, ecc. Egli, che non si occupa dell’educazione del popolo, ma che mira a formare il tipo del gentleman inglese (appartenente alla nuova classe dirigente emersa dalla rivoluzione liberale del 1688), espone consigli del più schietto buon senso, ispirati da un lato a quel convincimento della sovranità della e ragione , che è caratteristica del cartesianesimo, e dall’altro a quel senso vivo della realtà, che l’indirizzo baconiano ed empiristico aveva suscitato particolarmente in Inghilterra. Pur muovendo da premesse naturalistiche (che dovrebbero — come poi in Rousseau — portare all’affermazione della più assoluta libertà spirituale dell’educando), egli considera il problema educativo come problema di spontanea conciliazione tra l’autorità dell’educatore e la libertà dell’educando, ma conciliazione che presuppone una faticosa e talora dura lotta dello spirito contro la propria natura inferiore. Ciò è anche conforme al pensiero filosofico lockiano, che concepisce lo spirito come un

l’incarnazione vivente di quella legge che la sua stessa ragione gli addita; sia facendo appello a quei sentimenti che sono congeniti nei fanciulli, primo fra tutti il sentimento dell’onore ( cfr. Umanisti e Gesuiti), cioè il sentimento e il desiderio di essere approvati e lodati dagli altri; sia infine, poiché i fanciulli sanno ragionare da quando incominciano a parlare, e desiderano essere trattati da creature ragionevoli più presto che non s’immagini, mediante la persuasione, cioè appellandosi continuamente alla ragione.

L’educazione morale deve poi integrarsi con l’educazione religiosa. perché l’amore della virtù trova nel sentimento religioso il più saldo sostegno; ma è bene limitarsi ad un chiara e semplice idea di Dio, senza confondere la mente con astratte ricerche sopra la natura della divinità:

Similmente non sono necessarie molte pratiche religiose, ma basteranno brevi e semplici preghiere al mattino e alla sera. Locke, infine, contro l’uso delle famiglie inglesi di educare i figli nei collegi, manifesta la sua preferenza per l’educazione privata nei confronti di quella pubblica, perché, se i fanciulli educati fuori di casa diventano indubbiamente più arditi e più desti, tali doti non sono disgiunte dalla volgarità e dalla perdita dell’innocenza. Il Locke passa quindi a trattare dell’educazione intellettuale (o istruzione), che tiene

sempre ben distinta dall’educazione morale, Egli, spinto dal suo temperamento pratico, che lo pone contro il formalismo retorico della scuola umanistica, ricorre a un criterio strettamente e talvolta grossolanamente utilitario per la scelta delle materie e del metodo d’insegnamento:

“Un gentiluomo può tranquillamente fare a meno della cultura oggi di moda nelle scuole di Europa e compresa nella cerchia dell’educazione normale, senza disdoro per sè, nè danno per i propri affari”

E ancora:

Non è ridicolo che un padre sprechi il proprio denaro e il tempo di suo figlio per fargli studiare la lingua dei Romani, nel medesimo tempo che lo destina ad una professione in cui il latino non gli servirà a nulla? “,

Il giovane dovrà imparare soltanto ciò che gli sarà utile nella vita, e quindi, oltre la lingua materna, il francese, il latino (Locke. nonostante le sue convinzioni utilitarie, non osa porsi contro il costume prevalente del tempo), e più ampiamente la matematica, la geografia, la storia, il diritto civile, le scienze naturali, ecc. Non dovrà invece imparare la grammatica (che va riservata ai dotti), la retorica (che è inutile, anzi pericolosa, per le sue degenerazioni formalistiche e dialettiche), la versificazione (che è una tortura inutile per chi non abbia vena di poesia), la composizione latina (che è anch’essa una tortura inutile, in quanto costringe il fanciullo a fare un discorso sopra una massima latina, senza che egli abbia alcuna cognizione delle cose in cui deve parlare), ecc. Locke, ispirandosi allo stesso criterio utilitario, mostra anche la convenienza che il giovane gentiluomo abbia ad apprendere un mestiere manuale (giardinaggio, arte del falegname, ecc.):

Più tardi, nella Guida dell’intelletto, Locke modificò il suo punto di vista sull’istruzione, considerandola non più soltanto dal punto di vista utilitario, ma formativo (o -come si suol anche dire- disciplinare):

“Il compito dell’educazione non è quello di rendere perfetti i giovani in una o in

un’altra scienza, ma di aprire e disporre le loro menti in modo da renderle capaci

di qualunque scienza, a cui si vogliano applicare”.

Poco importa se gli alunni dimenticheranno gran parte delle nozioni apprese, poiché ciò che interessa è lo sforzo compiuto per arrivare ad apprenderle, l’attitudine che in tal modo si è formata e che sarà preziosa in ogni contingenza della vita. Perciò Locke insiste sul grande valore che ha la matematica come mezzo per abituare la mente a ragionare con metodo e precisione.

  1. La pedagogia di Locke, a differenza di quella di Comenio, ha il grandissimo merito di aver studiato per la prima volta la natura umana, spianando la via a Rousseau e in genere a tutte le tendenze della pedagogia moderna (per quanto Locke si ponga più dal punto di vista dell’educatore, cioè dal punto di vista di un modello, di un ideale futuro, che da quello dell’educando); e, nello stesso tempo, di aver concepito il problema educativo come problema di spontanea conciliazione tra l’autorità dell’educatore e la libertà dell’educando, sebbene tale conciliazione presupponga una faticosa conquista dello spirito contro la propria natura inferiore, preludendo al pensiero pedagogico di Kant.

Nel campo dell’istruzione, si ispira ad un utilitarismo che nonostante i possibili limiti manifesta per la prima volta l’esigenza, in forma esplicita, di un tipo di istruzione non più umanistica, ma realistica e moderna, in conformità con le nuove classi economiche che stavano salendo alla ribalta della storia. J. J. ROUSSEAU

J. J. Rousseau nacque a Ginevra, da genitori calvinisti (il padre era un orologiaio), nel

«Nacqui infermo e malaticcio - scrive egli nelle Confessioni - Costai la vita a mia madre e la mia nascita fu la prima tra le mie disgrazie».

Ebbe infatti vita inquieta e movimentata, sia per avversioni e difficoltà di ogni genere, sia per la sua indole sospettosa e malinconica. D’ingegno precocissimo, si diede sin dall’età di 6 anni alla lettura intensa di romanzi, che acuirono la sua naturale sensibilità, e si entusiasmò soprattutto alla lettura delle Vite di Plutarco, che come egli afferma nelle Confessioni — alimentarono « il suo spirito libero

e repubblicano, il carattere indomabile e fiero, insofferente di giogo e di servitù». A 9 anni, avendo dovuto suo padre esulare, fu affidato alle cure di un pastore protestante, in un villaggio della Savoia, dove, nella tranquillità dei campi, sentì svilupparsi quell’amore per la natura, da cui fu animato per tutta la vita.

Ritornato a Ginevra, poiché mostrava grande inclinazione per il disegno, fu collocato in qualità di apprendista presso un incisore, « uomo rustico e violento, che in pochissimo tempo offuscò lo splendore della sua infanzia e abbruttì il suo carattere affettuoso e vivo». A 16 anni, insofferente di ogni freno, e desideroso di avventure, se ne fuggì in Savoia, allora roccaforte del cattolicesimo, dove fu ospitato da un parroco, che lo indirizzò presso

una giovane signora, Madame de Warens, che risiedeva nell’ameno rifugio campestre di Les Charmettes (presso Chambéry), e che, da poco convertita al cattolicesimo, si adoperava per la conversione di altre anime. Questa signora, che ebbe nella vita di Rousseau un’importanza decisiva, e che egli chiamò nelle Confessioni la sua maman”, lo persuase a convertirsi alla religione cattolica e lo mandò a Torino all’Ospizio dei Catecumeni, dove ricevette il battesimo.

Tra il 1728 e il 1732 condusse vita errabonda, durante la quale si adattò alle più umili occupazioni (come commesso di negozio, come servitore in una casa patrizia, come

disuguaglianza tra ricchi e poveri, e nelle epoche successive, per fatale necessità, tutte le altre fra potenti e deboli, fra tiranni e schiavi. Rousseau prorompe, a tale proposito in quella celebre invettiva contro la proprietà, che lo avrebbe fatto considerare come il caposcuola di tutte le moderne dottrine socialiste:

“Il primo, il quale, avendo chiuso un terreno, osò dire —esso è mio —, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante miserie, quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, togliendo i pali e colmando i fossi, avesse detto ai suoi simili: guardatevi dal dare retta a questo impostore, voi siete perduti se dimenticherete per un momento che i frutti sono di tutti e la terra è di nessuno”.

Tra il 1756 e il 1762 il Rousseau, disgustato dalla meschinità e dalla corruttela del raffinato ambiente parigino. si ritirò dapprima nella solitudine dell’Ermitage, presso la foresta di Montmorency (Oise), come ospite della marchesa d’Épinay; poi nella stessa Montmorency, come ospite del maresciallo di Louxemburg, componendo in cinque anni di febbre e di pazzia i suoi capolavori, la Nuova Eloisa (1761), il Contratto sociale (1762) e l’Emilio (1762). La Nuova Eloisa è un romanzo epistolare, capostipite dei romanzi psicologici, in cui il Rousseau esalta l’amicizia e l’amore che si redime dalla colpa e raggiunge la perfezione morale.

Il Contratto sociale (pubblicato in Olanda) è un trattato in cui il Rousseau, convinto che un ritorno ad uno stato di natura è ormai impossibile, si pone il problema dello Stato come conciliazione tra libertà e autorità, o, più precisamente, “trovare una forma di associazione che protegga e difenda, con tutta la forza comune, la persona e i beni di ogni associato, e per la quale ognuno, unendosi a tutti, non obbedisca tuttavia che a se stesso e resti altrettanto libero quanto prima”. Egli trova l’origine di’ questa associazione in un « contratto sociale, (che non ha il valore di un fatto storicamente avvenuto, ma di una semplice idea normativa), contratto che consiste in una « alienazione totale di ciascun associato, con tutti i suoi diritti, alla comunità , in nome di un principio universalistico, la volontà generale, che esiste nello spirito di ogni individuo, e che consiste nella comunione, o meglio nella identificazione, di ogni individuo con tutti gli altri individui della comunità. La volontà generale, che non è la volontà di tutti, poiché non si fonda sul numero e sulla quantità, ma sulla qualità, cioè sul suo carattere universalistico (essa può identificarsi anche con la volontà di un solo individuo, purché questi, nel contrasto degli interessi particolari, sappia scorgere con piena consapevolezza quello che è il contenuto della volontà generale), si identifica con la sovranità, in modo che ogni individuo, obbedendo alla legge comune, non obbedisce a qualcosa di estraneo a se stesso, ma attua anzi in essa, nella sua forma più piena, la propria libertà. Perciò il contratto sociale non è un « pactum subiectionis, come voleva Hobbes, ma un pactum untonts cioè un patto per cui l’individuo non obbedisce a un sovrano o a uno o più individui, ma al popolo che detiene il potere, e quindi a se stesso.

L’Emilio o dell’educazione, che costò all’autore (<venti anni di meditazione e tre anni di lavoro, è un romanzo pedagogico, in cui si afferma il principio della spontaneità naturale nell’educazione del fanciullo. Il Contratto sociale e l’Emilio suscitarono contro Rousseau le più forti persecuzioni. Il Contratto sociale fu proibito, l’Emilio fu fatto bruciare per mano del boia, e contro l’autore fu spiccato mandato di cattura. Rousseau riuscì a fuggire in Svizzera, dove si difese con la Lettera a Cristoforo de Beaumont, arcivescovo di Parigi (1763) e con le Lettere scritte dalla montagna (1764); ma anche qui, essendo state le due opere condannate, dovette vagare di cantone in cantone, finché accettò l’invito del filosofo Hume, che lo volle presso di sé in Inghilterra.

Frattanto, sotto così gravi colpi, le sue condizioni di salute andarono aggravandosi, particolarmente la sua mania di persecuzione, tanto che accusò lo stesso Hume di cospirare coi suoi nemici, e nel 1767 lasciò l’Inghilterra. Tornato in Francia, si fissò nuovamente a Parigi, dove, non disturbato dal governo, visse poveramente copiando della musica. Compose in questo periodo le Confessioni, che tanta influenza dovevano esercitare sulla letteratura moderna; Dialogues de Rousseau juge de Jean-Jacques, e le Réveries d’un promeneur solitaire, che sono l’espressione di una pace malinconica trovata nel seno stesso della disperazione. Negli ultimi anni trovò un protettore nel marchese De Girardin, che lo ospitò nel castello di Ermenonville, nella vallata di Montomorency, per lui piena di ricordi; ma nel 1778 un attacco di apoplessia pose termine alla sua vita travagliata. Nel 1794 le sue ceneri, per ordine della Convenzione, furono trasportate nel Panthe6n di Parigi, dove riposano accanto a quelle di Voltaire.

  1. Rousseau espose le sue idee pedagogiche nell’Emilio, che operò nel campo pedagogico una rivoluzione simile a quella compiuta da Kant nella storia della filosofia. Mentre infatti fino allora gli scrittori di pedagogia, pur proponendosi di studiare la natura del fanciullo, si erano posti più dal punto di vista dell’educatore che da quello dell’educando, cercando di vedere nel fanciullo l’uomo futuro (ossia in altre parole più dal punto di vista di un modello, di un ideale futuro), Rousseau si pone, con piena consapevolezza, dal punto di vista del fanciullo, considerando l’educazione come un processo naturale e spontaneo, che trova la sua giustificazione in se stesso

“L’infanzia non è per nulla conosciuta. I più sapienti si fissano su ciò che è necessario che l’uomo sappia, senza tener conto di quello che i fanciulli sono in grado di imparare. Nel fanciullo essi cercano sempre l’uomo senza pensare a quello che egli è prima di essere uomo”.

Rousseau, che nel Contratto sociale aveva tracciato le linee di uno Stato ideale, non si propone ora, come la pedagogia illuministica, di formare il cittadino ideale, ma, ispirandosi al suo originalissimo principio dell’educazione naturale, di formare l’uomo ideale per lo Stato ideale, cioè l’uomo nell’universalità dei suoi intimi valori umani, al di fuori di ogni situazione empirica particolare, il quale, nello svolgimento della vita sociale, saprà sempre giudicare da se stesso, senza lasciarsi governare da alcuna autorità estranea al suo spirito.

Vivere — egli dichiara — è il mestiere che gli (=Emilio) voglio insegnare. Uscendo dalle mie mani, egli non sarà, ne convengo, nè magistrato, nè soldato, nè prete, ma sarà prima di tutto un uomo: tutto quello che un uomo deve essere, egli saprà esserlo, all’occorrenza, al pari di chiunque; e per quanto la fortuna possa fargli cambiare condizione, egli si troverà sempre nella sua. Il nostro vero studio è quello della condizione umana. L’Emilio, si compone di cinque libri, dei quali il primo espone l’educazione di Emilio dalla nascita fino a quando comincia ad avere coscienza di sé e a parlare, ossia, approssimativamente, fino al secondo anno di età (infanzia); il secondo dal secondo al dodicesimo anno di età (fanciullezza); il terzo dal dodicesimo al quindicesimo anno (adolescenza); il quarto dal quindicesimo al ventesimo; il quinto tratta dell’educazione femminile e dei viaggi che hanno lo scopo di conoscere i vari popoli e di formare la coscienza politica e civile. Ognuno di questi periodi è contrassegnato da una particolare attività spirituale, e, più precisamente, fino al dodicesimo anno dal senso (Rousseau, a differenza del Locke, non ritiene che in fanciullo sia capace di ragionare); dal dodicesimo al quindicesimo dalla ragione; dopo il quindicesimo dal sentimento.

Il padre deve essere il vero precettore dei suoi figli, poiché quando egli genera non adempie che alla terza parte del suo compito: Un padre, quando genera e alleva i figliuoli, non adempie che alla terza parte del suo compito. Egli deve dare alla sua specie degli uomini, alla società degli uomini socievoli, allo Stato dei cittadini. Ciascun uomo, che può assolvere questo triplice debito e non lo fa, è colpevole, più colpevole forse se lo assolve solo a metà. Colui che non può adempiere ai suoi doveri di padre, non ha il diritto di diventarlo.

Se il padre non può adempiere al suo dovere educativo, potrà ricorrere ad un precettore, che dovrà essere un vero prodigio, poiché per fare un uomo bisogna essere padre o più che un uomo: Abbia egli un anima sublime. Sia giovanissimo tanto da poter diventare il compagno del suo allievo, senza mancare della saggezza a lui necessaria. Non abbandoni mai il suo allievo, fino a che non ne abbia compiuta l’educazione, nè si unisca con altri nell’assolvere il suo compito. In lui non si separi l’educatore dal precettore, come non può separarsi l’allievo dal discepolo. Più che istruire, cerchi di educare”.

L’opera educativa si inizia fin dalla nascita. Le prime conoscenze provengono dall’esperienza mediante i sensi (Rousseau segue qui, oltre al Locke, il Condillac, che molto ammirava):

«Prima di parlare, prima di capire, il bambino si istruisce di già. L’esperienza previene le lezioni. Nel momento in cui conosce la nutrice, il bambino ha già appreso molto».

Le abitudini sono da evitare, poiché aggiungono nuovi bisogni a quelli della natura:

«La sola abitudine che il bambino dovrebbe contrarre è quella di non contrarne nessuna”.

Le prime voci del bambino sono il lamento e il pianto, poiché egli sente i bisogni e non può soddisfarli; ma tali lamenti, che sono preghiere, non devono per i nostri servizi diventare ordini, poiché, in tal caso, il bambino può considerare gli adulti come strumenti alle sue dipendenze, e diventare un tiranno o uno schiavo, non mai un essere ragionevole. Il linguaggio dei bambini è una conquista spontanea e personale, ed è perciò vana pedanteria tentar di correggere i pretesi errori, dei quali col tempo si correggeranno da sè:

“Essi hanno per così dire, una grammatica propria della loro età, di cui la sintassi ha regole più generali della nostra.., È perciò una pedanteria insopportabile il pretendere di correggere nei fanciulli tutti i piccoli sbagli contro l’uso, che essi finiscono sempre col correggere da sè col tempo”.

Non bisogna inoltre aver fretta, poiché tale premura produce un effetto direttamente contrario a quello voluto:

Limitate quanto più è possibile il vocabolario del fanciullo, poiché è un grande

inconveniente che egli possegga più vocaboli che idee, che sappia dire più cose che non ne possa pensare”.

  1. Il secondo libro, abbraccia l’educazione di Emilio dal secondo al dodicesimo anno di età, contrassegnati ancora dal senso e dai bisogni fisici (= educazione fisica o dei sensi).

Esso svolge il concetto dell’ « educazione negativa »(o metodo inattivo), che consiste nell’allontanare dall’educando le cause del male e dell’errore (che per Rousseau si identificano sostanzialmente con la raffinata e corrotta società del tempo), le quali potrebbero turbare lo spontaneo sviluppo delle facoltà del fanciullo, lasciando fare alla

natura, o (non senza implicita contraddizione) ordinando intorno al fanciullo quelle cose che sono più adatte per la sua formazione. Si aggiunga che, essendo il fanciullo un «essere fisico), incapace di ragione e di sentimento, non potrebbe ancora comprendere l’autorità dell’educatore.

L’educazione negativa — osserva il Rousseau — consiste non già nell’insegnare la virtù e

la verità, ma nel difendere il cuore dal vizio e la mente dall’errore”.

E ancora:

Chiamo educazione positiva quella che tende a formare lo spirito prima del tempo e a dare al fanciullo la conoscenza dei doveri dell’uomo. Chiamo invece educazione negativa quella che tende a proteggere gli organi, che sono gli strumenti delle nostre cognizioni, prima di far apprendere queste cognizioni, e che prepara la ragione per mezzo dell’esercizio dei sensi. Quella positiva anticipa le nozioni, quella negativa invece le dà a mano a mano ‘che lo sviluppo del fanciullo lo richiede”.

Ma più oltre, non senza implicita contraddizione:

«Il vostro alunno creda sempre di essere il padrone; ma, quanto ad esserlo, siatelo sempre voi... È certo che il bambino deve fare quello che vuole; ma deve volere solo quello che voi volete che egli faccia. Non deve fare un passo che voi non abbiate preveduto; non deve aprire la bocca senza che voi sappiate quello che sta per dire... Voi potrete studiano a vostro agio, e preparare intorno a lui tutte le lezioni che volete dargli, senza che egli pensi di riceverne alcuna”.

Vi sono prosegue il Rousseau — due specie di dipendenze: quella delle cose, che è di ordine naturale, e quella degli uomini che è di ordine sociale. La prima non nuoce alla libertà e non genera vizi, mentre la seconda asservisce e corrompe. L’educatore dovrà perciò mantenere il fanciullo nella sola dipendenza delle cose, in modo che solo l’esperienza o l’impotenza siano le sue leggi:

«Ch’egli senta per tempo sulla sua testa altera il duro giogo che la natura impone all’uomo, il pesante giogo della necessità, sotto il quale bisogna che ogni essere finito si pieghi; che veda questa necessità nelle cose, mai nel capriccio degli uomini; che il freno che lo trattiene sia la forza e non l’autorità. È nella natura dell’uomo di sopportare pazientemente la necessità delle cose, ma non la cattiva volontà altrui».

Anche i premi e i castighi non avranno ragione di essere, ma saranno soltanto le conseguenze, o le reazioni naturali », delle cattive azioni:

Non infliggete al bambino nessuna punizione, perché egli non sa che cosa sia essere

colpevole: non gli fate mai chiedere perdono, perché egli non ha la possibilità di offendervi”. Non si deve, in altre parole, punire il bambino, perché guasta tutto ciò che tocca, ma occorre fare in modo che egli ne subisca le conseguenze:

“il vostro bambino rompe le finestre della camera: lasciate che il vento soffi su di lui notte e giorno senza preoccuparvi dei raffreddori; poiché è meglio che egli sia raffreddato piuttosto che pazzo. Non lagnatevi mai dei disturbi che vi procura, ma fate che egli li senta per primo. Finalmente voi fate rimettere i vetri, sempre senza dirgli nulla: egli li rompe di nuovo cambiate allora metodo; ditegli seccamente ma senza collera: le finestre sono mie: le ho fatte fare io e io voglio garantirle; e quindi lo chiuderete al buio in una stanza senza

«Io insegno al mio alunno un’arte lunghissima, difficilissima: l’arte di essere ignoranti».

La ragione sensitiva si sviluppa mediante l’educazione dei sensi, intesa non soltanto come capacità di ricevere impressioni, ma di comparare e collegare gli oggetti sensibili. Speciali cure si dovranno avere nell’educazione del tatto (Emilio dovrà imparare a muoversi speditamente nel buio, come fanno i ciechi), della vista (Emilio imparerà a valutare le distanze, a distinguere gli oggetti più diversi, a disegnare dal vero, ecc.), dell’udito (Emilio imparerà a parlare in modo uniforme e chiaro, ecc.). Ed ecco Emilio dodicenne: “Il suo aspetto, il suo portamento, il suo contegno annunciano la sicurezza e il buon umore: la salute brilla sul suo volto; il suo passo fermo gli dà un’aria di vigore; la sua carnagione ancora delicata, senza essere scialba, non ha nulla della femminea mollezza, perché l’aria e il sole le hanno già data l’impronta onorevole del suo sesso; i suoi muscoli, ancora arrotondati, cominciano ad accentuare alcuni tratti di una fisionomia nascente; i suoi occhi, non animati ancora dal fuoco del sentimento, hanno almeno tutta la serenità nativa; i lunghi dolori non li hanno per nulla offuscati; le lacrime senza fine non hanno per nulla solcato le sue gote• Voi vedete nelle sue movenze pronte, ma sicure, la vivacità dell’età sua, la fermezza dell’indipendenza, l’esperienza degli esercizi molteplici. Egli ha lana aperta e franca, ma senza insolenza né vanità; il suo capo, che non è stato ripiegato sui libri, non gli cade sullo stomaco; non c’è bisogno di dirgli: alza la testa; né la vergogna, né il timore gliela fecero mai abbassare ».

  1. Il terzo libro abbraccia l’educazione di Emilio dal dodicesimo al quindicesimo anno di età, contrassegnati dalla ragione (= educazione intellettuale). Esso svolge il concetto di un’educazione più diretta e positiva, perché, essendo ormai il fanciullo capace di ragione, può subire maggiormente l’ascendente dell’educatore; ma, anche in questo caso, l’educatore dovrà essere “ministro” e non nemico della natura. Egli, tra le infinite conoscenze possibili, sceglierà quelle che corrispondono a un vero interesse del fanciullo, e, poiché questi non ha ancora interessi propriamente sociali e morali, ma tende soltanto al proprio benessere, la scelta cadrà su quelle nozioni che sono veramente utili: « A che serve? Ecco oramai la parola sacra, la parola determinante, fra lui e l’educatore, in tutte le azioni della vita”.

L’educatore porterà l’alunno, gradatamente, dagli oggetti sensibili a quelli intellettuali, senza far ancora uso di libri, ma mediante abili suggestioni, che desteranno in lui la curiosità per i fenomeni naturali: « Nelle prime operazioni dello spirito, i sensi siano sempre la sua guida. Nessun altro libro che il mondo; nessun’altra istruzione che i fatti. Il fanciullo che legge, non pensa; egli si limita a leggere; non si istruisce, impara solo delle parole».

E ancora: « Nulla egli sappia perché voi glielo avete detto, ma perché egli stesso l’ha compreso. Non impari da altri la scienza, ma la inventi. Se voi sostituirete nel suo spirito l’autorità alla ragione, non ragionerà più; non sarà che lo zimbello dell’opinione altrui”.

Così, ad es., per insegnare la geografia, non si deve andare a cercare globi, sfere, carte, ma semplicemente mostrare l’oggetto, cogliere una determinata occasione (come un tramonto, lo smarrimento in una foresta, ecc.), e via dicendo. “Guardate — esclama ironicamente Rousseau — la differenza che corre fra il sapere dei vostri allievi e l’ignoranza del mio! Essi conoscono le carte [geografiche] e lui le fa”.

Così pure si deve procedere per le altre scienze: « Io voglio che noi stessi facciamo tutte le nostre macchine e non voglio cominciare col fare

lo strumento prima dell’esperienza; ma voglio che, dopo aver intraveduto l’esperienza, come per caso, noi inventiamo a poco a poco lo strumento che deve verificarla ». E in tutto ciò non si tratta di dare una quantità sempre più grande di nozioni, bensì di formare il giudizio e di suscitare il desiderio di acquistarne:

“Non si tratta di insegnargli la scienza, ma di ispirargliene il gusto per amarla, e di dargli il metodo per impararla quando questo gusto sarà più sviluppato”.

Il primo e per lungo tempo l’unico libro, che l’allievo leggerà, sarà il Robinson Crosue dell’inglese Daniele Defoe, il più bel trattato di educazione naturale. L’educatore dovrà inoltre promuovere, accanto all’osservazione della natura, quella dei fatti umani, incominciando dalle arti dell’industria, che necessitano del concorso di parecchie mani. L’allievo riconoscerà in tal modo, per diretta esperienza, l’utilità del lavoro, sia industria che commercio, per la sua sicurezza, la sua conservazione e il suo benessere.

“La prima e la più rispettabile delle arti — scrive a questo proposito il Rousseau è l’agricoltura, poi la lavorazione del ferro, la lavorazione del legno, e così via di seguito”.

Ma l’allievo dovrà anche imparare un mestiere manuale, che sia adatto alle sue inclinazioni e ai suoi gusti, sia perché nessuno è in grado di prevedere quale sarà la sua condizione di domani (Rousseau prevede prossima la grave crisi della Rivoluzione!), sia perché tutti gli uomini hanno il dovere di lavorare, sia perché è bene alternare le occupazioni intellettuali con quelle manuali. Rousseau consiglia per il suo Emilio il mestiere del falegname, perché « ha proprietà, utilità, si può esercitare in casa, tiene il corpo in sufficiente esercizio; esige sveltezza ed iniziativa, e, per quanto miri a produrre lavori utili, non esclude l’eleganza ed il gusto.

Ed ecco Emilio quindicenne:

« Emilio ha poche cognizioni, ma quelle che ha sono veramente sue; non sa niente a metà... Ha uno spirito universale non per le cognizioni, ma per la possibilità di acquistarne; uno spirito aperto, intelligente, pronto a tutto e, come dice Montaigne, se non istruito, almeno istruibile... “.

  1. Il quarto libro abbraccia l’educazione di Emilio dal quindicesimo al ventesimo anno, cioè la quarta ed ultima fase di sviluppo, contrassegnata dal sentimento (=educazione morale, religiosa, estetica). L’educatore, anche in questa fase, che è quella più critica (una specie di “seconda nascita a”, perché, col sorgere delle passioni, segna il passaggio dal mondo fisico al mondo morale, dovrà rispettare il libero sviluppo della natura umana. Rousseau ha il merito di aver compreso l’importanza decisiva che questo periodo ha nella vita dell’uomo:

« Come il mugghiare del mare precede da lungi la tempesta, questa tempestosa rivoluzione si annuncia col mormorio delle passioni nascenti; un sordo fermento annuncia l’avvicinarsi del pericolo”. Ma l’educatore non reprimerà tali passioni (quelle naturali, s’intende, non quelle derivate dagli artifici di una civiltà corrotta), perché esse sono i principali fattori della nostra conservazione, e reprimerle significherebbe andare contro la natura e -riformare l’opera di Dio: “Le nostre passioni sono gli strumenti principali della nostra conservazione: il volere distruggere è dunque un’impresa tanto vana quanto ridicola; significa controllare la natura, riformare l’opera di Dio”.

necessario per la mia condotta, ma quanto ai dogmi, che non influiscono né sulle azioni, né sulla morale, e per i quali tanta gente si tormenta, non mi dò pena affatto. Considero tutte le religioni - particolari come altrettante istituzioni salutari, che prescri 0 0 1 Fvono in ogni regione sul modo uniforme di onorare Dio... Le giudico tutte parimenti buone, quando con esse si serva Iddio convenientemente, perché il culto essenziale è quello del cuore ».

Sulla religione naturale (e non sulla ragione) si fonda la coscienza morale (ossia la vita del sentimento), che è la voce stessa di Dio in noi: « Coscienza! Coscienza! divino istinto; voce immortale e ce 0 0 1 Fleste; guida sicura di un essere ignorante, ma intelligente e libero; giudice infallibile del bene e del male, che rende l’uomo simile a Dio! Sei tu che rendi eccelsa la sua natura e fai morali le sue azioni; senza di te io non sento nulla in me che mi innalzi al di sopra delle bestie, al di fuori del triste privilegio di smarrirmi di errore in errore con l’aiuto di un intelletto senza regola e di una ragione senza principio”.

Ultima a venire sarà l’educazione estetica, che consiste nel giudicare su ciò che piace o dispiace alla maggioranza,, ma alla quale il Rousseau non sembra dare molta importanza. L’educatore fornirà all’allievo libri dilettevoli, gli in-segnerà a far l’analisi del discorso e a renderlo sensibile a tutte le bellezze dell’eloquenza e della dizione; ma darà la preferenza agli scrittori antichi, che, a differenza dei moderni, sono sostanziosi e sobri nel giudicare, sono più vicini alla natura e il loro genio è più originale. Egli condurrà il suo allievo anche ai spettacoli teatrali, che formano non la morale, ma il gusto; e gli farà coltivare le lingue dei poeti, il latino, il greco e l’italiano.

  1. Il quinto libro, parla di Sofia, la donna destinata ad Emilio, e quindi dell’educazione femminile. La donna è uguale all’uomo in tutto ciò che riguarda la specie (organi, bisogni, facoltà); è diversa dall’uomo in tutto ciò che riguarda il sesso. Essa — afferma Rousseau (che forse, in seguito alla propria esperienza, non aveva grande stima per l’altro sesso!) — è fatta specialmente per piacere all’uomo, e quindi deve ricevere un’altra educazione. La donna, infatti, fin quasi dalla nascita, si compiace di abbigliarsi, e, perciò, si deve svilupparne non tanto la forza, quanto la grazia; preferisce nei giuochi soprattutto le bambole; si mostra proclive all’ago più che allo studio, ecc. Essa dovrà, prima ancora di leggere e scrivere, imparare a contare, perché nulla offre a lei in ogni tempo una maggiore utilità; non rimanere mai in ozio, lavorando al fianco della madre o dell’amica; sentire ben presto la soggezione, per riuscire docile più tardi ai voleri del marito; imparare il canto, la danza ed ogni arte piacevole, per formare il gusto e riuscire gaia e spensierata. “Una donna istruita è il flagello di suo marito, dei suoi figli, della sua famiglia, dei suoi servi”. La donna, infine, riceverà l’educazione religiosa prima dei maschi, perché, essendo dotata di una ragione essenzialmente pratica, non giungerà mai a discutere metodicamente di questioni profonde, e, se si attendesse il tempo del ragionamento, si correrebbe il rischio di non parlarne mai. Per la stessa ragione la fede che essa accoglie deve essere soggetta all’autorità:

“Ogni giovinetta deve avere la religione di sua madre, e ogni donna quella di suo marito. Anche quando questa religione fosse falsa, la docilità, che nell’ordine naturale sottomette la figlia alla madre, cancella dinanzi a Dio il peccato dell’errore”.

Tale ideale educativo si trova realizzato in Sofia, la donna destinata ad essere la sposa di

Emilio, e che Emilio trova in un quieto villaggio della provincia francese. Ma prima che il matrimonio si compia, Emilio, per consiglio del suo precettore, dovrà fare dei lunghi viaggi, mediante i quali si formerà, attraverso il confronto delle diverse forme di governo, una coscienza politica, sentirà la nostalgia della patria, e tornerà a casa con l’animo del cittadino pienamente consapevole dei propri diritti e dei propri doveri. Rousseau, in un posteriore romanzo, Emilio e Sofia, o i solitari (1763-65, ma pubblicato postumo nel 1780), ci fa sapere che l’unione di Emilio e di Sofia non ha esito felice. Egli, facendo forse dell’ironia sul suo stesso ottimismo, narra che i due sposi, recatisi a Parigi, non sanno sottrarsi alle dannose influenze di quella capitale raffinata e corrotta, divengono estranei l’uno all’altro e finiscono per separarsi.

  1. La pedagogia di Rousseau ha il grandissimo merito di aver studiato la natura del fanciullo, considerando l’educazione come un processo naturale e spontaneo, che trova la sua giustificazione in se stesso (educazione come auto-educazione o auto formazione della personalità). Di qui il concetto di educazione negativa”. L’educatore deve non soltanto proteggere l’animo dell’educando dal vizio e dall’errore, ma anche ordinare attorno a lui quelle cose che sono più adatte al suo sviluppo intellettuale e morale, stimolare le sue energie, fare continuamente appello allo spirito di lui per averlo a collaboratore.

Il concetto Ottimistico della natura umana urta non soltanto contro il principio dogmatico fondamentale del peccato originale, ma contro l’esperienza educativa, che si risolve sempre in una faticosa conquista dello spirito contro la sua natura inferiore. Perciò il principio dell’educazione negativa, che si fonda su tale concetto ottimistico, impedisce di intendere la funzione attiva e liberatrice dell’educatore, e, in genere, di concepire il problema educativo come spontanea conciliazione tra l’autorità dell’educatore e la libertà dell’educando. Così pure il processo educativo, diviso in tre periodi successivi, completamente distinti l’uno dall’altro (senso, ragione, sentimento), non risponde, per la sua schematica rigidità, alla realtà psicologica dell’infanzia e dell’adolescenza, poiché lo sviluppo delle singole facoltà non avviene in modo successivo, ma simultaneo, con la prevalenza di alcune in un dato periodo, altre in un altro. Il conclamato principio dell’autoformazione dell’educando si risolve in tal modo in un pedantesco meccanismo, che conculca le più sacre e vitali esigenze spirituali della sua anima. Così, infine, l’individualismo anarchico ed antistorico, che si fonda su un’antitesi radicale e insuperata fra individuo e società, libertà ed autorità, educando ed educatore, impedisce a Rousseau di intendere che lo spirito umano si viene costituendo ed arricchendo attraverso la storia, e che quindi l’educazione dell’uomo non si deve svolgere fuori della società nella quale è chiamato a vivere, ma a contatto di questa medesima società, riconoscendo nei suoi costumi e nelle sue tradizioni la coscienza più profonda dell’umanità, e, quindi, la sua più vera e profonda libertà.