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Commedia MENECMI di Plauto, sintesi e schema
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Autore : Tito Maccio Plauto - Genere : Commedia (commedia degli equivoci) Data di composizione : circa III secolo a.C. - Ambientazione : Epidamno, città greca immaginaria
Uomo adulto, sposato, ma infedele. Vive a Epidamno e conduce una doppia vita: ufficialmente marito, in segreto amante della cortigiana Erozia. È scaltro, ma finisce vittima di equivoci a causa del fratello gemello. Rappresenta l’ipocrisia borghese e il maschio dominante minacciato dalla moglie.
Fratello gemello, separato dall’altro in tenera età. È il “forestiero”, protagonista dell’inversione comica dell’identità. Più ingenuo del fratello, ma dotato di buon senso e di uno sguardo esterno che permette al pubblico di orientarsi tra gli equivoci. È specchio comico dell’altro e figura della ricerca delle origini.
Servo di Menaechmus Sosicle. Tipico servus callidus della commedia plautina, ma anche elemento di mediazione tra scena e pubblico. Oscilla tra la sagacia e la confusione. È essenziale per lo sviluppo delle gag e per svelare progressivamente la verità.
Cortigiana amante di Menaechmus di Epidamno. Donna libera, raffinata e abile nel gioco sociale. Riceve doni, impone condizioni e gestisce gli uomini. Figura tipica della meretrix libera, simbolo della sessualità fuori dal controllo matrimoniale.
Figura autoritaria e opprimente, non ha un nome proprio (segno della sua funzione stereotipica). È la “donna matrigna” per eccellenza, rappresentata come una matrona tirannica, custode dell’onore familiare e dei beni domestici.
Padre della moglie, apparentemente più ragionevole, ma anch’egli vittima degli inganni e degli equivoci. Crede che il genero sia impazzito, rappresentando la voce della tradizione che non riesce a contenere il caos.
Figura comica, caricaturale. Più simile a un ciarlatano che a un professionista. Serve a ridicolizzare la scienza, incapace di risolvere problemi sociali e identitari.
“I Menecmi” è una delle commedie latine più celebri per il suo uso del doppio comico e del motivo dei gemelli scambiati, che ha influenzato molte opere successive (tra cui La commedia degli errori di Shakespeare). È un classico esempio di commedia plautina, basata su: ● equivoci ● scambi di persona ● beffe ● servi astuti ● ruoli femminili stereotipati (moglie gelosa, cortigiana affascinante)
La commedia ruota attorno a due fratelli gemelli identici, separati da bambini: ● Menaechmus: portato via da bambino durante un viaggio dal padre e adottato da un mercante di Epidamno. ● Sosicle, il fratello rimasto a casa, che viene poi chiamato anche lui Menaechmus in onore del gemello scomparso. Il gemello Sosicle, ormai adulto, si mette in viaggio per cercare il fratello perduto, accompagnato dal servo Messenione.
● Menaechmus di Epidamno: uno dei due gemelli, vive a Epidamno. È sposato ma ha una relazione con una cortigiana. ● Menaechmus Sosicle: l’altro gemello, cresciuto a Siracusa, va in cerca del fratello perduto. ● Messenione: servo fedele e comico di Menaechmus Sosicle. ● Erozia: cortigiana amante di Menaechmus di Epidamno. ● Moglie di Menaechmus di Epidamno: donna gelosa e sospettosa. ● Suocero: padre della moglie, coinvolto negli equivoci. ● Medico: chiamato a visitare quello che si crede essere un pazzo. ● Cuoca: domestica di Erozia.
Mentre Menaechmus se ne va, la moglie lo affronta violentemente: ha scoperto che il suo mantello e il suo braccialetto sono finiti nelle mani di una cortigiana, e lo accusa di adulterio. Il marito nega, sostiene di non sapere nulla, ma la moglie non gli crede e va a chiamare il padre, cioè il suocero, per avere il suo supporto. Anche il suocero rimane sconcertato: il comportamento del genero gli sembra instabile, contraddittorio e disonesto. Inizia a sospettare che sia impazzito, tanto che decide di chiamare un medico per curarlo.
Intanto, Messenione, il servo di Sosicle, ritorna alla ricerca del suo padrone. Incontra per caso il vero Menaechmus e, ovviamente, lo scambia per il suo padrone. Gli parla come se fosse Sosicle, e il gemello risponde con irritazione, ritenendolo uno sciocco o un imbroglione. Menaechmus lo insulta e lo caccia via, credendo che sia un matto o un servo che lo scambia per qualcun altro. Messenione, dal canto suo, crede che il suo padrone abbia perso la ragione, e cerca aiuto per farlo curare.
Convocato dalla moglie e dal suocero, entra in scena un medico che dovrebbe diagnosticare la follia di Menaechmus. Ma quando tenta di parlare con lui (che in realtà è Sosicle), si trova davanti un uomo calmo, razionale, ma che nega tutto ciò che gli altri gli attribuiscono. Anche Sosicle crede che tutti a Epidamno siano pazzi, poiché continuano a confonderlo con qualcun altro. Ne nasce una scena farsesca, dove nessuno riesce più a capire chi è chi. Il medico è totalmente disorientato e si ritira confuso.
Finalmente, in mezzo alla strada, i due Menaechmi si incontrano faccia a faccia. All’inizio restano stupiti e perplessi: credono che l’altro sia uno spirito o un truffatore, perché sono identici in tutto (aspetto, voce, età, vestiti). Ma poi, confrontando i loro ricordi, i nomi dei genitori, la città d’origine (Siracusa), capiscono la verità: sono i fratelli gemelli che si erano persi da bambini.
I due fratelli si riabbracciano con commozione. Menaechmus di Epidamno, stanco dei continui litigi con la moglie e dei problemi familiari, decide di liberarsi di tutto: si separa dalla moglie, vende tutti i suoi beni e propone al fratello di tornare insieme a Siracusa, per ricominciare una nuova vita in famiglia. Messenione, il servo, è entusiasta: non solo il padrone è “guarito”, ma ora potrà tornare a casa con doppia ricchezza. Con una battuta finale, viene dichiarato che d’ora in poi ci sarà un solo Menaechmus (quello di Siracusa), mentre l’altro si spoglia dell’identità e della vita che aveva vissuto a Epidamno.
Plauto struttura I Menecmi come una commedia dell’equivoco basata sull’identità gemellare. Un mercante perde uno dei suoi figli gemelli a Epidamno. L’altro, cresciuto a Siracusa, parte in età adulta alla sua ricerca. L’incontro accidentale dei due a Epidamno innesca una catena di malintesi, basata su scambi d’identità, riconoscimenti ritardati e scontri comici con i personaggi secondari, ignari dell’esistenza del doppio. Il cuore della trama è l’interazione tra i due Menaechmi e l’ambiente che li circonda: amici, amanti, parenti e servi sono disorientati dall’alternanza tra i due, incapaci di distinguere la realtà dalla percezione. Plauto costruisce una struttura ad anello: l’azione si apre con l’arrivo a Epidamno di Sosicle e si chiude con la sua partenza, ormai riunito al fratello. Nel mezzo, un turbine di inganni linguistici, gestuali e situazionali. L’unità di tempo (un solo giorno) e di luogo (Epidamno) rende il ritmo incalzante e favorisce l’effetto farsesco, mentre la mancanza di un narratore interno obbliga lo spettatore a orientarsi attraverso gli errori dei personaggi. L’opera non mira al realismo, ma alla esasperazione teatrale dell’inverosimile.
Il tema centrale è la crisi dell’identità. I due Menaechmi sono fisicamente identici ma psicologicamente distinti. L’ambiente li confonde, ma essi stessi non riescono a distinguersi nei ruoli sociali: marito, amante, straniero, folle. L’identità è mostrata come relazionale, dipendente dallo sguardo dell’altro.
Come nella commedia dell’arte, il personaggio non è ciò che è, ma ciò che appare. Ogni figura è stereotipata: il servo furbo, la moglie arcigna, il medico ciarlatano. Plauto mette in scena tipi sociali, riducendo la psicologia a funzione teatrale.
Plauto rovescia l’ordine patriarcale: l’uomo è dominato dalla moglie, che tiene le chiavi della casa e del denaro. Il marito cerca evasione (nella cortigiana), ma viene punito. Solo liberandosi della moglie (alla fine) può ritrovare sé stesso. La commedia è dunque una critica ironica alla famiglia romana, in cui il matrimonio è una gabbia.
La figura del gemello amplifica il tema del doppio comico. Tutto si sdoppia: le parole, gli incontri, i gesti. Ma il doppio non è solo comico: crea angoscia ontologica. Nessuno è certo di essere sé stesso, e tutti proiettano sull’altro le proprie aspettative. Il riconoscimento finale ristabilisce l’unità, ma lascia il sospetto che l’identità sia sempre instabile.
I dialoghi sono costruiti su malintesi verbali, ripetizioni, giochi di parole. Il linguaggio non chiarisce, ma inganna. La comunicazione fallisce: ogni tentativo di spiegazione produce più caos. Il linguaggio è al centro della comicità plautina, strumento di potere ma anche di disorientamento.